Lettera a Tidus    by Japo

 

Stanotte ho fatto un sogno. Ho sognato che Besaid svaniva nella bruma del mattino, mentre una brezza mi conduceva, come se fossi soltanto poco più di una piuma, verso isole e monti lontani. Ho sognato che alla fine del mio viaggio, del mio nuovo pellegrinaggio, alla fine c’eri tu. Le note della nostra canzone echeggiavano così lontane da noi… dicevano “Non è meraviglioso?”. Non avevo il fiato per rispondere. Il mio fiato eri tu. Non sai quanto mi manchi, Tidus. Non sai che vuoto sento dentro di me. E io, io non so se maledire o benedire il momento in cui ti ho incontrato. Non so se ammettere che è stato in quel momento che ho affidato alla sofferenza la mia vita, perché sei stato tu a far vacillare le mie certezze… certezze di inseguire, catturare e fare mia un’illusione, la più grande utopia con cui potessi illudermi, la più grande utopia con cui illudere il mio mondo… ma anche l’unica con cui cancellare la sofferenza e riportare il sorriso sui volti dei bambini di Spira. Te li ricordi, Tidus? Ti ricordi i bambini di Kilika, così forti e così deboli nel loro fiume di lacrime che si scioglieva nel mare? Senza più speranze, ma con tanta fiducia nel cuore? Fiducia in ME? Ecco, tu non comprendevi, ma era quello a spingermi avanti. Non so cosa spingesse avanti te, mi piace pensare che fosse il sorriso sulle MIE labbra, anche se forse è un po’ egoistico. Ma a te questi pensieri li posso confessare, dopotutto chissà se mi ascolti, chissà se puoi sentirmi! Non ho ancora avuto il coraggio di andare all’Oltremondo, a vedere se tu eri una di quelle infinite anime nascoste nella mia memoria che hanno abbandonato questa terra. Non sono pronta a rivederti. Non ho mai avuto timore di rincontrare mio padre, anzi, era un modo per sentirlo… vicino, in qualche modo. Anche se era tutta una bugia, solo un’illusione. Come Yevon, come il Bonacciale, come te. Ma d’altronde, io per un’illusione ci ho vissuto. E volevo MORIRE, per un’illusione. Ecco, c’è un momento che sono sicura di voler maledire, senza dubbio: il momento in cui hai pensato, in cui hai pregato alle anime degli Intercessori intrappolati nella fredda prigione della loro psiche. So che cos’hai pensato… hai pensato “Zanarkand, fa’ che sia la carne mia a diventar fredda al posto della sua”. Ovviamente non lo hai pensato con queste parole, ma se non si idealizzano i morti, che senso ha la loro morte? Se non a elevarli nella memoria dei vivi? Effettivamente, se ci penso bene e mi concentro mi viene in mente una lista quasi infinita dei difetti che potevo trovare in te… eppure mi devo sforzare: non contano più proprio nulla! Sembrano sfumati, scomparsi nella memoria… proprio come te.

Sai che un po’ dentro di me ti odio? Perché salvandomi mi hai resa… spaesata. Non avevo proprio previsto di sopravvivere. Il bonacciale, io, non lo dovevo proprio vedere. Ora non so cosa fare, mi sento dispersa e inutile, in questo mondo. Ho portato il peso di responsabilità troppo più grandi di me, solo ereditate da mio padre, e ora… senza responsabilità, sono inutile, schiacciata da… da… dalla NOIA. Suona orribile a dirlo, ma oltre alla vita, mi hai regalato la noia. Ora sono normale. Mi hai regalato anche questo: la normalità, e per questo te ne sono grata… ma è così strano essere una persona comune, cioè, si, sarò pure una star, se vogliamo, ma non devo far altro che ricevere persone e rassicurarle e continuare ad illuderle. E basta, in una routine infinita, che si ripete ancora, e ancora, e ancora. Credo che per te sarebbe stato diverso, sopravvivere. Avresti giocato a Blitzball, avresti passato una vita felice e movimentata, forse mi avresti dimenticata (ma amo pensare che non l’avresti mai fatto). Ma io no, comunque, non potrei mai dimenticarti: tu sei dentro di me. E non lo dico in senso blando, nel senso di tutti i giorni, tu non sei nel mio CUORE. Il cuore è il posto per le persone vive ed è un posto più freddo di quanto la gente pensi. Tu sei infuso per sempre in me, sei legato indissolubilmente alla materia stessa di cui è fatta la mia anima, il mio spirito, la mia vita. E finché avrò vita, tu riderai col mio riso, urlerai con la mia voce, piangerai le mie lacrime.

Che il trapasso ti sia dolce, e che la terra non pesi sul tuo fragile corpo di uomo.

 

Addio.

 

Yuna

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