Antonio Montanari
2008, "mafia" cestinata

Lettera cestinata dal "Corriere di Rimini" nell'agosto 2008.
«Presidente della Provincia e sindaco di Rimini si sono detti notevolmente preoccupati per notizie che "configurano un quadro di infiltrazione malavitosa in diversi settori del tessuto economico-imprenditoriale" locale. Ma il problema non è nuovo, come documentano alcuni dati "storici". Nel 1993 il presidente dell’Antimafia, Luciano Violante, dichiara: "La mafia in Riviera ha vestito i panni puliti della intermediazione finanziaria, ma è ben presente". Gli usurai hanno "i colletti bianchi": a gennaio sono stati eseguiti nove arresti, e quattro società dal credito ‘facile’ sono finite sotto inchiesta con l’accusa di truffa ed associazione a delinquere. Nel 1994 il prof. Giancarlo Ferrucini, occupandosi del "balletto dei fallimenti", ipotizza che vi sia interessata anche la mafia, con quelle infiltrazioni denunciate dalla Commissione parlamentare antimafia, che "potrebbero attecchire più facilmente nei settori dell’abbigliamento e della ristorazione, dove fra l’altro si verificano frequenti turn over nella titolarità delle aziende". Nello stesso anno il senatore Carlo Smuraglia, estensore per la Commissione antimafia del dossier sugli insediamenti mafiosi in "aree non tradizionali", spiega che "in Romagna è ben presente la mafia che lavora in camicia e cravatta, quella che è più difficile" da combattere rispetto a quella che spara e prepara stragi. Sempre nel 1994 la sezione riminese della "Rete" che fa capo a Leoluca Orlando, in occasione dell’assemblea nazionale tenutasi a Riccione, lancia pesanti accuse alle Giunte di sinistra che avrebbero sottovalutato il fenomeno mafioso in Romagna. Dicembre 2005, infine. Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso spiega: anche per Rimini vale il principio che il denaro si accumula al Sud e si investe al Nord".»
Antonio Montanari


ARCHIVIO
Tama 1025, 30.01.2011
Nostre mafie, scritto dal 1990

Un recente volume di Enzo Ciconte racconta la 'Ndrangheta padana dal 1990. Rimini, pur essendo in Romagna e non in Lombardia, rientra in quel discorso proprio dal 1990, anno in cui nel Ponte pubblicai alcuni articoli relativi al tema, come risulta anche dal mio libro (1997) sul nostro giornale fra 1987 e 1996 (pp. 119-121).
Appunto per il 1990 scrivo: "La droga che arriva in Riviera è collegata alla camorra di Napoli e Milano". La Polizia di Bologna non ha dubbi: "Sulla Riviera romagnola sono sempre più numerosi i tentacoli delle organizzazioni criminali siciliane. La mafia investe sulla costa". E Rimini era diventata base per il riciclaggio di denaro "sporco", e nascondiglio per latitanti e banditi accusati di feroci rapine. Secondo il magistrato riminese Roberto Sapio, aggiungevo, la nostra città aveva avuto un passato "di smistamento della droga e di possibile riciclaggio del cosiddetto denaro sporco".
Il Questore di Forlì non era d'accordo: "La presenza di qualche latitante oppure di banditi siciliani non significa che la mafia sia radicata in Riviera". Nel Tama 362 (settembre 1990) gli indirizzai una lettera aperta, partendo dalla sua solita battuta che Rimini non era Palermo: "Lei sostiene che fenomeni mafiosi, da noi, non esistono. Nessuno può darle torto, anche se molti nutrono forti dubbi in proposito. Tutto sta, forse, nell'intendersi sulle parole. Mafia, camorra, 'ndrangheta sono marchi registrati di cui è vietata l'importazione? Oppure sono tendenze, 'suggerimenti' che qualcuno potrebbe raccogliere e poi sviluppare a proprio piacimento? [...] Il suo ottimismo, signor Questore, non sembra venir meno neppure davanti al fenomeno della criminalità organizzata: che esiste, e lei lo ammette, ma per tranquillizzare tutti noi, quasi a volerci fornire una camomilla per via giornalistica, lei precisa sùbito che di piccola criminalità si tratta, non di quella grande, presente in altre parti d'Italia".
Passiamo ai nostri giorni. Nel maggio 2010 Andrea Gnassi, a proposito di mafia e camorra in Riviera, parla del rischio di "fatti evocati e denunciati ma difficilmente rintracciabili". Gli ricordo che il sen. Carlo Smuraglia (Pds) della Commissione antimafia già nel 1994 aveva spiegato: "In Romagna è ben presente la mafia che lavora in camicia e cravatta", più difficile da combattere di quella che spara. Smuraglia fu estensore per la Commissione antimafia del dossier sugli insediamenti mafiosi in "aree non tradizionali". [1025]
[Andrea Gnassi ha vinto a dicembre 2010 le primarie del Pd per le prossime amministrative di Rimini.]
Rimini 1991. Appunti di cronaca (nera) apparsi sulla mia rubrica “Tama”(404) ne “il Ponte” (n. 30) di Rimini.
«Rimini è terra di libertà, ma non di trasgressione. È la terra degli incontri, della convivenza civile, del rispetto dei diritti». Così la pensa il nostro sindaco, Marco Moretti.
Dalle parole ai fatti. Ore 3 dell'8 agosto. Ragazzi lombardi, in discoteca, attaccano lite con coetanei napoletani. L'esibizione prosegue in strada. Luca Scio, 16 anni, uno skinhead (testa rasata), figlio di immigrati meridionali a Milano, viene ucciso con un colpo al cuore. Movente, si racconta, una lite sul calcio. Testimoni riferiscono le solite frasi razzistiche. Sembra che i milanesi abbiano offeso Maradona. Al di là dello sport, c'è la divisa degli skin: svastiche, teschi, giubbetti neri, un antiquariato inequivocabile. Sul luogo del delitto scrivono: «Qui è morto un eroe».
Commenta il prof. P. Fabbri: «Rimini ha ancora un turismo anni '20, legato ad un ritmo di vacanze immutato, e presenta la faccia e i rischi della grande metropoli». Scrive il prof. G. Proni: «Anche a Rimini, la violenza è ovunque, nel corpo bello, nella macchina più costosa... Un contrario rifiuta tutto questo. Con la testa rasata maschera la sua debolezza. È più facile picchiare la gente che sopportare la quotidianità incolore e misera».
La gente si sfoga sui giornali: «A Rimini è il caos. Ormai è diventato pericoloso viverci». Ma Riccione non è diversa: la dc locale sostiene che «la baldoria che dura 24 ore su 24 costringe la famiglia in vacanza all'assedio».
A Rimini, di notte, sono danneggiati gli stabilimenti balneari. In un'intervista al TG3, un ragazzo spiega: «Noi giovani dobbiamo pur sfogarci...». Sul lungomare, di sera qualcuno si diverte a sfregiare le vetture in sosta con un coltello, da un'auto in corsa.
Ma tutto il mondo è paese. In Liguria, la polizia deve presidiare i treni notturni per la Riviera. A Jesolo, è nato un comitato contro il degrado e la violenza. In una rissa notturna 10 feriti, c'erano anche soldati Usa, e per terra pugnali.
Torniamo a Rimini. Dopo la bomba del 9 agosto alle poste di via Campana, il governo ci promette superpoliziotti. Il 12, altri tre skin milanesi di 17 anni feriscono un vuccumprà senegalese, a Misano. Arrestati a Miramare, sei ragazzi milanesi, per rissa con coltello. A Bellaria, due bresciani "corteggiano" ragazze al grido di «Vi sgozziamo». Nella notte tra 17 e 18, a San Mauro, sparatoria dalla solita "Uno" bianca contro tre senegalesi: due morti. E a Viserbella, una molotov colpisce la "Ritmo" dove dormiva un tunisino.
Ma stiamo tranquilli. La nostra è «terra di libertà, non di trasgressione». Lo Stivale ci guarda e sempre più ci rassomiglia, secondo M. Deaglio («La Stampa»,18.8): «Invece di sentirsi liberi, contenti e appagati, gli italiani del "modello Rimini" stanno scivolando lungo una cupa china di violenza».
Passiamo alla puntata 407 sempre del 1991, “il Ponte” n. 33. Ecco che cosa scrivevo.
Tre ventenni milanesi, pericolosi criminali, nei mesi estivi avevano spostato la loro base a Rimini, dove vendevano hashish con criteri manageriali. Il sindaco Micucci di Cattolica accusa due o tre camorristi napoletani di grosso calibro, che nel suo Comune «muovono e coordinano decine di malviventi di mezza tacca», mentre appaiono «segnali ben più inquietanti, tipici del racket». Il sindaco Fabbri di Bellaria parla di «investimenti poco chiari» nel turismo, e di «qualche tentativo di racket sùbito isolato». A Rimini, secondo il capogruppo pds Chicchi, siamo soltanto al «possibile ingresso della malavita». Da Cattolica, il capogruppo pds Gabellini ammette: «La malavita organizzata sta rafforzando le radici».
Il racket c'è a Catania, a Milano e a Cattolica. Rimini si defila sempre. A Riccione, ignoti hanno bruciato a giugno, in una settimana, quattro ville. Il sindaco Pierani sostiene che «i problemi a lungo termine si chiamano estorsioni e ordine pubblico» e che, dopo quegli incendi, «è inutile chiudere gli occhi di fronte a questa realtà». Paolo Bacillieri ha venduto il suo night: «L'ambiente è ora troppo brutto».
Di ville a fuoco, ne sono andate tante in Versilia, da dove è giunta poco tempo fa un'alta autorità di Rimini, rassicurandoci che sulla quella costa tutto era tranquillo. In 16 mesi, ci sono stati sei vittime nello scontro tra bande attive in droga, azzardo e prostituzione.
A Rimini, la consigliera "verde" Venturini denuncia un complotto per eliminarla: avrebbe ispirato Servadei e Piro nelle denunce «sull'intreccio tra malavita e politica». Anche Piro ha ricevuto equivoche attenzioni.
A Rimini, esistono due scuole di pensiero. Chi dice che non accade nulla. (È una congiura del silenzio «per paura di perdere voti», secondo il giudice Sapio). E chi dice che il marcio di Rimini non c'è a Viareggio (il semiologo G. Proni). La terza corrente (G. F. Dasi) s'interroga sul «Carlino» se sia meglio Pippo Franco o Alba Parietti. Lui, dice Dasi. Ad alzare il tono, dopo aver alzato il tiro, ci pensano i killer della Uno bianca che telefonano a Sapio suggerendogli di leggersi (in vacanza) un racconto di E. A. Poe. Sapio, dopo aver invocato, per i misteri della via Emilia, una manciata d'investigatori dalla normale intelligenza, pensa ora ad un semiologo. Pierani forse pensa che, ottenuta Miss Italia, Riccione si meriti un sindaco senatore. L'aria intanto è rinfrescata.
Dalla puntata 413 (sempre 1991), “il Ponte” n. 39.
Quando si dice il caso. Sabato 26 ottobre, mentre il «Corriere della Sera» intitolava in prima pagina: «Attacco alla mafia», le cronache locali avrebbero potuto riassumersi con un: «Attacco della mafia». Il giorno prima, infatti, sull'A-14 tra Rimini e Cesena, erano stati rivenuti i corpi, nascosti nel bagagliaio di una vettura abbandonata, di due persone uccise a colpi di pistola alla nuca.
Le vittime, entrambe di 36 anni, erano domiciliate a Rimini: Agostino D'Agati era stato arrestato due anni e mezzo fa, a Palermo (dove era nato), assieme al futuro pentito Totuccio Contorno. Venne poi trasferito a Rimini dove, scaduti i termini di custodia cautelare, viveva da incensurato con obbligo di firma bisettimanale in Commissariato. Ernesto Buffa, barese, faceva invece il rappresentante di cosmetici, e sarebbe stato estraneo al regolamento di conti. L'episodio riminese potrebbe rientrare in una guerra a livello nazionale tra clan mafiosi per il controllo del mercato della droga, che l'altra settimana in Lombardia ha fatto tre vittime.
Non siamo più a Rimini, ma a Palermo? La formula consolatoria offertaci fino a poco tempo fa, recitava come una parola d'ordine che «Rimini non è Palermo». In questi anni, la malavita ha compiuto da noi un salto di qualità che era facilmente prevedibile. Negli ultimi periodi, ci sono stati fatti drammatici (come quelli attribuiti alla banda della "Uno bianca") e notizie rassicuranti («L'abbiamo sgominata»), ma rivelatesi poi infondate.
Se si fossero letti i recenti servizi di cronaca su quanto accadeva ad esempio in Versilia, si sarebbe compreso che prima o poi anche in Romagna avremmo avuto sangue in ambienti che gli inquirenti definiscono mafiosi. In Versilia, le Forze dell'ordine sono passate all'offensiva: i giornali del 24 ottobre hanno riferito di 26 persone arrestate; e due donne catanesi sono state fermate a... Cattolica.
Qui a Rimini, fino all'altra settimana, la Magistratura dichiarava di non aver trovato le prove di collusioni mafiose sulla nostra costa. Ciò può rassicurarci fino al prossimo episodio, essendo questo del 25 ottobre ormai passato, doverosamente, in archivio. Finora, Rimini è stata mandata avanti con la terapia dell'ottimismo, non casuale (del tipo «tanto per dire qualcosa, diamo buone notizie»), ma dotto, cioè fondato su di un ben preciso ragionamento.
Il guaio è che questo ragionamento rassomiglia troppo a quello che il manzoniano don Ferrante faceva per dimostrare che la peste non esiste. Ma, per colpa della peste, don Ferrante poi morì, «come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle».
Per restare in tema di Giustizia. Cito dalla puntata 389, “il Ponte” n. 15.
Pessimismo? Sentite qua: a Rimini, «se la giustizia civile è morta, quella penale è moribonda». Così, il procuratore della Repubblica, Franco Battaglino, in un incontro del Rotary a Misano: chissà perché le grandi notizie si apprendono soltanto ai banchetti della gente importante. Se invitassi un'autorità a casa mia, parlerebbe allo stesso modo? A Misano si è appreso che «nessuno ci assicura che lo spaccio della droga in Riviera non abbia collegamenti con vertici mafiosi». (Noi è un pezzo che lo scriviamo).
Nella puntata 416, “il Ponte” n. 42, si legge quanto segue.
L'homo ariminensis è sempre in ritardo, ed ha contagiato anche chi arriva in città. Un esempio. Il procuratore della Repubblica Battaglino, interrogato dalla «Gazzetta» sulla presenza mafiosa in Riviera, dopo aver ribadito che Rimini non è Palermo, ha raccontato: «I mafiosi non vanno certo nel Sahara, dove si muore di fame e di sete. Il fenomeno è forse aumentato rispetto ad alcuni anni fa».
Nella puntata 421, “il Ponte” n. 1 del 1992, osservo:
Il sindaco di Cattolica nomina uno sceriffo americano «per far luce sugli intrighi malavitosi» nel suo territorio. A Rimini, «Carlino» e Confcommercio nell'ottobre '90 hanno svolto un'indagine statistica (972 interviste) sull'ordine pubblico. Cito da pag. 4 del fascicolo che raccoglie i risultati: a meno che «gli imprenditori non vivano già in un clima di omertà..., i dati non avvalorano l'ipotesi circa l'esistenza di una criminalità organizzata». Ma perché allora, partendo proprio da quell'indagine, un dirigente della Confcommercio continua a dichiarare ai cronisti che a Rimini c'è malavita organizzata? Rimini, città malavitosa o misteriosa?
Puntata 496 (“il Ponte” 36, ottobre 1993).
La Commissione parlamentare antimafia, martedì 28 settembre, ha fatto sosta a Forlì ricevendo magistrati, Forze dell'Ordine e  sindaci. Il suo presidente, on. Luciano Violante, ha definito la Romagna «terra di investimenti della criminalità organizzata». Secondo autorevoli fonti locali (procuratore Battaglino), invece, nel Riminese non ci sarebbe un «insediamento» di delinquenti, ma soltanto una loro «infiltrazione», senza alcun “controllo” del  territorio.
La Commissione avrebbe anche mostrato un inedito dossier su riminesi “al di sopra di ogni sospetto”, ma in odore di Codice penale. Cioè, essa sarebbe venuta qui più per dire che per ascoltare. Il che dice parecchio.
Nello stesso giorno, quotidiani e tivù nazionali riportavano la notizia che, a Cerasolo Ausa, si producono due profumi il cui nome è tutto un programma: «Il Camorrista» e «Il Mafioso». Un loro successo commerciale, darà ragione all'on. Violante, sconfessando gli ottimismi nostrani? E se la faccenda fosse un semplice tranello pubblicitario?
Nel n. 500 del Tama, “il Ponte” 40 del novembre 1993, ricordavo qualcosa di dieci anni della rubrica.
Ho cercato di fare cronaca. Cinque anni fa parlavo di sindaci con redditi da cinque milioni all'anno, che non potevano permettersi mai una cravatta nuova, per cui erano costretti ad indossare soltanto la fascia tricolore. Adesso si scopre che hanno una pensione da tre milioni al mese. Congelata. Nell'84 riferivo l'allarme dell'on. Servadei sul racket in Romagna. Tre anni fa raccontavo che per il Questore di Forlì, Rimini non era Palermo. Adesso, la Commissione antimafia viene a dirci i suoi dubbi. Nove anni fa, alla Biblioteca Gambalunga il problema era di «eliminare i teppisti». Adesso forse elimineranno gran parte del pubblico, per mancanza di personale. Di questo passo, il Comune introdurrà l'ingresso a pagamento. Un Vigile multerà i clandestini, così come chi dà da mangiare ai piccioni: pennuti delle piazze cittadine, non aspettate più che vi getti il cono del gelato. In un'Italia che ha fatto tante indigestioni, a voi tocca l'unica dieta imposta dalla legge. Auguri.
Diario pubblico 1991. Appunti per i posteri.
I testi di Tama del 1991

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Diario pubblico 1990. Appunti per i posteri.
I testi di Tama del 1990

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"Mafia in Riviera".
Era (soltanto) il 1993.
Dal volume con la storia de "il Ponte", settimanale di Rimini.

A febbraio l'operazione "Romagna pulita" si conclude con 106 arresti e sequestri di armi e droga: "Alcuni spacciatori, inchiodati dalle prove, hanno cominciato a 'cantare', e la lista degli inquisiti si è gonfiata a dismisura". Ventitré imputati sono poi assolti dal Giudice delle indagini preliminari che non crede ai pentiti: i carabinieri poi non avrebbero trovato sufficienti indizi. I principali imputati sono condannati nel 1993 a pene da uno a nove anni di reclusione. Alcune assoluzione sono dovute al cambiamento della legislazione sulla droga provocato dal risultato del recente referendum. Nel 1994, alla conclusione di tutto il processo per "Romagna pulita", saranno state irrogate pene per complessivi 204 anni, e multe miliardarie. In Corte d'Appello ci saranno delle riduzioni. [17]
Un killer mafioso di un clan siciliano viene arrestato a settembre a Porto Verde. Il presidente dell'Antimafia, Luciano Violante, dichiara al Ponte: "La mafia in Riviera ha vestito i panni puliti della intermediazione finanziaria, ma è ben presente". [18]
Gli usurai hanno "i colletti bianchi": a gennaio sono stati eseguiti nove arresti, e quattro società dal credito 'facile' sono finite sotto inchiesta con l'accusa di truffa ed associazione a delinquere. [19]
A Riccione, nella tentata rapina all'ufficio della Siae, viene ucciso il titolare Giovanni Morico, 52 anni, mentre suo figlio Massimiliano, 23 anni, resta gravemente ferito. Un articolo di fondo del direttore s'intitola "Estate violenta", e prende in considerazione altri episodi di 'nera' sia locali sia nazionali, sottolineando come per ricostruire moralmente l'Italia non bastino i giudici di "mani pulite", ma occorra "un serio rigore morale, che parta dai valori del solidarismo cattolico e della razionalità laica, patrimonio della cultura, ma non della vita italiana". [20]
NOTE
[17] Cfr. i servizi in cronaca nei nn. 9, 28/2/93; 44, 5/12; 45, 12/12; nei n. 10, 6/3/94; e 21, 29/5; e nel n. 9, 5/3/95
[18] Cfr. gli articoli di M. Tassinari nei nn. 34, 26/9/93; 35, 3/10 (qui anche la nota Il morso dolce della mafia di Giovanni Tonelli).
[19] Vedi i servizi di M. Tassinari nel n. 2, 10/1/93.
[20] Cfr. nel n. 31, 29/8/93.
[Fonte di questa pagina: A. Montanari, Storia de "Il Ponte" 1987-1996, Cap. 1993.2.Società.
All'indice del volume.

1997, la mafia russa
Autorità Preposte e fenomeni malavitosi

Per il Prefetto di Rimini niente «problemi di mafia russa».
Alé, oh oh! Finalmente anche i grandi giornali locali dicono quello che un piccolo cronista come me ha qui osservato nel lontano 1990. Il ricordo, che mi obbliga ad un'autocitazione, nasce dalla lettura di un articolo di fondo di Pietro Caricato, apparso sul «Corriere Romagna» del 22 ottobre scorso, e dedicato al tema dell'ordine pubblico.
Caricato scrive che per il Prefetto di Rimini «non esistono problemi di mafia russa» sul nostro territorio, mentre Pino Arlacchi, vicesegretario dell'Onu «sostiene che la mafia russa fa investimenti in Riviera». Aggiunge Caricato: se il nostro sindaco Chicchi «dice di sapere che la mafia [nazionale] gestisce le bische clandestine, l'usura e lo spaccio» della droga, il presidente dell'Antimafia Del Turco «afferma candidamente che "l'Emilia Romagna ha una dose di criminalità organizzata ma non la mafia"».
Le righe di Caricato mi hanno fatto pensare a quanto ho pubblicato appunto nel 1990, polemizzando con l'allora Questore di Forlì, sostenitore della tesi che «Rimini non è Palermo». Il lettore potrà trovare quell'articolo a pag. 45 di «Quanto basta» (1992). In esso, riprendevo il caso di uno slavo omicida arrestato a Riccione per un furto d'auto: nessuno, neppure a Rimini, si accorse di chi si trattasse. Al processo, lui accettò sorridente la condanna, prima di ottenere la giusta libertà provvisoria. Per poter ammazzare, sembra, altre sei persone in due tornate. Concludevo l'articolo: «Questo slavo aveva una base tra Santarcangelo e Rimini, dove era stato già arrestato in precedenza. Secondo il suo avvocato, è un tipo che si nota bene, per avere "il petto coperto da spaventose cicatrici". Per pudicizia, carabinieri e poliziotti non lo hanno mai fotografo.
Aggiungo ora la citazione da un libro che ho appena finito di scrivere e che uscirà il prossimo mese, la storia del «Ponte» tra 1987 e 1996. Nella cronaca del 1996, a pag. 264 c'è un accenno allo stesso slavo che «sostiene di esser stato liberato dal carcere di Rimini nel 1990, grazie all'aiuto dei poliziotti della banda della "Uno bianca"».
Come il signor Questore di Forlì nel 1990, anche oggi le Autorità Preposte sembrano sottovalutare i fenomeni malavitosi. Se la prendono con il sindaco Chicchi, accusandolo di voler fare lo sceriffo o il «Giuliani» [sindaco di Nuova York] di Romagna. Certe affermazioni delle stesse Autorità sembrano i bollettini del tempo dell'estate, quando per favorire il turismo, spesso si riducono le piogge a nuvole passeggere. Alé, oh oh! Siamo tutti allegri e contenti.
Antonio Montanari, Tam Tama 652, il PONTE, n. 39 [2 novembre 1997]

Rimini e la mafia, 4 settembre 2015. Ci crede ancora il sindaco Gnassi: "Non è vero che la mafia non c’è".
Dichiarazione del sindaco di Rimini, Andrea Gnassi, Rimini 4 settembre 2015.
"Non è vero che la mafia non c’è. C’è a Rimini come c’è ormai ovunque, spesso invisibile nelle forme di oggi. Se c’è una cosa di cui essere orgogliosi è avere in questi anni, come istituzioni, cambiato l’approccio, lavorato per un cambio culturale e di lettura. Parlare di mafia e dire che c’è fa bene al turismo perché è la premessa culturale per combatterla meglio. Non parlarne perché fa male al turismo è sbagliato e dannoso.
L’inchiesta ‘Aemilia’ sulla penetrazione e sulle ramificazioni della criminalità organizzata e mafiosa nel territorio emiliano romagnolo non si limita ‘solo’ a rappresentare un nuovo salto di qualità nel fondamentale lavoro investigativo compiuto sinergicamente da forze dell’ordine e procure. Toglie finalmente i paraocchi, gli alibi e le ipocrisie a chi sino a ieri rifiutava di vedere, sentire, leggere, mettere in fila gli episodi, i fatti, le inchieste che da anni punteggiano i nostri luoghi, le nostre città. Basta dare una rapida occhiata allo splendido lavoro di archiviazione e documentazione fatto dalle persone e dai ragazzi che animano l’Osservatorio provinciale sulla criminalità organizzata e per la diffusione di una cultura della legalità per rendersi conto che da tempo si è passati dalla minimizzazione del ‘caso isolato’ alla gravità di una ‘manifesta perforazione’ del tessuto economico regionale.
Le indagini e i sequestri che anche quest’oggi sono riportati dalle cronache locali sono, per chi abita nel territorio riminese, un invito a non fermarsi nel picconare quel muro di omertà, spesso fraintesa in ‘difesa dell’immagine’, che negli ultimi anni ha convinto finalmente le istituzioni a guardare ‘il mostro’ in faccia. L’Osservatorio- un unicum per il panorama non solo emiliano romagnolo- è il frutto di questa nuova e responsabile coscienza, così come i protocolli d’intesa sottoscritti sul fronte della sicurezza degli appalti e le tante iniziative di sensibilizzazione portate avanti anche negli istituti scolastici dalle forze dell’ordine. C’è soprattutto una rete civica di associazioni, composta da tante ragazze e ragazzi riminesi, che ha fatto e continua a operare nel quotidiano perché l’attività di documentazione e ricerca diventi il terreno fertile su cui seminare un cambio deciso di consapevolezza, cultura e impegno.
Quanto fatto negli ultimi anni adesso va espanso. Per questo è necessario che la politica, i partiti e le amministrazioni mettano al centro della propria azione- in ordine alle proprie competenze- il contrasto alla malavita organizzata, uscendo anche qui dalla genericità di troppi programmi. L’anno prossimo, in alcuni Comuni della provincia di Rimini, si svolgeranno elezioni amministrative. A mio modo di vedere, sarebbe molto utile, e segno di una svolta culturale in questo senso, che tutte le forze politiche e civiche che chiederanno fiducia ai cittadini condividano e offrano la stessa chiara piattaforma -senza ambiguità o relativizzazioni di sorta- rispetto al ‘tanto’ che ancora si può e si deve fare per combattere il ‘mostro’ che abbiamo in casa".
6 maggio 2010
Rimini e la mafia
Lettera aperta inviata ad Andrea Gnassi, segretario del Pd di Rimini, e pubblicata oggi sul "Corriere Romagna".

Egregio Andrea Gnassi, perdona la confidenza, che azzardo essendo un elettore del tuo partito. L'hai fatta grossa, parlando del rischio di "fattoidi" a proposito della mafia e della camorra in Riviera, e definendoli "fatti evocati e denunciati ma difficilmente rintracciabili" (Corriere, 4.5.2010).
Tu prendi in prestito la parola dal rimpianto Edmondo Berselli, uno scrittore che conosco bene. Nel suo libro "Sinistrati. Storia sentimentale di una catastrofe politica" (2008), Berselli a p. 75, trattando del "catalogo virtuale di Berlusconi" e delle sue invenzioni "funzionali al mantenimento del carisma", scrive che l'amato premier "addita la sinistra come un altro fattoide, una cometa perversa, un'altra entità maligna". Berselli commenta: "Converrebbe prenderlo sul serio. In fondo, meglio essere cattivi che cretini".
Torniamo a Rimini. Non definirei fattoidi le denunce (1994) del senatore Carlo Smuraglia (Pds) della Commissione antimafia che spiegava: "In Romagna è ben presente la mafia che lavora in camicia e cravatta", più difficile da combattere di quella che spara. Smuraglia fu estensore per la Commissione antimafia del dossier sugli insediamenti mafiosi in "aree non tradizionali". Era, ripeto, il 1994. Cordialità. Antonio Montanari
Il tema ritorna in un mio articolo del 2012.
Stato contestato
Tama 1106, "il Ponte", Rimini, 09.12.2012
A contestare lo Stato questa volta sono i suoi stessi rappresentanti locali, non studenti od operai. Seguo la successione dei fatti. Il primo nel parlare è l’esponente più alto in grado, il prefetto Claudio Palomba. Giovedì 29 novembre rilascia un’intervista, nel suo ruolo di presidente del sindacato dei prefetti, attaccando duramente le decisioni del governo in materia di revisione della spesa pubblica: “Questi interventi sono il presupposto per sfasciare il sistema della sicurezza sul territorio, la più prossima ai bisogni dei cittadini”. Palomba aggiunge anche che il problema tocca molto da vicino Rimini, una città per svariati mesi all’anno con una popolazione come Milano.
Sabato 1° dicembre il prefetto Palomba interviene poi alla presentazione del rapporto sulla diffusione della mafia nella nostra Regione, organizzato dalla Associazione Libera di don Luigi Ciotti, e sostenuto dalla Cgil. Sul tema il prof. Enzo Ciconte sottolinea che a Rimini non sono state mai prese posizioni nette. Ha ragione. Il 4 maggio 2010 il futuro sindaco Gnassi sul tema ha parlato di “fattoidi”, cioè di cose non vere ma inventate. Dunque, sabato Palomba osserva che sino a pochi anni fa da noi era difficile che il tema venisse preso in esame. E che il fenomeno mafioso in alcuni settori come l’edilizia “è abbastanza radicato”.
Ma a prendersela con lo Stato, sui giornali di domenica 2, sono anche il presidente della Provincia di Rimini Vitali ed il sindaco Gnassi. Il tema è quello della possibile proroga per 30 anni delle concessioni balneari, con la gara spostata dal 2015 al 2045. Vitali spiega: “Stiamo assistendo ad uno spettacolo di dilettanti allo sbaraglio che pagheremo noi cittadini, sulla nostra pelle”. Stesse parole appaiono nell’intervista del sindaco Gnassi con Franco Giubilei de La Stampa: “Dilettanti allo sbaraglio e demagoghi”. Poi aggiunge che a guadagnarci c’è soltanto “qualche parlamentare che tira a campare col consenso a breve termine”, mentre a rimetterci ci sono sicuramente gli operatori balneari: “Facciamo i levantini del Mediterraneo, siamo alla farsa”.
A prefetto, presidente della Provincia e sindaco, non interessa giustamente nulla del mio applauso da inutile cronista. Aggiungo soltanto che, se le stesse cose le avesse dette in pubblico un semplice cittadino, sventolando uno striscione od alzando la voce per farsi sentire, si sarebbe preso una solenne ramanzina, per essere ottimisti grazie al clima pre-natalizio. [1106]
Antonio Montanari
Il 6 gennaio 2014, alle 14:50, esce questo "lancio" dell'Ansa.
Turismo: mafia e riviera, scoppia la polemica a Rimini.
Scoppia la polemica a Rimini sui rapporti fra mafia e turismo. Una frase dell'assessore regionale al turismo, il riminese Maurizio Melucci, ha fatto arrabbiare il presidente della Provincia Stefano Vitali (tutti del Pd). "L'immagine che la riviera romagnola sia in mano alla mafia la ritengo una bella barzelletta", ha detto Melucci in un'intervista per il documentario 'Tre stelle in affitto' di Michela Monte, sul tema degli 'albergatori atipici' che affittano gli alberghi per una sola stagione facendo prezzi stracciati. "A me non risulta - ha detto Melucci - un'infiltrazione mafiosa nel senso classico del termine come succede da altre parti". Vitali ha stigmatizzato la "cultura della rimozione", ricordando le decine di inchieste che riguardano la riviera. Melucci, con un post sul proprio profilo Facebook, ha precisato la sua posizione: "l'attenzione di tutte le istituzioni sul rischio infiltrazione mafiose - ha scritto - è alto e tale deve rimanere. Ne sono riprova i protocolli sulla legalità sottoscritti con la partecipazione attiva di tutte le istituzioni, Regione compresa. C'è un monitoraggio continuo di tutti i passaggi di proprietà e gestioni che possono essere sospetti. Ma l'immagine di una riviera in mano alla mafia non corrisponde alla realtà".
Ritorniamo al 2010.
Antefatti della lettera ad Andrea Gnassi.
7 marzo 2010. Nei miei blog pubblico questo post "Rimini ricicla". Eccone il testo. «La crisi della squadra di calcio batte la presenza locale della mafia in Riviera Prima pagina del "Corriere di Rimini", unico giornale locale leggibile. Titolo su tutte le cinque colonne: "La fine del calcio. Acquistare il Rimini è impossibile", sostiene un costruttore. Sotto, molto in basso, tre colonne su cinque, e tra virgolette: "Mafia a Rimini grazie all'evasione". Un occhiello sempre tra virgolette avverte: "Siamo diventati la capitale del riciclaggio". Alegher, dunque. Alle pagine 6 e 7, un sottotitolo aggiunge: "A Locri ci hanno detto: datevi da fare nella vostra città, sta diventando la capitale italiana del riciclaggio". Parlano dei giovani volontari che cercano di illuminare da soli l'opinione pubblica. Qualche ente locale tempo fa non distribuì nelle scuole materiale della Commissione antimafia. Così, per non far fare brutta figura alla città e non gettare discredito, oltre che procurare allarme. Il 10 agosto 2008 avevo scritto una lettera allo stesso quotidiano che non fu pubblicata. La presento integralmente, qui. Precisando che le notizie in essa contenute le ho quasi tutte ricavate da un mio libro, intitolato "1987-1996, Fatti personaggi e idee di Rimini e provincia dalle cronache de "Il Ponte"", consultabile su Internet.»
Ecco la lettera cestinata dal "Corriere di Rimini" nell'agosto 2008.
«Presidente della Provincia e sindaco di Rimini si sono detti notevolmente preoccupati per notizie che "configurano un quadro di infiltrazione malavitosa in diversi settori del tessuto economico-imprenditoriale" locale. Ma il problema non è nuovo, come documentano alcuni dati "storici". Nel 1993 il presidente dell’Antimafia, Luciano Violante, dichiara: "La mafia in Riviera ha vestito i panni puliti della intermediazione finanziaria, ma è ben presente". Gli usurai hanno "i colletti bianchi": a gennaio sono stati eseguiti nove arresti, e quattro società dal credito ‘facile’ sono finite sotto inchiesta con l’accusa di truffa ed associazione a delinquere. Nel 1994 il prof. Giancarlo Ferrucini, occupandosi del "balletto dei fallimenti", ipotizza che vi sia interessata anche la mafia, con quelle infiltrazioni denunciate dalla Commissione parlamentare antimafia, che "potrebbero attecchire più facilmente nei settori dell’abbigliamento e della ristorazione, dove fra l’altro si verificano frequenti turn over nella titolarità delle aziende". Nello stesso anno il senatore Carlo Smuraglia, estensore per la Commissione antimafia del dossier sugli insediamenti mafiosi in "aree non tradizionali", spiega che "in Romagna è ben presente la mafia che lavora in camicia e cravatta, quella che è più difficile" da combattere rispetto a quella che spara e prepara stragi. Sempre nel 1994 la sezione riminese della "Rete" che fa capo a Leoluca Orlando, in occasione dell’assemblea nazionale tenutasi a Riccione, lancia pesanti accuse alle Giunte di sinistra che avrebbero sottovalutato il fenomeno mafioso in Romagna. Dicembre 2005, infine. Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso spiega: anche per Rimini vale il principio che il denaro si accumula al Sud e si investe al Nord".»
1997, la mafia russa
Autorità Preposte e fenomeni malavitosi

Per il Prefetto di Rimini niente «problemi di mafia russa».
Alé, oh oh! Finalmente anche i grandi giornali locali dicono quello che un piccolo cronista come me ha qui osservato nel lontano 1990. Il ricordo, che mi obbliga ad un'autocitazione, nasce dalla lettura di un articolo di fondo di Pietro Caricato, apparso sul «Corriere Romagna» del 22 ottobre scorso, e dedicato al tema dell'ordine pubblico.
Caricato scrive che per il Prefetto di Rimini «non esistono problemi di mafia russa» sul nostro territorio, mentre Pino Arlacchi, vicesegretario dell'Onu «sostiene che la mafia russa fa investimenti in Riviera». Aggiunge Caricato: se il nostro sindaco Chicchi «dice di sapere che la mafia [nazionale] gestisce le bische clandestine, l'usura e lo spaccio» della droga, il presidente dell'Antimafia Del Turco «afferma candidamente che "l'Emilia Romagna ha una dose di criminalità organizzata ma non la mafia"».
Le righe di Caricato mi hanno fatto pensare a quanto ho pubblicato appunto nel 1990, polemizzando con l'allora Questore di Forlì, sostenitore della tesi che «Rimini non è Palermo». Il lettore potrà trovare quell'articolo a pag. 45 di «Quanto basta» (1992). In esso, riprendevo il caso di uno slavo omicida arrestato a Riccione per un furto d'auto: nessuno, neppure a Rimini, si accorse di chi si trattasse. Al processo, lui accettò sorridente la condanna, prima di ottenere la giusta libertà provvisoria. Per poter ammazzare, sembra, altre sei persone in due tornate. Concludevo l'articolo: «Questo slavo aveva una base tra Santarcangelo e Rimini, dove era stato già arrestato in precedenza. Secondo il suo avvocato, è un tipo che si nota bene, per avere "il petto coperto da spaventose cicatrici". Per pudicizia, carabinieri e poliziotti non lo hanno mai fotografo.
Aggiungo ora la citazione da un libro che ho appena finito di scrivere e che uscirà il prossimo mese, la storia del «Ponte» tra 1987 e 1996. Nella cronaca del 1996, a pag. 264 c'è un accenno allo stesso slavo che «sostiene di esser stato liberato dal carcere di Rimini nel 1990, grazie all'aiuto dei poliziotti della banda della "Uno bianca"».
Come il signor Questore di Forlì nel 1990, anche oggi le Autorità Preposte sembrano sottovalutare i fenomeni malavitosi. Se la prendono con il sindaco Chicchi, accusandolo di voler fare lo sceriffo o il «Giuliani» [sindaco di Nuova York] di Romagna. Certe affermazioni delle stesse Autorità sembrano i bollettini del tempo dell'estate, quando per favorire il turismo, spesso si riducono le piogge a nuvole passeggere. Alé, oh oh! Siamo tutti allegri e contenti.
Antonio Montanari, Tam Tama 652, il PONTE, n. 39 [2 novembre 1997]
Rimini 1991. Appunti di cronaca (nera) apparsi sulla mia rubrica “Tama”(404) ne “il Ponte” (n. 30) di Rimini.
«Rimini è terra di libertà, ma non di trasgressione. È la terra degli incontri, della convivenza civile, del rispetto dei diritti». Così la pensa il nostro sindaco, Marco Moretti.
Dalle parole ai fatti. Ore 3 dell'8 agosto. Ragazzi lombardi, in discoteca, attaccano lite con coetanei napoletani. L'esibizione prosegue in strada. Luca Scio, 16 anni, uno skinhead (testa rasata), figlio di immigrati meridionali a Milano, viene ucciso con un colpo al cuore. Movente, si racconta, una lite sul calcio. Testimoni riferiscono le solite frasi razzistiche. Sembra che i milanesi abbiano offeso Maradona. Al di là dello sport, c'è la divisa degli skin: svastiche, teschi, giubbetti neri, un antiquariato inequivocabile. Sul luogo del delitto scrivono: «Qui è morto un eroe».
Commenta il prof. P. Fabbri: «Rimini ha ancora un turismo anni '20, legato ad un ritmo di vacanze immutato, e presenta la faccia e i rischi della grande metropoli». Scrive il prof. G. Proni: «Anche a Rimini, la violenza è ovunque, nel corpo bello, nella macchina più costosa... Un contrario rifiuta tutto questo. Con la testa rasata maschera la sua debolezza. È più facile picchiare la gente che sopportare la quotidianità incolore e misera».
La gente si sfoga sui giornali: «A Rimini è il caos. Ormai è diventato pericoloso viverci». Ma Riccione non è diversa: la dc locale sostiene che «la baldoria che dura 24 ore su 24 costringe la famiglia in vacanza all'assedio».
A Rimini, di notte, sono danneggiati gli stabilimenti balneari. In un'intervista al TG3, un ragazzo spiega: «Noi giovani dobbiamo pur sfogarci...». Sul lungomare, di sera qualcuno si diverte a sfregiare le vetture in sosta con un coltello, da un'auto in corsa.
Ma tutto il mondo è paese. In Liguria, la polizia deve presidiare i treni notturni per la Riviera. A Jesolo, è nato un comitato contro il degrado e la violenza. In una rissa notturna 10 feriti, c'erano anche soldati Usa, e per terra pugnali.
Torniamo a Rimini. Dopo la bomba del 9 agosto alle poste di via Campana, il governo ci promette superpoliziotti. Il 12, altri tre skin milanesi di 17 anni feriscono un vuccumprà senegalese, a Misano. Arrestati a Miramare, sei ragazzi milanesi, per rissa con coltello. A Bellaria, due bresciani "corteggiano" ragazze al grido di «Vi sgozziamo». Nella notte tra 17 e 18, a San Mauro, sparatoria dalla solita "Uno" bianca contro tre senegalesi: due morti. E a Viserbella, una molotov colpisce la "Ritmo" dove dormiva un tunisino.
Ma stiamo tranquilli. La nostra è «terra di libertà, non di trasgressione». Lo Stivale ci guarda e sempre più ci rassomiglia, secondo M. Deaglio («La Stampa»,18.8): «Invece di sentirsi liberi, contenti e appagati, gli italiani del "modello Rimini" stanno scivolando lungo una cupa china di violenza».
Passiamo alla puntata 407 sempre del 1991, “il Ponte” n. 33. Ecco che cosa scrivevo.
Tre ventenni milanesi, pericolosi criminali, nei mesi estivi avevano spostato la loro base a Rimini, dove vendevano hashish con criteri manageriali. Il sindaco Micucci di Cattolica accusa due o tre camorristi napoletani di grosso calibro, che nel suo Comune «muovono e coordinano decine di malviventi di mezza tacca», mentre appaiono «segnali ben più inquietanti, tipici del racket». Il sindaco Fabbri di Bellaria parla di «investimenti poco chiari» nel turismo, e di «qualche tentativo di racket sùbito isolato». A Rimini, secondo il capogruppo pds Chicchi, siamo soltanto al «possibile ingresso della malavita». Da Cattolica, il capogruppo pds Gabellini ammette: «La malavita organizzata sta rafforzando le radici».
Il racket c'è a Catania, a Milano e a Cattolica. Rimini si defila sempre. A Riccione, ignoti hanno bruciato a giugno, in una settimana, quattro ville. Il sindaco Pierani sostiene che «i problemi a lungo termine si chiamano estorsioni e ordine pubblico» e che, dopo quegli incendi, «è inutile chiudere gli occhi di fronte a questa realtà». Paolo Bacillieri ha venduto il suo night: «L'ambiente è ora troppo brutto».
Di ville a fuoco, ne sono andate tante in Versilia, da dove è giunta poco tempo fa un'alta autorità di Rimini, rassicurandoci che sulla quella costa tutto era tranquillo. In 16 mesi, ci sono stati sei vittime nello scontro tra bande attive in droga, azzardo e prostituzione.
A Rimini, la consigliera "verde" Venturini denuncia un complotto per eliminarla: avrebbe ispirato Servadei e Piro nelle denunce «sull'intreccio tra malavita e politica». Anche Piro ha ricevuto equivoche attenzioni.
A Rimini, esistono due scuole di pensiero. Chi dice che non accade nulla. (È una congiura del silenzio «per paura di perdere voti», secondo il giudice Sapio). E chi dice che il marcio di Rimini non c'è a Viareggio (il semiologo G. Proni). La terza corrente (G. F. Dasi) s'interroga sul «Carlino» se sia meglio Pippo Franco o Alba Parietti. Lui, dice Dasi. Ad alzare il tono, dopo aver alzato il tiro, ci pensano i killer della Uno bianca che telefonano a Sapio suggerendogli di leggersi (in vacanza) un racconto di E. A. Poe. Sapio, dopo aver invocato, per i misteri della via Emilia, una manciata d'investigatori dalla normale intelligenza, pensa ora ad un semiologo. Pierani forse pensa che, ottenuta Miss Italia, Riccione si meriti un sindaco senatore. L'aria intanto è rinfrescata.
Dalla puntata 413 (sempre 1991), “il Ponte” n. 39.
Quando si dice il caso. Sabato 26 ottobre, mentre il «Corriere della Sera» intitolava in prima pagina: «Attacco alla mafia», le cronache locali avrebbero potuto riassumersi con un: «Attacco della mafia». Il giorno prima, infatti, sull'A-14 tra Rimini e Cesena, erano stati rivenuti i corpi, nascosti nel bagagliaio di una vettura abbandonata, di due persone uccise a colpi di pistola alla nuca.
Le vittime, entrambe di 36 anni, erano domiciliate a Rimini: Agostino D'Agati era stato arrestato due anni e mezzo fa, a Palermo (dove era nato), assieme al futuro pentito Totuccio Contorno. Venne poi trasferito a Rimini dove, scaduti i termini di custodia cautelare, viveva da incensurato con obbligo di firma bisettimanale in Commissariato. Ernesto Buffa, barese, faceva invece il rappresentante di cosmetici, e sarebbe stato estraneo al regolamento di conti. L'episodio riminese potrebbe rientrare in una guerra a livello nazionale tra clan mafiosi per il controllo del mercato della droga, che l'altra settimana in Lombardia ha fatto tre vittime.
Non siamo più a Rimini, ma a Palermo? La formula consolatoria offertaci fino a poco tempo fa, recitava come una parola d'ordine che «Rimini non è Palermo». In questi anni, la malavita ha compiuto da noi un salto di qualità che era facilmente prevedibile. Negli ultimi periodi, ci sono stati fatti drammatici (come quelli attribuiti alla banda della "Uno bianca") e notizie rassicuranti («L'abbiamo sgominata»), ma rivelatesi poi infondate.
Se si fossero letti i recenti servizi di cronaca su quanto accadeva ad esempio in Versilia, si sarebbe compreso che prima o poi anche in Romagna avremmo avuto sangue in ambienti che gli inquirenti definiscono mafiosi. In Versilia, le Forze dell'ordine sono passate all'offensiva: i giornali del 24 ottobre hanno riferito di 26 persone arrestate; e due donne catanesi sono state fermate a... Cattolica.
Qui a Rimini, fino all'altra settimana, la Magistratura dichiarava di non aver trovato le prove di collusioni mafiose sulla nostra costa. Ciò può rassicurarci fino al prossimo episodio, essendo questo del 25 ottobre ormai passato, doverosamente, in archivio. Finora, Rimini è stata mandata avanti con la terapia dell'ottimismo, non casuale (del tipo «tanto per dire qualcosa, diamo buone notizie»), ma dotto, cioè fondato su di un ben preciso ragionamento.
Il guaio è che questo ragionamento rassomiglia troppo a quello che il manzoniano don Ferrante faceva per dimostrare che la peste non esiste. Ma, per colpa della peste, don Ferrante poi morì, «come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle».
Per restare in tema di Giustizia. Cito dalla puntata 389, “il Ponte” n. 15.
Pessimismo? Sentite qua: a Rimini, «se la giustizia civile è morta, quella penale è moribonda». Così, il procuratore della Repubblica, Franco Battaglino, in un incontro del Rotary a Misano: chissà perché le grandi notizie si apprendono soltanto ai banchetti della gente importante. Se invitassi un'autorità a casa mia, parlerebbe allo stesso modo? A Misano si è appreso che «nessuno ci assicura che lo spaccio della droga in Riviera non abbia collegamenti con vertici mafiosi». (Noi è un pezzo che lo scriviamo).
Nella puntata 416, “il Ponte” n. 42, si legge quanto segue.
L'homo ariminensis è sempre in ritardo, ed ha contagiato anche chi arriva in città. Un esempio. Il procuratore della Repubblica Battaglino, interrogato dalla «Gazzetta» sulla presenza mafiosa in Riviera, dopo aver ribadito che Rimini non è Palermo, ha raccontato: «I mafiosi non vanno certo nel Sahara, dove si muore di fame e di sete. Il fenomeno è forse aumentato rispetto ad alcuni anni fa».
Nella puntata 421, “il Ponte” n. 1 del 1992, osservo:
Il sindaco di Cattolica nomina uno sceriffo americano «per far luce sugli intrighi malavitosi» nel suo territorio. A Rimini, «Carlino» e Confcommercio nell'ottobre '90 hanno svolto un'indagine statistica (972 interviste) sull'ordine pubblico. Cito da pag. 4 del fascicolo che raccoglie i risultati: a meno che «gli imprenditori non vivano già in un clima di omertà..., i dati non avvalorano l'ipotesi circa l'esistenza di una criminalità organizzata». Ma perché allora, partendo proprio da quell'indagine, un dirigente della Confcommercio continua a dichiarare ai cronisti che a Rimini c'è malavita organizzata? Rimini, città malavitosa o misteriosa?
Puntata 496 (“il Ponte” 36, ottobre 1993).
La Commissione parlamentare antimafia, martedì 28 settembre, ha fatto sosta a Forlì ricevendo magistrati, Forze dell'Ordine e  sindaci. Il suo presidente, on. Luciano Violante, ha definito la Romagna «terra di investimenti della criminalità organizzata». Secondo autorevoli fonti locali (procuratore Battaglino), invece, nel Riminese non ci sarebbe un «insediamento» di delinquenti, ma soltanto una loro «infiltrazione», senza alcun “controllo” del  territorio.
La Commissione avrebbe anche mostrato un inedito dossier su riminesi “al di sopra di ogni sospetto”, ma in odore di Codice penale. Cioè, essa sarebbe venuta qui più per dire che per ascoltare. Il che dice parecchio.
Nello stesso giorno, quotidiani e tivù nazionali riportavano la notizia che, a Cerasolo Ausa, si producono due profumi il cui nome è tutto un programma: «Il Camorrista» e «Il Mafioso». Un loro successo commerciale, darà ragione all'on. Violante, sconfessando gli ottimismi nostrani? E se la faccenda fosse un semplice tranello pubblicitario?
Nel n. 500 del Tama, “il Ponte” 40 del novembre 1993, ricordavo qualcosa di dieci anni della rubrica.
Ho cercato di fare cronaca. Cinque anni fa parlavo di sindaci con redditi da cinque milioni all'anno, che non potevano permettersi mai una cravatta nuova, per cui erano costretti ad indossare soltanto la fascia tricolore. Adesso si scopre che hanno una pensione da tre milioni al mese. Congelata. Nell'84 riferivo l'allarme dell'on. Servadei sul racket in Romagna. Tre anni fa raccontavo che per il Questore di Forlì, Rimini non era Palermo. Adesso, la Commissione antimafia viene a dirci i suoi dubbi. Nove anni fa, alla Biblioteca Gambalunga il problema era di «eliminare i teppisti». Adesso forse elimineranno gran parte del pubblico, per mancanza di personale. Di questo passo, il Comune introdurrà l'ingresso a pagamento. Un Vigile multerà i clandestini, così come chi dà da mangiare ai piccioni: pennuti delle piazze cittadine, non aspettate più che vi getti il cono del gelato. In un'Italia che ha fatto tante indigestioni, a voi tocca l'unica dieta imposta dalla legge. Auguri.
Diario pubblico 1991. Appunti per i posteri.
I testi di Tama del 1991

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Diario pubblico 1990. Appunti per i posteri.
I testi di Tama del 1990

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Fonti web "il Rimino":
Rimini 1991
Rimini e la mafia
Mafia 1997
© by Antonio Montanari 2010-2015
Fonte di questa pagina del 2015.


Antonio Montanari. "Riministoria" è un sito amatoriale, non un prodotto editoriale. Tutto il materiale in esso contenuto, compreso "il Rimino", è da intendersi quale "copia pro manuscripto". Quindi esso non rientra nella legge 7.3.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67 del 21 marzo 2001.
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