Patologie riminesi.
Il caso della biblioteca malatestiana di San Francesco

Archivio 2007

Sono sempre stato contrario al «principio d'autorità», ma ho sempre cercato di rispettare l'autorevolezza di certi autori. Invecchiando ho scoperto non ci si può fidare di nessuno. Che non soltanto Omero ogni tanto dormiva. E che bisogna sempre partire da una specie di «tabula rasa», cioè dal presupposto che nulla naturaliter può darsi per certo ed acquisito una volta per tutte. Ovvero che anche ai grandi studiosi scappano le boiate.
Insomma il dubbio metodologico è una sana verità da rispettare ad occhi chiusi.
Quando dieci anni fa ho curato la pubblicazione della «Storia di Rimino» di Antonio Bianchi, in una nota a proposito della famosa lapide del 1490 che ricorda la biblioteca francescana dei Malatesti (o se volete, la biblioteca malatestiana nel convento di San Francesco), mi sono fidato ad occhi chiusi della 'fonte' che riportava il testo diciamo così ufficiale della stessa lapide, e l'ho ripreso pure io, con debita citazione della fonte.
Nei mesi scorsi è avvenuto un fatto indipendente dalla mia volontà che mi ha costretto a ritornare sul testo di quella lapide.
Il fatto è questo. Un prestigioso quotidiano locale, anzi romagnolo, pubblica una lettera fintamente anonima contro di me. Sono accusato di aver inventato la «patacata» tipicamente riminese della biblioteca francescana dei Malatesti.
Parlo di «lettera fintamente anonima» per due motivi:
1. il testo inviato per mail in redazione da persona ovviamente ben nota alla stessa redazione, è stato presentato come un «libello» in circolazione a Rimini. Falso. Nulla invece era stato pubblicato, ed il redattore del giornale mi spiegava poi che appunto trattavasi soltanto di una semplice mail.
2. La mail è stata firmata con uno pseudonimo. Ma ovviamente chi l'ha inviata in redazione non può essere altro che persona nota ed accreditata.
Dunque la redazione di quel quotidiano si è resa responsabile di un doppio falso: spacciare una mail privata contro di me per un testo uscito a stampa, e firmarlo ovviamente non con il vero nome del mittente ma con uno pseudonimo.
Ciò premesso, aggiungo che per fornire una ricca messe di notizie a quel giornale onde poter dimostrare la stupidità antropologica e l’ignoranza culturale della persona che mi aveva attaccato, ho approfondito [1] l'argomento con ricerca di materiali inediti ed una rivisitazione di quelle editi.
Ecco: appunto rileggendo il testo di quella lapide che parla del trasferimento della biblioteca in oggetto dal pianto terra al primo piano del convento, per rispondere alla volontà testamentaria di Roberto Valturio (lascito della propria biblioteca personale [2]), mi sono accorto che la trascrizione fatta in anni lontani da un illustre studioso, era sbagliata. In un punto non si deve legger «sum tua cura», ma «summa tua cura», soprattutto perché quel «sum» non dice nulla nella frase e nel contesto.
Il fatto che anche di recente altri autori, ovviamente esperti in materia e illustri per titoli e pubblicazioni, abbiano riproposto la versione sbaglia del «sum tua cura», significa che il ricordato principio d'autorità domina incontrastato.
Orbene, dato che, come ho letto in un libro cesenate sulla altrettanto cesenate Malatestiana unica rimasta, essendo quella di Rimini scomparsa, uscirà prossimamente a cura di illustri studiosi riminesi una storia delle biblioteche antiche riminesi, mi auguro che la lapide riminese sia da riminesi restituita al suo vero testo, ciò che si scriva che in essa sta scritto «summa tua cura», e non si ripeta pigramente il «sum tua cura», con l'autorevolezza di chi magari cita documenti latini senza sapere un accidente della lingua latina (ho le prove).
Ma questo non è un primato riminese di tutto rispetto, assieme a tanti altri. Infatti ci sono studiosi italiani che non sanno il latino e che lo traducono, pubblicando volumi di gran pregio, testo latino a fronte e testo italiano ricavato non da quel latino ma da una traduzione francese.

[1] Forse, conoscendo chi ha organizzato la perfida azione ai miei danni, la seconda in due anni (per le connessioni della prima pende un processo), era meglio che anziché stare a studiare gli avessi dato due pugni in faccia.
[2] 1475. Testamento di Roberto Valturio che lascia la propria biblioteca alla «liberaria» (libreria) del convento dei frati di San Francesco di Rimini «ad usum studentium et aliorum fratrum et hominum civitatis Arimini», con la clausola che i frati facciano edificare «unan aliam liberariam in solario desuper actam ad dictum usum liberarie».

ARCHIVIO
22 marzo 2007. Maschere in quaresima.

Gente allegra, il ciel l'aiuta. Il vecchio adagio va sempre bene. L'allegro di turno Ź un quotidiano di Rimini che oggi ha pubblicato a piena pagina un servizio per demolire la tesi della biblioteca malatestiana di San Francesco come prima biblioteca pubblica d'Italia.
Gli strali di un anonimo "erudito" non si sono diretti al fatto che quella biblioteca sia stata (come Ź stata) appunto la prima biblioteca pubblica italiana, ma alla esistenza stessa della biblioteca malatestiana di San Francesco. Insomma per lui (l'"erudito" misterioso) sarebbe una tipica "patacata" riminese sostenere che nella seconda metą del 1400 a Rimini c'era la biblioteca malatestiana di San Francesco.
Ho telefonato a quel giornale, non sono riuscito a parlare con il suo direttore, ma soltanto con un redattore.
Al quale ho spiegato:
1. che non ho copiato dall'autore indicato dall'anonimo "erudito" (volume del 2004);
2. che io e l'autore del volume del 2004 abbiamo attinto alle stesse fonti del 1800 e prima, etc.;
3. che per correttezza dal giornale avrebbero dovuto chiamarmi al telefono prima di pubblicare un articolo "contro" di me, ma ideato per colpire (per altra vicenda e polemica) l'autore di quel libro;
4. che esisterebbero anche gli estremi per una querela per diffamazione (nell'articolo appunto si scrive che io ho copiato etc., e che mi sono inventato la biblioteca malatestiana di San Francesco).
Ho dichiarato al redattore del quotidiano che l'anonimo autore del cosiddetto "libello" (detto semplicemente, una mail...), non merita risposta. Costui si presenta mascherandosi come "Gian Filippo Asinari di San Martino".

23 marzo 2007. Marcia indietro.
Il quotidiano che ieri mi ha graziosamente diffamato ha dovuto oggi far marcia indietro, anche se ha cercato di salvarsi la faccia scrivendo nel titolo che "il dubbio rimane", pure con i pareri riportati che sono tutti a favore dell'esistenza della biblioteca francescana. Ovviamente.

26 marzo 2007. Avevo ragione.
Avevo ragione a scrivere lo scorso settembre che «a Rimini diventa sempre più pericoloso scrivere per le insidie mafiose già dimostrate» a mio danno.
Nei giorni scorsi è successo questo: un quotidiano di Rimini ha pubblicato a piena pagina un servizio per demolire la tesi della biblioteca malatestiana di San Francesco come prima biblioteca pubblica d'Italia.
Gli strali di un anonimo «erudito» non si sono diretti al fatto che quella biblioteca sia stata (come è stata) appunto la prima biblioteca pubblica italiana, ma alla esistenza stessa della biblioteca malatestiana di San Francesco.
Insomma per lui (l'«erudito» misterioso) sarebbe una tipica «patacata» riminese sostenere che nella seconda metà del 1400 a Rimini c'era la biblioteca malatestiana di San Francesco.
Ho telefonato a quel giornale, non sono riuscito a parlare con il suo direttore, ma soltanto con un redattore.
Al quale ho spiegato:
1. che non ho copiato dall'autore indicato dall'anonimo «erudito» (volume del 2004);
2. che io e l'autore del volume del 2004 abbiamo attinto alle stesse fonti del 1800 e prima, etc.;
3. che per correttezza dal giornale avrebbero dovuto chiamarmi al telefono prima di pubblicare un articolo «contro» di me, ma ideato per colpire (per altra vicenda e polemica) l'autore di quel libro;
4. che esisterebbero anche gli estremi per una querela per diffamazione (nell'articolo appunto si scrive che io ho copiato etc., e che mi sono inventato la biblioteca malatestiana di San Francesco).
Ho dichiarato al redattore del quotidiano che l'anonimo autore del cosiddetto «libello» (detto semplicemente, una mail...), non merita risposta. Costui si presenta mascherandosi come «Gian Filippo Asinari di San Martino».

Lo stesso quotidiano ha poi dovuto far marcia indietro, anche se ha cercato di salvarsi la faccia scrivendo nel titolo che «il dubbio rimane», pure con i pareri riportati che sono tutti a favore dell'esistenza della biblioteca francescana. Ovviamente.

Sotto, la pagina speciale del prestigioso quotidiano locale dell'8 maggio 2007.

A questo punto non mi resta che ricordare un fatto: la persona che due anni fa mi ha diffamato via Internet dovrà risponderne in tribunale.
Siccome non ho voglia di perdere tempo dietro alle sciocchezze, lascio «Gian Filippo Asinari di San Martino» (che so ben chi è) nella sua sapienza enciclopedica, ed io mi faccio gli affari miei, dato che lui non si fa i suoi e viene a scocciare il sottoscritto. Amen.
Antonio Montanari


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Dedicato agli intellettuali riminesi poco amanti delle donne...

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2237, 28.03.2016.
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