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Lavoratori subordinati mascherati da
collaboratori


Vediamo se ora anche gli archeologi italiani sapranno
cogliere questa ennesima opportunit� che si offre loro,
questa volta nella forma della sentenza n� 9812 della
Suprema Corte di Cassazione; quella, per intendersi, che
ha obbligato una societ� del settore pubblicitario a
riconoscere lo status di lavoratrici subordinate (con i
relativi benefici in fatto di contributi previdenziali) a 15
operatrici di call center, che fino ad oggi lavoravano
da "libere professioniste", senza alcuna garanzia o diritto
riconosciuto.
Secondo la Suprema corte il fattore dirimente che distingue il lavoro subordinato da quello autonomo sarebbe "l'assoggettamento del lavoratore al potere direttivo, disciplinare e di controllo del datore di lavoro, ed il conseguente inserimento in modo stabile ed esclusivo nell'organizzazione aziendale".
In realt� l'argomento in questione � oggetto di dibattito ed aspre polemiche da alcuni anni, e, chiss� perch�, al centro della disputa risultano essere sempre e solamente i call center, mentre si ignora del tutto che la pratica della "esternalizzazione" occulta � diffusa ormai in molti settori, compreso quello dell'edilizia. A questo proposito va ricordata la circolare del 14
giugno 2006, emessa dall'allora Ministro del Lavoro Cesare
Damiano, indirizzata a regolarizzare la posizione dei "dipendenti"
di un'altra azienda del ramo pubblicitario, per i quali era stata gi�
richiesta l'assunzione  a tempo indeterminato, da parte degli
ispettori del lavoro.
Ma, per concludere, si tratta dello stesso sacrosanto principio
sostenuto dall'articolo 69 della legge 30/2003, che distingue il
lavoro subordinato da quello "a progetto", quando manchi
l'individuazione "di uno specifico progetto, programma di lavoro
o fase di esso" all'atto dell'assunzione.

Insomma si tratta di una situazione in cui vengono a trovarsi anche molti archeologi italiani, soprattutto i pi� giovani, quelli neo laureati e quelli che ancora non hanno cambiato mestiere, costretti a lavorare per ditte pi� o meno grandi, che forniscono manodopera specializzata e generica (operai), con un rapporto continuativo e di fatto subordinato, ma che viene fatto passare per collaborazione e  libera professione.
Ho gi� ripetuto pi� volte questo concetto, ma la notizia, fresca fresca, mi consente di riprendere l'argomento con un ulteriore elemento a favore della categoria, che la categoria dovrebbe essere in grado di sfruttare. Gli archeologi o sono liberi professionisti o sono lavoratori subordinati; nel primo caso "devono" poter contrattare le proprie prestazioni di lavoro direttamente con le ditte appaltatrici, al limite con la mediazione delle Soprintendenze, e "devono" poter essere assunti, anche a tempo determinato, secondo quanto prescritto
dal contratto nazionale dei lavoratori edili. Nel secondo
caso "devono" poter essere assunti a tempo
indeterminato e beneficiare dei diritti riconosciuti a
"tutti" i lavoratori dipendenti, compresso quello di
ammalarsi, avere figli, andare in ferie e avere una
pensione.
Se questo principio ancora oggi ha bisogno di essere
recepito solo "a monte" grazie ad una sentenza della
Cassazione e si continuano ad ignorare bellamente leggi
e decreti che da anni parlano chiaro in questa materia,
� veramente un brutto segno.
Segno del palese menefreghismo della politica,
dell'incapacit� da parte di chi rappresenta  la categoria
(o crede di farlo) di proporsi ed imporsi come
interlocutore autorevole, e (torno a ripetere) segno della codardia degli archeologi stessi, incapaci di ergersi a "movimento", di gridare e denunciare il sistema ed esigere il riconoscimento dei propri diritti negati. 
A quando un grande sciopero "generale" degli archeologi che blocchi anche per un solo giorno tutti i cantieri d'Italia ?

Badwila




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