il Rimino n. 73. Novembre 2001
Storie di guerra di ieri e di oggi.
Da Renato Serra a Maria Grazia Cutuli

Archivio 2016

A l'intérieur de l'Afghanistan, la situation empire pour le million d'habitants qui ont abandonné leurs foyers, AFP, LE MONDE, 3.11.2001.
UNO STRACCIO DI PACE
Messaggio di Emergency
Siamo pericolosamente vicini alla guerra. Questo vuol dire che degli italiani potrebbero anche uccidere dei civili, la maggior parte dei quali donne e bambini e, a loro volta, essere uccisi.
Siamo sicuri che molti di noi non vogliono che ciò accada. Noi vogliamo poter dire che siamo contrari, e vogliamo che chiunque ci veda sappia che siamo contrari alla guerra. Per farlo useremo un pezzo di stoffa bianco: appeso alla borsetta o alla ventiquattrore, attaccato alla porta di casa o al balcone, legato al guinzaglio del cane, all'antenna della macchina, al passeggino del bambino, alla cartella di scuola...
Uno straccio di pace. E se saremo in tanti ad averlo, non potranno dire che l'Italia intera ha scelto la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Sappiamo che molti sono favorevoli a questa entrata in guerra. Vogliamo che anche quelli che sono contrari abbiano voce. Emergency chiede l'adesione di singoli cittadini, ma anche comuni, parrocchie, associazioni, scuole di quanti condividono questa posizione.
Il 26 ottobre 2001 ho scritto a Gianni Riotta:
Leggo nel suo editoriale odierno che «è l'ora degli esami di coscienza per tutti».
Mi permetto di rivolgerle una domanda: perché è stato impossibile a lei, come a molti altri, scrivere le stesse parole l'11 o il 12 settembre scorso?
«E', per tutti, l'ora di svegliarsi», lei conclude. Ma forse perché le operazioni militari hanno un esito "vietnamita", diverso da quello prefigurato?
Un grazie di cuore. Ed auguri di buon lavoro.

Ecco la risposta di Gianni Riotta:
Caro Montanari, purtroppo, e lo dico per anagrafe, sono circa trent'anni che scrivo di sviluppo nel Terzo Mondo. Altro che 11 settembre. Il punto e' un altro. Non si puo' aiutare l'Afghanistan finche' e' retto dalla dittatura Taleban. Quando i villaggi sono stati bombardati dai taleban, per anni con migliaia di morti e un milione di profughi, lei ha sentito alti lai degli intellettuali queruli? Io no. Solo Emma Bonino s'e' battuta, e pochi altri.
Sono fiero di poter dire che La Stampa ha, in prima pagina, denunciato a piu' riprese le angherie dei Taleban contro i profughi, il loro stesso popolo.
Il nodo e': con loro al potere non si muta la situazione. Esame di coscienza per tutti allora: compreso lei e tutti coloro che, purtroppo, pensano di essere i soli ad avere a cuore le sorti del pianeta. Ma quando, come dice Said, sono i tiranni del Terzo Mondo a opprimere i propri, sfortunati, sudditi, tacciono, perche' non sta bene criticare.


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La mia replica:
Gentilissimo Riotta, grazie della sua veloce risposta.
Non credo di essere uno dei pochi che hanno a cuore la sorte del pianeta.
Leggo la Stampa da 40 anni, e seguo lei con molta attenzione.
Mi ispiro soltanto alla massima evangelica: tramutate le spade in aratri.
Se invece di un missile da due miliardi, avessimo spedito due miliardi di aiuti, invadendo di carità quei Paesi, la guerra sarebbe già vinta, gli argomenti dei terroristi svuotati di significato.
Lo scandalo della pace è forse più forte dello scandalo della guerra.
Grazie ancora e tanti cordiali auguri di buon lavoro a lei ed al suo (nostro) giornale.

Infine la risposta di Riotta:
Giusto: ma se non si eliminano i Taleban non ci sara' pace. Servono piu' aiuti, ma lei sa come hanno investito gli aiuti di usa e Ue i taleban (Usa maggiori benefattori?): in armi, non in scuole.

Tam Tama 805. Segnale orario
Sono giorni pieni di granitiche certezze che scivolano con inconsapevole arroganza nell'offesa verso chi dissente. In mezzo a tanti discorsi duri, fa un certo effetto ascoltare il sommesso meaculpa di Emanuele Macaluso: chiede scusa, in ordine, ai militanti del Pci “per non aver detto loro la verità”, ad Aldo Moro per certi attacchi degli anni '60, ed ai compagni del Manifesto espulsi dal Pci nel '69 (la sera li invitò “a essere più cauti”, la mattina dopo votò per la loro radiazione).
Piero Fassino, fra trent'anni, da che cosa si dovrà discolpare? Da bambino ha imparato che la Storia è dura: padre partigiano, con nonno ucciso a bastonate dai fascisti per non voler rivelare dove era nascosto il figlio. Cresciuto, Fassino sostenne che le BR non erano “sedicenti”, non “compagni che sbagliavano”, ma “gente che giocava nella nostra metà campo”. Ha avuto la disgrazia di essere indicato da Berlusconi come “futuro segretario” dei diesse, per cui il Manifesto ha graffiato a piena pagina: “Accontentato”.
Fassino ha detto che i diesse “assumono definitivamente il profilo di forza del socialismo democratico europeo”, in quanto “la contrapposizione tra comunisti e socialdemocratici si è risolta con il crollo del Muro di Berlino”. Ma tra Berlino e Pesaro è trascorso oltre un decennio: evidentemente, nessun orologiaio ha sincronizzato i cronometri politici della Sinistra italiana sul segnale orario di quella europea. Fassino spiega che il riformismo che ha in testa, non è “la destra della sinistra”. Sembra una battuta di Piero Chiambretti, ma alla fine è soltanto una straziante confessione: sinora, non abbiamo potuto fare di meglio.
Un grande commentatore come Stefano Folli sostiene che oggi “la bandiera del riformismo” è saldamente nelle mani del centrodestra. Non rubiamo sul peso. Vi immaginate la lady di ferro inglese, simbolo amato dai nostri governanti, definirsi riformista? Si sarebbe messa a ridere. Il dramma italiano è che nemmeno noi sappiamo quello che siamo, come dimostra Rocco Buttiglione. Con spirito serafico teorizza la vicinanza tra il Papa e Bush: criticando la globalizzazione, il Pontefice vuole correggere le ingiustizie, come fa il “conservatorismo compassionevole” del presidente Usa.
Al Bossi minaccioso per la devolution, Buttiglione manda a dire che la gara non è a tre, con i soli Berlusconi e Fini, ma con tutta la “coalizione a quattro gambe”. A causa dell'età, penso alle Kessler.
Antonio Montanari [il Ponte n. 42, 25.11.2001, Tam-Tama 805]
Tam Tama 804. Patrioti
Adesso che siamo in guerra, Bruno Vespa finalmente sorride e parla d'altro. Per tranquillizzarci.
Ha cominciato proprio mercoledì 7 novembre, giorno del via parlamentare, intrattenendoci sui problemi dei single: Anna Falchi ha spiegato il dramma di aver in casa uno che scombina le scatoline delle creme in bagno. La sera dopo, Giulio Andreotti illustrava le gioie della vecchiaia. Sui giornali è stato invece un trionfo di memorie storiche, all'insegna del com'è bello morire per la Patria.
Quale Patria, pardon? Il campionario è vario, c'è soltanto l'imbarazzo della scelta. Occorrerebbe però metterci d'accordo, almeno su qualche dettaglio. Umberto Bossi, sostenitore tempo fa di Slobodan Milosevic, se la prende con il presidente Carlo Azeglio Ciampi che vorrebbe una bandiera tricolore in ogni casa. I Padani, nei secoli infedeli, pretendono di cancellare almeno il bianco ed il rosso.
L'onorevole Luigi Caruso non arriva sino ai Celti come Bossi, ma si ferma un poco prima: l'intervento italiano in guerra, ha detto, ripara il tradimento operato l'8 settembre 1943 «a danno dei nostri valorosi camerati tedeschi».
Ci sono poi i monarchici nostalgici (vista una bandiera del regno alla sfilata riminese del 4 novembre). Non soltanto rimpiangono e non ammettono le responsabilità del re proprio dopo l'8 settembre, ma accusano persino: la nostra repubblica è «senza leggi e senza democrazia».
Alberto Sordi spiegherà la Storia nazionale nelle scuole medie, con il beneplacito del Ministro dell'Istruzione: i suoi film, in un'antologia da lui stesso curata, faranno molto più di buone letture.
Intanto Giuliano Ferrara accusa Sordi di rappresentare un americanismo «divertente e un po' cencioso degli italiani», sostenuto e diffuso (addirittura!) da Walter Veltroni. Ed il forzista Adornato ammonisce: «non possiamo far finta di essere arabi».
Siamo soltanto quegli italiani che procurano il mal di stomaco a Beppe Severgnini: la nostra cultura, dice, è imbottita di relativismo e «spaccapelismo», infarcita di ma e distinguo.
Per queste colpe, il 50 per cento di noi avanza dubbi sulla guerra, un 20 per cento in più di un mese fa.
E' morto un vecchio italiano, Giovanni Leone. Nel giugno '78 si dimise da capo dello Stato. I radicali, suoi accusatori, gli chiesero scusa vent'anni dopo. Fu «messo alla porta dagli interessi convergenti di democristiani, comunisti, socialisti e laici», ha scritto Stefano Folli.
Anche questo è Patria, baby.
Antonio Montanari [il Ponte n. 41, 18.11.2001, Tam-Tama 804]
Tam Tama 803. Gladiatori
A Mestre, il processo per la morte per cancro di 157 operai del Petrolchimico di Marghera, si è concluso con un'assoluzione.
Per la prima volta il presidente di un Tribunale si è fermato a spiegare al pubblico in tumulto la sentenza, anziché chiamare la Forza Pubblica: c'era l'inquinamento, ma all'epoca dei fatti «non esistevano norme di protezione ambientale». Oggi che le norme ci sono, aggiunge Gian Antonio Stella, il Petrolchimico ogni anno scarica in laguna l'equivalente di ventimila tir di residui.
«Dopo l'11 settembre le persone hanno bisogno di tornare ai sentimenti»: non parla del presidente del Tribunale di Mestre, ma del successo di Albano Carrisi, il direttore di Retequattro dopo che il cantante ha battuto Carlo Conti e il suo Gladiatore di Raiuno, strangolandolo già piegato da ripetuti insuccessi.
Conti ha trovato immediatamente un erede, Umberto Bossi che il 2 novembre sera su Odeon ha trattato di extracomunitari («Questa è casa nostra, loro a casa loro») e di Europa («E' governata da burocrati non eletti da nessuno»). Chiedo a Berlusconi e Fini: Bossi dimostra la stessa raffinatezza concettuale in Consiglio dei ministri? Nel caso, la condividono?
Il presidente Ciampi ha detto che l'Europa è stata sempre la Stella Polare della nostra politica estera. Evidentemente Bossi non conosce il cielo, o come donna Prassede scambia per cielo il proprio cervello.
Secondo Giovanni Sartori, risulta che Ciampi «è in disagio, che non è contento della piega presa dagli eventi». Al Quirinale, possono procurare al presidente la cassetta del gladiatore lumbard, già noto per certe teorie sull'uso igienico del tricolore?
Giuseppe De Rita ha spiegato che è irrealizzabile ogni «monoteismo culturale», che è «quasi monomaniacale» il primato di un «pensiero unico che fonda tutto sull'economia».
Jeffrey Sach, docente americano di Economia e sostenitore della cancellazione del debito per i Paesi poveri, sostiene: «I confini devono essere aperti anziché chiusi militarmente», ci vuole una globalizzazione «buona» che favorisca «il dialogo e la comprensione nel rispetto delle culture».
Giovanni Maria Flick auspica «un po' meno disuguaglianza nella distribuzione delle risorse». Un ex presidente dell'Iran accusa: per la droga prodotta, nei Paesi poveri resta soltanto un ventesimo, «il resto è riciclato nell'economia occidentale».
Bossi scherza col fuoco, si finge pompiere ma fa l'incendiario. Non ce n'è proprio bisogno. Antonio Montanari [il Ponte n. 40, 11.11.2001, Tam-Tama 803]
Tam Tama 802. Piu' o meno
La Giustizia è uguale per tutti. Più o meno. Lo dicono all'unisono in tre, da sponde opposte: in ordine alfabetico, Berlusconi, Fassino, Violante.
Dalla Prima Lettera del Cavaliere agli Avvocati riuniti a Firenze: in passato ci sono state «indagini senza riscontri» e «condanne senza prove».
La tendenza autobiografica non è soltanto degli scrittori romantici.
Fassino sul Foglio di Giuliano Ferrara e Veronica Lario Berlusconi, rifiuta la «concezione ultragiacobina» che certi amici («compagni»?) della rivista Micromega hanno «del rapporto tra politica e giustizia». Ed elogia il coraggio di Craxi del 1992 nel denunciare alla Camera il finanziamento illecito dei partiti. (Di Pietro intanto chiede conto di un miliardo sparito del Pds.)
Violante: bisogna «favorire una ripresa civile del Paese», niente tentazioni giacobine da parte nostra, niente attacchi ai magistrati dalla maggioranza.
Arrivando sino ai giacobini, si salta comodamente il momento intermedio del comunismo. Non quello attuale che procura incubi notturni del Cavaliere, anche dopo gli abbracci di Putin. Ma quello d'un tempo raccontato pure da un libro fresco di stampa, lettere inedite di Antonello Trombadori, un rosso rompiballe pure da morto.
La sera del 26 febbraio 1990 egli cena con due colleghi di partito. Discutono su cosa sarebbe accaduto se il Pci fosse andato al potere dopo il '45: chi tra loro si sarebbe trovato dalla parte dei «fucilati e chi dalla parte dei fucilatori»? La mattina dopo Trombadori mette nero su bianco le sue riflessioni. Il figlio commenta: «Penso che non escludesse di poter capitare anche nelle file dei fucilatori». Definendosi comunista e non giacobino, suppongo.
Sergio Romano sostiene che «l'Italia è stata per molti anni pericolosamente vicina ad una rivoluzione giudiziaria» predisposta dalla Sinistra che ora si serve della stampa internazionale per attaccare il governo. Così Berlusconi appare ad «una parte della opinione pubblica europea, un piccolo Milosevic». C'è stata in Italia una via giudiziaria alla politica, l'ho scritto altre volte. Ma non dimentichiamo la corruzione.
Oggi processano in tv l'ex-magistrato Di Pietro, con Vespa presidente del Tribunale Popolare. Forse per cancellare la memoria dei reati?
Sulle rogatorie svizzere al processo Toghe sporche, rese inutilizzabili dal Parlamento, la procura milanese ha ottenuto da Berna un attestato di autenticità. Berlusconi e Cesare Previti restano imputati. Più o meno.
Antonio Montanari [il Ponte n. 39, 4.11.2001, Tam-Tama 802]
Diamante Garampi ed altre pagine
di storia della condizione femminile nel 1700

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Tempio, il sorriso del saggio
Tempus loquendi, tempus tacendi

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Le donne combattono la fame
Scene di miseria durante la «grande guerra»
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«La guerra non cambia niente»
Dolori nella Storia e desiderio della Verità nel '900 letterario italiano

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Non basta la [email protected]
Che barba (la Storia!)
Aumentano i barboni italiani, soprattutto fra i giovani. Sono i clochard, gli homeless, i senzatetto. Li hanno battezzati così nel secondo dopoguerra per la loro abitudine di non curare l'onor del mento. Che invece era abbondantemente obbligatorio nell'Afghanistan talebano, per via di una sentenza (hadit) di Maometto: «Lascia la barba e regola i baffi», compromesso tra ascetismo e salvaguardia delle attività artigianali. Da noi i barbieri, secoli fa, avevano altre pretese, lavoravano da chirurghi, senza reciprocità di mestieri con i colleghi.
Dal 13 novembre, forbici al lavoro a Kabul, finché dura la libertà (anche di radersi). Racconta Igor Man: «Che strano: dopo l'8 settembre i soldati che avevano smesso la divisa e s'erano rifugiati in Roma si facevano crescere la barba, ingenuamente convinti di salvarsi, così, dai tedeschi a caccia di ‘disertori badogliani'».
Il capello ha segnato la Storia. I gentiluomini europei sino al 1789 hanno indossato parrucche od elaborato trecce con fiocco (il codino). Oggi codino e parruccone indicano chi ha mentalità retriva o reazionaria, resta fedele al passato e rifiuta il nuovo. Ma i giudici inglesi portano tuttora parrucche in tribunale, ed i codini sono un uso elegante che da sportivi, attori o cantanti è passato a gente normale (i cinesi li hanno avuti sino all'inizio del secolo XX).
I capelli alla marine li chiamavamo all'Umberto (primo, re d'Italia). I barbudos a Cuba erano i seguaci di Fidel Castro.
I primi capelloni nostrani furono considerati i rivoluzionari degli anni Sessanta, parenti stretti dei teppisti. Qualche musicista od artista li ha salvati dall'infamia. Capello proprio e pregiudizio altrui. [a. m.]

Non basta la [email protected]
Asimmetrie mentali

Quando non sappiamo spiegare una cosa nuova, prendiamo una parola vecchia e la rigeneriamo. Dopo l'11 settembre c'è stata la necessità di etichettare la reazione militare alleata al terrorismo. Bush per primo ha avuto le sue incertezze: per tranquillizzarci, dalla crociata è passato alla libertà duratura.

Si parla di guerra giusta, lecita, necessaria. Persino intelligente, grazie alle armi usate. I morti accidentali ci sono perché stavano lì dove dovevano arrivare il missile o la bomba che sono innocenti, oltre che intelligenti.

Questa guerra, dicono, è asimmetrica: i contendenti non agiscono allo stesso modo, non c'è esercito contro esercito, ma si deve reagire alla diabolica fantasia del terrorismo invisibile.
Enzo Bettiza ha scritto che pure l'Europa è asimmetrica, perché "alla guerra asimmetrica stiamo dando risposte asimmetriche". Siamo infatti divisi in due: in primo piano l'Occidente atlantico (Londra, Parigi, Berlino), e nelle "retrovie di scarto l'Occidente mediterraneo e scandinavo" che non sa come comportarsi.
L'Europa dunque, secondo Bettiza, dovrebbe seguire compatta la politica di Bush. E se la stessa guerra giusta, lecita fosse asimmetrica non soltanto verso il nemico ma nella sua essenza, fosse cioè condotta male rispetto ai fini che si prefigge? (Intanto si ritorna a parlare di consiglieri militari da inviare in Afghanistan, come per il Viet-Nam.)<
Non basta inventare formule per spiegare il mondo. Noi avemmo le convergenze parallele, uno sproposito logico e geometrico, una strategia politica che ad Aldo Moro costò la vita per mano delle BR le quali vollero essere asimmetriche rispetto al sistema democratico: loro lo definivano "bloccato", come fecero pure alcuni smemorati politici dopo la fine del terrorismo. [a. m.]
Le precedenti puntate di Basta la parola si leggono qui
La morte di Maria Grazia Cutuli
Ho inviato a Ferruccio De Bortoli questo e-mail:
Illustre De Bortoli.
Le siamo vicini, da antichi lettori del Corriere e da estimatori della Sua direzione, in questo tragico, doloroso momento per la scomparsa di Maria Grazia Cutuli che ogni mattina entrava nelle nostre case con acute corrispondenze di guerra.
Il nostro pensiero va ad un sacrificio compiuto, come Lei ha oggi ben sottolineato, in nome di quella liberta' di stampa che lo rende simbolico e nello stesso tempo da non dimenticare perche' mai possa tornare anche nelle nostre contrade quella barbarie di cui la Sua inviata e' stata vittima.
Un saluto a tutta la grande famiglia del Corriere che da cento anni entra nella nostra famiglia.
Antonio Montanari
Ecco la riposta ricevuta:
Grazie di cuore.
Ferruccio De Bortoli

[email protected]
Aziza. Sette anni. Tubercolosi. Anemia cronica. Piaghe sui piedi. Ad Aziza schiava afghana di sette anni, costretta a lavorare in una fabbrica di mattoni, ha dedicato un servizio Patrice Claude su Le Monde.
L'articolo e' stato ripreso dalla Stampa del 24 ottobre.

«L'Italia intera si va allegramente biscardizzando, elevando la furbizia a regola del vivere civile».
Aldo Grasso

«Berlusconi ha vinto perche' incarna alla perfezione lo spirito e il Dna della stragrande maggioranza degli italiani che e' permeato di individualismo sfrenato, di furbizia, di assoluta mancanza di senso dello Stato ».
Mauro Sabellico, lettera al Corriere della Sera
E-mail dalla Spagna: Javier de Lubelza
Da: "javier lubelza" <[email protected]>
Data: Tue, 23 Oct 2001 16:34:14 +0200
A: <[email protected]>
Gentile signore
Mi chiamo Javier de Lubelza, cercando il indirizo della mia sorella ho trovato,il vostro web che parla di E. de Lubelza, e mi piacerebbe habere un po di informazione al rispetto, perche con questo cognome solo ha rimasto la mia linea, e non sappiamo chi è? forÇa e un gesuita, ma non siamo securi.
Si potrebbe essere cosi gentile, da dirme cualcosa, si lo ringraziarebbe tanto.
Javier de Lubelza

-----Mensaje original-----
De: Antonio Montanari [mailto:[email protected]]
Enviado el: martes, 23 de octubre de 2001 21:31
Para: Javier Lubelza
Asunto: Emanuele De Lubelza

Gentile signore.

Emanuele De Lubelza di Cadice era un gesuita. Rifugiatosi in Romagna dopo la soppressione dell'Ordine.
Rispondo molto volentieri alla vostra richiesta di informazioni con questa breve scheda.

Si hanno poche notizie sul canonico Emanuele De Lubelza di Cadice.
Egli visse a Savignano di Romagna (ora Savignano sul Rubicone) alla fine del 1700. [Savignano è lungo la via Emilia a metà strada tra Rimini e Cesena. La Romagna è la regione geografica in cui si trovano Rimini, Cesena e Savignano.] Nel 1700 Savignano era un centro culturale di un certo valore, anche se il paese era molto piccolo.
Emanuele De Lubelza fu maestro di Filosofia, ed insegnò gratuitamente.
Ebbe allievi diventati importati nella storia della cultura italiana.
Dalle cronache della città di Cesena (dove si trova l'antica Biblioteca Malatestiana), si sa che nel 1793 i sacerdoti ex-Gesuiti residenti nella stessa Cesena erano 36. Per la festa dell'Immacolata concezione, patrona della Spagna e delle Indie, essi si riunirono con Emanuele De Lubelza che celebrò la funzione religiosa a Cesena, mentre Giovanni Ossuna da Cordova pronunciò un'orazione sulla situazione europea. Anche Ossuna abitava a Savignano.
Nel 1789, Emanuele De Lubelza aveva cominciato a pubblicare in Cesena le «Notizie politiche» che raccoglieva da tutt'Europa.
Come si vede, dalle poche notizie che si rintracciano, possiamo ricavare l'idea di un importante ruolo culturale e politico svolto da Emanuele De Lubelza in Romagna, in un momento fondamentale della Storia europea.

Mi auguro di essere stato chiaro. Se ci sono problemi di comprensione della lingua o del mio scritto, chiedetemi pure i chiarimenti necessari.
Cordialità, lieto dell'incontro via web.
Antonio Montanari
***
Sonno Javier de Lubelza, ho riccebutto il vostro e-mai.
Grazie mille, per che prima non conoscebamo niente da lui, da solo che che alla fine del settecento era un gesuita, ma anche non habbiamo sapputo niente di piu, per che cualche volta cualche gesuita di San Fedele (Sede milanese dei gesuitti) habeba detto della essistencia da questo gesuita. E un dato importante per che vuole dire che il nostro cognome habeba fatto il cambio in quel periodo, per che Lubelza, è una deformazione da la lingua euskera (il suo significato è: "Terra nera") per che è procedente da Navarra, dal valle da Baztan da dove i gesuitti hanno grande influenza.
Altre volta li ringrazio tanto
Javier de Lubelza
November 7, 2001


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