Il gioco del vento e della luna 

di Mimì Savà

premessa d’un decamerone 

Una finestra sbatté tanto violentemente che mi fece alzare di scatto dal letto. Lampi azzurrini rischiaravano la stanza. Passarono alcuni secondi in cui cercai di rendermi conto di cosa stesse succedendo. Il rumore assordante di un tuono mi chiarì le idee. Scostai le coperta e appoggiai i piedi sul rassicurante parquet di legno. Mentre camminavo per raggiungere la finestra la mia ombra veniva proiettata sulle pareti di quelle stanze bianche e disadorne. Un vento fresco e umido mi indicava la strada in quell’appartamento vuoto che ancora non s’era deciso di ospitare le mie cose. Socchiusi gli occhi e, affacciandomi alla finestra aperta, allargai le braccia e accolsi la pioggia fresca sul mio corpo nudo. L’acqua mi fece rabbrividire la pelle. Mi abbracciai stretta. No, non era possibile. Non poteva esser successo proprio a me.

(di Francesca Ferreri Luna)

Una cascata d’aqua colava picchiandosi al suolo e quasi disfaceva le cose in settanta e settanta gocce da confondere la vista delle quattro case che mi stavano addosso… Avessi avuto una tasca per trovarci due lire non avrei pensato che a puntarle sulla tendina –scostata al solito- dall’altro lato del cortile, i soliti occhi che continuavano a sbirciare notte e giorno alla volta di una manciata di secondi di brivido in una stanca vita del cazzo, e io –una vita a sguazzare nel dare scandalo- che non avrei saputo mancare tale pretesto. Toccava a me, lo sentivo: ciapa, vedi un po’ che ti pare, un po’ che ti riesce, eccoti! 

Allora? eccomi qua! Chissappoi come farà a sorvegliarci notte e dì, tenere dietro ad ogni andirivieni se due sole streghe -la dirimpettaia tette all’aria dell’altra ala con quella ninfomane del villino di fronte- cui badare sarebbero da loro un’occupatione a tempo pieno?! E sì che avrà uno straccio di lavoro anche lui, torna qua in collina –con fuggevole fare umbratile- che si cominciano ad imbandire le tavole, ma se mi volto a lui non mi manca di fissare da oltre quella diamine di finestra: che -per reconditi misteri- goda di giornate più lunghe, che abbia carpito il segreto delle vecchine di paese? Per me queste ventiquattr’hore sono già fin troppe. Un lampo.

Lungo la strada, oltre la collina, un rivolo d’aqua a scodinzolo ai margini dell’asfalto, io stavo qua, ad abbracciarmi alla finestra spalancata come se nessuno mi avesse voluta, bagnata di un temporale che potrebbe anche non finire, per quel che m’importava, che ai miei piedi s’era hormai accomodata una piccola pozzanghera su quel parquet tanto rassicurante e gocce sparse filavano giù che era un piacere che cominciavo a pensare d’essere stata in un’altra vita una grondaia. Da dentro, quel soffio di vento insisteva quasi a spingermi fuori, mi proponeva a quei due maledetti occhi intrusi o chissaddove. Dannata casa! Chiudo la finestra, vado di là, anchora contromano risalgo la corrente come se qualche spirito mi stesse remando contro, pongo fine a quello stramaledetto sbuffo che entrava dalla cucina, chiudo un’altra finestra. Avevo intentione di rimettermi a letto, avevo intentione di tornare a dormire, che forse avrebbe potuto sortire un qualche effetto: le tre e non chiudo occhio, mi rigiro aggrovigliandomi addosso le lenzuola per cercare un solo sogno per rimettermi in riga o al meno imbellettare qualche cosa. Un lampo.

Un lampeggio di una macchina che passa, un lampo che porta a passeggio la mia ombra lungo la parete fino alla porta, una solutione. In fin dei conti si trattava di fare un calcolo, non dormivo da ché quella finestra era sbattuta, tanto valeva stare svegli: m’infilo sotto la doccia per darmi un tono o al meno una parvenza, poi passo davanti alla finestra del guardone lustrandomi un capezzolo -tanto per fare e che veda ciò che può- mi fermo dietro la tenda a controllarne la luce fioca, ripasso e lo saluto, e questa volta gli mostro il culo. Speravo quasi di arrivare a mattino perché ci fosse anche una madre o una moglie da stizzire, vecchio bavoso!

Poi -con tutta quest’accozzame d’insulsi pensieri addosso- sono scesa dalla Michela. Michela, sì quella che sta sotto di me, quella che mi ha portato qua in collina: speravo anche si fosse portata a letto uno stallone da quattro soldi raggranellato in discoteca in una qualsiasi delle sue notti brave per infilarmici anch’io e farmi sbattere come una sgualdrinella, magari chiedendole conforto nelle fasi di stallo del bellone, al meno così mi passava un po’ ‘l tempo. Suono.

Suono anchora e niente. Mi attacco al campanello e sveglio tutto il caseggiato, il villino della amichetta, e pure l’altro mio amico, sempre che il quattrocchi abbia provato ad appisolarsi! Eran già dieci minuti che sorseggiavo il vento freddo e mi accompagnavo con quel trillo fastidioso del suo campanello, lei si presenta ben bella mezza biotta senza apparire d’essersi trascinata con gran foga dal letto: entro, la insulto che sorbiva ogni parola come se le stessi parlando di rose e fiori, manco una critica, che so, un piccolo “vaffanculo”. Macché. (Non c’è huomo) Un piccolo “come va?”… Macché! Le taccio ogni cosa, mi basta averla svegliata, non la saluto quasi e me ne sono andata. E hora che si fa? Un altro lampo.

Si fa che ho brancato la macchina con addosso poco più che un maglione e un paio di boxer e mi facevo guidare chissaddove e perché. Luci lontane della città, ogni tanto un paesucolo rallentava questo sentiero ubriaco, la pioggia che non accennava a calmarsi, la voglia di trasferirmi in quel casale e un vento che riusciva perfino ad entrare dalle giunture della capote di questa auto d’epoca -me e la mia voglia di vecchio!- ottundevano brandelli di luna che più in là dava solo un poco di chiarore alla notte. Il rombo tonico di questo ronzino del sessanta, la doppietta, le gomme scivolavano (è proprio il caso di dirlo) senza pavidità, si infilavano nelle curve scostando il cordolo di terra oltre ‘l quale sarebbe stato il fosso, mettevano in ordine sconclusionate pieghe e rettilinei, dossi e stanchi filari d’alberi, e galleggiavano su quel fiume in rilievo ch’era la pioggia la via sopra i campi, il tacco-punta (o punta-tacco?!). Posso quasi pensare di non aver toccato né ‘l legno del volante e nemmeno aver trafficato tra marce e overdrive: correvo, correvo, correvo come una mariateresadefilippis (o una lellalombardi, correvo sulla pianura, correvo in Brianza con quel vento insolente che aggrovigliava i capelli… Un lampo.

Ah, è così? E allhora beccati questo: pigio pesante sul freno, l’auto si scompone impercettibilmente, morde la paglia, accosto, scoperchio il tetto, mi strappo quasi di dosso il maglione, riprendo la strada e mi faccio colare addosso tutta l’aqua che posso, dondolando da parte a parte quasi a centrare ogni pozzanghera; ero bell’e fradicia, mi avessero strizzato avrei potuto riempirci un lago, mi fermo scendo e piango! Guardo l’orizzonte e Milano hormai vicina, mi volto verso casa -sempre che -una casa- l’abbia mai avuta, sempre che quei quattro mattoni ammuffiti e sbiancati senza il mio permesso si possano chiamare tale! Guardo la pianura -tette al vento- sul ciglio di un incubo, un sogno in un posto sperduto un po’ ovunque nel mondo, lampi che muovono a girotondo ogni mia ombra venuta a congrega. Quella troia di Michela, che si fosse preoccupata di starmi dietro?! M’ha sentito uscire con la macchina -collo “spider da cucco”, come dice lei (proprio SPIDER, con la “i”)- perché non potrebbe altrimenti, dice che le sferraglio i pistoni nelle orecchie della sua camera, e sì che lo sapeva quando mi ha strappato dal mio appartamentino in centro che avevo questo avanzo da sfasciacarrozze, lo sapeva che gliel’avrei piazzata di fatto in casa sua. Mi ha detto <vieni, vieni che fa per te>, ma fa per me cosa, che sono scappata di notte, che piove, che i rivoli grossi d’aqua che mi colavano addosso mi facevano appuntire le tette che li spingevano via a mo’ di doccioni; fa per me cosa, che sto cercando il sonno correndo a centotrenta e via, che fa per me cosa, che stavo abbracciata a me stessa e non avevo ne manco uno straccio d’huomo da spiegarmi che diavolo ci facevo così, che piangevo?! Però mi ero divertita coll’inutile osservatore del cortile, ma ne era valsa la pena? Un lampo.

Andasse avanti così, la vita, a lampi: lampi azzurrini che rischiarano le stanze, finestre che sbattono, rumori assordanti… andasse avanti così, la vita, a gente che non si fa i fatti suoi, a gente che non si fa che i fatti suoi! Che schifo la vita, in vece: va così, va che ero nuda (proprio nuda del tutto, che mi dan sui nervi gli indumenti inzuppati e mi ero cavata di dosso anche ‘l boxer), va che ci metterà giorni interi quest’auto ad asciugarsi di questa corsa impazzita, che non sapevo più da che parte tornarmene a casa e non c’era traccia di nessuno cui chiedere qualcosa. Va che c’avrei messo la firma per avvicinare qualcuno e chiedere qualcosa prima che mi saltasse addosso! Un lampo (barcollo), una ventata che mi porta via (rovino al suolo), che mi sbatte a terra col mio bel pigiamino di fango, ma in un attimo mi è parso come di stare al coperto… Un altro lampo che centra me nell’infinita pianura d’attorno, stanze disadorne e bianche e vuote di quelle che parevano finalmente essersi decise ad ospitare qualcosa di me e altro anchora, un fuggevole maggiordomo che buca la spessa oscurità d’un tendone accennando con ghigno bonariamente umbratile a intessere fili d’ombra tra chi già c’è (ne sento le dita d’ombra portate a spasso avvolgermi), una sozza signora (nel senso di lubrica) dalla pelle debole e piana (adesso non pareva essersi trascinata dal letto!) stravaccata sull’unico mobilio di quel divano che mi son trovata dall’initio senza potermene sbarazzare e che mi ha sempre rovinato il salotto, le sinuose lamiere che sgocciolano ansimanti su un parquet rassicurante, e una donna che scende dalle scale dell’altra ala, una che piove e viene dal villino vestita d’aqua. E poi altre, e altri anchora come fauni fate elfi sirene folletti ninfe vestali gnomi coboldi e silfidi, forse non più d’una ventina, creature d’un sogno che toccavo che cominciavano a popolare quelle stanze: <Vieni, vieni che fa per te>! Io stavo in un mare di pioggia, monda dal fango, dalla pelle luminescente, calda. Cazzo, calda!

Vieni, vieni che fa per te -caldeggiavano sospirando di non starmene lì quasi indispettita, profferivano di unirmi alla cricca aggregantesi, la donna sul divano e le due che si sistemavano al tappeto ai suoi piedi, così, vestite di niente, e tutte le altre anchora, e quella cominciava:

-Vieni che fa per te -diceva proprio così e i lampi parevano avere smesso del tutto- una luna, un vento, un gioco, una casa, -pareva il prologo di una storia o d’un rito magico- quando sbatte la finestra, una maleditione che si portano appresso questi muri, questi mattoni, questa collina, le stanze che si danno da fare, raccolgono, sollazzano e pretendono qualcosa.

Non è un sogno, domani ti sveglierai solo se ti sarai messa a dormire, è una cosa che va avanti da secoli. È un sollievo sapere che sei tornata dalla tua corsa incolume, in fondo anche quel tuo “spider” -proprio “spider” (con la “i”) diceva! e adesso non la prendeva più come rose e fiori! - si muove nella storia. L’ho detto che fa per te, te che inguaribile hai occhi solo per il vecchiume che ti trovi intorno>.

E intorno? Intorno quello sciabordare di anime, ma anime che toccavo e conoscevo (al meno di vista, non m’ero trasferita da molto), io lì come uno stoccafisso, sì, un baccalà, un pescelesso che mi domandavo semplicemente come diavolo fosse arrivata lì quella carrozza malefica... sì, la mia fuoriserie. Lei non muoveva un dito, tutto si svolgeva in un etereo troppo reale: non era un sogno, e io che ci speravo!

Io non faccio che starmene ferma zitta, pudica no perché avevo altro cui pensare che essere arrivata lì senza veli (e il mio maglione che fine avrà fatto, che c’ero affetionata?). Le voci si muovono come a una festa, si avviano focolai di discussione, meglio piccoli circoli in cui uno prende la parola e altri tacciono -io lì ferma- poi torna a parlare una sola per tutti hormai tacitati e immobili:

-Una sola volta sono già stata qui, una al mio arrivo, hora mi tocca mescere ‘l vino a ognuno e raccontare una storia, se la nostra nuova bellezza non si decide a spiaccicar verbo -intendeva me?- e la mia storia parla di draghi, maghi, ancelle, delle ricerche che -incuriosita- ho compiuto sulla zona.

E a me: -Posso, bella? -taccio- Probabilmente, a quanto ne so, alcuni di voi sono secoli che stanno qua, annoiati e perversi, il loro sogno crea la realtà e la realtà può correre in Brianza. Alcuni di voi si saranno stufati di alcove e tradimenti, sesso e altro… -e poi ha cominciato a parlare di me, di me e di lei, di questa notte. Io bloccata. Come in ologrammi materializzava le parole che si facevano carne, correvano con la strada e la pioggia e i lampi tutto attorno, staccava e a flashback cianciava dei miei ridicoli appostamenti alla panchina del parco quando ci siamo conosciuti (e una panchina passava dietro, e io e lei qualche tempo prima), e poi ha tirato in ballo il fratello della Luisa e via fino a quella volta tra randa e fiocco dalla Bretagna fino a Man, al festone di autunno su da me. Come in un decamerone a cavallo tra Boccaccio e il duemila cominciavo a temere di avere da passare giorni a fuggire la peste di qualcosa.

Spaesata io, cercavo di tenere insieme i pensieri che partivano ognuno per la sua tangente, il maglione anchora, e che peste si poteva fuggire, come diavolo era rincasata dal vagabondare della notte la mia auto, che funtione aveva quel fuggevole maggiordomo umbratile… Nuda, semplicemente me ne stavo nuda e cominciavo a passarmi una mano addosso, forse per coprirmi, forse perché spintonava inconsapevolmente in me l’eccitatione che provavo a toccare ogni cosa che raccontava una storia. E di storie ne aveva ognuno da raccontare, di carne, che ci passavano dietro:

Festa di maturità

Non so proprio come ho fatto a mettermi in questa situatione.

È stata Michela, la cara Michela, la mia amica del cuore. È stato subito dopo l’esame di maturità, quando, uscita da quella dannata aula d’esame, sono andata di corsa a trovarla, per dirle com’era andata, per tirare un attimo il respiro, per farmi rassicurare e coccolare un po’; del resto le amiche del cuore, è a questo che servono… Ricordo ancora quando sono entrata nella sua stanza, trafelata e sconvolta; quando mi sono lasciata cadere sul suo letto, cominciando a raccontarle come un fiume in piena tutto quello che era successo e che mi avevano chiesto, Leopardi e la termodinamica, degnando solo d’uno sguardo distratto i suoi libri universitari ammucchiati un po’ dappertutto -lei è già al secondo anno di Lingue- che fino ad oggi mi avevano intimidito quali testimoni di un universo altro, ma che ormai mi sono conquistata anch’io, solo ancora due o tre mesi…

Ricordo i suoi occhi azzurrissimi e sorridenti che mi guardavano mentre le raccontavo, i suoi capelli castani disordinati il giusto come si conviene a una persona che oggi non è ancora uscita di casa e non pensa di uscirne, la sua comprensione affettuosa mentre mi versava qualcosa da bere. Posso avere un’aranciata?, le avevo chiesto. Ma stai scherzando? Mi aveva risposto. Dopo un evento come questo, il minimo è un bel Martini… E mi aveva versato un bel Martini sottratto al frigobar familiare, e io sapevo che avrei fatto meglio a rifiutare, visto che ero sconvolta che la metà bastava e per di più a stomaco vuoto, vuotissimo, ma a me il Martini piace da morire, e adesso ho capito come ho fatto a mettermi in questa situazione… Ricordo solo vagamente la sua promessa di festeggiare la mia maturità in maniera memorabile, la sua proposta di un party un po’ trasgressivo nella sua casa in montagna, e poi l’arrivo qui a Santa Caterina, disfare i bagagli e prendere possesso dei letti, tirare un sospiro di sollievo, andarcene in giro quel pomeriggio e il giorno successivo per sentieri a prendere il sole, essere felice come sempre sono stata felice della nostra esclusiva complicità… E poi il suo ricordarmi che sarebbe stato per questa sera, telefonare agli amici, andare insieme a fare la spesa e comprare svariate bottiglie non precisamente di coca-cola e fanta sotto lo sguardo sospettoso del commerciante di montagna…

E adesso sono qui. Avrei voluto dire a Michela che non ne avevo più voglia di trasgredire, come diceva lei; che mi sarebbe bastata una tranquilla serata tra amici, due chiacchiere, qualche bicchiere e poi una passeggiata in paese e magari due salti in discoteca. Ma come facevo? Ormai in qualche misura mi ero impegnata, e mi sarei vergognata atrocemente a tirarmi indietro. E poi Michela mi ha spesso raccontato dei suoi amici universitari e di quello che fanno, della loro voglia di divertirsi e di non farsi sfuggire niente; ogni tanto, con qualcuno di loro, c’ero uscita anch’io, e non è che non mi fossi divertita, ma un po’ li guardavo come si guardano dei miti -ragazzi bellissimi e consapevoli, ragazze eleganti e gentili- e io mi sentivo la ragazzina ultima arrivata, come se i loro due o tre anni più di me fossero in realtà venti o trenta… E così ho dovuto mettermi il vestito carino, quello che Michela mi ha praticamente obbligato a mettere in valigia, nero con un bel gioco di trasparenze sulla schiena, e le scarpe coi tacchi alti -senza calze, per carità! Mi ha esortato Michela, nel suo ruolo di ispettrice del mio aspetto, cosa a tratti palesemente invadente, che le permetto solo perché con le sue intuizioni ci prende il 99% delle volte; truccarmi e aspettare insieme a lei nel soggiorno della sua casetta l’arrivo degli ospiti, davanti a una bella sfilza di bottiglie e piatti di salatini e tramezzini. Trepidante, forse; spaventata, un po’; ma contenta, in fin dei conti. 

E gli ospiti sono arrivati. Per primi Sandro e Tiziana, una coppia molto simpatica che avevo già conosciuto, fidanzati, sembra, da un bel pezzo, ma ancora padroni di un sacco di giochi di complicità affettuosa che sembra siano solo pochi giorni; poi Paolo e Alberto, due ragazzi veramente niente male, fisici solidi e ben costruiti; Luisa e Maria Pia, due biondine esili e delicate, che sembra si possano smontare semplicemente soffiandogli addosso; un’altra coppia, Mariangela e Ugo, loro di qualche anno più avanti rispetto a noialtri (infatti, se ho capito bene, sono ricercatori) e che danno una piacevole impressione di solidità e tranquillità. Sembra che siano arrivati tutti a Santa Caterina apposta per festeggiare la mia maturità, e non posso negare che la cosa mi abbia fatto piacere; sono stati gentili, mi hanno salutato, fatto i complimenti con qualche parola di ricordo/rammarico sulle loro, di maturità, mi hanno detto tutti che poi in fondo è una cazzata, ma te ne accorgi solo dopo esserci passato, eccetera… Insomma, dopo un po’ mi sono sentita bene, a mio agio, Michela ha messo sullo stereo una musica molto piacevole, il ghiaccio si è sciolto molto in fretta e abbiamo cominciato ben presto, complice qualche buon bicchiere, a muoverci e ballare, mettendoci di tanto in tanto qualche tramezzino nello stomaco. Poi Michela ha messo su qualche lento. I primi a ballare in coppia sono stati, com’era prevedibile, le coppie costituite; Sandro e Tiziana, Mariangela e Ugo, stretti stretti hanno cominciato a muoversi nelle luci che Michela ha prontamente abbassato. Non ho dovuto aspettare molto; è stato Alberto a venire da me, a prendermi ed invitarmi a fare un giro con lui… Ho acconsentito, devo dire, tutt’altro che malvolentieri. Abbiamo ballato a lungo, e a me piaceva sentire il suo profumo maschile mentre gli appoggiavo la testa sul petto e mi facevo trasportare. Mi ha detto che ballo molto bene, ho pensato che sicuramente lo dice a tutte ma lo stesso mi ha fatto piacere, come mi ha fatto piacere sentire i suoi complimenti sui miei capelli lunghi e la sua mano che li ha fuggevolmente accarezzati, ho fatto finta di niente ma mi è piaciuto lo stesso. 

Ci siamo andati a sedere su un divano, guardando le altre coppie che continuavano a ballare; Michela stava ballando con Paolo, e Luisa e Maria Pia tra di loro. Alberto, galante, è andato a prendermi qualcosa da bere e me l’ha portato, poi si è seduto vicino a me, vicino ma non attaccato.

-Stai bene? -mi ha chiesto. Io gli ho risposto di si, ed era vero. Ho visto che anche il suo sguardo non lasciava le coppie danzanti, che si stringevano sempre di più; anzi, Mariangela e Ugo hanno cominciato anche a baciarsi, in una maniera appassionata, quasi adolescenziale… Mi sono scoperta felice di poterli guardare, in un’altra situazione forse mi sarei sentita imbarazzata, ma non lì. Ho scoperto che anche Sandro e Tiziana stavano facendo la stessa cosa, e hanno continuato a farla anche dopo essersi seduti su una poltrona; anzi, ho visto la gamba di Tiziana, inguainata in una calza nera e terminante in una scarpa dal tacco altissimo pure nera, infilarsi tra quelle di Marco e arrivare a toccarlo proprio lì… E intanto le sue mani continuavano a massaggiargli delicatamente i capelli biondi. Boh, se la trasgressione era questa… Pastrugnamenti pubblici ne ho visti svariate volte, alle feste liceali, sai che novità… 

Ma ho parlato troppo presto. Michela si è avvicinata, ha chiesto a Alberto di lasciarci sole un attimo, lui si è alzato e lei ha preso il suo posto.

-Ti stai divertendo? -mi ha chiesto.

-Certo, molto -le ho risposto. Mi ha preso una mano tra le sue, e mi ha detto:

-Ascolta, ci siamo messi tutti d’accordo per farti un regalo… per la tua maturità. Il regalo è… qualcuno con cui passare questa notte, che sarà completamente al tuo servizio per tutto quello che vorrai fare e farti fare. Che ne dici? 

L’ho guardata stupefatta ma anche divertita. Ah, era questo?

-Oddio -le ho detto- temo che la scelta si riduca poi a Paolo e Alberto…

-No, perché mai?

-Non mi dire che Tiziana o Mariangela sarebbero d’accordo se scegliessi uno dei loro ragazzi…

-Certo che sono d’accordo, ma guarda che non devi mica scegliere per forza un ragazzo!

-Potrei scegliere anche te? -Michela mi sorride, fa un leggero cenno di assenso con gli occhi. Vabbé che siamo amiche intime, ma a questo non ci siamo mai arrivate, il fatto è che qui ed ora tutto sembra possibile, sarà anche l’effetto dell’alcool…

-Ma… devo proprio?

-No. Ma noi ci teniamo, sai? E poi, secondo me, è un’occasione da non perdere… 

Ora ci sono dentro, mi sono accorta che anche gli altri, senza averne troppo l’aria, mi stanno guardando, come se si aspettassero una risposta, un cenno… Un’occasione da non perdere. Ma per chi? Bah. Se non volessi così tanto bene a Michela, ora come ora la odierei. Ma in fin dei conti chi se ne frega, se c’è da giocare giochiamo, al diavolo le ultime… Devo scegliere? E allora scelgo. Liberamente.

-Voglio Ugo.

Michela mi sorride con un’aria come se intendesse dirmi: ottima scelta. Poi guarda in direzione di Ugo, che è ancora abbracciato alla sua ragazza, e gli fa un cenno col capo. Lui la bacia a fior di labbra un’ultima volta, poi si scioglie dal suo abbraccio e viene verso di noi.

-OK -gli dice Michela- il prescelto sei tu, ma non montarti troppo la testa. Comunque un brindisi s’impone. Paolo, vai a prendere quella bottiglia di champagne che è in frigo!

E così, un attimo dopo, il mio successo scolastico viene degnamente bagnato.

-Alla nostra Simona, degnamente maturata! -dice Michela. Tutti esultano e bevono, io mi sento mezza lusingata e mezza imbarazzata. Ugo è seduto al mio fianco, mi tiene un braccio appoggiato sulle spalle, con molta morbidezza e discrezione devo dire. Dopo che ho bevuto, sento la sua bocca, ornata da una barba rada, appoggiarsi sulla mia guancia in un bacetto leggero. Non posso fare a meno di guardare in direzione di Mariangela, temendo una sua disapprovazione, ma non traspare nulla del genere, anzi continua a guardarci sorridendo.

Ugo si alza tenendomi per mano, e mi riconduce in pista, cioè al centro del salotto; cominciamo a ballare tenendoci stretti. Mi sento bene con lui, mi piace sentire il suo calore e, perché no, anche il mio che sta cominciando a montare. In fin dei conti è quasi un anno che quello stronzo di Gaetano mi ha mollata, e da allora mi sono quasi consumata il dito medio della mano destra a furia di… Insomma, ho voglia di lui, ecco. E lui lo capisce, perché le sue mani cominciano a massaggiarmi leggermente la schiena, e ogni suo tocco è come una scossa che mi percorre la spina dorsale fin giù, giù… Mio Dio, che effetto… se queste sono solo le sue mani, chissà il resto…

Dopo un tempo lunghissimo, torniamo a sederci. Solo in quel momento mi accorgo che ormai nel salotto siamo rimasti solo io e lui, evidentemente tutti gli altri sono usciti, sono forse andati a farsi quella passeggiata che immaginavo prima di, o semplicemente sono scesi in tavernetta a fare qualche gioco; in ogni caso hanno voluto lasciarci soli, e hanno fatto bene…

Ci sediamo sul divanetto. Lui riprende i calici, pieni per metà, in cui abbiamo bevuto poco prima, mi consegna il mio, brindiamo ancora e beviamo. Poi fa scivolare una mano dietro la mia nuca, mi attira verso di lui, io quasi gli cado addosso, un attimo dopo le nostre lingue giocano insieme con insistenza appassionata, mentre lui con un braccio mi tiene stretta, con l’altro percorre il mio fianco fino alla gamba, al piede racchiuso nella scarpa a tacco alto… E poi alla mano segue anche la bocca, mi percorre il fianco, scende verso il basso, percorre anch’essa la gamba, lui prima si sporge, poi scende dal divanetto, si inginocchia di fronte a me e prende il mio piede e ricolma di piccoli baci le parti che la scarpa, un bel sandalo, lascia nude, poi me la sfila e continua…

Io mi metto a ridere, la situazione mi sembra un po’ comica, oltre che eccitante. Cerco di trattenermi, non vorrei che si offendesse, ma no, lui mi guarda, mi sorride, esita solo un attimo e allora sono io che gli infilo il piede in bocca, continua, gli dico… E lui non se lo fa ripetere, prende, denuda e bacia anche l’altro mio piede, poi la sua bocca risale lungo la gamba, scosta l’orlo del vestito e sale più su, sempre più su… Mi sembra di star già per impazzire, ma non voglio lasciarmi andare subito, così, di botto. Aspetta, aspetta ancora…

Ci siamo, scosta le mutandine, la sua lingua è arrivata lì dove volevo che arrivasse, Dio che godimento, ma non ancora, voglio divertirmi ancora un po’. Lo allontano, lo costringo a sedersi, mi inginocchio davanti a lui e glielo tiro fuori. È già durissimo, mica male, Mariangela sì che se ne intende… Glielo lecco un po’, poi prendo in bocca la punta, non voglio farlo venire subito ma solo eccitarlo ancora. Dopo un po’ mi stacca, mi alza il viso, mi guarda sorridendomi e mi bacia appassionatamente. Poi mi fa alzare e sedere sopra di lui, ed ecco, mi penetra con un colpo solo, deciso, duro ma non doloroso, sono già superbagnata… E intanto che sono su di lui, e che conduco e mi faccio condurre, mi sfila dalla testa il vestito e mi slaccia il reggiseno e poi si attacca ai miei seni, me li stringe con forza, me li lecca, me li mordicchia… È sublime! In breve perdo totalmente il controllo di me stessa, non so più dove sono e con chi, e continua così per un tempo che non so misurare, che mi pare infinito…

Poi rinvengo, tra le sue braccia. Ora siamo distesi sul divano, e mi accorgo che intorno a noi c’è di nuovo qualcuno. Apro gli occhi, e la prima cosa che scorgo è il viso di Mariangela, a pochi centimetri dal mio, che mi guarda sorridendo. È molto bella, i suoi quarant’anni le donano un fascino tranquillo e maturo. Bruna, occhi marroni, è inguainata in un vestito bianco che le lascia completamente scoperte le braccia, ornate da numerosi bracciali. Allunga la mano, mi accarezza lievemente la fronte e mi sposta i capelli scomposti. Sono lì, nuda e abbracciata a suo marito, ancora piena di lui, ma non sono per niente imbarazzata, al contrario le sorrido, sposto il viso, le bacio la mano.

E lei mi prende per mano

-Vieni, ti porto a vedere qualcosa, vuoi?

-Perché no? -Mi alzo, i miei passi sono molto malfermi, mi rimetto il reggiseno, cerco le scarpe e il vestito, ma lei mi dice di no, di non rivestirmi, di rimanere così. Poi, sempre tenendoci per mano, saliamo la scala che porta alle camere da letto. È molto oscuro, ma riusciamo lo stesso a muoverci.

Apre uno spiraglio della porta della prima camera, io guardo dentro e vedo, nella penombra, due corpi chiari, abbracciati e gementi. Vedo delle braccia e delle gambe che si muovono lentamente e che si donano carezze, vedo dei capelli biondi e scomposti, e dopo un po’ riconosco Luisa e Maria Pia. Provo stupore, ma non più di tanto. Non posso dire che abbiano dei corpi da urlo, così magroline come sono, ma sono infinitamente tenere. E non posso non restare affascinata nel vedere la piccola lingua di Maria Pia coprire il viso dell’amica di tenere leccatine, come una gatta innamorata, e vedere Luisa ad occhi chiusi concedersi mentre una sua mano sollecita delicatamente il suo piacere, l’altra quello della compagna. Ma non resto lì a lungo.

-Vieni, c’è dell’altro -mi dice Mariangela.

Passiamo alla camera successiva. Anche qui Mariangela apre uno spiraglio della porta, e anche qui posso vedere nella penombra e vedo... Tiziana legata al letto. Un pezzo di stoffa le immobilizza i polsi sopra la testa, altri due fissano le caviglie ai lati. E tra esse, inginocchiato, c’è Sandro, che la lecca. Lei tiene gli occhi chiusi, la bocca è aperta e sorridente e posso sentire distintamente i suoi sospiri, e vedere i suoi seni, gonfi e rotondi, alzarsi e abbassarsi… Ho l’impressione che Sandro la porti quanto più possibile vicino all’orgasmo per poi ritirarsi, lasciarla raffreddare un po’ per poi ricominciare… e alla fine, lei sempre legata, la penetra profondamente, lei cominciaa divincolarsi e gridare, stavolta ci siamo…

-Vieni -mi dice ancora Mariangela, tirandomi via delicatamente per un braccio. E siamo alla porta della camera successiva. Tutto mi sarei aspettata di vedere, tranne che questo.

Dentro ci sono, com’era prevedibile, Paolo e Alberto, con i loro corpi muscolosi e abbronzati che è uno sballo guardarli. Ma -sorpresa sorpresa- tra di loro c’è Michela, la mia amica! E se li sta facendo entrambi! Li guardo, allibita ad estasiata. Vedo Michela farsi accarezzare da entrambi, baciarne uno mentre l’altro gliela lecca, non solo, le alza le gambe e le lecca anche il culo, e poi baciare l’altro mentre l’uno prende il suo posto; poi mettersi carponi, farsi penetrare lentamente da dietro mentre prende l’altro in bocca, e così le spinte dell’uno, tramite lei, arrivano all’altro, e poi, cosa incredibile, vederla mettersi sopra Alberto, vedere Paolo andarle sopra, e poi farsi strada in lei entrambi insieme, inequivocabilmente uno per la via ordinaria, l’altro, invece, per quella alternativa… E lei grida, movimenti convulsi da crisi epilettica, viso contratto, capelli sudati appiccicati al viso, Paolo le immobilizza le mani dietro la schiena e lei gode, gode, gode…

Sono di nuovo eccitata, e Mariangela se ne accorge.

-Ti piace? Allora entra, vai da loro! -mi dice.

-Scusami, io torno da mio marito, ho voglia di lui... -Mi da un leggero bacio sulla testa, e poi si allontana. Ora sono sola. Che faccio? Vado via o entro? Ma siamo sicuri che mi stanno aspettando?

Michela è in estasi, deve essere venuta venticinque volte consecutive, e non si rende conto più di niente. Ma è Paolo che mi vede, mi sorride, mi dice:

-Che aspetti? Entra, che ce n’è anche per te!

Entro. Mi accosto. Loro mi prendono per mano, mi fanno sedere sul letto, vicino a Michela nuda e felice.

-Sei bellissima -mi dice Alberto, facendo scorrere le sue dita lungo la mia schiena e provocandomi un brivido bestiale. Arrivano in fondo, alle mutandine, poi risalgono e si fermano alla fibbia del reggiseno, me la slacciano mentre Paolo mi abbraccia forte, poi le mani di Alberto raggiungono i seni da dietro, me li stringono, e allora non ce la faccio più, non me ne frega niente, avrò anche appena finito di fare sesso con un uomo ma ho di nuovo voglia e se non è lo stesso uomo chi se ne frega, gli prendo la testa e butto la mia lingua oltre le sue labbra, mentre Alberto continua a occuparsi della mia schiena. Per fortuna sono tutti e due ancora in tiro, e alla grande; e così posso anch’io vivere da protagonista quello che poco fa ho visto vivere alla mia amica del cuore… e non solo di quello, ormai. Perché, mentre sono io ad essere lì in estasi, mentre Alberto mi penetra con colpi che mi incendiano dentro, e mentre Paolo ora mi bacia, ora mi accarezza il viso con il suo uccellone bestiale, ora mi bacia ancora, sento un’altra bocca, un’altra lingua percorrermi i seni, altre mani strizzarmi e tirarmi i capezzoli, e non possono essere che quelle di Michela. E poco dopo ecco che arriva anche la sua bocca sulla mia, baci profondi e sensuali, in dieci anni di amicizia ferrea non era mai successo, ma c’è una prima volta per tutto… come c’è una prima volta anche per assaporare il gusto di un’altra donna, le sue emozioni e la sua sensibilità, così identiche alle mie… mentre intorno a noi i due supermaschi continuano a fare il loro dovere, a portarci di nuovo entrambe all’estasi più totale e poi a scaricarsi, Alberto dentro di me, Paolo nella bocca di Michela che non posso fare a meno di baciare subito, per sentire anch’io quel sapore inusuale…

È notte fonda, siamo di nuovo tutti nel salotto, adeguatamente rivestiti. Beviamo bei bicchieroni di bibite, debitamente corrette, per rifarci; ci sentiamo tutti beatamente rilassati e tra noi non c’è nessun imbarazzo, e questo è bellissimo.

-Allora, carissima, ti è piaciuta la festa? -mi dice ancora Mariangela, anche lei ricompostasi dopo un paio d’ore di passione con suo marito mentre noi ci davamo da fare al piano superiore.

-È stato bellissimo. Grazie! -rispondo io. Mi rendo conto che è banale, ma non posso dire altro, non ho molte altre parole… e poi è vero, è stato bellissimo, soprattutto per la naturalezza, quasi l’ovvietà con cui tutto questo è capitato.

Poco dopo gli ospiti si congedano. Rimaniamo solo io e Michela, disfatte e felici, in mezzo al classico casino del dopofesta.

-Dai -dice lei- andiamo a dormire. Domani dovremo mettere tutto in ordine, soprattutto le camere da letto…

Ci prendiamo per mano e saliamo al piano superiore. Ma non credo proprio che dormiremo molto… 

di Svalbard

-No! -sbotto dal cantuccio e mi faccio avanti nella congerie- Questa maturità è mia e quella donna[1] non l’ha detta giusta…

Quasi uno strattone -come trattenuta per la manica- frena ‘l mio farmi avanti (che equilibrio ho turbato, che fili stavo ingarbugliando?) immobile sui due piedi, ma proseguo e spiego: -É stato il gioco d’una sera perversa, la fantasia d’un sogno inventato d’acchito oltre le note d’una notte; siamo stati accasciati sul divano –io e te- a contar balle, e se ti ho messo nella mia –sottolineavo-storia –intimo- non hai da arrogarti ‘l diritto di travisare il vero del sogno!

Tra gli astanti non il cenno d’un moto: forse sapevano dei fili del maggiordomo, forse ne aspettavano l’ordine perverso che mi avrebbe disposto a frammenti con loro per farci raggiungere da un pezzo di infinito.

È stata la rabbia delle –“mie”- verità (dannata la mia voglia di vero!) rilette tanto distorte ad avermi fatto mollare ‘l freno o la pigritia, la costernatione o il sonno, piazzarmi in centro alla cricca a mo’ di retore e gettarmi nell’arena, vestale d’un fuoco da tenere vivo:

Non è così (appendice a Festa di maturità)

Non è così. O meglio, non è andata del tutto così: certo che c’entra la Michela, e con lei quella mia maturità, la sua università, il Martini, quel piccolo paesucolo di montagna e tutto il resto –dicevo rileggendo le mie parole già dette. E poi Sandro Titiana Paolo Alberto Luisa MariaPia Mariangela Ugo… e c’entra anche quello stronzo di Gaetano[2]! Diciamo che i fatti sono stati un poco edulcorati o semplicemente aggiustati, ma –io mi ricordo- non è andata così!

È andata che mi sono seduta al mio deschetto e hanno aperto il libro su Leopardi, era luglio, mi hanno chiesto la termodinamica, l’afa agonizzava tutta Milano, mi hanno messo sotto gli occhi lo scritto di greco e mi sono impapocchiata davanti a un aoristo, cose stupide, banali hora che ne sono fuori, ma là, in quell’aula, quei banchi che non conoscevo, quella gente che non conoscevo, e fors’anche la calura di luglio, il sapere di mettere in cantina anni spensierati e in carniere altri in cui sarei stata hora da sola ma forse altrettanto inutili, be’, tutta una strana impaurita soggetione, panico rabbioso di rimorso e quant’altro si sono impossessati di me, mi hanno fatto blaterale come in un pericoloso limbo e sinceramente non ricordo neppure il resto: sarò uscita, sarò andata da Michela la mia migliore amica iscritta a Lingue, e il suo Negroni -che avevamo già stabilito sancisse quella mia prima parte di liberatione scolastica- mi avrà fatto promettere anche qualcosa d’insensato e compromettente, ma qualcosa che più mi sforzo più –tutthora- non mi sovviene. È così che siamo partite alla volta della sua piccola pacifica baita, compagne di viaggio e di soggiorno di tutta quella gente che ho detto, più grandi di me di pochi anni e compagni di corso della –disgratiata- mia amica. Disgratiata perché…

Perché è una disgratiata: io sono andata da lei –quel giorno dannato dell’orale- per farmi rassicurare e coccolare (che a tanto -pensavo- servono le amiche del cuore), e lei che mi combina?! Lo sapevo che avrei fatto meglio a rifiutare dato ch’ero sconvolta che la metà bastava e per di più a stomaco vuoto (vuotissimo): ma a me il Negroni piace da morire, e forse… forse una qualche idea per come ho fatto a mettermi in questa situatione, be’, qualche idea potrei anche avercela…

Se abbiamo passato il pomeriggio -io e lei- per sentieri a prendere il sole, essere semplicemente felici come sempre sono stata felice della nostra esclusiva complicità, nulla –dico nulla- dava il presagio del seguito: gli amici lasciati a riposare –pigroni, dicevo- sul prato fuori della baita, il verde frusciare dei prati che non fanno fieno, l’odore frizzante come quest’aria del non aver nulla da fare… E sono qui, avrei voluto dire a Michela che mi era passata la voglia -come diceva lei- di trasgredire, che mi sarebbe bastata una tranquilla serata tra amici, due chiacchiere, qualche bicchiere e poi una passeggiata in paese e magari due salti in discoteca: ma come facevo? In qualche misura mi dovevo essere impegnata, e mi sarei coperta d’una vergogna atroce a tirarmi indietro. Così ho dovuto pure infilarmi il vestito carino, quello che Michela mi ha obbligato a mettere in valigia, nero con un bel gioco di trasparenze sulla schiena, e le scarpe coi tacchi alti: senza calze, per carità (avrei dovuto pensarci…)! Mi piace -Michela- ma delle volte non apprezzo la sua irruenza, la sua eccessiva intraprendenza, diciamo il ficcarsi un po’ troppo nella mia intimità: per prepararmi mi ha come cavato la roba di dosso, mi ha sbattuto nella doccia sotto cui sono stata tre quarti d’hora in attesa che lei uscisse dal bagno e quindi mi sono dovuta arrendere a farmi passare l’asciugamano… Mentre gli altri[3]addobbavano la sala mi ha indorata e profumata, è andata in valigia a portarmi quel vestito e le scarpe, ha cercato di convincermi che ‘l segno di mutandine e reggiseno rovinasse la figura e a forza ho dovuto acconsentire ripromettendomi di infilarli appena potevo… E a mo’ di una caronte (già, già) mi ha traghettato -così messa e senza possibilità di sottrarmi- da quegli altri che hanno cominciato d’acchito a brindare a quella “loro” (già)… Simona, degnamente maturata!

Ho cominciato a sentire –quasi a mio agio- tappi che saltavano, e mi sono sorpresa a sbirciare Mariangela e Ugo che davano a baciarsi appassionati, quasi adolescenti: non pensavo mi pervadesse quella gioia di poterli guardare, forse in un’altra situatione mi sarei anche imbarazzata, lì –non chiedetemi perché- no. È che d’amblè non ho neppure avuto ‘l tempo di meravigliarmi della cosa perché tutti hanno preso a festeggiarmi: ho ballato con Paolo, Alberto mi ha portato da bere e mi raccontava cose carine, e quando questo tipo di trasgressione cominciava anche ad andarmi bene, Michela si è avvicinata, ha chiesto ad Alberto di lasciarci sole un attimo, lui –obbediente- s’è alzato e lei ha preso il suo posto.

-Ti stai divertendo? -mi chiede,

-Certo, molto –controbatto.

È stato quando mi ha preso una mano tra le sue che ho sgranato i miei occhi nei suoi cominciando a temere:

-Ascolta, ci siamo messi tutti d’accordo per farti un regalo per la tua maturità. Il regalo è: qualcuno con cui passare questa notte, che sarà completamente al tuo servitio per tutto quello che vorrai fare e farti fare. Che ne dici? -Dico che sei scema, che hai bevuto troppo, che sei completamente fuori di cotenna, che se quel Negroni mi ha fatto promettere di accettare i tuoi regali –be’- fuori di cotenna lo sono stata pure io, ma avevo la scusa di essere bevuta! Dimmi, non indossavo molto, un velo nero con un ottimo panorama sulla mia schiena, un velo di stoffa che il fresco della sera di montagna aveva teso tra un capezzolo e l’altro… ma via, prendermi un huomo e farne i miei comodi? Non ero proprio io! E per chi mi hai preso –mi infervoravo tra me e me- per una che non riesce a rimediarsi un huomo con le sue stesse mani (adesso che mi stavo dando da fare con Alberto)?! Lei ha insistito e lo spumante ha fatto sì che nello sbigottimento la guardassi un poco divertita. Ah, era questo?

-Oddio -le ho riso in faccia- temo che poi la scelta si riduca a Paolo e Alberto…

-No, e perché mai? -questa poi!

-Non mi dire che Titiana o Mariangela sarebbero d’accordo se scegliessi uno dei loro ragazzi…

-Certo che sono d’accordo. Ma guarda che non devi mica scegliere per forza un… ragazzo!

Titubo:

-…potrei scegliere anche te? –ci ho scherzato fingendo: Michela mi sorride, fa un leggero cenno d’assenso con gli occhi. Vabbe’ che siamo amiche intime, ma a questo non ci siamo mai arrivate, anche se tutto hormai doveva sembrare plausibile…

-Ma… devo proprio? –sbuffo quasi distratta soppesando di dove si potesse sgusciare all’inusitata folle imbarazzante situatione.

-No, ma noi ci teniamo, sai? E poi, secondo me, è un’occasione da non perdere…

Hora ci sono dentro, mi sono accorta che anche gli altri, senza averne troppo l’aria, mi stanno guardando, come se si aspettassero una risposta, un cenno… Un’occasione da non perdere: ma per chi? Bah. Se non volessi tanto bene a Michela, hora come hora la odierei!

…attimo di confusione abbastanza totale… Ma chi se ne frega in fin dei conti, se c’è da giocare un poco giochiamo, bando alle ultime ritrosie, cosa avrei potuto combinare di tanto licenzioso: devo scegliere? E allhora scelgo. Liberamente:

-…scelgo te –faccio per vendicarmi,

-Va bene, che vuoi da me?

-Voglio… che nessuno si muova da qui –credo di scandalizzare- e –voglio- che ti levi quanto hai indosso! –ingiungo perentoria;

e lei non fa una piega e si sfila la blusa: sotto, il reggiseno a balconcino (lei lo portava, anche se troppo sottile perché fosse visibile!) le protendeva il seno oltre misura; i suoi occhi continuavano a fissarmi perscrutando -equivoca- la mia reatione mentre le sue mani scioglievano impassibili i laccetti sul fianco della lunga gonna sottile; prima la vidi nuda (maiala, non porti le mutandine! –pensai), poi intravidi un perizoma che neppure avevo immaginato esistesse, praticamente un filo che le solcava il sedere e quasi s’insinuava –indecente- anche altrove; il suo vestito si accovaccia sulle tavole del pavimento e subito dopo fa mucchio con l’intimo (troppo! -avrei ridacchiato) che indossava: e gli altri che parevano soffrire di un’apatia ineguagliabile, come se fosse cosa che incontrano ogni dì sul tram per l’università! Mi schermisco, sono imbarazzata perché pensavo di aver dato la stoccata vincente, e -in vece- niente. Ma la palla anchora è a me, perlustro intorno quasi impanicata, come se all’esame non avessi saputo rispondere, se mi avessero chiesto la prima declinatione e avessi fatto scena muta. Ugo! Pareva quello più rassicurante, pertanto mi do a saggiare le parole di prima della Michela: lo strattono vicino a lei –Mariangela non batte ciglio- e dico alla mia “avversaria” di… toccarlo proprio lì! Non mette in mezzo tempo o parole, le sue mani gli sono addosso: fatto!!! Poi si volta a me quasi l’avessi sorpresa con le mani nella marmellata, come mi avesse sfilato di mano un giocattolo che avrebbe dovuto essere mio… ?!

E mo’ che faccio?, mi aggroviglio in un nugolo di pensieri di rimorso e di disagio che –inefficaci- cominciano a cedere spatio ai sussulti della voglia perversa di vedere che può succedere, il silentio-assenso di chi mi circonda e di lei che pare voler andare fino in fondo alle sue proposte mi blocca il fiato e le idee, le fantasie cominciano a montare, dieci minuti sono bastati perché mi si stravolgesse il concetto di trasgressione: stavo nel vero o in un qualche sogno altrui?! L’esame, il Negroni, lo svuotarmi d’ogni pensiero nella vacanza di quei giorni mi piazzavano –sì- ad un livello che non partecipava della mia vita, ero astratta per un breve lasso di tempo che avevo preventivato ma –a tanto livello- mai avrei giurato di arrivare, e mai ci avevo fantasticato. E a Michela si stavano inturgidendo i capezzoli, e ad Ugo…

Ri-titubo, mi accosto, allhora Luisa capisce che lo sconcerto in cui proseguivo a precipitare non avrebbe accennato a placarsi e mi sospinge ai nostri due protagonisti, mi accarezza il fianco e io mi volto a lei con un’occhiataccia che domanda qualcosa, un po’ di spiegatione e un po’ d’incoraggiamento, ma lei coglie solo quest’ultimo e sfiorandomi dal didietro di sopra la corta gonna ai limiti dello spacco quasi mi offre loro. E mo’ –rimugino- che faccio? Gli occhi azzurrissimi e sorridenti di Michela sprofondano le mie incertezze e traspare solo un piacere –pare- quasi innocente, i suoi capelli castani sempre disordinati il giusto che si converrebbe ad una persona che non è anchora uscita di casa e non pensa di uscirne, colgo la sua bellezza trasandata come comprensione affettuosa mentre me ne sto ammutolita al suo cospetto e poi un lunghissimo bacio che mi lega magneticamente a lei. Gioiosi gli altri, alla caduta delle mie rimostranze (da bambina mi dicevano di non fare cerimonie) che tirano fuori il loro spumante e cominciano a… stapparlo rovesciandomelo addosso: e allhora è cominciata la festa, con MariaPia che ne ha approfittato per leccare il lobo di Alberto, e poi avvinghiarglisi mentre le sue mani ne cercavano ‘l petto sotto la camicia, e Titiana che da dietro ha cominciato a tastarlo proprio dove io avevo ordinato la mia amica di toccare Ugo, e infilargli una mano nella patta e prepararlo, mentre Sandro –il suo moroso- sollevava la gonna a Luisa, Mariangela calava le brache a Paolo e tutti a stringermisi addosso e tra ridere e scherzare mi trovavo puntata da tutti e quattro quei cosi, bagnata da loro mentre Michela allungava le mani avvicinandoli quanto più le riusciva, e le ragazze li brandivano per far sì che a me arrivassero anchora all’apice della forma, e quindi sono stata io –rapita incosciente- a far scivolare una sottilissima spallina del mio vestito pregno e quell’aggrovigliamento mio di pensieri di prima si trasformasse in un accalcarsi di corpi.

Stavo nuda fradicia in mezzo a loro, come ape trai petali, ma anchora da quel nettare non mi districavo, quasi non m’incuriosiva. E hora c’erano Luisa e MariaPia che cominciano a tastarsi i seni e le loro mani sempre più intraprendenti (quanto le lingue che si incrociano fuori dalle labbra) si colmavano di carezze audaci e audaci fino a far sparire nella carne una, due, tre dita, Ugo e Sandro si masturbavano a vicenda mentre moglie e morosa ne leccavano lo scroto incrociandosi, e hora ci sono Paolo e Alberto, con i loro corpi muscolosi e abbronzati che è uno sballo guardarli, e tra di loro Michela, la mia amica, e se li sta facendo tutti e due! Li guardo, allibita ed estasiata: vedo Michela farsi accarezzare da entrambi, baciarne uno mentre l’altro gliela lecca; non solo, le alza le gambe e le lecca anche il culo, e poi baciare l’altro mentre l’uno prende il suo posto, poi mettersi carponi, farsi penetrare lentamente da dietro mentre prende l’altro in bocca, e così le spinte dell’uno, tramite lei, arrivano all’altro, e poi -cosa incredibile- vederla mettersi sopra Alberto, vedere Paolo andarle sopra, e poi farsi strada in lei insieme, inequivocabilmente uno per la via ordinaria, l’altro –in vece- per quella alternativa… E lei grida, movimenti convulsi da crisi epilettica, viso contratto, capelli sudati appiccicati al viso, Paolo le immobilizza le mani dietro la schiena e lei gode, gode, gode…

Sono eccitata (e sola): che faccio? scappo? mi butto nel mucchio? e -se mi buttassi- siamo sicuri che davvero mi accolgano tra loro? non è che gli rompa un po’ le uova nel paniere, insomma, porti via qualcosa (e che cosa!) alla mia amica? Michela è in estasi, deve essere venuta venticinque volte in una, e non si rende conto più di niente, Paolo –dolce- mi vede, mi sorride, mi dice:

-Che aspetti che ce n’è anche per te!

In fin dei conti è quasi un anno che quello stronzo di Gaetano mi ha mollata, e da allhora mi sono quasi consumata il dito medio della mano destra a furia di…

-Perché no? -è un’occasione da non perdere!

Mi accosto, loro mi prendono per mano, mi fanno sedere sul grande divano, vicino a Michela nuda e felice.

-Sei bellissima -dice Alberto, facendo scorrere le sue dita lungo la mia schiena e provocandomi un brivido bestiale. Arrivano in fondo, poi risalgono e si fermano, Paolo mi abbraccia forte, poi le mani di Alberto raggiungono i seni da dietro, me li stringono, e allhora non ce la faccio più, non me ne frega più niente, gli prendo la testa e butto la mia lingua oltre le sue labbra, mentre Alberto continua a occuparsi della mia schiena. Per fortuna sono tutti e due anchora in tiro, e alla grande, e così posso anch’io vivere da protagonista quello che poco fa ho visto vivere alla mia amica del cuore… e non solo, hormai: mentre sono io ad essere in visibilio, mentre Alberto mi penetra con colpi che mi incendiano dentro, e mentre Paolo hora mi bacia, hora mi accarezza il viso con il suo uccellone bestiale, hora mi bacia anchora, sento un’altra bocca, un’altra lingua percorrermi i seni, altre mani strizzarmi e tirarmi i capezzoli, e non possono essere che quelle di Michela. E poco dopo ecco che arriva anche la sua bocca sulla mia, baci profondi e sensuali, in dieci anni di amicitia ferrea non era mai successo, e questa è la prima volta… una splendida prima volta! come c’è una prima volta anche per assaporarne il gusto, il suo gusto, quello di un’altra donna, con le sue emotioni, la sensibilità, sensationi tanto uguali: mentre intorno a noi i due supermaschi continuano a fare il loro dovere, a portarci di nuovo entrambe all’estasi più totale e poi a scaricarsi, Alberto dietro e dentro me, Paolo nella bocca di Michela, la dolce bocca che non posso fare a meno di baciare subito, per sentire anch’io quel sapore mediato dalle sue labbra…

Svenuta, accasciata distesa su Paolo –hormai moscio- che mi stava anchora dentro, tenevo anchora la testa a mo’ di cuscino sul seno di Michela che Alberto –esausto- stringeva koalizzatole[4]tra le braccia. Poi rinvengo, e mi accorgo che intorno a noi c’è di nuovo qualcuno. Apro gli occhi, nella penombra la scorgo per prima cosa i tratti nebulosi del viso di Luisa a pochi centimetri dal mio che mi guarda sorridendo: allunga la mano, mi accarezza lievemente la fronte e mi sposta i capelli sfatti. Sono lì, nuda e abbracciata a una donna, anchora mezza piena di un huomo, ma non provo disagio. Ma le sorrido anch’io, sposto il viso, le bacio la mano. E resto affascinata nel sentire la piccola lingua coprirmi ‘l viso di tenere leccatine, come una gatta innamorata, muoversi lentamente, donarmi carezze, la vedo trai suoi capelli biondi chiedermi di concedermi ad occhi chiusi mentre una sua mano si posa a sollecitare delicatamente il suo piacere, l’altra quello mio. Paolo Alberto e Michela si saranno messi da parte, sento solo le mani di Luisa su di me sfiorarmi con leggera passione, i suoi polpastrelli che tremano passandomi amore e la pelle mi si accappona in un fremito elettrico che mi percorre ovunque: mai provato qualcosa di simile, neanche la prima volta che Gaetano (anchora lui) mi ha toccato appena la prima volta a quattordici’anni. E la cosa continua sottile e mi ritrovo con la sua mano che tenta la mia “serratura”, un riflesso improvviso di piacere mi contrae, le mie braccia fanno per abbracciare quella mia sadica tentatrice ma rimangono ferme, sono legata al divano, un pezzo di stoffa mi immobilizza i polsi sopra la testa, altri due fissano le caviglie ai lati. E tra loro appare Sandro -inginocchiato- dal lago incantato del piacere che si avvicina a leccarmi; tengo gli occhi chiusi, la bocca è aperta in una posa di beatitudine a sentire distintamente i miei sospiri riempire la stanza, vedere i miei seni gonfi e rotondi alzarsi e abbassarsi… Stanchi di chissacquali sconcezze Paolo Alberto e Michela, Titiana MariaPia Mariangela Ugo so che ci stanno guardando toccandosi ognuno per i fatti propri. E intanto mi si gonfia l’idea che Sandro abbia intentione di portarmi al ciglio dell’orgasmo per poi ritrarsi, lasciarmi contorcere un po’ per dare vigore e vigore alla mia fregola per poi ricominciare… e alla fine -sempre legata- lo sento penetrarmi profondamente, comincio a divincolarmi, a gridare, stavolta ci siamo, e stavolta Ugo -che cogli altri aveva preso ad agitare quel suo coso- mi inonda la faccia in sincronia con l’amico dentro di me e poi Paolo, Alberto e la mia lingua vortica prima che le dannate socie di questa notte si avventino a nettarmi: godo, godo, godo…

Ho sentito le bocche di Michela, di Titiana, MariaPia, Mariangela, di Luisa cercare il sapore di Sandro in me, le ho viste mettersi –scolarette- in fila perché io ne gustassi ‘l sapore: godo, godo, godo…

Vero? Falso? Sogno o cosa? –era la mia chiusa- Come la leggenda metropolitana di quella ragazza che per la sua maggiore età s’è regalata diciotto maschioni da spompinare e dopo la lavanda gastrica s’è trovata a spiegare al padre che l’aveva riportata dal pronto soccorso cos’era quel flacone di sperma che aveva in pancia…

Per intanto Paolo s’è laureato e ci siamo sposati, e non sempre gli dico che continuo a trombare quell’uccellone di Ugo, che mi faccio inchiappettare dal suo amico Alberto (ma quello lo sa, che si fa inchiappettare anche lui ed è bellissimo vederli), a volte gli racconto di come Luisa lecchi la figa a Michela che la lecca a me che la lecco a MariaPia che si tiene in culo il pisello di Sandro, e ho scoperto con Sandro il piacere di frustini e borchie, che Titiana mi si sfrega addosso con sempre più voglia… È che sono finite tutte le nostre feste di maturità e di laurea e se ci troviamo è per non stemperare i ricordi di quella notte, il 29 luglio: chi se lo può più scordare! –una bella storia, no?!

La donna stravaccata sull’unico mobilio del divano ebbe un moto di compiacimento, la pelle debole e piana traspariva il sognante trasalimento che con questa mia inventione in lei avevo provocato in altre, e altri anchora come fauni fate elfi sirene folletti ninfe vestali gnomi coboldi e silfidi, forse non più d’una ventina, creature d’un sogno che avevo toccato con le mie parole; un lampo, di fuori aveva ripreso a scrosciare aqua a tutt’andare, colava i vetri di rigagnoli impazziti mentre oltre il tendaggio impolverato mi davo a scrutare quegli occhi rari del maggiordomo far passare il tempo in questo suo scantinato d’Inferno a scaldare ‘l camino e bruciare i nostri perversi disegni di mente, fermo per non inciampare nei fili spezzati che sono serviti anche per questa volta; il parquet se ne stava infracidato sotto ‘l cavallo mio rombante di lamiere sinuose e io sempre nuda, hora un poco intirizzita.

epilogo

E così una finestra che sbatte tanto violentemente da farmi alzare di scatto, lampi azzurrini rischiarano la stanza, alcuni secondi per cercare di rendersi conto di cosa succeda, il rumore assordante di un tuono per chiarirmi le idee, scostare le coperte e appoggiare i piedi sul rassicurante parquet di legno, camminare per raggiungere la finestra e la mia ombra che viene proiettata sulle pareti di quelle stanze bianche e disadorne, un vento fresco e umido che mi indica la strada in quell’appartamento vuoto che anchora non s’era deciso di ospitare le mie cose; socchiudo gli occhi e mi affaccio alla finestra aperta, allargo le braccia e accolgo la pioggia fresca sul mio corpo nudo, l’aqua che mi fa rabbrividire la pelle, mi abbraccio stretto: piove anchora, sono ventiquattr’hore che piove e che sto senza quella dozzina di centimetri di pisello (e non per quella sporca dozzina di centimetri!)!

“Se fossi una donna

passerei tutto il giorno

a toccarmi le tette.”

S. Martin


Postfationi (se ne vale ‘l caso):

1) ho cannibalizzato atrocemente racconti altrui, di cui tuttavia questa sorta di summa si mostra come appendice e a guisa di seguito, oppure completamento, imbelletamento e solo come tale vivendo della vita stessa di quello. Me ne scuso coll’autore, a me sconosciuto cui sono d’altronde debitore –in questo lungo gioco di parole- sia per stile oltreché per ispiratione. Se –però- saprà divertire (e se il “collega” non mi porterà collera) o se piace mi sento già d’hora in parte un poco scusato: non per vantarmi ma anche la letteratura è tutta un inseguirsi di scopiazzature o –come si vuol mascherare- citationi. Mi consolo avvisando della “premessa” altrui prima che possa incorrere in spiacevoli incomprensioni: il merito è tutto del tale, che io ho solo svolto un qualcosa che mi sembrava già scritto (e qualcosa lo era davvero).

Purtroppo per lo scorrere del testo non ho saputo/potuto evidentiare nelle parti mie le parti riprese dal “precedente” (per stesura) scritto, talhora perché nel mio abbisognavano di altra punteggiatura o piccoli ritocchi, ma l’altro testo -sottolineo e ribadisco- va letto e viene prima.

2) Certo se quelle prime righe non fossero colpa vostra, queste avrebbero avuto vita ben più pacata, avrebbero potuto anche essere meno sfrontate di come sono venute…

[fauno, ninfa, gnomo, coboldo, elfo, silfo, silfide, folletto, fata, sirena.

mago, fattucchiere, negromante, stregone, strega, lamia, incantatore]

 

[1]non sapevo come altro darle nome: non sapevo se fosse la mia amica, ma non poteva essere altri che lei…
[2]mi piacciono i particolari da nulla tanto precisi, sono quelli a rendere verosimile una fintione!
[3]Per primi sono arrivati Sandro e Titiana, una coppia molto simpatica che avevo già conosciuto, fidanzati, sembra, da un bel pezzo, ma ancora padroni di un sacco di giochi di complicità affettuosa che sembra siano solo pochi giorni; poi Paolo e Alberto, due ragazzi veramente niente male, fisici solidi e ben costruiti; Luisa e MariaPia, due biondine esili e delicate, che sembra si possano smontare semplicemente soffiandogli addosso; un'altra coppia, Mariangela e Ugo, loro di qualche anno più avanti rispetto a noialtri (infatti, se ho capito bene, sono ricercatori) e che danno una piacevole impressione di solidità e tranquillità.

[4]Neologismo per aggrappato a guisa di koala
 di Luigi 



 
 
 
 

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