Narrazione e Corpo-Cyber
REPORT DOPO IL RAVE DELLE STREGHE
31 ottobre.
Quella notte c’erano persone da tutta europa. Il posto scelto era
vicino a colleferro. Un ex-pastificio che si chiamava mamma francesca.
Era immobile, davanti alle ragazze, muto, come se la sua mente fosse
stata risucchiata nei vortici del fiume tevere, e il suo corpo invece
avesse preferito rimanere là, sulla sedia. mummificato nel suo messaggio,
inchiodato al tavolo della taz, mentre le ragazze ridevano e
chiacchieravano.
(l’odore dei fuochi, delle makkine industriali, del metallo, che ti
rimane attaccato nella pelle e nei capelli, camminare nel fango che quasi
sembra di camminare nelle sabbie mobili, vagare nei grandi spazi
post-propulsione lasciati marcire nella valli come entità ormai a se stanti,
l’alba fredda carika di sguardi intensi, quella nebbia che si espande
dalla terra e dall’asfalto e va a coprire proprio le tue percezioni nel
momento più bello e forte, quando sembra che tutto sta per sfumare e
non hai più possibilità di intuire che cosa stia accadendo).
Pensi di poter afferrare quel momento. E forse l’inattaccabilità della
scrittura può solo avvicinarti ad uno straccio di verità. Ma è nella
notte che si catalizzano le graziose forze del rave. Ti appoggi un attimo
a una parete del capannone e tutte le immagini possibili e impossibili
ti passano davanti: TORTELLONI GRAN GUSTO MIT RICOTTA UND SPINAT,
nastri adesivi abbandonati, i colori dei figli, i rumori, i gioielli di
mamma francesca, sveva che insieme a camilla tentano di far sbloccare un
macchinario nel retro del sito per richiamare in vita chissà quali
fantasmi operai, enas e steve che incitano i cani-bonghi ad assimilare la
realtà dei Fatti, la taz che si rintana nei bunker sotterranei e da lì
manda impulsi ai vivi che stanno sopra il bunker, baby lombitch e redwiz
che staccano due buste da una parete e se le mettono sulla faccia per
spaventare i bambini domenicali che vanno a trovare i loro morti nel
cimitero di colleferro, l’assenza del senso comune. Io che mi metto a
salutare botix ormai lontano mille miglia dai luoghi della consunzione. Il
piskello che tenta di spingere il proprio mocciolo. La tekno notturna
un po’ latitante. In fretta e furia ce ne andiamo, un po’ kome i
fuggitivi (citazione)da un pianeta che non esiste.
All’uscita mega posto di blocco.
Paletta. Accostiamo. Documenti. Di tutti.
Ispettore: vediamo se dietro ci sta una bomba… ma non quelle che
esplodono (risate. dell’ispettore)
Dove siete stati?… e già, che ve lo chiedo a fà!?
(infatti, che ce lo chiede a fa?)
Scendiamo.
Ispettore: mamma mia kome sete conciati! Ma a casa come entrate, in
mutande?! (risate. dell’ispettore)
Ispettore: “posso controllare dentro la macchina?.. tanto l’avrete
tutto consumato… (risate. dell’ispettore)
Ma certo, prego, prego.
Ispettore: e questo cos’è!?!
Paniko generale. Silenzio. Secondi di trepidazione.
Mi avvicino io.
“Dev’essere un pezzo di fango…. – gli dico, mentre l’ispettore maneggia
il pezzettino, annusandolo. Poi lo guardo meglio anch’io..
Ah!!, cazzo,
ma è un CROCCANTINO!
SCRITTO DA [email protected]
Il corpo-cyber
credo che sia la percezione più comunicativa in questo senso. Durante una
performance dei mutoid (gruppo performativo di autocostruttori):
“questi autocostruttori praticano una estetizzazione di cose reiette,
scartate, abbandonate. Di merci morte. Attraverso il taglio e il
montaggio, tornano a vivere nuove biologie e nuove biografie come alterità
aliene e disturbanti…
il metallo connette l’organico con l’inorganico, costruendo corpi
nuovi, bodyscape in cui la differenza tra l’artificiale e il naturale
appartiene ad archeologie anatomiche. Gli autocostruttori autocostruiscono
anche i loro corpi come nuovi panorami visuali.durante le loro
performance settano tecnologie comunicative a circuito chiuso tipo tv-monitoring
che diffondono in diretta piercing effettuati nelle zone più impensate,
tatooing esagerati, scarnificazioni estreme: il loro corpo è
utocostruito in modo affine all’assemblaggio delle loro macchine biologiche: il
risultato è uno stato alterato delle merci isomorfo allo stato alterato
del corpo…”
massimo canevacci, culture extreme, mutazioni giovanili tra i corpi
delle metropoli, Meltemi edizioni.
Insomma. Questo aspetto del corpo è quello che mi interessa di più.
Soprattutto visivamente. Come ridefinizione della propria concezione
fisica. Come atto performativo. Pensa al teatro d’azione austriaco per
esempio. Ma qui aprirei un’altra voragine.
Per quanto mi riguarda: tutti i segni che ho sul corpo, quelli
costruiti chimicamente, rappresentano eventi che hanno segnato parte del mio
vissuto. Chissà, forse fotografie corporali come lettura possibile dei
ricordi. Confini da esplorare.
“incidere il proprio corpo, mangiare carne cruda, mettere se stessa in
pericolo, acquisire la consapevolezza che l’artista deve mettere in
gioco anche la propria vita, perché il suo messaggio abbia la forza di una
dichiarazione d’amore”. Gina pane.