Da "la puttana santa", di Heide-Marie Emmermann. Castelvecchi editore
 
   L'eccitazione come certificato di buona salute rende l'idea solo alla lontana.
   Abbandoniamoci invece all'avventura di eccitarci, scopriamo questa pianura sterminata, un suolo perlopiù non ancora calpestato.
   Eccitarsi, per la verità, è solo l'inizio del viaggio nel paese dell'erotismo, del sesso, della vitalità.
   E la domina è l'accompagnatrice, la guida della comitiva, la maestra di cerimonia.
   Ho imparato a riconoscermi col passare del tempo addirittura come colei che porta il cliente a un'esperienza catartica. Perché a me non sfugge mica: senza redenzione della psiche non può esistere salute del corpo. E salute significa per ognuno qualcosa di diverso, ognuno è legato a ossessioni differenti che io, come maestra di cerimonia, attraverso un rituale, dissolvo.
   L'ossessione di un cliente ad esempio è quella di essere privato della propria identità, non sapere più quello che gli succede. Me lo dice la collega da cui lui va normalmente e che oggi gli ha dato il permesso di venire da me. Se no mica l'avrei preso. Ma si sa, la solidarietà innanzitutto. E poi anche questo fa parte del rituale: lei me lo "presta".
   Lo ricopro interamente di pelle, pezzo per pezzo, fino alla benda per gli occhi. E per ogni pezzo che aggiungo ripeto una formula: "Adesso non hai più una patria", "Adesso non hai più una famiglia", "Adesso non hai più nome". E alla fine: "Adesso non hai più una volontà". Suona un po' come un esorcismo.
   Lo lego quindi alla croce di S. Andrea, a testa in giù, e recito il copione: "Sei stato esposto al mercato degli schiavi. Come un pezzo di carne, niente di più. Non riesci a respirare dal caldo. Le mosche ti solleticano dappertutto. Un asino arriva e ti lecca. Tu non puoi assolutamente muoverti, sei senza volontà". Ha il pene bello eretto.
  Poi scendo giù alla finestra, lo lascio solo. Risalgo dopo una mezzoretta. Se il pene si è afflosciato gli faccio gocciolare sopra un po' di cera. E da ultimo lo faccio raffreddare con un cubetto di ghiaccio, sempre abbinando la storiella dell'essere privato di tutto.
Quando salgo la volta seguente lo lego al giogo, deve rimanere là accucciato, senza volontà. Faccio la prova sollevandogli un braccio, se non ricade giù molle prendo il gatto a nove code e gli dò un colpo sulla schiena. "Senza volontà devi essere, ricordatelo. Non sei più nulla. E adesso vediamo come va con bel calcio nei coglioni".
   Ecco che arriva il getto di seme.
  Non può essere accademico il mio linguaggio, deve essere quello di tutti i giorni. Purtroppo noi per il campo sessuale non abbiamo una grande varietà di registri linguistici, si può solo essere o descrittivi, freddi o come si parla tutti i giorni. Qui, dove si tratta di sottomissione, è chiaro di quale linguaggio mi servo.
   Il rituale prosegue anche durante il cambio di abbigliamento. A ogni indumento in pelle che si sfila gli viene restituito qualcosa, la patria, la famiglia e alla fine, proprio nel momento in cui si toglie la mascherina dalla faccia, il suo nome. Come se si svegliasse da un lungo sogno, mi guarda con occhi radiosi.
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