Almagro 50 - Keay 1984, n� XVI, fig. 68, n. 1 Piccolo contenitore (cm. 8; � orlo; altezza media cm. 8,5) caratterizzato dall'argilla di colore arancio scuro, micacea, compatta e grossolana in frattura, ricca di piccolissimi frammenti di minerale cristallino e calcareo; contenitore caratterizzato dal corpo cilindrico (Keay XXII) o piriforme (Keay XVI) con piccolo puntale cavo terminante con un rigonfiamento, largo collo, corto e troncoconico, orlo molto svasato con labbro ingrossato di sezione triangolare, corte anse a sezione circolare o ellittica impostate sulla spalla e sull' orlo in maniera complanare. Nonostante la distinzione accennata tra Keay XXII e Keay XVI, non facilmente riscontrabile in esemplari frammentari, tutti i contenitori rinvenuti si presentano tecnicamente molto omogenei; analisi compiute sugli impasti hanno inoltre rivelato l'esistenza di diversi centri di produzione nella Spagna meridionale, nella Tarraconense e nella Lusitania; centri di produzione sono stati individuati sia in Algave, quanto lungo le valli del sado e del Tago (Alarcao, Mayet 1990; Mayet, Schmitt, Tavares de Silva 1996, pag. 17; Remol� Vallverd� 2000, pp. 187-189); l'area massima di diffusione non va oltre il Mediterraneo occidentale. Non sembrano esservi dubbi circa l'utilizzo per il trasporto di conserve di pesce dalla Lusitania. Dal punto di vista storico la Keay XVI sembra sostituire i vecchi contenitori tipo Dressel 14, in un momento imprecisato tra la fine del II secolo e l'inizio del III, per il trasporto delle stesse merci. Ad Ostia compare per la prima volta alla met� del III secolo d.C. (Ostia III, pp. 460-633), mentre nel corso del IV secolo ha ampia diffusione la variante Keay XVI B-C, esportata fino alla prima met� del V secolo. Oltre ai contesti tarragonensi e alla necropoli di Ampurias altri rinvenimenti significativi si sono avuti a Luni, in depositi datati tra la fine del II e l'inizio del III secolo; ad Ostia compare nel secondo e terzo quarto del III secolo (Ostia IV, pp. 605 ss.) e contemporaneamente tra i materiali del monte Testaccio; altri rinvenimenti databili nel corso del IV secolo si sono avuti ancora una volta a Luni, a Savignone (Genova), mentre frammenti presenti in contesti pi� tardi sono sicuramente residuali (Keay 1984, pp. 149-155). Nel contesto delle Terme del Nuotatore ad Ostia, frammenti del contenitore sono presenti nel corso del III (220-250) e nel IV secolo; altri esemplari sono conservati nei magazzini, ma non � possibile datarli. Tale cronologia � confermata dai materiali provenienti da contesti ben datati, come Ampurias, Maiorca, Tarragona (fine IV-inizio V secolo), Port-Vendres (Gallia). Il quadro della diffusione � completato dai frammenti del Monte Testaccio, come accennato, Civitavecchia, Marsiglia e Sfax (Tunisia). La diffusione dei materiali rinvenuti indica una concentrazione maggiore in Spagna e a questa stessa area riporta il tipo di argilla impiegata. La presenza di Almagro 50 su relitti in associazione con contenitori nord africani (relitti di Planier e Port-Vendres), pu� indicare che quelle navi, facendo rotta per l'Italia, avessero fatto scalo in Spagna. La Almagro 50, insieme alla Dressel 23, costituirebbe quindi l'unico contenitore esportato in una certa quantit� dalla penisola Iberica dopo la grande crisi del III secolo. I resti organici (lische e scaglie di pesce) trovati nell'interno dei contenitori lasciano supporre che il contenuto trasportato fosse costituito da conserve di pesce. 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Mayet (eds), Les amphores lusitaniennes. Typologie, production, commerce., Museu Monogr�fico de Conimbriga, Conimbriga, (1990). J.C. Edmondson, Two industries in Roman Lusitania. Mining and garum production, British archaeological reports. International series, 362, Oxford, (1987), 165-170, 175. Keay, S. J., Late Roman amphorae in the Western Mediterranean: a typology and economic study. The Catalan evidence, British archaeological reports. International Series, 196, BAR, Oxford, (1984), 151, 155 Ostia II, Le Terme del Nuotatore, scavo dell'ambiente I, Studi Miscellanei 16, Roma 1970, pp. 605-606 J.M. & J.W. Crowfoot - K.H. Kenyon, The objects from Samaria, London 1957, pag. 388, n. 4. H. Gallet de Santerre, in Gallia, XVII, 1959, pp. 450-451. Id., in Gallia, XXII, 1964, pag. 465, fig. 2. Y. Chevalier - C. Santamaria, in Rivista di Studi Liguri, XXXVII, 1971, pag. 10, fig. 1 M. Vegas, Spatkaiserzeitliche keramik aus Pollentia, in Bonner Jahrbucher des Rheinischen Landesmuseums in Bonn, 165, 1965, pag. 135, n. 159; pag. 134, fig. 11, 2. F. Benoit, Recherches sur l'ellenisation du midi de la Gaule, Aix-En-Provence, 1965, pp. 83-84, tav. XVI. F. Zevi - A. Tchernia, Amphores de Bizac�ne au bas empire, in Antiquites Africaines, 3, 1969, pag. 199. A. Alarcao, F. Mayet, As Anforas Lusitanas, Paris 1990; F. Mayet, A. Schmitt, C. Tavares da Silva, Les amphores de saudo (Portugal), Paris 1996. J.A. Remol� Vallverd�, Las �nforas tardo-antiguas en Tarraco (Hispania Tarraconensis), Barcelona 2000, pp. 187 - 189, fig. 63 B. Bruno, Le anfore della cava di UC VII. Considerazioni sulle anfore nei contesti databili tra la tarda et� antoniniana e la prima et� severiana, in Dall'antichit� al medioevo. Aspetti insediativi e manufatti, a cura di S. Lusuardi Siena e M.P. Rossignani, Atti delle giornate di studio Milano 24 gennaio 2000, Milano 24 gennaio 2001, Milano 2003, pp. 95-97, fig. 2.2 M. Corrado, Le anfore tarde del "dark layer" di UC VII (US 1098), in in Dall'antichit� al medioevo. Aspetti insediativi e manufatti, a cura di S. Lusuardi Siena e M.P. Rossignani, Atti delle giornate di studio Milano 24 gennaio 2000, Milano 24 gennaio 2001, Milano 2003, p.110, 118, fig. 10.77 A.M. Dias Diogo, L. Trinidade, Vestigios de uma unidade de trasforma�ao do pescado descobertos na Rua dos Franqueiros em Lisboa, Revista Portughesa de Arqueologia, vol. III, n. 1, 2000, pp. 181-196, fig. 10 |