Antonio Montanari
Quelle antiche case
«PAGINE di STORIA & STORIE», “il Ponte”, n. 3, 9.6.1996

Com'era Rimini antica? Quali edifici e luoghi la caratterizzavano? Dove vivevano i personaggi più illustri nei vari momenti storici? Come è cambiata la città nel passar del tempo?». Queste domande (rivolte alla redazione molto tempo fa da alcuni lettori, dopo aver letto varie pagine speciali di «Storia & Storie»), troveranno un tentativo di risposta in una serie di servizi che iniziamo da questo terzo numero di «Pagine», con cui si chiude il primo anno di vita del nostro supplemento.
L'articolo che segue è dedicato alle abitazioni dei più illustri personaggi vissuti nella seconda metà del Settecento.

Un'istantanea della Rimini di quegli anni, ci è fornita da due «Perizie» relative ai danni causati dal terremoto del 25 dicembre 1786, opera rispettivamente degli architetti Camillo Morigia (10 maggio 1787), e Giuseppe Valadier (10 giugno 1787). Morigia operava per conto della Legazione di Romagna, Valadier era stato incaricato dal Papa.
La città aveva allora oltre dodicimila abitanti, quasi quattromila in più rispetto ad ottant'anni prima.
Gli edifici esistenti nel centro di Rimini, erano 2.191. Nella fascia dei borghi, posta al di fuori delle mura cittadine (il cosiddetto «Bargellato»), gli edifici erano 1.594. Nei «castelli» della periferia, 3.320.
Il territorio era suddiviso secondo le unità basilari (parrocchie) dell'organizzazione ecclesiastica. Di parrocchie, ne esistevano rispettivamente 23 per Rimini, 25 per il «Bargellato», e 27 per i «castelli».
La «Perizia» di Valadier suddivide le proprietà immobiliari secondo cinque categorie 'fiscali', contraddistinte da una lettera dell'alfabeto: 1.175 sono quelle delle «opere pie possidenti» (classificate con la lettera «A»), 16 delle «opere pie povere» (lettera «B»), 457 dei «secolari possidenti» (lettera «C») , 143 dei «poveri» (lettera «D»), ed infine 403 dei «poverissimi» (contraddistinti dalla lettera «E»).
La classificazione operata da Valadier, risente di quanto stabilito da Pio VI, il cesenate Giovanni Angelo Braschi, nell'ordinare la somministrazione straordinaria di centomila scudi, da distribuirsi in sussidio ai poveri: «Al suo interno si distinguono... (a) i poveri veri e propri...; (b) i possidenti poveri, cioè i possessori della sola casa d'abitazione, ivi compresi i proprietari di "qualche ristretto possesso"...; (c) i possidenti secolari, cioè i soli proprietari laici... Alle prime due categorie il sussidio venne accordato senza oneri...» [A. Turchini].
Anche nella «Perizia» di Morigia si riflette il documento papale. Dopo i cognomi delle persone interessate, viene riportata una qualifica sociale, ridotta però a due sole categorie: «poveri» e «poverissimi».
Il computo finale della «Perizia» di Valadier, è di 193 mila scudi, contro i quasi settemila di quella stesa da Morigia.
Un'altra differenza tra i due architetti, è nel comportamento: «Mentre il Morigia fu schivo e riservato, il Valadier si lasciò intrattenere in pranzi, cene e ricevimenti, dimostrandosi uomo di mondo»; inoltre, il clima di «frustrante lotta alle esenzioni e ai privilegi», favorì forse le classificazioni che incontriamo nella «Perizia» di Valadier [A. Turchini].
Il filosofo Giovanni Antonio Battarra accusò Valadier nei suoi Diari: «Preso da uno stormo di birboni che lo circuirono [...] non gli fu possibile uscirne con onore».
Valadier accanto al nome dello stesso Battarra aveva posto la lettera «C», equivalente a «possidente». Per Morigia, invece, l'abate era un «povero». Tuttavia, nei suoi confronti, Valadier era stato più largo nel riconoscere i danni in 153 scudi, contro i 100 previsti di Morigia. Dalle notizie storiche del tempo, sappiamo che il filosofo Battarra aveva una piccola proprietà a Coriano, ma era forse più «povero» che «possidente».
Domenico Bertòla, cugino del poeta Aurelio, si vide attribuita pure lui la lettera «C» del «possidente» da Valadier, mentre in Morigia non c'è alcuna precisazione sul suo stato sociale, cioè non rientrava tra «poveri» e «poverissimi». Anche nel caso di Domenico Bertòla, la valutazione dei danni è diversa, ma questa volta a parti rovesciate rispetto al caso di Battarra: 920 scudi stabilisce Morigia, 590 giudica Valadier.
Lo stesso fatto si verifica per la casa del dottor Francesco Bonsi: 298 scudi per Morigia, contro 155 per Valadier che attribuisce al celebre veterinario la lettera «C» da possidente, mentre Morigia non scrive nulla.
Un pronipote ex sorore di papa Clemente XIV, Lorenzo Fabri Ganganelli, che ha ereditato il palazzo omonimo, sito a metà di via Giordano Bruno (lato occidentale), è classificato da Morigia con un danno di 600 scudi, a cui si contrappongono i 1.200 di Valadier.
Il nipote di Iano Planco (deceduto nel '75), dottor Girolamo Bianchi, ha due proprietà: per quella posta in parrocchia di San Bartolomeo, in un'area corrispondente oggi alla zona Santa Rita-Asilo Svizzero, viene definito «povero» da Morigia. Per la seconda casa (nella parrocchia di San Michelino in Foro), non c'è alcuna classificazione sociale nella «Perizia» di Morigia. Per Valadier, Bianchi è un «possidente» («C»).
Questa seconda casa, è quella in cui era nato lo stesso Iano Planco nel 1693. Essa si trovava lungo la via Tempio Malatestiano [come si legge nella rivista Ariminum, a. III (1930), n. 4., p. 25]. Più esattamente, sorgeva tra le attuali vie IV Novembre e Mentana, nell'isola 39ª. Per la prima casa, Morigia riconosce a Girolamo Bianchi un danno di 28 scudi, contro i 42 di Valadier. Per la seconda, Morigia largheggia sino a 310 scudi, mentre Valadier si ferma a 250.
Girolamo era figlio di Lucrezia e Filippo Bianchi (deceduto nel 1743), fratello di Iano Planco. Laureatosi in Medicina nel '60, Girolamo fu aiuto dello zio Giovanni, il cui nome rinnoverà nel figlio che gli nasce nel '96.
La casa di Domenico Bertòla era posta nel lato occidentale del vicolo Buonadrata (ora Rizzi), a fianco dell'omonimo palazzo (sede al presente del Liceo Classico «Giulio Cesare»). Quella di Battarra sorgeva nella zona dell'arco d'Augusto, tra le odierne vie Minghetti e Brighenti, allora rispettivamente strade del Perugino (poi Gajana), e del Semolo.
Quella di Bonsi si trovava in via Angherà, lato mare, verso la metà del tratto iniziale, entrando da via Gambalunga.
Numerose erano le proprietà del conte Francesco Garampi, fratello del cardinale Giuseppe. Oltre al palazzo (ora Brioli), che sorge in piazza Tre Martiri, troviamo registrati da Morigia altri quattro edifici: uno abitato «dalli suoi servitori», un altro dato in affitto al calzolaio Giuseppe Carli, uno usato come rimessa (o fienile, scrive Valadier), e l'ultimo abitato da Battista Pari in parrocchia Santa Maria a Mare (nella zona posta fuori delle mura cittadine, verso il litorale, fra Ausa e Marecchia). Su quest'ultima costruzione, i dati di Morigia non concordano con quelli che troviamo in Valadier, che per la stessa parrocchia registra una «casa di Giacomo Fattore di Casa Garampi», e una «casa in un orto del Signor Conte Garampi», ove occorreva «metterci una Catena».
Nelle «Perizie» appaiono cognomi strani: c'è un Antonio Pellagalline accanto ad un Giovanni Bascozza (tasca, nel nostro dialetto). Oppure soprannomi come la Mucchiarella per tale Anna Camuffi, ed una non meglio precisata Morellina (forse si tratta della «povera» Laura Morelli).
Infine, sono registrati anche due ex gesuiti spagnoli, rimasti in città dopo la soppressione del loro Ordine: don Antonio Almanza e don Francesco Morena. Abitavano nella zona a monte dell'arco d'Augusto, nell'«isola» compresa oggi tra i vicoli Montironi, Mangano, Cima e via Santa Chiara.
[Le due «Perizie» citate, sono state pubblicate in E. Guidoboni e G. Ferrari, Il terremoto di Rimini e della costa romagnola: 25 dicembre 1786, SGA, Bologna 1986. Il volume contiene anche un saggio del prof. Angelo Turchini sulla ricostruzione della città, da cui abbiamo tolto le citazioni riportate nel testo. Gli originali delle «Perizie» sono conservati nell'Archivio di Stato di Rimini.]

1786/ La crisi
Rimini 1786. La città fa parte dello Stato della Chiesa che versa in disastrose condizioni economiche. Pio VI (eletto nel 1775) non è riuscito a realizzare le riforme a cui pensava per risanare la situazione. Forze locali e ceti privilegiati lo ostacolano. I Comuni sono pieni di debiti. Nobili e dignitari godono di esenzioni fiscali a cui non vogliono rinunciare.
Stagna l'agricoltura. I pedaggi paralizzano i traffici, isolando tra loro le singole realtà produttive. Aumenta il numero dei poveri: a Ravenna sono seimila su tredicimila abitanti.
La vecchia aristocrazia perde terreno. A Ravenna, tra 1659 e 1731, le proprietà dei nobili sono passate dal 42 al 30 per cento. Avanzano i borghesi. Il fenomeno si accentuerà tra fine '700 ed inizio '800, dopo la bufera rivoluzionaria che parte dall'Ottantanove francese.

1786/ I banditi
Anno memorabile nella città, scrive Carlo Tonini, non soltanto per il terremoto, ma anche per la «numerosa compagnia di fuorusciti e contrabbandieri» (una cinquantina, tra cui parecchi del Riminese), che impegnarono valorosamente «la sbirraglia dello Stato», prima di soccombere. A Ravenna il 13 ottobre, il loro capo Tommaso Rinaldini (della Legazione di Urbino) viene condannato alla forca assieme a Giovanni Baldrati di Castel Bolognese e Francesco Foschi di Cesenatico. Il carnefice fu fatto giungere da Mantova per l'esecuzione, avvenuta il 21. Le teste dei tre banditi vennero esposte a Cattolica, sul confine della Legazione di Romagna. Per altri 14, furono irrogate pene varie.
Il forlivese padre Mariano Minghetti dei Minimi dedicò alle «memorande imprese» di Tommaso Rinaldini un poemetto in tre canti.
Antonio Montanari


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