Riccardo
Chushin Venturini
(Biografia e
pensiero)
La
lotta con l’angelo
Con
l’articolo che segue Riccardo Venturini, medico-chirurgo, psicoterapeuta, già
professore ordinario di Psicofisiologia clinica all’Università di Roma “La
Sapienza”, partendo da un celebre brano dell’Antico Testamento (Gen. 32,
23-33), propone un originale raffronto tra Giacobbe e Buddha, tra la lotta di
Giacobbe con Dio e quella di Buddha con le illusioni, entrambe concluse con la
vittoria, la grazia e l’illuminazione.
La
fede è pace, rassicurazione, riposata unità o inquietudine, lotta, agonia? E,
se è lotta, lotta con chi? E perché? Se l’antagonista è Dio stesso non sarà
retorico domandarsi chi sarà il vittorioso? La Torah racconta una storia,
quella di Giacobbe, parabola di tutti i combattimenti della fede.
Giacobbe
figlio di Isacco e nipote di Abramo è il terzo dei grandi patriarchi di Israele.
La sua vita è segnata dall’attenzione di Dio e da eventi miracolosi. Egli
nasce infatti da Rebecca, la moglie fino ad allora sterile di Isacco, alla quale
il Signore concede di divenire madre di due gemelli: Esaù (il primogenito) e
Giacobbe (Ya’qob-El, cioè «Che Dio protegga!»). I due formano una nuova
coppia di fratelli rivali. Già prima della nascita essi si urtavano nel ventre
di Rebecca, a significare che, come Dio disse a lei: «Due nazioni sono nel tuo
seno e due popoli dal tuo grembo si disperderanno», presagendo l’ostilità
degli idumei (discendenti di Esaù) e degli israeliti (discendenti di Giacobbe).
Alla nascita, Giacobbe, secondonato, teneva in pugno il calcagno (‘aqueb) di
Esaù e da questo l’etimologia popolare volle derivare il suo nome. Per
assicurarsi la primogenitura, come primo atto egli la “comprò” da Esaù in
cambio della famosa minestra di lenticchie e poi, con l’inganno e la complicità
della madre, cercò di farla valere assicurandosi la bendizione paterna che lo
consacrò erede della promessa divina fatta alla discendenza di Abramo. Mentre
Esaù era «abile nella caccia, un uomo delle steppe», Giacobbe «era un uomo
tranquillo, che dimorava sotto le tende» (Gen., 25, 27), ma per sottrarsi alla
collera del fratello fu costretto a migrare. Temperamento mistico, cercatore di
Dio, durante un viaggio, ebbe, in sogno, la visione (nota ormai come “la scala
di Giacobbe”) di una scala che «poggiava sulla terra, mentre la sua cima
raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa»
(Gen. 28, 12-13). Il Signore gli stava davanti e gli disse: «Io sono il Signore,
il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco», rinnovandogli così tutte le
note promesse.
Quando,
dopo molti anni, venne il tempo del ritorno, accadde l’episodo più
significativo della sua carriera mistica, la lotta con Dio. In Gen. 32, leggiamo
che durante una notte:
«Egli
si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici figli e passò il
guado dello Iabbok. Li prese, fece loro passare il torrente e fece passare anche
tutti i suoi averi. Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo
spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì
all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si
slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quegli disse: “Lasciami andare,
perché è spuntata l’aurora”. Giacobbe rispose: “Non ti lascerò, se non
mi avrai benedetto!”. Gli domandò: “Come ti chiami?”. Rispose: “Giacobbe”.
Riprese: “Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto
con Dio e con gli uomini e hai vinto!”. Giacobbe allora gli chiese: “Dimmi
il tuo nome”. Gli rispose: “Perché mi chiedi il nome? ”. E qui lo
benedisse. Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel “Perché - disse - ho
visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva”. Spuntava il
sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all’anca. Per questo gli
Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l’articolazione
del femore, perché quegli aveva colpito l’articolazione del femore di
Giacobbe nel nervo sciatico».
Giacobbe
dunque ingaggia con Dio, apparsogli in forma di uno sconosciuto (ma certo uno di
quegli Angeli a lui già familiari), una lotta che gli consente un vero corpo a
corpo con l’Assoluto. Quando ci confrontiamo con una situazione e con gli
altri, conosciamo sempre qualcosa delle nostre risorse e delle nostre debolezze,
ma
quando ci
confrontiamo con Dio, per ottenere la salvezza dal terrore dell’incalzare del
tempo e dall’annientamento per l’assenza di significato, quando l’interlocutore
è l’Assoluto, la messa in gioco è totale e l’uomo stesso assolutizza. Lui,
l’Assoluto, è là, “totalmente altro”, al di là delle determinazioni e
dei dualismi, quasi nemico nella sua diversità, e noi invece qui, avvinghiati
ai nostri attaccamenti, innamorati delle nostre passioni, orgogliosi delle
nostre costruzioni, e tuttavia supplici. Fede come conflitto, fede come lotta;
tutti, con Giacobbe, stretti all’Assoluto, mai tanto vicino come in certe
notti di angoscia. «Lottò
con lui fino allo spuntare dell'aurora»,
dice il racconto.
Al venire del giorno il Dio misterioso vuole slacciarsi da quel confronto oscuro,
ma Giacobbe non molla la presa e, deciso a sacrificare il suo io separato,
chiede di essere benedetto. Il conflitto infine si placa e Giacobbe è benedetto,
trasformato nella sua realtà e nel nome: assumendo la dimensione transpersonale
del suo intero popolo, diverrà Israele.
Giacobbe
è solo come è solo Siddhartha (“colui che ha raggiunto la meta” e che
diverrà il Buddha). La grazia e l’illuminazione sono da loro ottenute come
risultato della lotta (ascetica) per liberare la parte santa o natura buddhica
dentro di noi e la sfida è quella di vedere Dio e rimanere salvi, vivere il
non-dualismo del dualismo, non soffrire di soffrire, tornare nel mondo e
conservare il segno di una ferita, la spina nella carne lasciata dall’incontro
con l’Assoluto: perché non ci accada di dimenticare. Siddhartha quando
concluse il suo agone assoluto con la vittoria su tutte le illusioni, divenuto
l’Illuminato, avvertì che «i disattenti sono già come morti» (Dhp., 21).
Giacobbe
vuole sapere il nome, conoscere l’essenza del suo antagonista. Non riceve
risposta: come racchiudere quell’essenza in una parola? Il Dharma
inesprimibile, che sostiene e governa il mondo, dirà il Buddha, è al di là
delle parole e dei segni: «La Legge non è qualcosa che può essere compresa
attraverso la riflessione o l’analisi» (Sutra del Loto, cap. 2); Dio si può
vivere, non conoscere.
Giacobbe
ha vinto, il Buddha ha vinto. Ma può un uomo fiaccare l’Assoluto, essere più
forte di Dio? Due celebri dipinti che ritraggono la lotta di Giacobbe ci
suggeriscono qualche idea di risposta. Uno è di Delacroix (Parigi, chiesa di
St-Sulpice) e ci mostra Giacobbe curvo e teso con il braccio destro che vuole
piegare quello dell’Angelo: è il momento massimo dell’impegno e del
conflitto. Nell’altro, di Rembrandt (Berlino, Staatliche Museen), siamo al
momento successivo, quando la lotta è finita e scorgiamo l’abbandono
nell’abbraccio con la dolcezza femminile e la complicità amorevole
dell’Angelo. È la tenerezza di Dio (il volto compassionevole del Dharma):
Giacobbe ha saputo evocarla con la violenza della sua richiesta di benedizione,
nel dolore e nelle lacrime. Il totalmente altro diviene il “totalmente dentro”,
la Vacuità si fa forma, la mente può vivere l’Equanimità. Non è la forza
che vince Dio, ma il potere irresistibile della preghiera, la pietas
della debolezza dichiarata, quella che fa dire a S. Paolo «quando sono debole,
è allora che sono forte» (2 Cor. 12, 10). Ce ne dà giustificazione un altro
libro sapienziale con una frase che potrebbe valere come didascalia dei due
momenti rappresentati nei dipinti; dice: Dio «gli assegnò la vittoria in una
lotta dura, perché sapesse che la pietà è più potente di tutto» (Sap. 8,
10).
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