Gianni Quondamatteo (1992)

Gianni Quondamatteo è morto a 81 anni. All'attività politica e di funzionario pubblico, aveva affiancato un'intensa e fortunata ricerca culturale, come scrittore e pubblicista.
Partigiano, negli ultimi mesi della guerra, nella primavera del '45, aveva collaborato con la Radio dell'Ottava armata, con editoriali poi raccolti in «Storie e storia», rivista del locale Istituto storico della Resistenza. L'anno successivo, diresse «Città nuova», che aveva come sottotitolo «periodico di ricostruzione del medio Adriatico». Erano gli anni dell'impegno politico nel Partito comunista, che lo portò ad essere il primo sindaco dopo la Liberazione a Riccione, dove in seguito dirigerà l'Azienda di soggiorno.
Nel 1962, pubblica tutte le poesie di Giustiniano Villa, assieme a Luigi Pasquini: due scrittori tanto diversi per le loro idee, si ritrovano uniti da un interesse culturale ed umano, per studiare e riproporre un mondo definitivamente scomparso, che però rivive nella dignità del dialetto, in cui è testimoniato vivacemente il mondo contadino ritratto da quelle zirudele.
Nel '60, sempre con Pasquini, aveva curato presso Garzanti i «Mangiari di Romagna», avendo come collaboratore anche Marcello Caminiti (direttore dell'Ente provinciale per il turismo di Forlì). «Mangiari» gustosi non soltanto per le ricette, ma soprattutto per la sapienza letteraria con cui esse venivano presentate, a far il quadro di una civiltà del cibo che era pure storia di una terra.
Negli anni successivi, assieme ad altri studiosi locali, si dedica ad un'intensa indagine sulla cultura e sul dialetto che poi condensa in una serie di volumi importanti e fortunati: «Tremila modi di dire dialettali in Romagna», «Dizionario romagnolo ragionato» in due volumi, «Romagna civiltà» (anch'esso in due parti, Cultura contadina e marinara, e Dialetti, grammatica e dizionario), «Cento anni di poesia dialettale romagnola» (assieme a Giuseppe Bellosi), «E Viaz», racconti e fiabe della nostra terra.
Il contributo dato da Gianni Quondamatteo agli studi romagnoli resterà un punto fermo per ogni ulteriore approfondimento. La sua idea di scavare attorno alle parole, per trovare in esse le testimonianze della vita e della storia, non era frutto di una divagazione o di un rimpianto del tempo passato, ma della volontà di offrire una testimonianza del mondo e della società come costruzione fatta da tutti gli uomini, anche i più umili. C'era il desiderio di far rivivere attraverso il dialetto tante storie di «vinti» che avevano visto la vita troppo spesso come sofferenza e sopraffazione. Non era un discorso soltanto politico, ma soprattutto umano.
Per lavorare ai suoi libri, si ritirava sovente in campagna, dove suo fratello Curzio lo raggiungeva in bicicletta: «Lo e scriv, e me a i faz da magné». Lui scrive, e io gli preparo il mangiare, diceva Curzio che, dopo averlo seguito con tanta amorevole cura in vita, lo ha preceduto nella morte, di pochi mesi.
All'ultimo saluto tributato a Riccione (dove è stato sepolto), a Gianni Quondamatteo, nessuno rappresentava ufficialmente la città di Rimini, in cui egli era nato e vissuto. Come da copione. Perché scandalizzarsi, Rimini è cosi.
[Il Ponte, n. 5, 2.2.1992]

Antonio Montanari
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