Arti Terapie. Anno IX, 5/6

Metafore concettuali e metafore linguistiche della paura nella selva oscura di Dante

 

Accostarsi all’opera di Dante resta un’impresa sempre affascinante e nuova per chi concepisce la Commedia, non solo come un’opera di letteratura poetica ma come un percorso strutturato verso corpi possibili di se stesso, verso interrogazioni originali sulla presenza. In questo scritto si tenta di partecipare alla  prima esperienza-capitolo dell’Inferno nell’espressioni  linguistiche letterali e figurative della paura. Si segue una riflessione universitaria ampia tra Italia e Francia (Santarpia, 2003),  in cui s’intrecciano ipotesi  fenomenologiche di ricerca identitaria sul vissuto psicofisiologico (Venturini, 1998) ed ipotesi di linguistica cognitiva, orientate allo studio di tracce linguistiche del corpo ed all’enumerazione di categorie logico-metaforiche del corpo (Cavallo; Santarpia, 2000) in svariati contesti scientifici. Partire allora con Dante.

Partire con Dante nella Selva Oscura, significa entrare in contatto con una sensorialità che deve fare i conti inevitabilmente con la storia della morale cristiana,  i suoi valori, i suoi peccati. Ma qui  non si vuole dettagliare questa dimensione del religioso ma si ricercano sistemi concettuali metaforici (Lakoff, Johnson, 1980), che fungono da scheletro-sistema del tema PAURA, tra le sue tracce linguistiche  in similitudini precise, in espressioni figurative sul corpo, in enunciati di più proposizioni.

 Insomma si cercherà di evidenziare le plurime dimensioni dell’emozione.

Si apra la discesa:

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

che la dritta via era smarrita

    Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

 Esta selva selvaggia e aspra e forte

Che nel pensier rinova la paura!

(Inferno I, 1-6)

 

Sistema visivo e sistema d’orientazione vengono persi in questa iniziale dimensione della paura. Buio visivo e buio conoscitivo s’incrociano in una metafora primaria sensoriale Knowing Is  Seeing. Conoscere è vedere. (Grady, 1996. Trad. Santarpia.).  Per metafore primarie s’intendano, da una prospettiva neuronale,  connessioni cerebrali caratterizzate da “coactivation” in cui s’intrecciano aree sensoriali dedicate all’esperienza senso-motoria e aree dedicate alla esperienza soggettiva. (Lakoff, Johnson, 1999, Trad. Santarpia). Dante non conosce piu’.

PRIMA  METAFORA CONCETTUALE DELLA PAURA: Paura-Oscurità-perdita del sistema d’orientazione.

La paura entra nel pensiero come se essa fosse una sostanza, essa consegue alla perdita della visione e dell’orientazione. Ancora si scenda:

 

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,

là dove terminava quella valle

che m’avea di paura il cor compunto,

   guardai in alto e vidi le sue spalle

vestite già de’ raggi del pianeta

che mena dritto altrui per ogni calle.

(Inferno I, 13-18)

 

Il cuore viene trafitto dalla paura. La paura scaturita da quella valle è la freccia che colpisce. La paura discende e tocca l’organo vitale per eccellenza: il cuore. 

SECONDA METAFORA CONCETTUALE : Paura-Organo vitale-bersaglio da colpire

Dante alza il capo, puo’ vedere di nuovo un colle che assume una forma umana (le spalle vestite) e protettrice. Ancora si discenda:

 

  Allor fu la paura un poco queta,

 che nel lago del cor m’era durata

 la notte che ‘i’ passai con tanta pieta.

(Inferno I, 18-21)

 

Il cuore protagonista ha un suo lago che Boccaccio racconta cosi: è nel cuore una parte concava, sempre abbondante di sangue, ne la quale, secondo alcuni, abitano gli spiriti vitali…ed è quella parte ricettacolo d’ogni nostra passione. (Chiavacci Leonardi, 1998).

TERZA METAFORA CONCETTUALE: Paura-Organo vitale-contenitore da riempire

Paura, cuore e calma lasciano spazio a una superba similitudine che racconta l’esperienza della paura eccola

 

 E come quei che con lena affannata,

uscito fuor del pelago a la riva,

si volge a l’acqua perigliosa e guata,

   così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,

si volse a retro a rimirar lo passo

che non lasciò già mai persona viva.

 (Inferno I, 19-27)

 

Si prenda una nota interpretazione come colui che, uscito dal mare in tempesta (pelago), e giunto a riva, con il respiro (lena) ancora ansante per lo sforzo si volge indietro… (Chiavacci Leonardi, 1998). Si è orientati a concepire cognitivamente la similitudine differentemente dalla metafora, in quanto implicherebbe un processo logico di contiguità e non di intersezione (Bottiroli, 1993), tale processo porterebbe a una differenza modalità sensoriale della presenza. Una sorta di distanza dal qui ed ora. Una sorta di pausa dall’ immediatezza. Infatti solo nella similitudine si assiste al primo movimento evidente del sommo poeta, testimoniato dal verbo fattivo “così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, (Ghiglione; Blanchet, 1991) Quest’ apertura immaginata al movimento  sancisce l’andare verso i primi animali infernali di tutta la Commedia

ripresi via per la piaggia diserta…

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,

una lonza leggera e presta molto,

che di pel maculato era coverta;

    e non mi si partia dinanzi al volto,

anzi m’impediva tanto il cammino,

ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto. 

(Inferno I, 29-36)

 

Il cammino è impedito dalla prima presenza animale: la lonza . Animale tra lince, leopardo e pantera, la lussuria quindi. Nella sua seduttiva staticità la lonza si fa guardare, come la più sexy delle femmine.La paura torna nell’espressione metaforica del verbo fattivo ritornar. Riparte la declinazione sensoriale della paura che avvolge il sistema motorio della marcia e ancora la vista intesa nella doppia accezione vedere-conoscere. Quindi Dante è bloccato dalla paura e non vuole guardare avanti, vuole ritornar.

QUARTA METAFORA CONCETTUALE : Paura-Direzionalità del sistema motorio-ritornare

Dopo la paura di oggetti piu’ vasti e a limite tra l’animato e l’inanimato (l’oscurità, la selva) si passa al primo grado di presenza corporea nella paura rispetto all’animato, all’altro vivente, gli animali. Bestie piu’ terribili lo attendono .

 

Ma non sì che paura non mi desse

la vista che m’apparve d’un leone.

  Questi parea che contra me venisse

con la test’alta e con rabbiosa fame,

sì che parea l’aere ne tremasse.

(Inferno I, 44-48)

 

Il leone-superbia si muove nella sua fisicità contro Dante, e lo spavento ricevuto alla vista  della bestia raggiunge una dimensione cosmica, l’aria ne trema addirittura ma incalzante arriva la lupa

 

     Ed una lupa, che di tutte brame

sembiava carca ne la sua magrezza,

e molte genti fé già viver grame,

    questa mi porse tanto di gravezza

con la paura ch’uscia di sua vista,

ch’io perdei la speranza de l’altezza.

(Inferno I, 49-54)  

 

La lupa-avidità  si presenta con la sua magrezza assassina e vorace agli occhi di Dante. La paura vince ogni speranza di risalita, e ancora un'altra similitudine della paura

 

   E qual è quei che volentieri acquista,

e giunge ‘l tempo che perder lo face,

che ‘n tutti suoi pensier piange e s’attrista;

  tal mi fece la bestia sanza pace,

che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco

mi ripigneva là dove ‘l sol tace.

(Inferno I, 54-60)

 

L’avaro ha perso tutto e piange tristemente nel pensiero, seconda similitudine, non d’azione, ma tutta sentita, e d’opposizione alla voracità della lupa. Niente è piu’ duro che la sconfitta dell’avaro dovuta alla perdita per cupidigia altrui. E’ un’ enunciazione retorica che porta la paura di Dante ad un’immagine di confronto con l’avidità. Persa ogni speranza, il poeta comincia a subire la fisicità prossemica della lupa, che piano piano lo spinge indietro. 

E’ il momento della disperazione massima, non ci sono piu’ risorse fisiche e spirituali per lottare, l’uomo è vinto dalla avidità, ma la vista dona l’accesso a una nuova speranza, Virgilio

 

dinanzi a li occhi mi si fu offerto

chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui nel grande diserto,

(Inferno I, 62-64)

 

 

 

La vista di Virgilio  ridona una sorta di speranza, quindi ancora opposizione oscurità e luce conoscitiva.

 

…Tu  se’ lo mio maestro e ‘ lo mio autore,

tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

lo bello stilo che m’ha fatto onore.

  Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;

aiutami da lei, famoso saggio,

ch’ella mi fa tremare le vene e i polsi.

(Inferno I, 85-90).

 

Dante illuminato dal suo modello di conoscenza trema, cerca aiuto, qui cominciamo a trovare delle espressioni che ci indicano dei liquidi del corpo (lagrimar mi vide, vv.92) e per sineddoche (le vene e i polsi ) il tremore del corpo, segni visibili della paura. Virgilio-padre-luce-conocenza spiega a Dante la forza della lupa-avidità nella storia del mondo e la sua missione di guida tra Inferno e Purgatorio.

Dante quindi ritrova la vista e ritrova il movimento che aveva smarriti all’inizio, così si conclude il primo capitolo

 

Allora si mosse, e io li tenni dietro.

(Inferno I, 136)

 

L’ esperienza della paura, come s’è visto è stata declinata attraverso differenti codici retorici linguistici (similitudini, allegorie, metafore), attraverso una metafora centrale Vedere è Conoscere e una serie di metafore concettuali.

A cosa serve tutto questo per uno psicologo contemporaneo? Sono chiacchiere al vento?

Ebbene muoversi tra metafore primarie corporee, tra metafore concettuali che ci permettono di esprimere quotidianamente  enunciati retorico-linguistici  puo’ rappresentare un modo pluridimensionale di cogliere il vivente della presenza umana tra scienze cognitive e fenomenologia dell’esperienza. (Damasio, 1999).

Nel suddetto testo si è tentato di proporre una possibile anatomia fenomenologia della paura. Nel caso si accetti questa prospettiva multifocale, lo psicologo puo’ trovare nelle grandi narrazioni una sorta di fantastico materiale con il quale intessere una originale e olistica strategia di azione terapeutica per proporre a se stesso e al paziente metafore concettuali nuove.

Alfonso Santarpia

psicologo

dottorando all’Université Paris8 in psicologia clinica e psicopatologia

sito di ricerca http://it.geocities.com/asantarpia

 

Bibliografia

Bottiroli G. (1993). L’intelligenza figurale nell’arte e nella filosofia. Bollati Boringhieri: Torino.

 

Cavallo M.; Santarpia A.; (2002). Il corpo come metafora, le metafore del corpo. Attualità in psicologia. (in stampa).

 

Damasio A.; (1999). Le sentiment même de soi. Corps, Émotions, Coscience. Trad. française.  Éditions Odile Jacob: Paris.

 

Dante A.; (1998). La Divina Commedia. A cura di Maria Chiavacci Leonardi. Arnoldo Mondadori Editori: Milano

 

Ghiglione R.; Blanchet A. (1991). Analyse de contenu et contenu d’analyse. Paris:Dunod.

 

Grady J.; (1997). Fondations of Meaning: Primary Metaphors and Primary Scenes. Ph.D. dissertation, University of California:  Berkeley.

 

Lakoff G.; Johnson M. (1980). Metaphors We Live By. University of Chicago Press: Chicago and London.

 

Lakoff G.; Johnson M. (1999). Philosophy in the Flesh. Basic Books:  New York.

 

Santarpia A.; Blanchet A. (2002). Les possibilités du corps en psychothérapie : les métaphores et les similitudes du corps en danse classique. Poster au Colloque National de psychologie clinique 2002: Bordeaux.

 

Santarpia A.; Blanchet A. (2003). Thèse de Doctorat en psychologie clinique et psychopathologie: l’incidence des métaphores et similitudes linguistiques du corps sur la relaxation. (in corso) Université Paris8: Paris.

 

Venturini R. (1998). Coscienza e Cambiamento. Assisi: Cittadella Editore.

 

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