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Il gioco del vento e della luna di Mimì Savà
premessa
d’un decamerone
Una
finestra sbatté tanto violentemente che mi fece alzare di scatto
dal letto. Lampi azzurrini rischiaravano la stanza. Passarono alcuni secondi
in cui cercai di rendermi conto di cosa stesse succedendo. Il rumore assordante
di un tuono mi chiarì le idee. Scostai le coperta e appoggiai i
piedi sul rassicurante parquet di legno. Mentre camminavo per raggiungere
la finestra la mia ombra veniva proiettata sulle pareti di quelle stanze
bianche e disadorne. Un vento fresco e umido mi indicava la strada in quell’appartamento
vuoto che ancora non s’era deciso di ospitare le mie cose. Socchiusi gli
occhi e, affacciandomi alla finestra aperta, allargai le braccia e accolsi
la pioggia fresca sul mio corpo nudo. L’acqua mi fece rabbrividire la pelle.
Mi abbracciai stretta. No, non era possibile. Non poteva esser successo
proprio a me. (di Francesca Ferreri
Luna)
Una
cascata d’aqua colava picchiandosi al suolo e quasi disfaceva le cose in
settanta e settanta gocce da confondere la vista delle quattro case che
mi stavano addosso… Avessi avuto una tasca per trovarci due lire non avrei
pensato che a puntarle sulla tendina –scostata al solito- dall’altro lato
del cortile, i soliti occhi che continuavano a sbirciare notte e giorno
alla volta di una manciata di secondi di brivido in una stanca vita del
cazzo, e io –una vita a sguazzare nel dare scandalo- che non avrei saputo
mancare tale pretesto. Toccava a me, lo sentivo: ciapa, vedi un po’ che
ti pare, un po’ che ti riesce, eccoti!
Allora?
eccomi qua! Chissappoi come farà a sorvegliarci notte e dì,
tenere dietro ad ogni andirivieni se due sole streghe -la dirimpettaia
tette all’aria dell’altra ala con quella ninfomane del villino di fronte-
cui badare sarebbero da loro un’occupatione a tempo pieno?! E sì
che avrà uno straccio di lavoro anche lui, torna qua in collina
–con fuggevole fare umbratile- che si cominciano ad imbandire le tavole,
ma se mi volto a lui non mi manca di fissare da oltre quella diamine di
finestra: che -per reconditi misteri- goda di giornate più lunghe,
che abbia carpito il segreto delle vecchine di paese? Per me queste ventiquattr’hore
sono già fin troppe. Un lampo.
Lungo
la strada, oltre la collina, un rivolo d’aqua a scodinzolo ai margini dell’asfalto,
io stavo qua, ad abbracciarmi alla finestra spalancata come se nessuno
mi avesse voluta, bagnata di un temporale che potrebbe anche non finire,
per quel che m’importava, che ai miei piedi s’era hormai accomodata una
piccola pozzanghera su quel parquet tanto rassicurante e gocce sparse filavano
giù che era un piacere che cominciavo a pensare d’essere stata in
un’altra vita una grondaia. Da dentro, quel soffio di vento insisteva quasi
a spingermi fuori, mi proponeva a quei due maledetti occhi intrusi o chissaddove.
Dannata casa! Chiudo la finestra, vado di là, anchora contromano
risalgo la corrente come se qualche spirito mi stesse remando contro, pongo
fine a quello stramaledetto sbuffo che entrava dalla cucina, chiudo un’altra
finestra. Avevo intentione di rimettermi a letto, avevo intentione di tornare
a dormire, che forse avrebbe potuto sortire un qualche effetto: le tre
e non chiudo occhio, mi rigiro aggrovigliandomi addosso le lenzuola per
cercare un solo sogno per rimettermi in riga o al meno imbellettare qualche
cosa. Un lampo.
Un
lampeggio di una macchina che passa, un lampo che porta a passeggio la
mia ombra lungo la parete fino alla porta, una solutione. In fin dei conti
si trattava di fare un calcolo, non dormivo da ché quella finestra
era sbattuta, tanto valeva stare svegli: m’infilo sotto la doccia per darmi
un tono o al meno una parvenza, poi passo davanti alla finestra del guardone
lustrandomi un capezzolo -tanto per fare e che veda ciò che può-
mi fermo dietro la tenda a controllarne la luce fioca, ripasso e lo saluto,
e questa volta gli mostro il culo. Speravo quasi di arrivare a mattino
perché ci fosse anche una madre o una moglie da stizzire, vecchio
bavoso!
Poi
-con tutta quest’accozzame d’insulsi pensieri addosso- sono scesa dalla
Michela. Michela, sì quella che sta sotto di me, quella che mi ha
portato qua in collina: speravo anche si fosse portata a letto uno stallone
da quattro soldi raggranellato in discoteca in una qualsiasi delle sue
notti brave per infilarmici anch’io e farmi sbattere come una sgualdrinella,
magari chiedendole conforto nelle fasi di stallo del bellone, al meno così
mi passava un po’ ‘l tempo. Suono.
Suono
anchora e niente. Mi attacco al campanello e sveglio tutto il caseggiato,
il villino della amichetta, e pure l’altro mio amico, sempre che il quattrocchi
abbia provato ad appisolarsi! Eran già dieci minuti che sorseggiavo
il vento freddo e mi accompagnavo con quel trillo fastidioso del suo campanello,
lei si presenta ben bella mezza biotta senza apparire d’essersi trascinata
con gran foga dal letto: entro, la insulto che sorbiva ogni parola come
se le stessi parlando di rose e fiori, manco una critica, che so, un piccolo
“vaffanculo”. Macché. (Non c’è huomo) Un piccolo “come va?”…
Macché! Le taccio ogni cosa, mi basta averla svegliata, non la saluto
quasi e me ne sono andata. E hora che si fa? Un altro lampo.
Si
fa che ho brancato la macchina con addosso poco più che un maglione
e un paio di boxer e mi facevo guidare chissaddove e perché. Luci
lontane della città, ogni tanto un paesucolo rallentava questo sentiero
ubriaco, la pioggia che non accennava a calmarsi, la voglia di trasferirmi
in quel casale e un vento che riusciva perfino ad entrare dalle giunture
della capote di questa auto d’epoca -me e la mia voglia di vecchio!- ottundevano
brandelli di luna che più in là dava solo un poco di chiarore
alla notte. Il rombo tonico di questo ronzino del sessanta, la doppietta,
le gomme scivolavano (è proprio il caso di dirlo) senza pavidità,
si infilavano nelle curve scostando il cordolo di terra oltre ‘l quale
sarebbe stato il fosso, mettevano in ordine sconclusionate pieghe e rettilinei,
dossi e stanchi filari d’alberi, e galleggiavano su quel fiume in rilievo
ch’era la pioggia la via sopra i campi, il tacco-punta (o punta-tacco?!).
Posso quasi pensare di non aver toccato né ‘l legno del volante
e nemmeno aver trafficato tra marce e overdrive: correvo, correvo, correvo
come una mariateresadefilippis (o una lellalombardi, correvo sulla pianura,
correvo in Brianza con quel vento insolente che aggrovigliava i capelli…
Un lampo.
Ah,
è così? E allhora beccati questo: pigio pesante sul freno,
l’auto si scompone impercettibilmente, morde la paglia, accosto, scoperchio
il tetto, mi strappo quasi di dosso il maglione, riprendo la strada e mi
faccio colare addosso tutta l’aqua che posso, dondolando da parte a parte
quasi a centrare ogni pozzanghera; ero bell’e fradicia, mi avessero strizzato
avrei potuto riempirci un lago, mi fermo scendo e piango! Guardo l’orizzonte
e Milano hormai vicina, mi volto verso casa -sempre che -una casa- l’abbia
mai avuta, sempre che quei quattro mattoni ammuffiti e sbiancati senza
il mio permesso si possano chiamare tale! Guardo la pianura -tette al vento-
sul ciglio di un incubo, un sogno in un posto sperduto un po’ ovunque nel
mondo, lampi che muovono a girotondo ogni mia ombra venuta a congrega.
Quella troia di Michela, che si fosse preoccupata di starmi dietro?! M’ha
sentito uscire con la macchina -collo “spider da cucco”, come dice lei
(proprio SPIDER, con la “i”)- perché non potrebbe altrimenti, dice
che le sferraglio i pistoni nelle orecchie della sua camera, e sì
che lo sapeva quando mi ha strappato dal mio appartamentino in centro che
avevo questo avanzo da sfasciacarrozze, lo sapeva che gliel’avrei piazzata
di fatto in casa sua. Mi ha detto <vieni, vieni che fa per te>,
ma fa per me cosa, che sono scappata di notte, che piove, che i rivoli
grossi d’aqua che mi colavano addosso mi facevano appuntire le tette che
li spingevano via a mo’ di doccioni; fa per me cosa, che sto cercando il
sonno correndo a centotrenta e via, che fa per me cosa, che stavo abbracciata
a me stessa e non avevo ne manco uno straccio d’huomo da spiegarmi che
diavolo ci facevo così, che piangevo?! Però mi ero divertita
coll’inutile osservatore del cortile, ma ne era valsa la pena? Un lampo.
Andasse
avanti così, la vita, a lampi: lampi azzurrini che rischiarano le
stanze, finestre che sbattono, rumori assordanti… andasse avanti così,
la vita, a gente che non si fa i fatti suoi, a gente che non si fa che
i fatti suoi! Che schifo la vita, in vece: va così, va che ero nuda
(proprio nuda del tutto, che mi dan sui nervi gli indumenti inzuppati e
mi ero cavata di dosso anche ‘l boxer), va che ci metterà giorni
interi quest’auto ad asciugarsi di questa corsa impazzita, che non sapevo
più da che parte tornarmene a casa e non c’era traccia di nessuno
cui chiedere qualcosa. Va che c’avrei messo la firma per avvicinare qualcuno
e chiedere qualcosa prima che mi saltasse addosso! Un lampo (barcollo),
una ventata che mi porta via (rovino al suolo), che mi sbatte a terra col
mio bel pigiamino di fango, ma in un attimo mi è parso come di stare
al coperto… Un altro lampo che centra me nell’infinita pianura d’attorno,
stanze disadorne e bianche e vuote di quelle che parevano finalmente essersi
decise ad ospitare qualcosa di me e altro anchora, un fuggevole maggiordomo
che buca la spessa oscurità d’un tendone accennando con ghigno bonariamente
umbratile a intessere fili d’ombra tra chi già c’è (ne sento
le dita d’ombra portate a spasso avvolgermi), una sozza signora (nel senso
di lubrica) dalla pelle debole e piana (adesso non pareva essersi trascinata
dal letto!) stravaccata sull’unico mobilio di quel divano che mi son trovata
dall’initio senza potermene sbarazzare e che mi ha sempre rovinato il salotto,
le sinuose lamiere che sgocciolano ansimanti su un parquet rassicurante,
e una donna che scende dalle scale dell’altra ala, una che piove e viene
dal villino vestita d’aqua. E poi altre, e altri anchora come fauni fate
elfi sirene folletti ninfe vestali gnomi coboldi e silfidi, forse non più
d’una ventina, creature d’un sogno che toccavo che cominciavano a popolare
quelle stanze: <Vieni, vieni che fa per te>! Io stavo
in un mare di pioggia, monda dal fango, dalla pelle luminescente, calda.
Cazzo, calda!
Vieni,
vieni che fa per te -caldeggiavano sospirando di non starmene lì
quasi indispettita, profferivano di unirmi alla cricca aggregantesi, la
donna sul divano e le due che si sistemavano al tappeto ai suoi piedi,
così, vestite di niente, e tutte le altre anchora, e quella cominciava:
-Vieni
che fa per te -diceva proprio così e i lampi parevano avere
smesso del tutto- una luna, un vento, un gioco, una casa, -pareva
il prologo di una storia o d’un rito magico- quando sbatte la finestra,
una maleditione che si portano appresso questi muri, questi mattoni, questa
collina, le stanze che si danno da fare, raccolgono, sollazzano e pretendono
qualcosa.
Non
è un sogno, domani ti sveglierai solo se ti sarai messa a dormire,
è una cosa che va avanti da secoli. È un sollievo sapere
che sei tornata dalla tua corsa incolume, in fondo anche quel tuo “spider”
-proprio “spider” (con la “i”) diceva! e adesso non la prendeva più
come rose e fiori! - si muove nella storia. L’ho detto che fa per
te, te che inguaribile hai occhi solo per il vecchiume che ti trovi intorno>.
E
intorno? Intorno quello sciabordare di anime, ma anime che toccavo e conoscevo
(al meno di vista, non m’ero trasferita da molto), io lì come uno
stoccafisso, sì, un baccalà, un pescelesso che mi domandavo
semplicemente come diavolo fosse arrivata lì quella carrozza malefica...
sì, la mia fuoriserie. Lei non muoveva un dito, tutto si svolgeva
in un etereo troppo reale: non era un sogno, e io che ci speravo!
Io
non faccio che starmene ferma zitta, pudica no perché avevo altro
cui pensare che essere arrivata lì senza veli (e il mio maglione
che fine avrà fatto, che c’ero affetionata?). Le voci si muovono
come a una festa, si avviano focolai di discussione, meglio piccoli circoli
in cui uno prende la parola e altri tacciono -io lì ferma- poi torna
a parlare una sola per tutti hormai tacitati e immobili:
-Una
sola volta sono già stata qui, una al mio arrivo, hora mi tocca
mescere ‘l vino a ognuno e raccontare una storia, se la nostra nuova bellezza
non si decide a spiaccicar verbo -intendeva me?- e la mia
storia parla di draghi, maghi, ancelle, delle ricerche che -incuriosita-
ho compiuto sulla zona.
E
a me: -Posso, bella? -taccio- Probabilmente, a quanto
ne so, alcuni di voi sono secoli che stanno qua, annoiati e perversi, il
loro sogno crea la realtà e la realtà può correre
in Brianza. Alcuni di voi si saranno stufati di alcove e tradimenti, sesso
e altro… -e poi ha cominciato a parlare di me, di me e di lei,
di questa notte. Io bloccata. Come in ologrammi materializzava le parole
che si facevano carne, correvano con la strada e la pioggia e i lampi tutto
attorno, staccava e a flashback cianciava dei miei ridicoli appostamenti
alla panchina del parco quando ci siamo conosciuti (e una panchina passava
dietro, e io e lei qualche tempo prima), e poi ha tirato in ballo il fratello
della Luisa e
via fino a quella volta tra randa e fiocco dalla Bretagna fino a Man, al
festone di autunno su da me. Come in un decamerone a cavallo tra Boccaccio
e il duemila cominciavo a temere di avere da passare giorni a fuggire la
peste di qualcosa. Spaesata
io, cercavo di tenere insieme i pensieri che partivano ognuno per la sua
tangente, il maglione anchora, e che peste si poteva fuggire, come diavolo
era rincasata dal vagabondare della notte la mia auto, che funtione aveva
quel fuggevole maggiordomo umbratile… Nuda, semplicemente me ne stavo nuda
e cominciavo a passarmi una mano addosso, forse per coprirmi, forse perché
spintonava inconsapevolmente in me l’eccitatione che provavo a toccare
ogni cosa che raccontava una storia. E di storie ne aveva ognuno da raccontare,
di carne, che ci passavano dietro:
Festa
di maturità Non
so proprio come ho fatto a mettermi in questa situatione. È
stata Michela, la cara Michela, la mia amica del cuore. È stato
subito dopo l’esame di maturità, quando, uscita da quella dannata
aula d’esame, sono andata di corsa a trovarla, per dirle com’era andata,
per tirare un attimo il respiro, per farmi rassicurare e coccolare un po’;
del resto le amiche del cuore, è a questo che servono… Ricordo ancora
quando sono entrata nella sua stanza, trafelata e sconvolta; quando mi
sono lasciata cadere sul suo letto, cominciando a raccontarle come un fiume
in piena tutto quello che era successo e che mi avevano chiesto, Leopardi
e la termodinamica, degnando solo d’uno sguardo distratto i suoi libri
universitari ammucchiati un po’ dappertutto -lei è già al
secondo anno di Lingue- che fino ad oggi mi avevano intimidito quali testimoni
di un universo altro, ma che ormai mi sono conquistata anch’io, solo ancora
due o tre mesi… Ricordo i suoi occhi azzurrissimi e sorridenti che mi guardavano mentre le raccontavo, i suoi capelli castani disordinati il giusto come si conviene a una persona che oggi non è ancora uscita di casa e non pensa di uscirne, la sua comprensione affettuosa mentre mi versava qualcosa da bere. Posso avere un’aranciata?, le avevo chiesto. Ma stai scherzando? Mi aveva risposto. Dopo un evento come questo, il minimo è un bel Martini… E mi aveva versato un bel Martini sottratto al frigobar familiare, e io sapevo che avrei fatto meglio a rifiutare, visto che ero sconvolta che la metà bastava e per di più a stomaco vuoto, vuotissimo, ma a me il Martini piace da morire, e adesso ho capito come ho fatto a mettermi in questa situazione… Ricordo solo vagamente la sua promessa di festeggiare la mia maturità in maniera memorabile, la sua proposta di un party un po’ trasgressivo nella sua casa in montagna, e poi l’arrivo qui a Santa Caterina, disfare i bagagli e prendere possesso dei letti, tirare un sospiro di sollievo, andarcene in giro quel pomeriggio e il giorno successivo per sentieri a prendere il sole, essere felice come sempre sono stata felice della nostra esclusiva complicità… E poi il suo ricordarmi che sarebbe stato per questa sera, telefonare agli amici, andare insieme a fare la spesa e comprare svariate bottiglie non precisamente di coca-cola e fanta sotto lo sguardo sospettoso del commerciante di montagna… E
adesso sono qui. Avrei voluto dire a Michela che non ne avevo più
voglia di trasgredire, come diceva lei; che mi sarebbe bastata una tranquilla
serata tra amici, due chiacchiere, qualche bicchiere e poi una passeggiata
in paese e magari due salti in discoteca. Ma come facevo? Ormai in qualche
misura mi ero impegnata, e mi sarei vergognata atrocemente a tirarmi indietro.
E poi Michela mi ha spesso raccontato dei suoi amici universitari e di
quello che fanno, della loro voglia di divertirsi e di non farsi sfuggire
niente; ogni tanto, con qualcuno di loro, c’ero uscita anch’io, e non è
che non mi fossi divertita, ma un po’ li guardavo come si guardano dei
miti -ragazzi bellissimi e consapevoli, ragazze eleganti e gentili- e io
mi sentivo la ragazzina ultima arrivata, come se i loro due o tre anni
più di me fossero in realtà venti o trenta… E così
ho dovuto mettermi il vestito carino, quello che Michela mi ha praticamente
obbligato a mettere in valigia, nero con un bel gioco di trasparenze sulla
schiena, e le scarpe coi tacchi alti -senza calze, per carità! Mi
ha esortato Michela, nel suo ruolo di ispettrice del mio aspetto, cosa
a tratti palesemente invadente, che le permetto solo perché con
le sue intuizioni ci prende il 99% delle volte; truccarmi e aspettare insieme
a lei nel soggiorno della sua casetta l’arrivo degli ospiti, davanti a
una bella sfilza di bottiglie e piatti di salatini e tramezzini. Trepidante,
forse; spaventata, un po’; ma contenta, in fin dei conti. E
gli ospiti sono arrivati. Per primi Sandro e Tiziana, una coppia molto
simpatica che avevo già conosciuto, fidanzati, sembra, da un bel
pezzo, ma ancora padroni di un sacco di giochi di complicità affettuosa
che sembra siano solo pochi giorni; poi Paolo e Alberto, due ragazzi veramente
niente male, fisici solidi e ben costruiti; Luisa e Maria Pia, due biondine
esili e delicate, che sembra si possano smontare semplicemente soffiandogli
addosso; un’altra coppia, Mariangela e Ugo, loro di qualche anno più
avanti rispetto a noialtri (infatti, se ho capito bene, sono ricercatori)
e che danno una piacevole impressione di solidità e tranquillità.
Sembra che siano arrivati tutti a Santa Caterina apposta per festeggiare
la mia maturità, e non posso negare che la cosa mi abbia fatto piacere;
sono stati gentili, mi hanno salutato, fatto i complimenti con qualche
parola di ricordo/rammarico sulle loro, di maturità, mi hanno detto
tutti che poi in fondo è una cazzata, ma te ne accorgi solo dopo
esserci passato, eccetera… Insomma, dopo un po’ mi sono sentita bene, a
mio agio, Michela ha messo sullo stereo una musica molto piacevole, il
ghiaccio si è sciolto molto in fretta e abbiamo cominciato ben presto,
complice qualche buon bicchiere, a muoverci e ballare, mettendoci di tanto
in tanto qualche tramezzino nello stomaco. Poi Michela ha messo su qualche
lento. I primi a ballare in coppia sono stati, com’era prevedibile, le
coppie costituite; Sandro e Tiziana, Mariangela e Ugo, stretti stretti
hanno cominciato a muoversi nelle luci che Michela ha prontamente abbassato.
Non ho dovuto aspettare molto; è stato Alberto a venire da me, a
prendermi ed invitarmi a fare un giro con lui… Ho acconsentito, devo dire,
tutt’altro che malvolentieri. Abbiamo ballato a lungo, e a me piaceva sentire
il suo profumo maschile mentre gli appoggiavo la testa sul petto e mi facevo
trasportare. Mi ha detto che ballo molto bene, ho pensato che sicuramente
lo dice a tutte ma lo stesso mi ha fatto piacere, come mi ha fatto piacere
sentire i suoi complimenti sui miei capelli lunghi e la sua mano che li
ha fuggevolmente accarezzati, ho fatto finta di niente ma mi è piaciuto
lo stesso. Ci
siamo andati a sedere su un divano, guardando le altre coppie che continuavano
a ballare; Michela stava ballando con Paolo, e Luisa e Maria Pia tra di
loro. Alberto, galante, è andato a prendermi qualcosa da bere e
me l’ha portato, poi si è seduto vicino a me, vicino ma non attaccato. -Stai
bene? -mi ha chiesto. Io gli ho risposto di si, ed era vero. Ho visto
che anche il suo sguardo non lasciava le coppie danzanti, che si stringevano
sempre di più; anzi, Mariangela e Ugo hanno cominciato anche a baciarsi,
in una maniera appassionata, quasi adolescenziale… Mi sono scoperta felice
di poterli guardare, in un’altra situazione forse mi sarei sentita imbarazzata,
ma non lì. Ho scoperto che anche Sandro e Tiziana stavano facendo
la stessa cosa, e hanno continuato a farla anche dopo essersi seduti su
una poltrona; anzi, ho visto la gamba di Tiziana, inguainata in una calza
nera e terminante in una scarpa dal tacco altissimo pure nera, infilarsi
tra quelle di Marco e arrivare a toccarlo proprio lì… E intanto
le sue mani continuavano a massaggiargli delicatamente i capelli biondi.
Boh, se la trasgressione era questa… Pastrugnamenti pubblici ne ho visti
svariate volte, alle feste liceali, sai che novità… Ma
ho parlato troppo presto. Michela si è avvicinata, ha chiesto a
Alberto di lasciarci sole un attimo, lui si è alzato e lei ha preso
il suo posto. -Ti
stai divertendo?
-mi ha chiesto. -Certo,
molto -le ho risposto. Mi ha preso una mano tra le sue, e mi ha detto: -Ascolta,
ci siamo messi tutti d’accordo per farti un regalo… per la tua maturità.
Il regalo è… qualcuno con cui passare questa notte, che sarà
completamente al tuo servizio per tutto quello che vorrai fare e farti
fare. Che ne dici? L’ho
guardata stupefatta ma anche divertita. Ah, era questo? -Oddio
-le ho detto- temo che la scelta si riduca poi a Paolo e Alberto… -No,
perché mai? -Non
mi dire che Tiziana o Mariangela sarebbero d’accordo se scegliessi uno
dei loro ragazzi… -Certo
che sono d’accordo, ma guarda che non devi mica scegliere per forza un
ragazzo! -Potrei
scegliere anche te? -Michela mi sorride, fa un leggero cenno di assenso
con gli occhi. Vabbé che siamo amiche intime, ma a questo non ci
siamo mai arrivate, il fatto è che qui ed ora tutto sembra possibile,
sarà anche l’effetto dell’alcool… -Ma…
devo proprio? -No.
Ma noi ci teniamo, sai? E poi, secondo me, è un’occasione da non
perdere… Ora
ci sono dentro, mi sono accorta che anche gli altri, senza averne troppo
l’aria, mi stanno guardando, come se si aspettassero una risposta, un cenno…
Un’occasione da non perdere. Ma per chi? Bah. Se non volessi così
tanto bene a Michela, ora come ora la odierei. Ma in fin dei conti chi
se ne frega, se c’è da giocare giochiamo, al diavolo le ultime…
Devo scegliere? E allora scelgo. Liberamente. -Voglio
Ugo. Michela
mi sorride con un’aria come se intendesse dirmi: ottima scelta. Poi guarda
in direzione di Ugo, che è ancora abbracciato alla sua ragazza,
e gli fa un cenno col capo. Lui la bacia a fior di labbra un’ultima volta,
poi si scioglie dal suo abbraccio e viene verso di noi. -OK
-gli dice Michela- il prescelto sei tu, ma non montarti troppo la testa.
Comunque un brindisi s’impone. Paolo, vai a prendere quella bottiglia di
champagne che è in frigo! E
così, un attimo dopo, il mio successo scolastico viene degnamente
bagnato. -Alla
nostra Simona, degnamente maturata! -dice Michela. Tutti esultano e
bevono, io mi sento mezza lusingata e mezza imbarazzata. Ugo è seduto
al mio fianco, mi tiene un braccio appoggiato sulle spalle, con molta morbidezza
e discrezione devo dire. Dopo che ho bevuto, sento la sua bocca, ornata
da una barba rada, appoggiarsi sulla mia guancia in un bacetto leggero.
Non posso fare a meno di guardare in direzione di Mariangela, temendo una
sua disapprovazione, ma non traspare nulla del genere, anzi continua a
guardarci sorridendo. Ugo
si alza tenendomi per mano, e mi riconduce in pista, cioè al centro
del salotto; cominciamo a ballare tenendoci stretti. Mi sento bene con
lui, mi piace sentire il suo calore e, perché no, anche il mio che
sta cominciando a montare. In fin dei conti è quasi un anno che
quello stronzo di Gaetano mi ha mollata, e da allora mi sono quasi consumata
il dito medio della mano destra a furia di… Insomma, ho voglia di lui,
ecco. E lui lo capisce, perché le sue mani cominciano a massaggiarmi
leggermente la schiena, e ogni suo tocco è come una scossa che mi
percorre la spina dorsale fin giù, giù… Mio Dio, che effetto…
se queste sono solo le sue mani, chissà il resto… Dopo
un tempo lunghissimo, torniamo a sederci. Solo in quel momento mi accorgo
che ormai nel salotto siamo rimasti solo io e lui, evidentemente tutti
gli altri sono usciti, sono forse andati a farsi quella passeggiata che
immaginavo prima di, o semplicemente sono scesi in tavernetta a fare qualche
gioco; in ogni caso hanno voluto lasciarci soli, e hanno fatto bene… Ci
sediamo sul divanetto. Lui riprende i calici, pieni per metà, in
cui abbiamo bevuto poco prima, mi consegna il mio, brindiamo ancora e beviamo.
Poi fa scivolare una mano dietro la mia nuca, mi attira verso di lui, io
quasi gli cado addosso, un attimo dopo le nostre lingue giocano insieme
con insistenza appassionata, mentre lui con un braccio mi tiene stretta,
con l’altro percorre il mio fianco fino alla gamba, al piede racchiuso
nella scarpa a tacco alto… E poi alla mano segue anche la bocca, mi percorre
il fianco, scende verso il basso, percorre anch’essa la gamba, lui prima
si sporge, poi scende dal divanetto, si inginocchia di fronte a me e prende
il mio piede e ricolma di piccoli baci le parti che la scarpa, un bel sandalo,
lascia nude, poi me la sfila e continua… Io
mi metto a ridere, la situazione mi sembra un po’ comica, oltre che eccitante.
Cerco di trattenermi, non vorrei che si offendesse, ma no, lui mi guarda,
mi sorride, esita solo un attimo e allora sono io che gli infilo il piede
in bocca, continua, gli dico… E lui non se lo fa ripetere, prende, denuda
e bacia anche l’altro mio piede, poi la sua bocca risale lungo la gamba,
scosta l’orlo del vestito e sale più su, sempre più su… Mi
sembra di star già per impazzire, ma non voglio lasciarmi andare
subito, così, di botto. Aspetta, aspetta ancora… Ci
siamo, scosta le mutandine, la sua lingua è arrivata lì dove
volevo che arrivasse, Dio che godimento, ma non ancora, voglio divertirmi
ancora un po’. Lo allontano, lo costringo a sedersi, mi inginocchio davanti
a lui e glielo tiro fuori. È già durissimo, mica male, Mariangela
sì che se ne intende… Glielo lecco un po’, poi prendo in bocca la
punta, non voglio farlo venire subito ma solo eccitarlo ancora. Dopo un
po’ mi stacca, mi alza il viso, mi guarda sorridendomi e mi bacia appassionatamente.
Poi mi fa alzare e sedere sopra di lui, ed ecco, mi penetra con un colpo
solo, deciso, duro ma non doloroso, sono già superbagnata… E intanto
che sono su di lui, e che conduco e mi faccio condurre, mi sfila dalla
testa il vestito e mi slaccia il reggiseno e poi si attacca ai miei seni,
me li stringe con forza, me li lecca, me li mordicchia… È sublime!
In breve perdo totalmente il controllo di me stessa, non so più
dove sono e con chi, e continua così per un tempo che non so misurare,
che mi pare infinito… Poi
rinvengo, tra le sue braccia. Ora siamo distesi sul divano, e mi accorgo
che intorno a noi c’è di nuovo qualcuno. Apro gli occhi, e la prima
cosa che scorgo è il viso di Mariangela, a pochi centimetri dal
mio, che mi guarda sorridendo. È molto bella, i suoi quarant’anni
le donano un fascino tranquillo e maturo. Bruna, occhi marroni, è
inguainata in un vestito bianco che le lascia completamente scoperte le
braccia, ornate da numerosi bracciali. Allunga la mano, mi accarezza lievemente
la fronte e mi sposta i capelli scomposti. Sono lì, nuda e abbracciata
a suo marito, ancora piena di lui, ma non sono per niente imbarazzata,
al contrario le sorrido, sposto il viso, le bacio la mano. E
lei mi prende per mano -Vieni,
ti porto a vedere qualcosa, vuoi? -Perché
no? -Mi alzo, i miei passi sono molto malfermi, mi rimetto il reggiseno,
cerco le scarpe e il vestito, ma lei mi dice di no, di non rivestirmi,
di rimanere così. Poi, sempre tenendoci per mano, saliamo la scala
che porta alle camere da letto. È molto oscuro, ma riusciamo lo
stesso a muoverci. Apre
uno spiraglio della porta della prima camera, io guardo dentro e vedo,
nella penombra, due corpi chiari, abbracciati e gementi. Vedo delle braccia
e delle gambe che si muovono lentamente e che si donano carezze, vedo dei
capelli biondi e scomposti, e dopo un po’ riconosco Luisa e Maria Pia.
Provo stupore, ma non più di tanto. Non posso dire che abbiano dei
corpi da urlo, così magroline come sono, ma sono infinitamente tenere.
E non posso non restare affascinata nel vedere la piccola lingua di Maria
Pia coprire il viso dell’amica di tenere leccatine, come una gatta innamorata,
e vedere Luisa ad occhi chiusi concedersi mentre una sua mano sollecita
delicatamente il suo piacere, l’altra quello della compagna. Ma non resto
lì a lungo. -Vieni,
c’è dell’altro -mi dice Mariangela. Passiamo
alla camera successiva. Anche qui Mariangela apre uno spiraglio della porta,
e anche qui posso vedere nella penombra e vedo... Tiziana legata al letto.
Un pezzo di stoffa le immobilizza i polsi sopra la testa, altri due fissano
le caviglie ai lati. E tra esse, inginocchiato, c’è Sandro, che
la lecca. Lei tiene gli occhi chiusi, la bocca è aperta e sorridente
e posso sentire distintamente i suoi sospiri, e vedere i suoi seni, gonfi
e rotondi, alzarsi e abbassarsi… Ho l’impressione che Sandro la porti quanto
più possibile vicino all’orgasmo per poi ritirarsi, lasciarla raffreddare
un po’ per poi ricominciare… e alla fine, lei sempre legata, la penetra
profondamente, lei cominciaa divincolarsi
e gridare, stavolta ci siamo… -Vieni
-mi dice ancora Mariangela, tirandomi via delicatamente per un braccio.
E siamo alla porta della camera successiva. Tutto mi sarei aspettata di
vedere, tranne che questo. Dentro
ci sono, com’era prevedibile, Paolo e Alberto, con i loro corpi muscolosi
e abbronzati che è uno sballo guardarli. Ma -sorpresa sorpresa-
tra di loro c’è Michela, la mia amica! E se li sta facendo entrambi!
Li guardo, allibita ad estasiata. Vedo Michela farsi accarezzare da entrambi,
baciarne uno mentre l’altro gliela lecca, non solo, le alza le gambe e
le lecca anche il culo, e poi baciare l’altro mentre l’uno prende il suo
posto; poi mettersi carponi, farsi penetrare lentamente da dietro mentre
prende l’altro in bocca, e così le spinte dell’uno, tramite lei,
arrivano all’altro, e poi, cosa incredibile, vederla mettersi sopra Alberto,
vedere Paolo andarle sopra, e poi farsi strada in lei entrambi insieme,
inequivocabilmente uno per la via ordinaria, l’altro, invece, per quella
alternativa… E lei grida, movimenti convulsi da crisi epilettica, viso
contratto, capelli sudati appiccicati al viso, Paolo le immobilizza le
mani dietro la schiena e lei gode, gode, gode… Sono
di nuovo eccitata, e Mariangela se ne accorge. -Ti
piace? Allora entra, vai da loro! -mi dice. -Scusami,
io torno da mio marito, ho voglia di lui... -Mi da un leggero bacio
sulla testa, e poi si allontana. Ora sono sola. Che faccio? Vado via o
entro? Ma siamo sicuri che mi stanno aspettando? Michela
è in estasi, deve essere venuta venticinque volte consecutive, e
non si rende conto più di niente. Ma è Paolo che mi vede,
mi sorride, mi dice: -Che
aspetti? Entra, che ce n’è anche per te! Entro.
Mi accosto. Loro mi prendono per mano, mi fanno sedere sul letto, vicino
a Michela nuda e felice. -Sei
bellissima -mi dice Alberto, facendo scorrere le sue dita lungo la
mia schiena e provocandomi un brivido bestiale. Arrivano in fondo, alle
mutandine, poi risalgono e si fermano alla fibbia del reggiseno, me la
slacciano mentre Paolo mi abbraccia forte, poi le mani di Alberto raggiungono
i seni da dietro, me li stringono, e allora non ce la faccio più,
non me ne frega niente, avrò anche appena finito di fare sesso con
un uomo ma ho di nuovo voglia e se non è lo stesso uomo chi se ne
frega, gli prendo la testa e butto la mia lingua oltre le sue labbra, mentre
Alberto continua a occuparsi della mia schiena. Per fortuna sono tutti
e due ancora in tiro, e alla grande; e così posso anch’io vivere
da protagonista quello che poco fa ho visto vivere alla mia amica del cuore…
e non solo di quello, ormai. Perché, mentre sono io ad essere lì
in estasi, mentre Alberto mi penetra con colpi che mi incendiano dentro,
e mentre Paolo ora mi bacia, ora mi accarezza il viso con il suo uccellone
bestiale, ora mi bacia ancora, sento un’altra bocca, un’altra lingua percorrermi
i seni, altre mani strizzarmi e tirarmi i capezzoli, e non possono essere
che quelle di Michela. E poco dopo ecco che arriva anche la sua bocca sulla
mia, baci profondi e sensuali, in dieci anni di amicizia ferrea non era
mai successo, ma c’è una prima volta per tutto… come c’è
una prima volta anche per assaporare il gusto di un’altra donna, le sue
emozioni e la sua sensibilità, così identiche alle mie… mentre
intorno a noi i due supermaschi continuano a fare il loro dovere, a portarci
di nuovo entrambe all’estasi più totale e poi a scaricarsi, Alberto
dentro di me, Paolo nella bocca di Michela che non posso fare a meno di
baciare subito, per sentire anch’io quel sapore inusuale… È
notte fonda, siamo di nuovo tutti nel salotto, adeguatamente rivestiti.
Beviamo bei bicchieroni di bibite, debitamente corrette, per rifarci; ci
sentiamo tutti beatamente rilassati e tra noi non c’è nessun imbarazzo,
e questo è bellissimo. -Allora,
carissima, ti è piaciuta la festa? -mi dice ancora Mariangela,
anche lei ricompostasi dopo un paio d’ore di passione con suo marito mentre
noi ci davamo da fare al piano superiore. -È
stato bellissimo. Grazie! -rispondo io. Mi rendo conto che è
banale, ma non posso dire altro, non ho molte altre parole… e poi è
vero, è stato bellissimo, soprattutto per la naturalezza, quasi
l’ovvietà con cui tutto questo è capitato. Poco
dopo gli ospiti si congedano. Rimaniamo solo io e Michela, disfatte e felici,
in mezzo al classico casino del dopofesta. -Dai
-dice lei- andiamo a dormire. Domani dovremo mettere tutto in ordine,
soprattutto le camere da letto… Ci
prendiamo per mano e saliamo al piano superiore. Ma non credo proprio che
dormiremo molto… di Svalbard -No!
-sbotto dal cantuccio e mi faccio avanti nella congerie- Questa maturità
è mia e quella donna[1]
non l’ha detta giusta… Quasi
uno strattone -come trattenuta per la manica- frena ‘l mio farmi avanti
(che equilibrio ho turbato, che fili stavo ingarbugliando?) immobile sui
due piedi, ma proseguo e spiego: -É stato il gioco d’una sera
perversa, la fantasia d’un sogno inventato d’acchito oltre le note d’una
notte; siamo stati accasciati sul divano –io e te- a contar balle, e se
ti ho messo nella mia
–sottolineavo-storia
–intimo- non hai da arrogarti ‘l diritto di travisare il
vero del sogno! Tra
gli astanti non il cenno d’un moto: forse sapevano dei fili del maggiordomo,
forse ne aspettavano l’ordine perverso che mi avrebbe disposto a frammenti
con loro per farci raggiungere da un pezzo di infinito. È
stata la rabbia delle –“mie”- verità (dannata la mia voglia di vero!)
rilette tanto distorte ad avermi fatto mollare ‘l freno o la pigritia,
la costernatione o il sonno, piazzarmi in centro alla cricca a mo’ di retore
e gettarmi nell’arena, vestale d’un fuoco da tenere vivo: Non
è così. O meglio, non è andata del tutto così:
certo che c’entra la Michela, e con lei quella mia maturità, la
sua università, il Martini, quel piccolo paesucolo di montagna e
tutto il resto –dicevo rileggendo le mie parole già dette.
E poi Sandro Titiana Paolo Alberto Luisa MariaPia Mariangela Ugo… e c’entra
anche quello stronzo di Gaetano[2]!
Diciamo che i fatti sono stati un poco edulcorati o semplicemente aggiustati,
ma –io mi ricordo- non è andata così! È
andata che mi sono seduta al mio deschetto e hanno aperto il libro su Leopardi,
era luglio, mi hanno chiesto la termodinamica, l’afa agonizzava tutta Milano,
mi hanno messo sotto gli occhi lo scritto di greco e mi sono impapocchiata
davanti a un aoristo, cose stupide, banali hora che ne sono fuori, ma là,
in quell’aula, quei banchi che non conoscevo, quella gente che non conoscevo,
e fors’anche la calura di luglio, il sapere di mettere in cantina anni
spensierati e in carniere altri in cui sarei stata hora da sola ma forse
altrettanto inutili, be’, tutta una strana impaurita soggetione, panico
rabbioso di rimorso e quant’altro si sono impossessati di me, mi hanno
fatto blaterale come in un pericoloso limbo e sinceramente non ricordo
neppure il resto: sarò uscita, sarò andata da Michela la
mia migliore amica iscritta a Lingue, e il suo Negroni -che avevamo già
stabilito sancisse quella mia prima parte di liberatione scolastica- mi
avrà fatto promettere anche qualcosa d’insensato e compromettente,
ma qualcosa che più mi sforzo più –tutthora- non mi sovviene.
È così che siamo partite alla volta della sua piccola pacifica
baita, compagne di viaggio e di soggiorno di tutta quella gente che ho
detto, più grandi di me di pochi anni e compagni di corso della
–disgratiata- mia amica. Disgratiata perché… Perché
è una disgratiata: io sono andata da lei –quel giorno dannato dell’orale-
per farmi rassicurare e coccolare (che a tanto -pensavo- servono le amiche
del cuore), e lei che mi combina?! Lo sapevo che avrei fatto meglio a rifiutare
dato ch’ero sconvolta che la metà bastava e per di più a
stomaco vuoto (vuotissimo): ma a me il Negroni piace da morire, e forse…
forse una qualche idea per come ho fatto a mettermi in questa situatione,
be’, qualche idea potrei anche avercela… Se
abbiamo passato il pomeriggio -io e lei- per sentieri a prendere il sole,
essere semplicemente felici come sempre sono stata felice della nostra
esclusiva complicità, nulla –dico nulla- dava il presagio del seguito:
gli amici lasciati a riposare –pigroni, dicevo- sul prato fuori della baita,
il verde frusciare dei prati che non fanno fieno, l’odore frizzante come
quest’aria del non aver nulla da fare… E sono qui, avrei voluto dire a
Michela che mi era passata la voglia -come diceva lei- di trasgredire,
che mi sarebbe bastata una tranquilla serata tra amici, due chiacchiere,
qualche bicchiere e poi una passeggiata in paese e magari due salti in
discoteca: ma come facevo? In qualche misura mi dovevo essere impegnata,
e mi sarei coperta d’una vergogna atroce a tirarmi indietro. Così
ho dovuto pure infilarmi il vestito carino, quello che Michela mi ha obbligato
a mettere in valigia, nero con un bel gioco di trasparenze sulla schiena,
e le scarpe coi tacchi alti: senza calze, per carità (avrei dovuto
pensarci…)! Mi piace -Michela- ma delle volte non apprezzo la sua irruenza,
la sua eccessiva intraprendenza, diciamo il ficcarsi un po’ troppo nella
mia intimità: per prepararmi mi ha come cavato la roba di dosso,
mi ha sbattuto nella doccia sotto cui sono stata tre quarti d’hora in attesa
che lei uscisse dal bagno e quindi mi sono dovuta arrendere a farmi passare
l’asciugamano… Mentre gli altri[3]addobbavano
la sala mi ha indorata e profumata, è andata in valigia a portarmi
quel vestito e le scarpe, ha cercato di convincermi che ‘l segno di mutandine
e reggiseno rovinasse la figura e a forza ho dovuto acconsentire ripromettendomi
di infilarli appena potevo… E a mo’ di una caronte (già, già)
mi ha traghettato -così messa e senza possibilità di sottrarmi-
da quegli altri che hanno cominciato d’acchito a brindare a quella “loro”
(già)… Simona, degnamente maturata! Ho
cominciato a sentire –quasi a mio agio- tappi che saltavano, e mi sono
sorpresa a sbirciare Mariangela e Ugo che davano a baciarsi appassionati,
quasi adolescenti: non pensavo mi pervadesse quella gioia di poterli guardare,
forse in un’altra situatione mi sarei anche imbarazzata, lì –non
chiedetemi perché- no. È che d’amblè non ho neppure
avuto ‘l tempo di meravigliarmi della cosa perché tutti hanno preso
a festeggiarmi: ho ballato con Paolo, Alberto mi ha portato da bere e mi
raccontava cose carine, e quando questo tipo di trasgressione cominciava
anche ad andarmi bene, Michela si è avvicinata, ha chiesto ad Alberto
di lasciarci sole un attimo, lui –obbediente- s’è alzato e lei ha
preso il suo posto. -Ti
stai divertendo? -mi chiede, -Certo,
molto –controbatto. È
stato quando mi ha preso una mano tra le sue che ho sgranato i miei occhi
nei suoi cominciando a temere: -Ascolta,
ci siamo messi tutti d’accordo per farti un regalo per la tua maturità.
Il regalo è: qualcuno con cui passare questa notte, che sarà
completamente al tuo servitio per tutto quello che vorrai fare e farti
fare. Che ne dici? -Dico che sei scema, che hai bevuto troppo, che
sei completamente fuori di cotenna, che se quel Negroni mi ha fatto promettere
di accettare i tuoi regali –be’- fuori di cotenna lo sono stata pure io,
ma avevo la scusa di essere bevuta! Dimmi, non indossavo molto, un velo
nero con un ottimo panorama sulla mia schiena, un velo di stoffa che il
fresco della sera di montagna aveva teso tra un capezzolo e l’altro… ma
via, prendermi un huomo e farne i miei comodi? Non ero proprio io! E per
chi mi hai preso –mi infervoravo tra me e me- per una che non riesce a
rimediarsi un huomo con le sue stesse mani (adesso che mi stavo dando da
fare con Alberto)?! Lei ha insistito e lo spumante ha fatto sì che
nello sbigottimento la guardassi un poco divertita. Ah, era questo? -Oddio
-le ho riso in faccia- temo che poi la scelta si riduca a Paolo e Alberto… -No,
e perché mai? -questa poi! -Non
mi dire che Titiana o Mariangela sarebbero d’accordo se scegliessi uno
dei loro ragazzi… -Certo
che sono d’accordo. Ma guarda che non devi mica scegliere per forza un…
ragazzo! Titubo: -…potrei
scegliere anche te? –ci ho scherzato fingendo: Michela mi sorride,
fa un leggero cenno d’assenso con gli occhi. Vabbe’ che siamo amiche intime,
ma a questo non ci siamo mai arrivate, anche se tutto hormai doveva sembrare
plausibile… -Ma…
devo proprio? –sbuffo quasi distratta soppesando di dove si potesse
sgusciare all’inusitata folle imbarazzante situatione. -No,
ma noi ci teniamo, sai? E poi, secondo me, è un’occasione da non
perdere… Hora
ci sono dentro, mi sono accorta che anche gli altri, senza averne troppo
l’aria, mi stanno guardando, come se si aspettassero una risposta, un cenno…
Un’occasione da non perdere: ma per chi? Bah. Se non volessi tanto bene
a Michela, hora come hora la odierei! … …attimo
di confusione abbastanza totale… Ma chi se ne frega in fin dei conti, se
c’è da giocare un poco giochiamo, bando alle ultime ritrosie, cosa
avrei potuto combinare di tanto licenzioso: devo scegliere? E allhora scelgo.
Liberamente: -…scelgo
te –faccio per vendicarmi, -Va
bene, che vuoi da me? -Voglio…
che nessuno si muova da qui –credo di scandalizzare- e –voglio-
che ti levi quanto hai indosso! –ingiungo perentoria; e
lei non fa una piega e si sfila la blusa: sotto, il reggiseno a balconcino
(lei lo portava, anche se troppo sottile perché fosse visibile!)
le protendeva il seno oltre misura; i suoi occhi continuavano a fissarmi
perscrutando -equivoca- la mia reatione mentre le sue mani scioglievano
impassibili i laccetti sul fianco della lunga gonna sottile; prima la vidi
nuda (maiala, non porti le mutandine! –pensai), poi intravidi un perizoma
che neppure avevo immaginato esistesse, praticamente un filo che le solcava
il sedere e quasi s’insinuava –indecente- anche altrove; il suo vestito
si accovaccia sulle tavole del pavimento e subito dopo fa mucchio con l’intimo
(troppo! -avrei ridacchiato) che indossava: e gli altri che parevano soffrire
di un’apatia ineguagliabile, come se fosse cosa che incontrano ogni dì
sul tram per l’università! Mi schermisco, sono imbarazzata perché
pensavo di aver dato la stoccata vincente, e -in vece- niente. Ma la palla
anchora è a me, perlustro intorno quasi impanicata, come se all’esame
non avessi saputo rispondere, se mi avessero chiesto la prima declinatione
e avessi fatto scena muta. Ugo! Pareva quello più rassicurante,
pertanto mi do a saggiare le parole di prima della Michela: lo strattono
vicino a lei –Mariangela non batte ciglio- e dico alla mia “avversaria”
di… toccarlo proprio lì! Non mette in mezzo tempo o parole, le sue
mani gli sono addosso: fatto!!! Poi si volta a me quasi l’avessi sorpresa
con le mani nella marmellata, come mi avesse sfilato di mano un giocattolo
che avrebbe dovuto essere mio… ?! E
mo’ che faccio?, mi aggroviglio in un nugolo di pensieri di rimorso e di
disagio che –inefficaci- cominciano a cedere spatio ai sussulti della voglia
perversa di vedere che può succedere, il silentio-assenso di chi
mi circonda e di lei che pare voler andare fino in fondo alle sue proposte
mi blocca il fiato e le idee, le fantasie cominciano a montare, dieci minuti
sono bastati perché mi si stravolgesse il concetto di trasgressione:
stavo nel vero o in un qualche sogno altrui?! L’esame, il Negroni, lo svuotarmi
d’ogni pensiero nella vacanza di quei giorni mi piazzavano –sì-
ad un livello che non partecipava della mia vita, ero astratta per un breve
lasso di tempo che avevo preventivato ma –a tanto livello- mai avrei giurato
di arrivare, e mai ci avevo fantasticato. E a Michela si stavano inturgidendo
i capezzoli, e ad Ugo… Ri-titubo,
mi accosto, allhora Luisa capisce che lo sconcerto in cui proseguivo a
precipitare non avrebbe accennato a placarsi e mi sospinge ai nostri due
protagonisti, mi accarezza il fianco e io mi volto a lei con un’occhiataccia
che domanda qualcosa, un po’ di spiegatione e un po’ d’incoraggiamento,
ma lei coglie solo quest’ultimo e sfiorandomi dal didietro di sopra la
corta gonna ai limiti dello spacco quasi mi offre loro. E mo’ –rimugino-
che faccio? Gli occhi azzurrissimi e sorridenti di Michela sprofondano
le mie incertezze e traspare solo un piacere –pare- quasi innocente, i
suoi capelli castani sempre disordinati il giusto che si converrebbe ad
una persona che non è anchora uscita di casa e non pensa di uscirne,
colgo la sua bellezza trasandata come comprensione affettuosa mentre me
ne sto ammutolita al suo cospetto e poi un lunghissimo bacio che mi lega
magneticamente a lei. Gioiosi gli altri, alla caduta delle mie rimostranze
(da bambina mi dicevano di non fare cerimonie) che tirano fuori il loro
spumante e cominciano a… stapparlo rovesciandomelo addosso: e allhora è
cominciata la festa, con MariaPia che ne ha approfittato per leccare il
lobo di Alberto, e poi avvinghiarglisi mentre le sue mani ne cercavano
‘l petto sotto la camicia, e Titiana che da dietro ha cominciato a tastarlo
proprio dove io avevo ordinato la mia amica di toccare Ugo, e infilargli
una mano nella patta e prepararlo, mentre Sandro –il suo moroso- sollevava
la gonna a Luisa, Mariangela calava le brache a Paolo e tutti a stringermisi
addosso e tra ridere e scherzare mi trovavo puntata da tutti e quattro
quei cosi, bagnata da loro mentre Michela allungava le mani avvicinandoli
quanto più le riusciva, e le ragazze li brandivano per far sì
che a me arrivassero anchora all’apice della forma, e quindi sono stata
io –rapita incosciente- a far scivolare una sottilissima spallina del mio
vestito pregno e quell’aggrovigliamento mio di pensieri di prima si trasformasse
in un accalcarsi di corpi. Stavo
nuda fradicia in mezzo a loro, come ape trai petali, ma anchora da quel
nettare non mi districavo, quasi non m’incuriosiva. E hora c’erano Luisa
e MariaPia che cominciano a tastarsi i seni e le loro mani sempre più
intraprendenti (quanto le lingue che si incrociano fuori dalle labbra)
si colmavano di carezze audaci e audaci fino a far sparire nella carne
una, due, tre dita, Ugo e Sandro si masturbavano a vicenda mentre moglie
e morosa ne leccavano lo scroto incrociandosi, e hora ci sono Paolo e Alberto,
con i loro corpi muscolosi e abbronzati che è uno sballo guardarli,
e tra di loro Michela, la mia amica, e se li sta facendo tutti e due! Li
guardo, allibita ed estasiata: vedo Michela farsi accarezzare da entrambi,
baciarne uno mentre l’altro gliela lecca; non solo, le alza le gambe e
le lecca anche il culo, e poi baciare l’altro mentre l’uno prende il suo
posto, poi mettersi carponi, farsi penetrare lentamente da dietro mentre
prende l’altro in bocca, e così le spinte dell’uno, tramite lei,
arrivano all’altro, e poi -cosa incredibile- vederla mettersi sopra Alberto,
vedere Paolo andarle sopra, e poi farsi strada in lei insieme, inequivocabilmente
uno per la via ordinaria, l’altro –in vece- per quella alternativa… E lei
grida, movimenti convulsi da crisi epilettica, viso contratto, capelli
sudati appiccicati al viso, Paolo le immobilizza le mani dietro la schiena
e lei gode, gode, gode… Sono
eccitata (e sola): che faccio? scappo? mi butto nel mucchio? e -se mi buttassi-
siamo sicuri che davvero mi accolgano tra loro? non è che gli rompa
un po’ le uova nel paniere, insomma, porti via qualcosa (e che cosa!) alla
mia amica? Michela è in estasi, deve essere venuta venticinque volte
in una, e non si rende conto più di niente, Paolo –dolce- mi vede,
mi sorride, mi dice: -Che
aspetti che ce n’è anche per te! In
fin dei conti è quasi un anno che quello stronzo di Gaetano mi ha
mollata, e da allhora mi sono quasi consumata il dito medio della mano
destra a furia di… -Perché
no? -è un’occasione
da non perdere!
Mi
accosto, loro mi prendono per mano, mi fanno sedere sul grande divano,
vicino a Michela nuda e felice. -Sei
bellissima -dice Alberto, facendo scorrere le sue dita lungo la mia
schiena e provocandomi un brivido bestiale. Arrivano in fondo, poi risalgono
e si fermano, Paolo mi abbraccia forte, poi le mani di Alberto raggiungono
i seni da dietro, me li stringono, e allhora non ce la faccio più,
non me ne frega più niente, gli prendo la testa e butto la mia lingua
oltre le sue labbra, mentre Alberto continua a occuparsi della mia schiena.
Per fortuna sono tutti e due anchora in tiro, e alla grande, e così
posso anch’io vivere da protagonista quello che poco fa ho visto vivere
alla mia amica del cuore… e non solo, hormai: mentre sono io ad essere
in visibilio, mentre Alberto mi penetra con colpi che mi incendiano dentro,
e mentre Paolo hora mi bacia, hora mi accarezza il viso con il suo uccellone
bestiale, hora mi bacia anchora, sento un’altra bocca, un’altra lingua
percorrermi i seni, altre mani strizzarmi e tirarmi i capezzoli, e non
possono essere che quelle di Michela. E poco dopo ecco che arriva anche
la sua bocca sulla mia, baci profondi e sensuali, in dieci anni di amicitia
ferrea non era mai successo, e questa è la prima volta… una splendida
prima volta! come c’è una prima volta anche per assaporarne il gusto,
il suo gusto, quello di un’altra donna, con le sue emotioni, la sensibilità,
sensationi tanto uguali: mentre intorno a noi i due supermaschi continuano
a fare il loro dovere, a portarci di nuovo entrambe all’estasi più
totale e poi a scaricarsi, Alberto dietro e dentro me, Paolo nella bocca
di Michela, la dolce bocca che non posso fare a meno di baciare subito,
per sentire anch’io quel sapore mediato dalle sue labbra… Svenuta,
accasciata distesa su Paolo –hormai moscio- che mi stava anchora dentro,
tenevo anchora la testa a mo’ di cuscino sul seno di Michela che Alberto
–esausto- stringeva koalizzatole[4]tra
le braccia. Poi rinvengo, e mi accorgo che intorno a noi c’è di
nuovo qualcuno. Apro gli occhi, nella penombra la scorgo per prima cosa
i tratti nebulosi del viso di Luisa a pochi centimetri dal mio che mi guarda
sorridendo: allunga la mano, mi accarezza lievemente la fronte e mi sposta
i capelli sfatti. Sono lì, nuda e abbracciata a una donna, anchora
mezza piena di un huomo, ma non provo disagio. Ma le sorrido anch’io, sposto
il viso, le bacio la mano. E resto affascinata nel sentire la piccola lingua
coprirmi ‘l viso di tenere leccatine, come una gatta innamorata, muoversi
lentamente, donarmi carezze, la vedo trai suoi capelli biondi chiedermi
di concedermi ad occhi chiusi mentre una sua mano si posa a sollecitare
delicatamente il suo piacere, l’altra quello mio. Paolo Alberto e Michela
si saranno messi da parte, sento solo le mani di Luisa su di me sfiorarmi
con leggera passione, i suoi polpastrelli che tremano passandomi amore
e la pelle mi si accappona in un fremito elettrico che mi percorre ovunque:
mai provato qualcosa di simile, neanche la prima volta che Gaetano (anchora
lui) mi ha toccato appena la prima volta a quattordici’anni. E la cosa
continua sottile e mi ritrovo con la sua mano che tenta la mia “serratura”,
un riflesso improvviso di piacere mi contrae, le mie braccia fanno per
abbracciare quella mia sadica tentatrice ma rimangono ferme, sono legata
al divano, un pezzo di stoffa mi immobilizza i polsi sopra la testa, altri
due fissano le caviglie ai lati. E tra loro appare Sandro -inginocchiato-
dal lago incantato del piacere che si avvicina a leccarmi; tengo gli occhi
chiusi, la bocca è aperta in una posa di beatitudine a sentire distintamente
i miei sospiri riempire la stanza, vedere i miei seni gonfi e rotondi alzarsi
e abbassarsi… Stanchi di chissacquali sconcezze Paolo Alberto e Michela,
Titiana MariaPia Mariangela Ugo so che ci stanno guardando toccandosi ognuno
per i fatti propri. E intanto mi si gonfia l’idea che Sandro abbia intentione
di portarmi al ciglio dell’orgasmo per poi ritrarsi, lasciarmi contorcere
un po’ per dare vigore e vigore alla mia fregola per poi ricominciare…
e alla fine -sempre legata- lo sento penetrarmi profondamente, comincio
a divincolarmi, a gridare, stavolta ci siamo, e stavolta Ugo -che cogli
altri aveva preso ad agitare quel suo coso- mi inonda la faccia in sincronia
con l’amico dentro di me e poi Paolo, Alberto e la mia lingua vortica prima
che le dannate socie di questa notte si avventino a nettarmi: godo, godo,
godo… Ho
sentito le bocche di Michela, di Titiana, MariaPia, Mariangela, di Luisa
cercare il sapore di Sandro in me, le ho viste mettersi –scolarette- in
fila perché io ne gustassi ‘l sapore: godo, godo, godo… Vero?
Falso? Sogno o cosa? –era la mia chiusa- Come la leggenda metropolitana
di quella ragazza che per la sua maggiore età s’è regalata
diciotto maschioni da spompinare e dopo la lavanda gastrica s’è
trovata a spiegare al padre che l’aveva riportata dal pronto soccorso cos’era
quel flacone di sperma che aveva in pancia… Per
intanto Paolo s’è laureato e ci siamo sposati, e non sempre gli
dico che continuo a trombare quell’uccellone di Ugo, che mi faccio inchiappettare
dal suo amico Alberto (ma quello lo sa, che si fa inchiappettare anche
lui ed è bellissimo vederli), a volte gli racconto di come Luisa
lecchi la figa a Michela che la lecca a me che la lecco a MariaPia che
si tiene in culo il pisello di Sandro, e ho scoperto con Sandro il piacere
di frustini e borchie, che Titiana mi si sfrega addosso con sempre più
voglia… È che sono finite tutte le nostre feste di maturità
e di laurea e se ci troviamo è per non stemperare i ricordi di quella
notte, il 29 luglio: chi se lo può più scordare! –una
bella storia, no?! La
donna stravaccata sull’unico mobilio del divano ebbe un moto di compiacimento,
la pelle debole e piana traspariva il sognante trasalimento che con questa
mia inventione in lei avevo provocato in altre, e altri anchora come fauni
fate elfi sirene folletti ninfe vestali gnomi coboldi e silfidi, forse
non più d’una ventina, creature d’un sogno che avevo toccato con
le mie parole; un lampo, di fuori aveva ripreso a scrosciare aqua a tutt’andare,
colava i vetri di rigagnoli impazziti mentre oltre il tendaggio impolverato
mi davo a scrutare quegli occhi rari del maggiordomo far passare il tempo
in questo suo scantinato d’Inferno a scaldare ‘l camino e bruciare i nostri
perversi disegni di mente, fermo per non inciampare nei fili spezzati che
sono serviti anche per questa volta; il parquet se ne stava infracidato
sotto ‘l cavallo mio rombante di lamiere sinuose e io sempre nuda, hora
un poco intirizzita. E
così una finestra che sbatte tanto violentemente da farmi alzare
di scatto, lampi azzurrini rischiarano la stanza, alcuni secondi per cercare
di rendersi conto di cosa succeda, il rumore assordante di un tuono per
chiarirmi le idee, scostare le coperte e appoggiare i piedi sul rassicurante
parquet di legno, camminare per raggiungere la finestra e la mia ombra
che viene proiettata sulle pareti di quelle stanze bianche e disadorne,
un vento fresco e umido che mi indica la strada in quell’appartamento vuoto
che anchora non s’era deciso di ospitare le mie cose; socchiudo gli occhi
e mi affaccio alla finestra aperta, allargo le braccia e accolgo la pioggia
fresca sul mio corpo nudo, l’aqua che mi fa rabbrividire la pelle, mi abbraccio
stretto: piove anchora, sono ventiquattr’hore che piove e che sto senza
quella dozzina di centimetri di pisello (e non per quella sporca dozzina
di centimetri!)! “Se fossi una donna passerei tutto il giorno a toccarmi le tette.” S. Martin
Postfationi
(se ne vale ‘l caso):
1)
ho cannibalizzato atrocemente racconti altrui, di cui tuttavia questa sorta
di summa si mostra come appendice e a guisa di seguito, oppure completamento,
imbelletamento e solo come tale vivendo della vita stessa di quello. Me
ne scuso coll’autore, a me sconosciuto cui sono d’altronde debitore –in
questo lungo gioco di parole- sia per stile oltreché per ispiratione.
Se –però- saprà divertire (e se il “collega” non mi porterà
collera) o se piace mi sento già d’hora in parte un poco scusato:
non per vantarmi ma anche la letteratura è tutta un inseguirsi di
scopiazzature o –come si vuol mascherare- citationi. Mi consolo avvisando
della “premessa” altrui prima che possa incorrere in spiacevoli incomprensioni:
il merito è tutto del tale, che io ho solo svolto un qualcosa che
mi sembrava già scritto (e qualcosa lo era davvero).
Purtroppo
per lo scorrere del testo non ho saputo/potuto evidentiare nelle parti
mie le parti riprese dal “precedente” (per stesura) scritto, talhora perché
nel mio abbisognavano di altra punteggiatura o piccoli ritocchi, ma l’altro
testo -sottolineo e ribadisco- va letto e viene prima.
2)
Certo se quelle prime righe non fossero colpa vostra, queste avrebbero
avuto vita ben più pacata, avrebbero potuto anche essere meno sfrontate
di come sono venute… [fauno,
ninfa, gnomo, coboldo, elfo, silfo, silfide, folletto, fata, sirena. mago,
fattucchiere, negromante, stregone, strega, lamia, incantatore]
[1]non
sapevo come altro darle nome: non sapevo se fosse la mia amica, ma non
poteva essere altri che lei…
[2]mi
piacciono i particolari da nulla tanto precisi, sono quelli a rendere verosimile
una fintione!
[3]Per
primi sono arrivati Sandro e Titiana, una coppia molto simpatica che avevo
già conosciuto, fidanzati, sembra, da un bel pezzo, ma ancora padroni
di un sacco di giochi di complicità affettuosa che sembra siano
solo pochi giorni; poi Paolo e Alberto, due ragazzi veramente niente male,
fisici solidi e ben costruiti; Luisa e MariaPia, due biondine esili e delicate,
che sembra si possano smontare semplicemente soffiandogli addosso; un'altra
coppia, Mariangela e Ugo, loro di qualche anno più avanti rispetto
a noialtri (infatti, se ho capito bene, sono ricercatori) e che danno una
piacevole impressione di solidità e tranquillità.
di Luigi
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