Da "Dolorosa Soror", di Florence Dugas. Edizioni ES, 1999

 

"Nathalie?".
"Sì?".
"Davvero ti piace essere picchiata?".
Lei mi guarda. In controluce i suoi occhi sembrano più scuri del solito.
"Amo il dolore," mi dice lei "e farmi male. Mi è capitato, diverse volte, da sola davanti allo specchio, di torturarmi con degli aghi, infilandomeli nei seni. E a te non piace?".
Che dire?
"Non lo so, sinceramente. Ogni volta mi riprometto di rifiutare, penso che l'ultima volta sia stata davvero l'ultima, e un istante dopo tendo i polsi per farmeli legare, e ho un peso allo stomaco che sparisce con i colpi, piango e supplico di smettere, e nello stesso tempo sono cosciente che un'altra me stessa si inarca in attesa del colpo successivo...
Quando mi frusta non penso a niente - provo solo la sensazione della mia pelle lacerata, vorrei che cessasse e voglio che continui. Ma dopo, quando non sono altro che un ammasso torturato, mille pensieri mi attraversano la mente. E nel dolore c'è un ricordo che riaffiora, e mi sembra ogni volta di poterlo afferrare... non è il ricordo di un dolore fisico. No, è come se la mia pelle ferita fosse la metafora di una sofferenza sorda, nascosta".
"I tuoi genitori" dice Nathalie.
I miei genitori? Le loro liti furibonde, e io che tremo nella mia camera. Una volta, il rumore dei colpi, le urla. E l'obbligo di scegliere, alla fine. Chi può scegliere fra un amore e un altro?
L'idea mi ha improvvisamente folgorata: che in JP e Nathalie cercassi di ricomporre la coppia originaria -anche se tratto Nathalie da bambina, la maggior parte delle volte. Anche se la punisco. Lo spettro di essere picchiata da mio padre come lui ha picchiato mia madre, come l'ha fatta soffrire, in ogni caso.
"Non credo" dice Nathalie. "Spingiti oltre. I fantasmi sono anche schermi - che impediscono a quelli veri di risalire in superficie".
L'ossessione di punire il ventre da cui sono uscita - punirlo di tutta la mia sofferenza, e anche della loro. È un caso se negli ultimi tempi la frusto soprattutto sul sesso?

(...)

"JP? Sei libero domani sera?".
"Domani no. Dopodomani, se vuoi".
"D'accordo. Vieni verso le sette. Ci sarà anche Nathalie, con una sorpresa. Faremo un mucchio di foto, preparerò io l'apparecchio e tutta l'attrezzatura. D'accordo?".
Ho riagganciato. Non ho mai fatto telefonate lunghe. Non mi piace non vedere i visi.
L'indomani ho cercato a lungo nei negozi specializzati una maschera che avevo in mente, pur non avendone chiaro il disegno.
Ho trovato finalmente quello che volevo in un sex-shop di place Blanche. Una maschera di cuoio, di "vitello", mi ha precisato il commesso, che nascondeva totalmente il volto e si allacciava, sul dietro, con tre stringhe. Non una maschera da carnefice, ma da vittima. Lo spazio per gli occhi e per il naso era segnato da rilievi corrispondenti, ma solo per la bocca c'era un buco - come un urlo. Là dentro lei non sarà che un urlo cieco.
Poi mi sono abbandonata a un vecchio sogno, e ho comprato anche un godemiché lungo una trentina di centimetri, ricoperto di un materiale indefinito che ricordava la pelle della pesca. Si legava in vita con una cintura e due cinghie che passavano fra le natiche e si fissavano sulle reni.
"Lascia libero accesso al mio corpo" ho pensato.
Ho installato accuratamente tutta l'attrezzatura fotografica a disposizione, faretti e proiettori, due cavalletti con le macchine fotografiche già pronte, caricate con una pellicola in bianco e nero molto sensibile, che avrebbe permesso una rapidità di scatto compatibile con una certa spontaneità. Ho preferito, all'ultimo momento, cambiare gli obiettivi con uno stesso zoom, un 28-135 molto comodo. Si sarebbe guadagnato in maneggevolezza quello che si perdeva in nitidezza.
Ho alzato al massimo il riscaldamento, e ho tirato le doppie tende.
Ho fatto una doccia, mi sono truccata accuratamente, mi sono profumata con l'Heure bleue di Guerlain.
Avevo un peso sullo stomaco, come se fossi stata vergine, e quello il gran giorno.
JP è arrivato per primo, come previsto. Gli è bastata un'occhiata per capire.
"Fai sul serio, stasera, Flo?".
"Mi fa orrore che mi si chiami Flo".
La mia voce era irriconoscibile alle mie stesse orecchie.
Ha alzato le spalle e si è messo a controllare le macchine fotografiche.
"È inutile lasciare un filtro UV sugli obiettivi" ha ringhiato.
Era inutile, in effetti...
Nathalie è arrivata verso le otto. Indossava, come le avevo chiesto, un lungo vestito blu - quasi una guaina -di cachemire, abbottonato da cima a fondo sul davanti, che le avevo regalato poco tempo prima.
"Non ho niente sotto" ha annunciato entrando, dopo essersi tolta il cappotto...
L'ho baciata. Ha guardato sul letto quegli strumenti inequivocabili, e ha riso, la pazza.
" Mi farai molto male stasera, Flo? ".
" Mi fa orrore che mi si chiami Flo " ho ripetuto.
JP ha stappato una bottiglia di champagne, e abbiamo brindato conversando amabilmente, augurandoci ogni bene per il nuovo anno. Vedevo Nathalie, di tanto in tanto, gettare un'occhiata agli oggetti posati sul letto.
Si è alzata e ha afferrato il godemiché.
"Come si mette?".
"Spogliati" le ho detto.
"Spogliami" ha replicato lei.
Uno per uno, ho slacciato tutti i bottoni del vestito. In effetti non portava niente sotto.
Sfiorandola, ho notato che si era rasata accuratamente il pube, era liscio come la guancia di un bambino. Mi sono chinata e l'ho baciato dolcemente. Mi sono spogliata anch'io.
"Si indossa così" le ho detto, fissandomi il cazzo finto alle reni. Ora che mi ballonzolava davanti, mi appariva ridicolmente grande. Era più un antico fallo che non un cazzo vero e proprio. Non sono particolarmente alta, e avevo l'impressione bizzarra, oscena, di essere attaccata all'estremità di un'esca.
Poi mi sono dedicata a lei: ho pazientemente collegato tutti gli anellini del suo corpo alle catenelle che avevo comprato, dai lobi delle orecchie al naso, dal naso ai seni, dai seni al sesso.
L'ho parata con tutti i gioielli che avevo, orecchini e collane, bracciali sonori e barbari, cavigliere...
Ho passato un dito nella fessura del suo sesso, baciandola. Ho giocato per qualche istante con l'anello che le attraversava il clitoride. Era bagnata. Mi ha mormorato:
"Mi farai molto male?".
" Sì, molto male ".
"Tanto meglio. Ti amo".
E mi ha reso il bacio con una foga e una passione sconosciute.
JP le ha bloccato con le manette i polsi in avanti, mentre io fissavo, dopo esser salita su una sedia, una catena, piuttosto corta, all'anello del soffitto.
"Alza le braccia" le ho detto.
Dovette sollevarsi sulla punta dei piedi per poter unire le manette alla catena che pendeva dal soffitto.
È strana così: nuda e addobbata, tenuta in tensione dalla catena...
Le sue mani sono chiuse nelle manette come uccelli prigionieri.
Le giro attorno, con quel sesso smisurato attaccato alla cintura. L'accarezzo lentamente, delicatamente, a lungo. Devo mettermi decisamente in punta di piedi per baciarla, per leccarle le orecchie, il collo.
La nostra immagine riflessa nello specchio ha un certo fascino equivoco.
JP, che sin dall'inizio è stato il più possibile discreto (" Sei tu l'organizzatrice, io non sono che uno strumento " mi ha detto in un lampo di lucidità), finisce un primo rullino di foto, ricarica la macchina e si avvicina per far bere a Nathalie un'altra coppa di champagne.
È rimasto completamente vestito, a parte i piedi nudi.
Il vino le cola dalle labbra sul collo e sui seni, scende scintillando fino al ventre.
Sfrego la verga finta sulle sue chiappe. Gliela faccio passare fra le cosce. Lei geme.
"Prendimi" mi mormora.
Le faccio segno di no con la testa.
Guardo JP. E tornato dietro alla macchina fotografica. Sperimenta le inquadrature giocando con lo zoom, senza premere sullo scatto.
Infilo il godemiché nel ventre di Nathalie, all'incirca per un terzo della sua lunghezza. Lei geme ancora, cerca di inarcarsi, malgrado la sua postura dolorosa, perché io possa penetrarla completamente.
Mi ritiro da lei, vado verso il letto, prendo la frusta.
Riflesso nello specchio vedo JP, con il dito pronto sullo scatto.
L'istante si cristallizza.
Accarezzo Nathalie con la correggia. Lei mi guarda negli occhi.
"Dimmi che mi ami" mi chiede. "Ti amo," le rispondo "ti amo".


Tutto quello che è seguito appartiene alla storia delle catastrofi.


Non cerco neppure di frustarla con metodo. La colpisco disordinatamente, senza risparmiare nulla, e da subito molto forte. Lei ruota su se stessa, e la correggia che le ha appena ferito le spalle le morde i seni nel colpo successivo. Le catene e i gioielli tintinnano. Sento le macchine scattare senza tregua.
A poco a poco i segni dei colpi si sovrappongono alla rete di catene che la intrappolano. Sembra interamente ricoperta da una maglia irregolare di segni marroni e violetti.
La frustata ha colpito il capezzolo destro, staccando quasi l'anello dalla carne, che ha preso a sanguinare copiosamente.
A volte sferro i colpi in così rapida successione che il corpo non ha tempo di fermarsi, e la frusta si abbatte a caso. Talvolta, spio nello specchio per cogliere l'attimo in cui il suo corpo chiaro smette di girare attorno alla catena, e mi sposto per frustarla sui seni, sulle cosce, sulla schiena.
Non ho tenuto il conto, ma devo averla colpita una cinquantina di volte, con tutte le mie forze. Nathalie ha tenuto duro fino al trentesimo colpo, poi ha iniziato a gemere, urlare a ogni frustata. L'avevo già fatta urlare, ma di rado, come per stupore, come se la carne martoriata protestasse. Ma questa sera voglio andare al di là del piacere che le procuro picchiandola, voglio che lei non sia altro che un fascio di nervi messi a nudo, carne aperta, passione.
Getto la frusta per terra.
Lei oscilla ancora per qualche istante all'estremità della catena.
Mi avvicino, la bacio, l'accarezzo, tiro le catene e gli anelli per strapparle nuove urla.
Mi sollevo sulla punta dei piedi, svito la pesante maniglia, sgancio le manette.
Lei scivola in ginocchio, come al rallentatore. La stringo a me, nuovamente la bacio su tutto il corpo. La sua pelle brucia. Il sangue sulla punta del suo seno ha un gusto di terra e di ferro.
L'afferro per i capelli e la metto a quattro zampe, poi le passo dietro, e affondo nel suo ventre di colpo. Sento solo gli scatti degli apparecchi in successione. Non riesco a infilare completamente l'enorme strumento, la lavoro più violentemente di quanto farebbe un bruto. Lei grida a ogni colpo del maglio, come aveva urlato poco prima sotto la frusta.
Esco dal suo sesso, le sistemo il cazzo finto fra le chiappe e la sodomizzo come non lo è mai stata - come se la impalassi, come se volessi trafiggerla fino al cuore e uscirle dalla bocca. Nel più profondo. Lei grida ancora, per la violenza mostruosa con cui le allargo l'ano, per quanto lei possa esserci abituata.
Voglio scacciare dal suo culo il ricordo di tutti i cazzi che l'hanno violata.
A ogni mio colpo di reni la base del godemiché mi preme sul sesso fin quasi a farmi male.
Mi piacerebbe eiaculare. Sapere che non mi è possibile mi rende ancora più feroce.
E poi, mi piacerebbe essere presa come Nathalie - e persino con maggior violenza. Mi volto verso JP: "Vieni, per favore". Lui scuote la testa. "Picchiami... ".
Si nega di nuovo e continua a fotografare, imperturbabile.
Nathalie ha appoggiato la fronte sulle mani legate e, protendendo le reni, è totalmente offerta alle spinte che imprimo al mio maglio.
Esco dal culo e affondo di nuovo nella vagina. Poi la sodomizzo ancora, come per ucciderla.
Il tempo si è fermato. Ma lei ha goduto, nell'essere violata così? Non ha smesso di piangere.
Non ho parole per esprimere il piacere che ho provato, né per definire quello che ha provato lei.
Esco dalle sue viscere, e il suo culo così rotondo e delicato, marchiato dall'amore, sbadiglia come una bocca aperta. Ne esce una schiuma sanguinante.
"Mettiti in piedi" le dico aiutandola ad alzarsi.
La riattacco alla catena del soffitto, come prima.
Vado verso il letto, prendo il lungo frustino.
Lei urla sin dal primo colpo. E urla a ogni colpo, come se ogni colpo la facesse precipitare in un orrore senza fondo.
La colpisco per una ventina di volte. I rigonfiamenti lasciati dal frustino, quasi tutti paralleli, si sovraimprimono ai segni più irregolari e disordinati della frusta. La pelle è esplosa in una decina di punti. Sotto gli ultimi colpi, lei ha piegato le ginocchia, tutto il peso del corpo grava sulla catena che blocca le manette. Le mani imprigionate sono aperte e supplicanti, come se cercassero di volar via.
Sono in un bagno.
Lo specchio riflette la mia immagine da baccante falsamente iperdotata, fuori di sé.
JP non ha smesso di fotografare. Ho quasi l'impressione che si rifugi comodamente dietro la macchina fotografica per non esser coinvolto dal mio delirio.
Getto anche il frustino.
Mi avvinghio al corpo di Nathalie, la aiuto a riprendere conoscenza, la copro di baci. Lei tende le labbra verso le mie. Sotto le lacrime, il trucco si scioglie lentamente.
Dio, com'è bella così!
Quando la ragione ci abbandona, non c'è più ragione di smettere.
Sono in ginocchio fra le sue gambe, le spalanco le cosce, faccio scivolare la bocca sul suo sesso e la bevo a lungo. Tiro con le labbra la catenina che collega il clitoride ai seni, e lei emette una specie di singhiozzo di sofferenza.
Le mie dita la investono, la sua vagina sembra inghiottirle, e lei raggiunge l'orgasmo sanguinando.
L'enorme cazzo posticcio mi ballonzola fra le cosce, come se fosse davvero mio.
Mi volto verso JP.
"Prendila" gli dico.
"No" fa lui, con l'occhio sempre incollato alla macchina fotografica.
"Per favore...".
"No" ripete, e ha un'aria molto decisa.
Mi sollevo sulla punta dei piedi per svitare la maniglia e sbloccare le manette.
Se non l'avessi sostenuta, sarebbe scivolata a terra come una bambola spezzata.
Dolcemente, accompagno la sua caduta sulle ginocchia. Lei scivola in avanti sulle mani intorpidite. Il ventre, i seni, la schiena, le natiche e le cosce sono un unico caos di segni bluastri, di rigonfiamenti confusi, illeggibili.
Mi libero della protesi, la getto per terra, lì dove ho gettato tutto il resto.
Prendo la maschera sul letto, ritorno verso Nathalie, che risollevo mettendola in ginocchio.
Lentamente, le sfilo le catenelle dalle orecchie, dal naso e dai seni, e le lascio appese con tutto il loro peso al ventre.
Le infilo la maschera con difficoltà, ostacolata dalla massa di capelli biondi, i cui riccioli bagnati di sudore spuntano dal cuoio lucido.
Lei è ormai una massa informe, senza viso né occhi, soltanto una bocca. Ansima affannosamente perché la maschera la soffoca, e perché pensava che fosse finita, e ora ha di nuovo paura.
La rimetto in piedi e la riaggancio alla catena.
L'accarezzo di nuovo, è strana la sensazione che mi danno quei rigonfiamenti, che disegnano tutto un paesaggio di valli e ombre sulla sua pelle così bella e candida.

(...)

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