Il cinema di ANDREW BLAKE - Parte Seconda



 

    Possesso e sottomissione, si diceva, sono temi che a volte ricorrono nei films di Blake. Una sottomissione sempre morbida, sempre consensuale, sempre giocata sul filo della dolcezza e della tenerezza.

     Ecco, infatti, due films che hanno trame pressoché identiche. Uno si intitola "Paris Chic", l'altro "Dark Angel". Il primo è ambientato a Parigi, nel lussuoso mondo del glamour e delle top models. Immagini patinate, palazzi lussuosi, attrici-fotomodelle splendide (…che ci fanno vedere quello che una Claudia Shiffer o una Naomi Campbell, mannaggia a loro, non ci faranno vedere mai, e magari credono pure, per questo, di essere ben di più e ben altro rispetto alle attrici di questi films) fanno da cornice a una vicenda di passione, e di dominio tra Léa Martini e Coralie.

    (E' da notare che queste attrici utilizzano, all'interno del film, i loro stessi nomi; è come se in qualche modo la mimesi volesse essere totale, come se Blake volesse dirci, e farci capire, che lui non si è inventato niente, che quello che racconta è una sorta di cinéma-verité, vicende reali ed effettivamente accadute nel suo mondo di cinema e di modelle. E' chiaro che questa è una finzione, come finzioni sono quei film XXX del cosiddetto genere "gonzo", in cui gli incontri tra i personaggi che poco dopo si scateneranno in bagni di passione e di sperma sembrano casuali, girati approssimativamente con una camera a mano; tuttavia viene in mente la teoria di un famoso critico cinematografico secondo il quale è solo nel cinema porno (lui usava questa parola) che avviene la vera, totale e definitiva sovrapposizione tra recitazione e realtà (l'atto sessuale non è mimato, o meglio NON DEVE essere mimato; pertanto gli attori NON POSSONO recitare, ma DEVONO agire realmente); pertanto il cinema "porno", sotto il profilo mimetico, è superiore a tutti gli altri).

     Torniamo a Paris Chic. Allora, Léa è una fotomodella, che, dopo aver incontrato Coralie, regista di films hard, decide di dedicarsi a quest'arte. Coralie la riprende con la sua macchina da presa, e il film, soprattutto nella prima parte, vede un continuo intercalarsi di sequenze in bianco e nero, estremamente fotografiche, ed altre dai colori urlanti, fortemente saturati. Poco per volta, il rapporto tra le due donne comincia a connotarsi morbosamente; Coralie dona a Léa un elegante cache-gorge, e con il medesimo (a cui attacca un guinzaglio) conduce l'amica ed amante a spasso per le vie di Parigi, in immagini che esprimono un raffinatissimo senso del controllo e della dominazione. Léa diventa sempre più succube di Coralie; soffre quando lei la lascia sola per dedicarsi altrove al suo lavoro; e acconsente sempre più passivamente ai suoi desideri. Splendida la sequenza in cui Coralie conduce Léa in un grandissimo e lussuoso palazzo, e, dopo averla adeguatamente eccitata con l'aiuto di un amico, le ingiunge di vagare da sola per le sale del palazzo e di concedersi ai desideri di tutti coloro che vi incontrerà. E Léa, coperta da un vestito leopardato che le lascia nudi gli splendidi seni (che le verranno ben presto appassionatamente schiaffeggiati), le mani legate dietro la schiena, comincia a compiere, per amore dell'amante, questo suo dovere. Non può non venire in mente "Histoire d'O", l'archetipo di tutte le vicende di sottomissione della letteratura erotica del secondo Novecento.

    Il film si conclude con Coralie che tradisce Léa, per passare ad un nuovo amante (…un uomo!). Terribile e struggente la scena in cui Lea è costretta da Coralie, in posizione inginocchiata, a guardarla mentre fa l'amore col suo nuovo uomo; a veder piangere i meravigliosi occhi verdi di Léa (…anche le bellissime piangono!), mentre assiste al consumarsi del suo tradimento, è impossibile non provare una profonda commozione.

    Ma, dopo un primo momento di disperazione, Léa (ormai ricca, perché Coralie, pur abbandonandola, l'ha però adeguatamente ricompensata del suo amore) si riprende, e a sua volta, imparate le regole del gioco, sottomette teneramente un'altra splendida ragazza, Anita Blond, e ne fa la sua schiava d'amore.

    Passiamo all'altro film, Dark Angel. La trama è pressoché identica. Ma al posto di Léa troviamo una donna che secondo me non ha eguali per la sua bellezza straordinaria, per la sua capacità di offrirsi e di esserci: Dalhia Grey. I suoi capelli neri, il suo corpo che sembra scolpito nell'ambra, dalle linee perfette. I suoi occhi scuri, sovrastati da sopracciglia sottili e severe, che ti rapiscono l'anima. Il suo sorriso, che quando improvviso e raro fiorisce, con una naturalezza e una spontaneità che abbiamo conosciuto solo nelle nostre migliori amiche, sembra regalarti la pace dei sensi, la fine, per sempre, di ogni dolore e di ogni conflitto. Dalhia è una bellezza molto dissimile dalla media delle attrici XXX, dove prevale l'elemento biondo-platinato, e dove la donna bruna, quando c'è, ha quasi sempre un aspetto indiscutibilmente latino. Dalhia, invece, ha una bellezza vicina, reale e allo stesso tempo misteriosa: qualcosa di latino senza dubbio, ma anche di orientale, o di indiano (d'America), chissà.

    Ma la particolarità più interessante di Dalhia Grey sta nel fatto che rifiuta sulla scena, nella maniera più assoluta, i rapporti eterosessuali. Non la si vede mai accarezzare o toccare un uomo; meno che mai farsene accarezzare. Ed è un fatto curioso, che a questa ritrosia eterosessuale si accoppi una disponibilità erotica, con le altre donne, pressoché assoluta; la vediamo infatti baciare e farsi baciare nella maniera più intima; farsi penetrare con falli finti; masturbarsi e farsi masturbare, fino ad arrivare ad orgasmi troppo belli e sconvolti per pensare che siano finti (…che sia veramente esclusivamente lesbica? Orrore! Quale immane perdita per il nostro sesso…) E non parliamo, o meglio parleremo tra breve, di altre sue coraggiose e meravigliose disponibilità…

    "Dark Angel", come abituale per quasi tutti i films di Blake, è ambientato in California. Anche qui abbiamo a che fare con l'universo delle fotomodelle: il film ha un sapore autobiografico, in quanto Dalhia, quasi sempre nuda, racconta allo spettatore la sua vita e la sua esperienza. In ogni tranche del suo racconto - come per dirci e convincerci di quante volte, e in quanti modi diversi possa essere bella - esibisce acconciature e make-up differenti. E tra una tranche e l'altra si intercalano flash-backs, in cui possiamo assistere dal vivo - sempre accompagnati dalla sua voce fuori campo - agli episodi che ci racconta.

    La storia, come dicevamo, è molto simile a quella di Paris Chic. Dalhia vive un rapporto di sottomissione con una sua partner professionale: pensate un po', proprio Léa Martini! Ma tra i due films non c'è nessun collegamento. Agli ambienti sontuosi e raffinati di Parigi si sostituiscono quelli altrettanto sontuosi e raffinati, ma in un senso del tutto diverso, delle ville californiane, dagli arredamenti di design e dagli spazi immensi. Le due donne sono circondate da altre donne, silenziose ed obbedienti ancelle, che le curano e accudiscono il loro piacere. Paris Chic ricorreva ad alcune simbologie tipiche del rapporto di sottomissione sado-maso (mani legate, occhi bendati, morsetti ai seni…) Qui, invece, il film è interamente giocato sul piacere della visione e dell'esibizione, e sulla sottomissione psicologica che nasce dal subire il controllo del piacere. Dalhia, la cui sensibilità erotica è talmente palese da dare l'impressione che basti sfiorarla per farla venire, viene ora obbligata da Léa ad assistere a delle scene erotiche e a toccarsi, ma senza venire (atroce supplizio… Lo avete mai provato, o fatto provare a qualcuno? Ve lo consiglio!!!); oppure, condotta in un locale pubblico, viene esibita e masturbata di fronte agli occhi degli altri clienti.

    La conclusione è invece, per certi versi, invertita rispetto a quella di Paris Chic. Léa conduce un uomo e un'altra donna nella villa in cui vive con Dalhia, ritenendo che lei sia assente (le due donne hanno interessanti vestiti colorati, che lasciano loro i seni completamente scoperti: dolce offerta d'amore…). Ma invece Dalhia c'è; e ascolta, soffrendo, il loro accoppiarsi da un'altra stanza; unica compagnia, una bottiglia di Cerveza Corona (la migliore pubblicità che a quell'ottima birra sia mai stata fatta!). E' disperata, angosciata, ma anche eccitata, tanto che si spoglia completamente e comincia a toccarsi. Poi, quando non ce la fa più, irrompe nella camera da letto della sua amante, mette in fuga gli incomodi e salta addosso a Léa, picchiandola ed immobilizzandola. Da quel momento le parti si rovesciano: ora sarà lei la padrona, che dominerà e controllerà il piacere di Léa, che le si concederà solo se e quando ne avrà voglia.

    Dalhia la ritroviamo infine in un altro film di Blake, Fetish Fantasies (Captured Beauty). Vi dico subito che questo è il film di Blake che mi è piaciuto di più, ed è forse, di tutti i suoi films, il più onirico e immaginifico. Qui non c'è nessuna storia, nessuna trama, niente di niente; solo una serie di sequenze - che nel senso pittorico del Settecento, potremmo chiamare "idilli", o "miniature" - in ciascuna delle quali bellissime donne, stupendamente abbigliate e acconciate (e fra queste primeggia ovviamente Dalhia) si offrono l'un l'altra supplizi d'amore. Eccone alcuni. Una donna, con una canna da giardino, ne bagna un'altra, facendone traboccare la bocca, e la simbologia è così forte da far tremare i polsi; Dalhia, assieme a un'altra donna, viene (delicatamente) frustata sul sesso e sulle natiche da una terza, e il dolore che traspare dal suo viso è troppo bello per essere finto (altrove, sarà lei stessa a maneggiare abilmente la frusta); Dalhia offre il suo corpo ad una colata di cera calda, che le viene somministrata da un'altra ragazza, che maneggia abilmente delle candele colorate. Lei smania, soffre, si lamenta, ma non si sottrae; la sua disponibilità è tale da non aver nemmeno bisogno di essere legata… Alla fine del film, troverà la ricompensa per la generosità con cui si è offerta: una ragazza esile e dolce le sfilerà i sandali dai tacchi altissimi e le vellicherà con la lingua, dolcemente, a lungo, i piedi nudi.

Anacreonte

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