Liberazione

 

"Lo vuoi?"

"Sì".

"Lo vuoi veramente?"

"Perché credi che sia qui? Certo".

"Allora vai di là. Spogliati completamente, indossa la vestaglia che è sul letto e torna qui".

Pochi minuti dopo.

Nella penombra, sembra ancora più sottile. I suoi capelli biondi, sempre leggermente scomposti, mai troppo lunghi, la aureolano della luce accesa alle sue spalle. Le gambe nude emergono sotto la vestaglia. I piedi poggiano, esitanti e in attesa, sulla moquette.

Lo voglio. Lo devo. Ho paura. Sembra dire il suo viso con gli occhi grandi, marroni, e le labbra socchiuse, in un filo. Lo sta pensando. Forse sta tremando. Ma non si può vedere bene, da questa distanza, con questa penombra. E non si può toccarla. Lei lo ha proibito.

Nell’oltretomba degli antichi scorreva un fiume, il Lete. Chi ne beveva l’acqua dimenticava la sua vita precedente. Ritornava puro, innocente, per vivere un’altra vita. Gli antichi avevano anche un luogo dove si andava, da vivi, per curarsi. E la cura era sognare.

Poi vennero altri tempi e altri sogni. Non fu più importante dimenticare, ma ricordare. Ricordi fatti di parole, di pensieri, di carta, pagine di diario e impressioni. E la nuova vita fioriva dalla memoria di quella vecchia.

Ma non sempre le parole e i pensieri bastarono. A volte c’erano altri ricordi. Come incrostazioni scure sulle pareti di un pozzo, invisibili e intoccabili. Ma c’erano. Incapaci di raccontare sé stesse. Fantasmi di dolore, di pianto, di angoscia.

E questo, lei lo sapeva. Che solo il pianto avrebbe potuto liberarla dal pianto. Che solo il dolore, avrebbe potuto farle dimenticare il dolore. E proprio per questo aveva cercato, aveva scelto, aveva, poco per volta, vissuto. Fino ad arrivare lì. A quel lento spogliarsi, nella camera da letto straniera, che non era mai stata testimone del suo piacere, e non lo sarebbe stata mai. Allo sfuggire la sua immagine riflessa nello specchio – non la propria nudità, che già conosceva ed amava. Ma lo sguardo, dove forse avrebbe visto delle caverne di vertigine. A prendere la vestaglia, pulita, ben piegata sul letto. A spiegarla, fino a vederne la luce della lampada in trasparenza e i colori vivi, fuori luogo? e poi ad indossarla e sentire la carezza profumata della seta sulla sua pelle.

Ma non sarebbero state carezze, per lei.

Era attesa. Aveva bussato il campanello sconosciuto, era salita nell’ascensore elegante, si era trovata in una casa come ce ne sono tante, avrebbe potuto essere quella di chiunque, di un’amica, di un collega di lavoro. Lui le aveva aperto, gentile, forse anche bello, ma lei non era interessata a questo. L’aveva salutata chiamandola col suo nome, che già conosceva, l’aveva fatta sedere nel salotto, le aveva versato qualcosa da bere, le aveva fatto qualche domanda.

E adesso lei è lì. Nuda, la vestaglia giace per terra, sulla moquette, inutile. La penombra, forse, è per addolcire il suo imbarazzo agli occhi dello sconosciuto. Ma ora potrebbe esserci anche la piena luce del giorno (sebbene sia notte fonda, l’appuntamento era a mezzanotte e trenta, quaranta minuti devono essere già passati) perché una benda, non stretta ma nera e spessa, le ha cancellato la vista. Lui non la deve toccare: questo è nei patti. E allora gliel’ha porta, e lei stessa l’ha indossata, precipitandosi da sola in quell’oscurità ignota.

Il primo colpo è come un getto di acqua bollente che le brucia la schiena. Il secondo come uno strappo, un pezzo di pelle che se ne va, portando con sé brandelli di carne.

Poi viene il terzo, il quarto, il quinto, il sesto.

Fa male. Ma non ancora. Non è abbastanza. Sa dove vuole andare, dove deve andare. Ma ora, non ci può ancora arrivare.

Non riesce a gridare. Il suo respiro è spezzato, a volte si sente soffocare dalla sua stessa saliva. Ma tossisce, si libera, e non basta ancora. Vorrebbe chiedere di più, più forte, più forte, ma non può, sa che non è il momento. Lui sa quello che deve fare. E hanno tutta la notte davanti a loro.

Ancora, ancora e ancora. Altri colpi le portano via, o forse lei pensa, altri pezzi di pelle e di carne, e di lei stessa. Ora, poi, non arrivano più dove se li aspetta. La sorprendono, a destra, a sinistra, davanti, dietro. Più in basso, più in alto. Sembra che nulla, di lei, debba essere salvato.

A volte si sente cadere, a volte si sente sollevare, a volte qualcosa di lei si involve, a volte si squarcia. Ma sempre e solo per ricevere altri colpi. Forse vorrebbe che lui smettesse, ma sa che non lo farà, e quindi non lo chiede.

Anche questo è nei patti.

Poi si accorge che sta gridando. Gli urli le arrivano attutiti attraverso la benda, che le copre anche le orecchie. Come se appartenessero ad un’altra. Grida ad ogni colpo, ma non solo: le sembra di gridare di continuo, un rombo feroce che la percorre tutta, che la rivela a sé stessa. Forse non è lei che sta gridando, forse non è più lei.

Si sente più debole. Non ce la fa più. Cade sul pavimento, come se le forze le fossero mancate all’improvviso, o come se vi fosse stata gettata, forse è stato lui a gettarla, con un colpo più forte degli altri. Ma questo non basta a salvarla. Perché i colpi, adesso, piovono dall'alto, e sono ancora più forti. Ma forse non vuole essere salvata.

Le sue lacrime sono immediate, immense, forti, esplodono all’improvviso, sono le sue. Ora non è più una donna di trentacinque anni. Ora è un essere disperato che non ha nulla e non possiede nulla, se non questo dolore immenso. Che vede e che sente, che è il suo. Che la possiede, come lei possiede lui. Che è tutto. Lei stessa diventa il suo dolore. Le lacrime la affogano, le escono dalla gola, dal naso, dalla pelle. E sono le sue lacrime. Finalmente. Spasmi incontrollati scuotono il suo corpo.

Dura ancora a lungo, molto a lungo. Lui non le dà tregua un attimo. Poi, all’improvviso, basta.

Si sente cadere, ondeggiante, dolcemente, come una foglia morta. Sente il suo respiro, il naso ancora otturato dalle lacrime. Le soffia via. Non ha bisogno di un fazzoletto.

Accasciata per terra, muove le braccia, le gambe: le possiede ancora. Possiede ancora un corpo.

Sente la mano di lui sulla nuca. Le toglie la benda. Crede di aprire gli occhi, ma non vede niente. Poi vede il riquadro blu-grigio della finestra. Ogni luce è spenta, forse per non ferirla. Forse perché il suo dolore non abbia testimoni.

Poi, contravvenendo ai patti, lui le accarezza dolcemente i capelli. Per un attimo.

Ma ora può farlo. Perché lei ora non è più quella di prima.

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