il Rimino Sottovoce 2020

1720, la Rimini 'comica' di Goldoni

Luglio 1720, per il giovane Carlo Goldoni deve iniziare una nuova stagione di studi. Il padre vuol farne un medico, com'è lui, ma più preparato di lui: confida nell'aiuto della Filosofia per aprire la mente di quel suo ragazzo. A Rimini è famosa la scuola di San Cataldo, nell'antico, severo e grande convento dei Domenicani. Sulla porta della chiesa un solenne San Tommaso attribuito a Giotto, introduce al mondo del pensiero, chiuso entro quelle mura: tra i Padri, emerge la figura del professor Candini, a cui il conte Rinalducci presenta Carlo Goldoni. Rinalducci abitava all'angolo tra le attuali vie Serpieri e Leon Battista Alberti.
L'imponente isola dei Domenicani, con il Tribunale del Sant'Uffizio, sorgeva in fondo a via Gambalunga (Oriolo della Fontana), verso il centro: occupava il rettangolo che ora comprende le vie Vittime Civili di guerra e M. Tonti, affacciandosi sulla via San Domenico. Tale strada, corrispondente oggi all'incirca alle vie Oberdan e Tosi, collegava l'attuale via Clodia (allora San Sebastianino) con l'odierna via Roma (Strada delle Mura che proseguiva fino agli attuali Bastioni settentrionali che giungono al porto, allora corso del fiume Marecchia).
Il soggiorno in casa del conte dura poco, Goldoni non precisa quanto: «Il signor conte non mi poteva tenere in casa, perciò mi misero in pensione presso il signor Battaglini, negoziante e banchiere, amico e compaesano di mio padre». Quella casa sorgeva all'angolo tra corso d'Augusto (detto Strada maestra) e via Serpieri (allora Martinelli), dove oggi c'è un grande magazzino nato il 23 marzo 1963. Fu demolita, essendosi ridotta quasi completamente in rovina. Nel nuovo edificio sarebbe stato bello porre una lapide che ricordasse alla città il soggiorno riminese di Goldoni. Ma non se ne fece nulla. Nel 1925 il palazzo era di proprietà degli eredi della signora Costanza Mattioli, vedova del conte Sallustio Ferrari.
Torniamo alla vicenda di Carlo Goldoni. Nella primavera del 1719, ha dovuto lasciare Venezia: suo padre Giulio lo ha chiamato a Perugia dove esercitava la professione di medico con la sola facoltà, concessagli dalla sua corporazione tre anni prima a Roma, di vendere balsami e medicine. Carlo ricorda: «La nostra casa era legatissima con quella del conte Rinalducci di Rimini che allora stava a Venezia con moglie e figlia. L'abate Rinalducci, benedettino, fratello del conte, doveva andare a Roma; accettò di passare a Perugia e di portarmi laggiù». Per la prima volta, Carlo giunge a Rimini, via mare. «Alla foce della Marecchia», lo attendono i cavalli per lui, per l'abate don Pietro Felice Modesti Rinalducci degli Olivetani, e per i domestici di quest'ultimo: «in sei giorni giungemmo a Perugia».
Carlo ha 12 anni, e viene messo a studiare nel collegio dei Gesuiti, ove frequenta di malavoglia il corso di Grammatica e Retorica: per la sua impreparazione diventa «lo zimbello dei compagni». Tre mesi dopo, agli esami di Latino, fa un'insperata bella figura, diversamente dal padre che, non guardato di buon occhio dai colleghi umbri, decide «di avvicinarsi alle paludi dell'Adriatico». Giulio Goldoni, come racconta il figlio, agli inizi della carriera aveva cercato di «evitare le malattie che non conosceva».
Carlo si ritrova così a Rimini con il padre, la madre Margherita Salvioni, la zia Maria Salvioni ed il fratello Giampaolo di otto anni. La famiglia del conte Rinalducci li riceve «con trasporti di gioia», come scrive lui stesso nelle sue «Memorie».
Giulio Goldoni è di Modena, dove adesso ritorna, mentre sua moglie va a Chioggia. Carlo resta a Rimini, a vedersela prima col vaiolo «benigno» (che gli lascia il viso butterato), poi con «quel professore, quel famoso uomo» che lo «annoiava da morire; era dolce, savio, erudito; aveva grandi meriti, ma era tomista nell'anima, non poteva scostarsi dal suo solito metodo». Goldoni trova insopportabile la logica aristotelica che gli viene insegnata, ed i sillogismi che deve imparare: «Andavo a scrivere sotto la sua dettatura, ma invece di ripassare i quaderni a casa, nutrivo nello spirito una filosofia più utile e dilettevole», leggendo autori del teatro classico. La «lungaggine» del padre Candini lo «stancava e rivoltava».
«Per mia sventura mi trovavo soggetto a persone che si facevano una legge di tiranneggiare il mio spirito». Alla noia, Carlo rimedia frequentando una compagnia di comici dell'arte, d'infimo ordine. «Era la prima volta che vedevo una donna sulla scena». Finora ha sempre assistito a rappresentazioni di soli uomini, anche per le parti femminili. La legazione di Ravenna appare più tollerante del governo romano. Goldoni fa amicizia con quelle attrici e con il direttore della compagnia, Florindo de' Maccheroni, soprannominato così per il suo amore verso questo tipo di pasta che portava sempre con sé in tasca, pronta per soddisfare l'appetito. È l'aprile del 1721.
Le recite avvengono nel teatro pubblico che allora era posto nell'ex salone delle Arringhe o dei Parlamenti, in palazzo comunale. (La trasformazione del salone in teatro è del 1681. Nel 1857 sarà poi aperto il Vittorio Emanuele, ribattezzato Amintore Galli nel 1947, dopo le distruzioni belliche.)
A quattordici anni, Carlo già sente il «prurito di comporre per il teatro». Non tarda a comunicare la sua passione artistica a quelle attricette che gli danno subito l'incarico di comporre appositamente per loro, scene e monologhi: «Ogni sera andavo provveduto di fogli scritti che mi venivano ricompensati con gentilezze e con libero ingresso alla porta, nella platea, nel palco e nelle loro case particolari», racconta con malcelata malizia il nostro scrittore.
Battaglini, che lo ha amorevolmente curato nel periodo del vaiolo, è preoccupato per questa condotta: Carlo antepone ai suoi doveri di studente i piaceri del divertimento. Per la mentalità di un banchiere, una vocazione letteraria che sta sorgendo appare soltanto una perdita di tempo. Di qui, rimproveri, ammonizioni, predicozzi e ramanzine al povero giovane che «soffriva i rimbrotti e seguitava a fare» a modo suo. Quei comici, venuti a sapere che Goldoni aveva casa a Chiozza, «mi esibirono di condurmi colà nella loro barca. Accettai il partito, mi congedai dal mio albergatore, poco di me soddisfatto, e diedi un addio per sempre alla stucchevole, scolastica Filosofia». Ed a Rimini.
© by Antonio Montanari



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