Due racconti da "Samois", la comunita delle lesbiche SM di S. Francisco



 

BENTA
 

Incontrai Benta un giovedi' sera, a casa di un'amica.  Mentre prendevo una tazza di caffe', lri entro' dalla porta, senza neanche preoccuparsi di bussare.  La mia amica l'abbraccio' molto calorosamente.  Notai i riflessi rosso-scuri dei capelli e la stretta bellezza del viso; mi piacevano le verdi ombre dei suoi occhi e non riuscii a fare a meno d'indugiare sulle labbra, dall'aspetto pieno, leggermente nervose e, negli angoli, curve all'ins—.  Fummo presentate e nel salutarmi mi diede la mano; era sorprendentemente forte.  Rimasi colpita perche' appariva cosi' esile e femminile.  Desiderai che la nostra stretta ci facesse sentire vicine.  I suoi occhi mi dissero che anche lei aveva un analogo interesse.  Per tutta la sera - piu' di un paio d'ore - ci scambiammo occhiate fuggenti, alcuni sguardi intensi da far battere il cuore.  Poi, quando si alzo' per andare via - facendomi un cenno per chiamarmi - mi alzai anch'io e le chiesi se voleva uno strappo a casa.  Accetto'. Seguii, fuori dalla porta, il suo culo rotondo, le spalle strette, decise, l'ondeggiare dei capelli.

 Cominciammo a frequentarci, attratte dalla sessualita' che ci piacchiava nelle vene.  Una sera le chiesi di venire con me da "Lima". Ne aveva sentito parlare, ed acconsenti'.  Entrammo nel bar, un posto cavernoso, all'angolo di una strada buia di S. Francisco.  Ero andata a prenderla con la mia splendente MG blu; proprio come le avevo chiesto mi stava aspettando fuori casa, vestita di coloro rosa e nero - scarpe, pantaloni ed un leggero maglione.  Pagai per tutte e due; il biglietto non costava molto.  La condussi oltre la pista da ballo - scintillante di luci ed adorna di completi di cuoio -, in cima a una rampa di scale, attraverso una porta antica, dentro una stanza generalmente usata come spogliatoio.  Alcune comode sedie - rosse e lussuose - circondavano i lati della stanza.

 "Svestiti e mettili su questa sedia" - dissi a Benta, guardandola fermamente negli occhi.
 Guardo' il mio viso, e i suoi occhi guzzarono d'eccitazione.  Piego' la testa verso i bottoni e se li slaccio' con le dita leggermente goffe. Le donne guardavano mentre si toglieva la camicia.  I suoi seni, larghi e lenti, oscillarono pesantemente quando si chino' per togliersi i calzoni.  La suo figa scura, cosi' precisamente triangolare tra le gambe, era invitante.  Era in piedi, nuda.  Le diedi un paio di pantaloni di cuoio nero, con una cerniera che si apriva fino in fondo all'inforcatura.
 "Mettiti questi, Benta".
 Li indosso', muovendo il culo fastoso per entrarvi.  Glieli chiusi, sigillando i suoi beni per un successivo assaggio.  Le diedi un reggipetto nero, di cuoio, straordinariamente morbido, che indossato, le lasciava i capezzoli scoperti ed aperti.
 "Benta, voglio che tu sia disponibile per me".  Mi mostro' la sua voglia strofinando i suoi capezzoli eccitati contro il davanti della mia camicia; molto eccitante.  Avevo una lunga cinghia di cuoio, molto flessibile, senza nessun bordo rigido e tagliente.
 "Passa questa cinghia tra le gambe, dentro i pantaloni; una parte deve arrivare dalla schiena, l'altra al davanti".  Con qualche sforzo, dovendo aprire parzialmente la cerniera dalla stretta dei calzoni, riusci' a mettersela, sentendo il gusto del cuoio lungo il culo, attraverso il bagnato peloso.  Immaginai che la sua vagina fremesse.  Tutte le donne guardavano bramosamente ed in silenzio. Quando chiuse la cerniera, la voltai e con l'estremita' della cinghia posteriore, le legai i polsi strettamente.  Poi di nuovo la voltai.  Il suo respiro si faceva pesante, gli occhi erano chiusi.  Presi un collare, una cosa di cuoio guarnita da borchie, e lo sistemai attorno al collo, non stringendolo molto, assicurandomi che non fosse ne' teso ne' soffocante.  Poi, in modo deciso, chiusi a scatto la parte davanti della cinghia con il collare.  Sapevo che il cuoio le stava sfregando il caldo della vagina, creando quel bagnato appiccicaticcio.
 "Benta, ti voglio, voglio che le tue labbra - baby - scendano su di me, mi succhino la figa".  In modo deciso, la feci accovacciare sulle ginocchia, cosi' la sua bocca incontro' la fessa aperta, incontro' la ricca vegetazione dei miei peli aggrovigliati e bagnati.  Mi spinsi verso di lei.  La sua lingua famelica, famelica di piacere, impaziente di succhiere la figa, scendeva su di me.  La lasciai fare, mi aprii a lei; volevo l'amore della sua lingua e quelle labbra meravigliosamente dotate.  Mi fece venire con le mie mani che le accarezzavano i capelli e la voce implorava.  Per un momento appoggio' il viso sulla mia coscia. Fremevo, richiusi i pantaloni e la raddrizzai.

 Con una mano sul gomito, la trascinai fuori dalla stanza.  Il mio frustino di cuoio sottile oscillava dalla cintura.  Scendemmo giu', ancora una rampa di scale, dentro una stanza, illuminata pallidamente, dove suonavano della musica.  Alcune coppie danzavano, altre, accalcate attorno ai tavoli, ridevano e bevevano; altre ancora si toccavano, i capezzoli diventavano duri tra le dita, le vagine erano gonfie.  Le donne cercavano piacere ed eccitazione.  Io e Benta danzammo.  Prima le slegai le mani, le tolsi la cinghia di cuoio dal collare, e lentamente, in modo da stuzzicarla, tirai un pezzo della cinghia lungo il culo e la figa; poi, con la mano sinistra le strinsi il culo, premendolo sulla mia gamba.  Con l'altra mano, delicatamente, le diedi un buffetto sul viso, con la cinghia.  Getto' indietro la testa, sfregando la figa sulla mia gamba con un abbandono che mi piaceva, e l'incoraggiai con dei piccoli colpi di frusta sulle guance.  Entro' in un enorme movimento di eccitazione.  Sapevo che il suo clitoride si stava gonfiando, si gonfiava per lo strofinio; presto sobbalzo' per l'orgasmo, le labbra si sporgevano per il respiro affannoso.

 Slacciai il collare e lo gettai.  Lasciai scendere le labbra sul collo, mordendolo delicatamente.  Il mio respiro aumentava, il cuore pestava, la strinsi fortemente a me.  Gemette appena mi rovesciai; m'infiammai desiderandola, mi gettai volendola, e l'afferrai di forza, percorrendole il corpo, mentre le riempivo di lividi il collo.  Entrambe esauste, roteavamo insieme i fianchi, piegavamo, in dentro e in fuori, le nostre braccia, volteggiando.  I suoi movimenti m'invitavano a prenderla; le mie mani sfiorarono i capezzoli dritti.  Poi, fummo vicine, molto vicine.  Ballavamo con l'inforcatura dolente, su una gamba tesa, con le mani che scendevano lungo i fianchi, sui capezzoli, schiacciando le sue labbra contro le mie.  Pizzica.  piu' forte.  Rimase senza fiato, emettendo un piccolo e tremante lamento, mentre mandavo le mie dita lungo il cuoio sottile che sosteneva il reggipetto.  Le cinghie mi eccitavano per il modo in cui toccavano delicatamente le belle spalle.  La mia bocca abbasso' le spalline verso i seni.  Le mani sciolsero i ganci e, mentre le toglievo lentamente il corpetto, mi accovacciai sulle ginocchia.  Mi misi in bocca, con le mie grandi mani, i suoi seni; li succhiai, gemette, mi strinse la testa e disse: "Si, baby, si', piu' forte, oh, dai, succhiali".  Gleli succhiai, morsicai e strofinai, prendendo - senza soffocare - tutto cio' che potevo in bocca.

 Alla fine mi rialzai in piedi e danzammo ancora un po', lontani l'una dall'altra, per riprendere fiato.  Poi portai Benta in un'altra stanza, dove sette mie amiche aspettavano.  Avevo chiesto che ci vedessimo verso le undici.  Benta era meravigliosa ed entr• nella camera a seno scoperto, con la sinuosit… di una gatta.  Le mie amiche la guardarono con negli occhi un umido calore.  Certamente le sue gambe e il culo ardevano nei vestiti di cuoio.

 "Benta, vieni qui".  Feci un cenno da dove ero seduta.  Attraverso' la stanza e rimase in piedi, di fronte a me, aspettando.  Allungai la mano che si appoggio' al suo fianco; il pollice vagava leggermente, curvandosi verso l'inforcatura.  Sentii che mi desiderava.  Astutamente sposto' il peso del corpo per mostrare di pi— le sue cose.  "Lo vuoi, Benta?"
 Velocemente getto' uno sguardo in giro, alle mie amiche che la guardavano: le loro mani, duttili, erano sospese e pronte; lo sguardo ritorno' su di me.  "Si".  La sua voce era un soffio, colpita probabilmente dal palpito della vagina.
 "Benta, hai mai sentito parlare di una scopata di gruppo?"
 "Si'".  Abbasso' gli occhi.  Si poteva sentire la sua deglutizione
nel silenzio della stanza.
 "Vuoi essere scopata in questo modo, Benta?"
 "Si', si', si'".  Si stava rapidamente sciogliendo.  Il bacino ruotava e pulsava: voleva essere presa.
 "Ho chiesto a queste donne, che sono mie amiche, se volevano partecipare ad una scopata di gruppo con una ragazza.  Gli ho detto che avrei portato qui una donna calda, Benta.  Erano molto ansiose di venire, Benta. Sei eccitata?"
 Gemeva dolcemente.  La mano si mosse verso l'inforcatura; il cuore batteva all'impazzata e lacerato mentre guardavo la sua mano che giocava con la cerniera.  volevo scavalcare questo gioco, scagliarmi su di lei, strapparle i calzoni, aprirla e prenderla io stessa - ma aspettai.
 "Sei eccitata, Benta?" - ripetei.
 "si'.  Voglio essere scopata.  Scopatemi.  Vi voglio tutte, voglio essere presa. Vi voglio, vi voglio!"
 L'afferrai e la distesi sul mio grembo.  Rapidamente due donne le legarono le mani e le gambe alla sedia.  Adesso si contorceva; il suo odore era estremamente forte ed eccitante per tutte noi.  eravamo una banda di ragazze che bramavano una cagna in calore e Benta era proprio quella. Getto' il culo in aria, inarcandosi contro i legacci.

 "Scopatemi, dai, fighe, scopatemi!" Le parole crescevano e la prima donna strappo' la fessa aperta di Benta e lo immerse dentro.  Senza stare a giocare, solo una profonda spinta.  Benta url• di gioia.  La donna spingeva, il suo viso sobbalzava dalla furia del desiderio. Feci segno alla donna di allontanarsi perche' Benta doveva avere soltanto un assaggio.  La seconda si fece avanti.  Continuo' piu' lentamente, giocando, facendola implorare.  Noi tutte guardavamo quella donna che apriva le labbra di Benta, bagnate di liquido vaginale. Ognuna di noi sentiva nella propria figa quello spettacolo, che ci cacciava dentro un desiderio di genere animalesco.  Silenziosamente passai alla donna la mia frusta.  Ora desideravamo i suoi seni.  Colpi' leggermente il culo di Benta, Benta venne.  Le diede di nuovo un colpo, un po' piu' forte, la sua mano giocava con la bocca della vagina di Benta: poi una serie di schiaffi sonori e il cuoio segnava la pelle.  Isuoi gemiti s'incisero nelle nostre orecchie.  La donna successiva presela frusta e senza avvertire ando' dentro Benta con l'impugnatura, morbida, sottile: piangendo appassionatamente con Benta se la chiavo'. Guardavamo, ci masturbavamo, alcune con la cerniera aperta, altre con la fessa chiusa.
 "Oh!  Uh!  Fighe!" Benta si apriva, si poteva sentire la sua vagina che inghiottiva il manico della frusta e vi frusciava intorno.

 Le altre due donne vennero dentro e fuori Benta, dolcemente, muovendosi con naturalezza ed attenzione.  non lo senti' con minor intensita', ma il flusso era piu' lento, non precipitoso.  La slegammo, la tirammo su e poi, sostenedola con le braccia, le baciai il viso, le labbra.  I baci le percorrevano il collo, dove la pizzicavo e la morsicavo.  Una mano accarezzo' un seno, diede un colpetto al capezzolo e poi lo pizzico'.  L'intero corpo tremo'.  Una donna mi porto' due morsetti coperti da un soffice cuoio nero.  Li misi sui capezzoli di Benta.  Non solo stringevano, ma il suo peso tirava giu' i suoi seni: le piaceva molto.  La pressione non era forte e quando girai con un dito uno dei morsetti, la parte superiore del corpo fremette.  Era di nuovo pronta.  Questa volta le avevo fatto indossare una camicia.  Le avevo dato la mia.  Poi la presi per i risvolti.  Le mie braccia forti le comandarono di star ferma.  I calzoni le erano gia' stati tolti.  Mentre la trattenevo con una mano, cominciai a schiaffeggiarle piano il viso.  La sesta donna si avvicino' a Benta dal di dietro e la penetro'.
 "Troia, Benta, prendilo, prendilo" le sussurrai ferocemente all'orecchio.
 Era scopata.  La schiaffeggiai ripetutamente: qualche volta forte, in generale solo per un leggero dolore, ma parecchie volte ferocemente, tirandola per la camicia.  Feci cenno alla donna di allontanarsi e l'ultima della banda le venne dal didietro.  Smisi di picchiare Benta ed entrai nella sua figa lentamente, scivolando nell'umido rosso.  Molto lenta; prendendola con calma, lasciandola rilassare un po'.  non volle rilassarsi, si getto' sulle mie dita e tento' di morsicarmi la spalla.
 "Scopami, ti prego, ti prego. Ti voglio. Ho aspettato tanto".
 
 Le feci un favore ed entrai dura.  Nello stesso momento l'ultima donna l'inculo' e i gemiti della bocca di Benta scatenarono la nostra frenesia, trasportandoci dentro di lei, trascinando le mani delle donne presenti in un dare e in un prendere.  L'eccitazione, la sfrenatezza, il nostro piacere si sparsero e ribollirono, ci immergemmo, ci tuffammo, morsicando e succhiando.  Benta si affloscio' nelle nostre braccia.  Noi improvvisamente rallentammo tutte esauste.  L'adagiammo sul pavimento, le tolsi la camicia.  Era in una dimensione tutta sua, appena consapevole della nostra presenza.
 Eravamo, dunque, le sue serve.  Furono portate delle coperte, un guanciale e molto lentamente - anche inchinandoci - l'accarezzammo, offrendole delle carezze confortanti, lungo il corpo di questa donna che tanto si era aperta a noi.  Ci amavamo l'un l'altra per averlo condiviso.  Dolcemente cominciammo a cantare una ninna-nanna.
 "Abbiamo percorso un lungo cammino, in posti che non avevamo mai conosciuto.  La' scoprimmo il piacere, andammo insieme e ritornammo insieme a casa".

 


 

ATTO II, SCENA I - Racconto di Janet Schrim
   

 "No". Piu' un gemito che una parola.

 Le pesanti strisce di di cuoio nero intrecciato ancora una volta mi mordevano il culo e le scapole. Ripetutamente. E di nuovo.

 I gemiti continuavano senza respiro, rieccheggiando nella gola, uscivano appena dalle labbra, nell'aria.  Il mio corpo, legato ed indifeso, sobbalzava ai colpi, fremendo senza volere.

 "No.  Ohhh." Un gemito si strascica fuori in un singhiozzo tremante. Aspettai il successivo colpo della frusta - ma non venne.  E continuava a non arrivare mai.  "Non fermarti adesso", dissi a bassa voce, tra la supplica e il rimprovero.

 "Solo una breve interruzione" disse teneramente, passando dolcemente una mano sulla pelle bruciante. "Per te e per me".

 "Va bene".

 I miei polsi erano legati con dei polsini di cuoio nero, fissati a loro volta a delle catene che portavano ad un paio di bulloni posti - a distanza di circa sessanta centimetri - sulla cornice della porta. Anche se avevo le braccia incatenate, in realta' non ero ne' sospesa ne' appesa perche' i piedi erano liberi e poggiavano sul pavimento.

 Mi venne di fronte, impugnando il nero gatto a nove code. Teneramente passo' l'altra mano sui miei seni e comincio' a giocare con i capezzoli, tirandoli, girandoli e tirandoli; infine schiacciandoli cosi' forte che sussultai, gemetti.  Fece un largo sorriso, poi rise un po'.  Mise la frusta sulla mia testa, mi tiro' la faccia verso di lei, con un movimento calmo di richiesta.  Ci baciammo.  Senza difficolta', toccandoci appena le labbra.

 Le ginocchia si curvarono e le labbra si contrassero.  Mi spinse lentamente la sua lingua nella bocca, lievemente, ancora forte ed insistente, toccando tutte le superfici.  Uno squarcio come una paura s'impossesso' di me totalmente, afferrandomi completamente. L'inforcatura si eccito' con le correnti del nostro corpo.  I muscoli della figa, del culo si contraevano e si rilassavano, lenti e duri.

 Ancora baciandomi, ritorno' a schiacciarmi il capezzolo sinistro che sembrava il piu' sensibile e spedi' un'altra corrente nell'inforcatura. Mi aveva, e speravo che mi tenesse li'.  Ritrasse lentamente la bocca dalla mia, lasciandomi ancora desiderosa di lei.  Lasciando andare la frusta attorno al mio collo e stringendomi forte, ancora forte il capezzolo, allungo' una mano verso un tavolino e prese un piccolo cilindro - il popper.  Tolse il tappo e tenne l'inalatore sotto il mio naso.  Respirai lentamente e profondamente.  Lo richiuse e lo rimise sulla tavola, prendendo qualcos'altro.

 Il popper inizio' a fare effetto.  Sentii un flusso di calore.  I muscoli si rilassavano.  L'aria sembrava spessa.  Chiudendo gli occhi sentivo - profondo, profondo, dentro - un pozzo interiore d'intensita': di abbandono e di desiderio.  Nella pallida luce, aprii gli occhi e scorsi nelle sue mani uno scintillio metallico.  Due robusti morsetti di metallo coperti da una imbottitura di gomma - uno per ciascun capezzolo. Gemetti, anticipando la forte stretta e quel penetrante brivido didolore erotico.

 Me li attacco' velocemente e dolcemente.  Appena tutti e due furono fissati, una profonda parte di me si contrasse convulsamente.  Ero sul punto di piangere di nuovo.  Dentro di me la mia voce tremava.  Il mio respiro era affannoso.  Mi comincio' a leccare e mordicchiare le orecchie mentre tirava i morsetti.  Mi sussurrava: "Poveri, poveri capezzoli, ti fanno male, non e' vero?  Ma almeno per un po' dovranno farti male.  Forse la frusta potra' aiutarti a dimenticare quanto ti facciano male".  Mi fece inalare il popper e poi si mise dietro di me, con in mano la frusta.

 La nera e pesante frusta sibilo' nell'aria, arrivando ripetutamente sulle spalle, sulle coscie e sul culo.  Che segni ci sarebbero stati alla fine!  Ad ogni colpo mi giravo, mi stiravo, gemevo, volevo venire. Piu' forte, pensai.  Dovrebbero essere piu' forti.  "Picchiami piu' forte", implorai.  E mi picchio' piu' forte.  Si fermo' una volta sola, solo per un momento, ruoto' i morsetti di novanta gradi dalla precedente posizione - un cambiamento torturante - e poi attacco' del peso ai morsetti che li tiro' ancora piu' forte.  Mi diede di nuovo il popper e continuo' a frustarmi.

 Presto fui sul punto di chiedere "pieta'", perche' - come sapevamo -avrebbe posto fine alla cosa, ma solo per un po' di tempo.  Mi anticipo': "Sei proprio sicura di voler chiedermi gia' pieta'?  Devi ancora prenderne tante.  E credimi, so quello che faccio." Rimasi silenziosa e calma, nascondendo la lotta interna dei miei sentimenti. Cosa veramente volevo?

 "E allora?" Si mise a giocare leggermente con la frusta sul mio seno.  Premette il corpo contro il mio.  Ritmicamente una mano tirava i peli del pube. Dentro di me avevo la sensazione di cadere.

 "Voglio continuare".

 "Bene.  Ho appena iniziato qualcosa di veramente bello.  Non vorrai interromperlo.  Mi fermero' quando sara' il momento.  So cosa tu puoi sopportare e so anche che nel hai bisogno".

 Riprese a frustarmi dal didietro.  Ora piu' forte di prima.  E piu' velocemente.  Il dolore stava per farmi scoppiare.  Se soltanto avessi potuto venire come in questo momento. Se soltanto. Se soltanto.

 Iniziai a piangere.  Un pianto vero: singhiozzando, perdendo il respiro ed annaspando.  Scuotendo.  Le lacrime scendevano lungo il mio viso.  Ma tuttavia non volevo chiedere pieta'.  Speravo che finisse presto, ma dovevo continuare, lasciando che fosse lei a fermarsi.  Dopo tutto mi ero data a lei.  Ero sua e lei non era ancora stanca.

 Improvvisamente le frustate si fermarono.  Mi sentii come mi fossi svegliata in uno strano posto con nessun ricordo di come fossi giunta li'.  Quando mi tolse i morsetti un'improvvisa fitta di dolore in ciascun capezzolo, seguita da un sollievo, mi riporto' indietro.  Mi sciolse i polsini dalle catene e quasi mi trascino' a letto.

 "Abbiamo bisogno di un intervallo", mi disse immediatamente. Mormorai un accordo senza parole.  Sostenendo lei che mi sosteneva, sentii un'energia rinnovata che tra noi saliva.  Sapevo che per quella notte non avevamo ancora finito.
 
 
 

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