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A proposito del Decreto Regionale della Regione
Sicilia n� 5085: "per la costituzione degli elenchi
dei professionisti per l'affidamento degli incarichi
di servizi tecnici, non aventi natura di lavori pubblici,
il cui importo stimato sia inferiore a 100.000,00
euro"


Il Decreto in questione � stato pubblicato il 28 gennaio
2008, con l'intento, proclamato in pi� occasioni
dall'assessore regionale ai Beni culturali, ambientali e alla
Pubblica Istruzione, Lino Lenza (in carica fino all'aprile
del 2008), di dare una "nuova regolamentazione" al settore, dove ancora vige, evidentemente, una completa discrezionalit� da parte delle Soprintendenze nella scelta dei propri collaboratori.
Nella fattispecie all'articolo 1 il testo del decreto riporta l'avviso pubblico "per la costituzione di elenchi a cui ricorrere per l'affidamento in economia, e per un importo inferiore a 100.000,00 euro, al netto dell'IVA e degli oneri access accessori, di servizi tecnici connessi all'esecuzione di interventi su e per il patrimonio culturale della Regione Siciliana finanziati dal Dipartimento Regionale dei Beni Culturali e Ambientali, non aventi natura di lavori pubblici"
Le successive dichiarazioni dell'assessore, riportate per lo pi� dalla stampa locale, sono infarcite dei soliti luoghi comuni che si sprecano in questi casi, come l'appello alla " stretta collaborazione con le associazione di volontariato e con le universit�", o quella secondo cui "i nostri beni culturali, se ben gestiti, possono produrre economia, posti di lavoro: costituiscono il modello di sviluppo che ci siamo dati".
L'entrata delle universit� nel mercato del lavoro in campo archeologico, sancita Decreto dal 26 aprile 2005, n. 63, in seguito convertito in legge, non sembra aver avuto, almeno fino ad oggi, conseguenze rilevanti per i diretti interessati, ovvero gli archeologi. Vista in prospettiva, come gi� sottolineato da chi scrive e da altri commentatori, si prefigura come una nuova e redditizia fonte di finanziamento per gli esangui atenei italiani e come la nascita di nuovi soggetti subappaltanti - leggi anche nuove forme di caporalato - che si andranno ad affiancare alle coooperative.
Dire poi che i beni culturali possono produrre economia e posti di lavoro mentre il governo centrale taglia fondi pubblici a tutti i ministeri (compreso quello per i Beni Culturali), suona come una presa in giro; o meglio si tratta di una di quelle frasi ad effetto, altisonanti, che dicono tutto e nulla, buone per un titolo di quotidiano locale, a cui la nostra classe politica ci ha abituato ormai da tempo.
Per tornare, comunque, all'argomento del Decreto Regionale 5085, sembra di assistere alla concretizzazione di un provvedimento che da tempo, e in tutta Italia, gli interessati richiedono (anche se con poca convinzione): il ritorno ad un vero mercato del lavoro in campo archeologico, che veda le Soprintendenze al centro, come soggetti in grado di garantire l'avviamento dei giovani professionisti e la continuit� del lavoro per coloro che gi� sono "sul mercato".
Quando si parla di lavoro, ovviamente, ci si riferisce ai cantieri delle opere pubbliche, dato che ormai si trova l� il grosso dei finanziamenti che ancora riesce a muovere il mercato e a garantire continuit� e retribuzioni agli archeologi.
Ma il decreto 5085 non si ferma qui e mostra chiaramente l'intenzione di spaziare in un ambito ben pi� ampio dei soli cantieri, quando suddivide gli ambiti di intervento tra "ricerca, studio e consulenze", "indagini e rilevazioni" e "servizi accessori". Per quanto riguarda le indagini e rilevazioni il testo precisa che vi si ricomprendono anche "indagini diagnostiche,  analisi dei materiali lapidei, indagini fitosanitarie e vari tipi di rilievo e restituzione, anche in forma digitale"; mentre relativamente ai servizi accessori si parla di "laboratori didattici, visite guidate e servizi relativi all'allestimento di mostre".
Il decreto, insomma, si prende cura di tutto quello che "dovrebbe" essere il ventaglio di attivit� di competenza di coloro che escono dall'universit� con in tasca una laurea in Lettere Classiche con indirizzo archeologico (o equivalenti). Ventaglio di attivit� delle quali, oggi, solo lo scavo archeologico (o meglio la semplice sorveglianza di cantieri) sembrano offrire una limitata continuit� lavorativa e stipendi decenti, mentre per molti altri ambiti la situazione � molto meno chiara, soprattutto per i pi� giovani laureandi e neo laureati, che ancora vengono sfruttati, in nero, o a titolo di praticantato, e lo saranno sempre di pi� se (disgraziatamente) le universit� arriveranno veramente ad occupare una fetta del mercato del lavoro nel campo dei beni culturali.

Fin dal momento della sua pubblicazione il decreto ha suscitato commenti per lo pi� negativi da parte delle associazioni di professionisti operanti nel campo dei beni culturali, fino a giungere alla esplicita richiesta di ritiro dello stesso, inviata all'Assessore Lino Leanza e al Dirigente Generale Avv. Romeo Palma. I motivi di tale contrariet� sembrano potersi riassumere in questo concetto: dovendo riportare ordine ed imporre regole in un campo in cui fino ad ora non c'e
stato ne un ordine, ne delle regole, era inevitabile che il
decreto 5085 avrebbe scontentato qualcuno se non
molti.

Ma vediamo brevemente le argomentazioni espresse
contro di esso.

Nel elencare i titoli di studio richiesti per poter accedere
agli elenchi, nel campo dei beni archeologici, il decreto
avrebbe omesso alcuni specifici titoli di studio, come:
Laurea in Archeologia e Storia dell'Arte Antica,
Archeologia Preistorica, Orientale, Medievale, Conservazione dei Beni Culturali, Diploma di Perfezionamento in Archeologia Classica, e, per "Indagini e Rilevazioni", il Diploma Specialistico di Restauratore, il Diploma di Accademia di Belle Arti, quello di Geometra, quello di Istituto d'Arte ed altri equivalenti.
Nell'applicazione pratica del decreto ne risulterebbero esclusi molti professionisti che si trovano ad essere impiegato presso gli organi periferici (Soprintendenze), assunti tramite le Imprese Edili incaricate o vincitrici di appalto, con la qualifica di "Operaio Specializzato". Per costoro, poi, le stesse soprintendenze non hanno potuto (o voluto) certificare l'attivit� svolta ai fini della domanda di inserimento nelle liste (il decreto non considera infatti la figura dell'operaio specializzato).
Inoltre verrebbe ad essere annullato del tutto l'aspetto della "continuit� scientifica", che sarebbe garantita proprio dal regime di autonomia degli organi periferici nella scelta dei professionisti da impiegare.
Infine il decreto rende del tutto inaccessibili le liste a tutti i laureandi e neolaureati, che sarebbero costretti ad un lungo periodo di tirocinio, o volontariato, per poter raggiungere i requisiti necessari per l'inserimento nelle liste.

Come ho premesso il decreto si trova a dover imporre delle regole laddove regole non ve ne sono mai state; questo � tanto pi� vero se realmente ad oggi sono stati impiegati anche "professionisti" con diploma di Accademia di Belle Arti o di Istituto d'Arte. Al contrario la laurea in lettere classiche con indirizzo archeologico (ovvero laurea magistrale classe 2/A archeologia),  il diploma di specializzazione in archeologia e/o un dottorato di ricerca in archeologia rientrano tra i titoli normalmente richiesti in tutti i bandi di gara o concorsi per l'ottenimento ad appalti o incarichi nel campo dei beni culturali. Una laurea in lettere classiche con indirizzo archeologico, poi, comprende tutta una serie di indirizzi e specializzazioni, sulle quali il testo del decreto non si pronuncia e, implicitamente, non fa distinzione.
L'apparente esclusione di tutti coloro che sono in possesso di titoli come la laurea in archeologia e storia dell'arte antica, Conservazione dei Beni Culturali, o diploma di perfezionamento in archeologia classica, pone semmai il problema dell'eccessiva frammentazione (che si vorrebbe rendere ancora pi� marcata con il paventato "federalismo" nel campo dell'istruzione) negli indirizzi di studio universitario e post universitario. Frammentazione resa ancor pi� grave dall'introduzione di lauree brevi, privatistiche, attinenti etc.
Nella medesima ottica va vista anche l'apparente esclusione (a meno di correzioni) di soggetti, quali laureandi e neolaureati e professionisti impiegati con la qualifica di Operaio Specializzato. Nel primo caso non mi stancher� mai di ripetere che in un mercato agonizzante, dove i fondi si riducono e le occasioni di impiego pi� o meno stabile si restringono al comparto dei lavori pubblici, le universit� dovrebbero farsi carico di scelte, anche impopolari, previa la conoscenza della situazione: perch� continuare a sfornare giovani archeologi (migliaia ogni anno) se non c'� un mercato che li richiede e pu� assorbirli ?
Non basta affidarsi ai soliti beceri luoghi comuni del tipo: "in Italia ci sarebbe tanto da lavorare !", o alle dichiarazioni magniloquenti di qualche accademico: "l'Italia ha bisogno di archeologi". Certo che ci sarebbe tanto da lavorare, ma chi paga ???
Purtroppo oggi le universit�, del tutto autoreferenziali, separate dal mondo ed ignare della realt� in cui vive e lavora la gente comune, esistono solo in funzione della propria sopravvivenza e praticano ormai unicamente la politica dell'accaparramento del maggior numero possibile di quote d'iscrizione.
Il fatto poi che dei professionisti lavorino con la qualifica di Operaio Specializzato, quando nel contratto nazionale degli edili � prevista la figura dell'archeologo, mi sembra la constatazione pi� grave in assoluto; e la responsabilit� del fatto che costoro saranno esclusi (a meno di correzioni del testo) dall'inserimento nelle liste, va equamente ripartita fra gli archeologi stessi (e le loro "associazioni") che si adeguano a questa ed altre forme di sfruttamento, e lo Stato, nella persona di Soprintendenti e Ispettori, che sorvola (consapevolmente ?) sul rispetto delle leggi.
Infine il problema della "continuit� scientifica" mi sembra poco reale; tale condizione continuerebbe ad essere affidata alle Soprintendenze che, nell'ipotesi di una applicazione del decreto, dovrebbero favorire il pi� possibile l'inserimento dei propri collaboratori nelle liste, ed in questo modo continuare a garantire loro continuit� lavorativa e retributiva (che mi sembrano condizioni ben pi� importanti della sbandierata continuit� scientifica). Del resto quando su un grande cantiere il lavoro va avanti per mesi, se non per anni, � normale che vi sia un avvicendamento di personale addetto alla supervisione e alla documentazione.

Se bene applicato il decreto regionale 5085 potrebbe
essere preso a modello anche da altre Soprintendenze;
fermo restando che le "iniquit�" rilevate nel testo, vere o
presunte che siano, necessiteranno di approfondimenti
ed eventualmente di correzioni. Ma � anche vero che la
pubblica amministrazione, nel momento in cui mette
ordine dal punto di vista procedurale nel campo
dell'affidamento di pubblici incarichi - tanto pi� se in un
campo "delicato" come quello della gestione del Beni
Culturali - dovrebbe avere anche il diritto di opperare una
cernita tra le varie "professionalit�" a cui ricorrere.
Questo ed altri ordinamenti, che eventualmente le regioni promuoveranno (nel Lazio se ne parla da anni), dovrebbero semmai spronare le universit� a farsi carico (questo s�) dell'effettiva preparazione e professionalit� dei giovani archeologi; questo sarebbe tanto pi� utile nel momento in cui tali requisiti venissero effettivamente riconosciuti, richiesti e premiati dalle leggi regionali e statali in materia � cosa che attualmente non avviene.
Uscendo dalle universit� con una preparazione migliore e soprattutto un effettivo tirocinio compiuto e riconosciuto, i giovani archeologi potrebbero ambire ad entrare direttamente nelle liste regionali e, conseguentemente, nel mercato del lavoro, contrattando direttamente le proprie prestazioni di lavoro con le ditte appaltanti, con la mediazione delle Soprintendenze, sulla base di preziari o contratti di lavoro.
Fantascienza ??? Per ora purtroppo si.

Badwila

02/08/2008



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