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Le donne combattono la fame
Scene di miseria durante la «grande guerra»


Il canonico Amedeo Polverelli, nei suoi «Ricordi» licenziati alle stampe l’8 dicembre 1976 per celebrare (il successivo 2 aprile) i cinquant’anni di sacerdozio, parla brevemente della vita in Seminario durante la prima guerra mondiale: «Non sto a raccontare le vicende di quel periodo doloroso. Ricordo soltanto che ho sofferto letteralmente la fame (c’era la razione del pane). Quando potevo avere un po’ di pane ammuffito, rimasto ai miei compagni di campagna, facevo festa, come se si fosse trattato di un panettone Motta».

Sono poche parole, ma sufficienti a comprendere quale dramma fosse allora, per la maggior parte della popolazione, quello di rimediare qualcosa per riempire le bocche della stragrande maggioranza delle famiglie. Fu un dramma collettivo che colpì soprattutto quanti erano a casa con mariti e padri al fronte.

Lo scoppio del conflitto europeo, nell’estate del 1914, fa aumentare i prezzi, diminuire molte delle merci, produce inflazione: i soldi valgono sempre meno. Il governo proibisce di esportare il frumento ed altri prodotti necessari all’approvvigionamento della popolazione. Le banche sono autorizzate a rimborsare soltanto il cinque per cento dei depositi, per fermare la corsa agli sportelli da parte dei risparmiatori in preda al panico. Il 18 ottobre 1914 il governo riduce temporaneamente i dazi doganali sui cereali e le farine. Il 31 gennaio 1915, quando la situazione economica interna si aggrava e ci sono agitazioni popolari contro il caroviveri e la scarsità del pane, si decide l’abolizione provvisoria dei dazi per cinque mesi. Ma il decreto è prorogato ogni sei mesi, dopo l’entrata in guerra.

Molti emigrati fanno ritorno in patria, e diventano disoccupati. Aumentano il prezzo del carbone (fornitoci dalla Gran Bretagna), ed il costo delle materie prime necessarie alla nostra industria, costretta in un primo momento a diminuire o ad interrompere la produzione. Poi sul finire del 1914, i preparativi di guerra e la richiesta di merci da parte dei Paesi belligeranti, fanno riprendere la produzione.

Nelle campagne, il peso del lavoro ricade sulle donne e sui bambini: gli uomini validi sono tutti al fronte. All’atto della chiamata alle armi, li hanno illusi prospettando la distribuzione di terre, una volta conclusa la guerra. Quando tra il 1919 ed il ‘20 ci sarà la rivolta contadina che porterà all’occupazione dei latifondi, anche sull’Italia sembrerà allungarsi l’ombra della rivoluzione sovietica, comodo alibi per le scelte future di chi respinge le rivendicazioni popolari. Aldilà del modello leninista, il malessere ha però cause tutte nostrane: «Il malcontento nelle campagne era dovuto specialmente al fatto che il governo manteneva scarsa fede alle promesse, fatte durante la guerra», appunto quella «di assegnare terre ai contadini poveri» (G. Carocci).

Le donne non lavorano soltanto. Protestano anche. Soprattutto di lunedì, quando «si trovavano riunite per riscuotere i sussidi governativi alle famiglie dei richiamati: allora il malcontento individuale diveniva collettivo e sboccava in atti di ribellione aperta» (G. Candeloro).

Molti dei soldati che vanno a casa in licenza non tornano a combattere. Alla fine del conflitto, si conteranno 162 mila denunce per diserzione, con 101 mila condanne, delle quali 4.208 a morte (2.967 pronunciate in contumacia, 311 non eseguite e 750 eseguite). Tra il 24 maggio ed il 30 novembre 1915, in guerra si registrano 62 mila morti e 170 mila feriti, su un milione di mobilitati. Alcune migliaia di migliaia di soldati muoiono di tifo e di colera.

Nella primavera del ‘16, a Rimini domina un’atmosfera che Liliano Faenza definisce «cupa, sfiduciata»: «In campagna la sfiducia, a volte, mutava in un rancore sordo, disperato». La causa: «La guerra aveva superato la durata prevista di pochi mesi; non si era conclusa nel giro di un anno al massimo». Nella primavera di due anni dopo «L’Ausa» riferisce che «in una località vicina a Ponterotto è un accorrere continuo di gente, perché una bambina parla di una strana apparizione di una donna la quale predice l’avvenire». Nel Cesenate è accaduto un fatto simile, ricorda il foglio cattolico, ed ha avuto una conclusione giudiziaria: i responsabili delle ’profezie’ sono stati condanni a dieci mesi di carcere.

Giancarlo D’Orazio ha raccolto, in un volumetto intitolato «I casanoli di Romagna» (1995), la biografia di un uomo come tanti, Giuseppe Dell’Ospedale che quando scoppia la guerra non ha ancora tre anni, e suo padre è al fronte: «Rammenta il freddo terribile con tanta neve, che scendeva tutti gli inverni e le piccole finestre, senza vetri, con i battenti esterni sconnessi e la neve che filtrava e cadeva sui letti», in quella «piccola capanna tutta a pianoterra di Agello, composta da due camerine, una cucina, e una piccola stalla con un solo vitello, quando c’era».

I letti avevano materassi ripieni di foglie di granoturco. «Solo ai più piccoli veniva infilato il prete con la suora di coccio e dentro due pezzi di carbonella che mitigassero un po’ il gelo delle lenzuola».

Aurelia, nonna di mia moglie, nel 1915 ha un bambino di due anni (dopo averne persi quattro per gastroenterite). Anche lei ha il marito in guerra. Per vivere va a lavorare alla corderia di Viserba, tutte le mattine, portandosi dietro una piada che prepara e cuoce prima di avviarsi alla fabbrica, accompagnata da un vecchietto vicino di casa. Un giorno si sveglia tardi, e non fa in tempo a farsi la solita piada. Al mezzogiorno, alla corderia, si accuccia in un angolo piangendo. Le compagne scoprono il perché, e sono loro a darle una parte del loro cibo. Non aveva mai mangiato tanto.

Un giorno la suocera dell’Aurelia ruba al vicino di casa un pollastrino da cuocere per il nipote: «L’è un raztin, ma nu dì gnint a la ma», è un uccellino ma non dir niente alla mamma. Invece il bambino alla sera glielo dice all’Aurelia, «l’è ilé e’ raztin». E indica il materasso di foglie di granoturco dove la nonna aveva nascosto l’avanzo del mezzogiorno. L’Aurelia dette furtivamente un morso al «raztin», prima di nasconderlo nuovamente nel materasso.

Torno al libretto prezioso di D’Orazio: «I casanoli erano forse l’ultima categoria di lavoratori, al di sotto degli stessi mezzadri che pur vivendo una vita magra come quasi tutti nella bassa Romagna collinare, almeno avevano la sicurezza di una casa e di parte del raccolto; sicurezza finché c’erano braccia sufficienti; quando queste venivano a mancare, il padrone della terra faceva presto a mandarli via. E diventavano a loro volta casanoli, o peggio ancora, vedove dai molti figli esposti alla pubblica carità».

Su quegli anni, don Michele Bertozzi ha raccontato a Maurizio Casadei, parlando di don Giovanni Montali: «C’era la legge che i padroni, se gli uomini erano al fronte, dovevano mandare operai sul podere, e pagarli loro. Erano cose che non succedevano. I padroni non le facevano. Diverse volte Don Montali è intervenuto, e per convincere i padroni con le buone, col ragionamento, e certe volte anche con le cattive, però non saprei precisare quali fossero queste cattive, se in termini di legge oppure se alzava semplicemente la voce; comunque so che diversi ricordavano di quello che ha fatto in tempo di guerra a favore dei contadini e di questa povera gente che si trovava proprio con l’acqua alla gola, perché quasi tutti gli uomini erano sotto le armi, a casa rimanevano solo le donne o qualche mezzo inabile. La situazione dei contadini era praticamente disperata».

Don Giovanni Montali era nato nel 1881 nel Comune di Santarcangelo (a Canonica), in ambiente contadino, fatto di miserie e malattie (la più diffusa era la pellagra, per l’eccessivo uso di polenta nell’alimentazione): i casanti o casanoli vivevano soprattutto nella zona alta di Santarcangelo. «L’Ausa» nel 1897 aveva descritto le loro condizioni: «miseria estrema, squallore ributtante».

Questa pagina si legge anche qui, qui e qui, e da il Rimino. Dossier con la storia del 1900.

Antonio Montanari
"il Ponte", 2001 e 2019
pagina 574, rev. grafica 30.10.2019/01.11.2019