Patrizia ed Erica
Prologo
Come un fatto naturale, senza scosse né traumi, l'amicizia tra me e Patrizia si era trasformata prima in un piacevole rapporto di complicità, poi in un vero e proprio intrigo di amanti. Non sapevo se saremmo poi diventati fidanzati a tutti gli effetti, ma quando accaddero i fatti che sto per raccontare ci trovavamo appunto in quel piacevole e gratificante stato di sospensione, quando sai che c'è qualcosa, sai che sta per accadere qualcosa e lo aspetti timoroso e felice, quello stato in cui ti senti libero da tutto e da tutti, libero di inseguire i tuoi sentimenti e le tue passioni assieme e vicino ad una persona che li condivide senza pretenderti in cambio. Non capita di frequente, ma quando succede è meraviglioso.
Io e Patrizia, dunque, facevamo l'amore già da alcune settimane. Erano incontri dolcissimi, in cui la sera, dopo un inizio "normale" - chessò, un cinema, una cena al ristorante - lasciavamo che la passione si facesse strada in noi, e che uno di noi due prendesse per mano l'altro per condurlo nel proprio letto, colmarlo di baci e di carezze, farlo vivere e ricevere da lui vita e piacere fino a possedersi vicendevolmente e ad addormentarsi abbracciati, bagnati e felici. E nello stesso tempo, proprio perché non era ancora arrivata la stagione della possessività e delle gelosie, nessuno dei due trovava nulla di male nel fatto che l'altro, una o due sere prima, avesse vissuto la stessa vicenda con un'altra persona, e gliela raccontasse con erotismo o ironia o sogno, senza comunque aver assolutamente desiderio né necessità di nascondere niente.
E poi, spesso al risveglio, ci raccontavamo di noi stessi, dei nostri piaceri e dei nostri desideri che andavamo poco per volta scoprendo. E a me piaceva guardare il corpo splendido di Patrizia, le sue forme snelle ma non troppo, i suoi seni giusti, i suoi capelli lunghi castani e il viso non regolare, coi denti leggermente sporgenti ma proprio per questo sensualissimo e affascinante; la sua intelligenza pronta e reattiva; le sue gambe lunghe e i piedi proporzionati, con piccole vene gentilmente rilevate, che mi piaceva accarezzare con la lingua all'inizio delle nostre notti di passione. E lei in quei momenti mi raccontava di quello che aveva fatto, che voleva fare o che avrebbe fatto, o che immaginava di fare ma non pensava che avrebbe mai fatto.
In una di queste occasioni, particolarmente speciale per l'intensità della notte che l'aveva preceduta, Patrizia mi raccontò del piacere strano che l'aveva colta, a diciotto anni, quando aveva letto "Histoire d'O", prestatole da una compagna di liceo.
Conoscevo bene la storia, per averla a suo tempo letta anch'io; ben prima dei diciotto anni, peraltro, avendo scoperto casualmente quel libro, nascosto in casa, ma evidentemente non abbastanza bene visto che io, curioso ragazzino quindicenne, non avevo avuto problemi a scoprirlo.
La storia è nota: "O", misteriosa e affascinante ragazza, sceglie di abbandonarsi nelle mani del fidanzato e di subire consensualmente tutto quello che da parte sua potrà arrivarle, compresa la sofferenza fisica di supplizi spesso crudeli. Al punto di venire poi a un certo punto "regalata" dal suo fidanzato ad un amico, un personaggio più maturo e più "severo" di lui, che ne fa definitivamente la sua schiava.
Mi ero fatto l'idea che quel libro non sarebbe dovuto piacere alle donne, vista l'immagine di sottomissione totale e inappellabile, i vuoti ritualismi e la sofferenza feroce che permeavano le sue pagine, oltre tutto in anni in cui le battaglie femministe già facevano sentire la loro voce a favore di una donna libera e padrona del suo destino e delle sue scelte. Pensavo che mai nessuna donna sarebbe mai stata disposta a condividere idealmente quella vicenda. E invece, inaspettatamente, quando per me venne la sospirata età dei fatti, scoprii non essere poche le donne che ne erano state profondamente affascinate, che lo avevano letto traendone emozioni e piaceri, che avevano fatto di quelle pagine la sceneggiatura delle loro fantasie. E anche Patrizia era una di loro.
Non è peraltro che quelle pagine avessero lasciato indifferente neanche me. Anch'io ero rimasto affascinato dalla vicenda raccontata, non tanto per gli aspetti cerebrali (mi irritava appunto l'eccesso di ritualità e il senso di sottomissione psicologica, e certe pratiche, tipo la marchiatura a fuoco, mi sembravano palesemente criminali) quanto per il fatto che piacere e dolore potessero coniugarsi, sia in chi li riceve, sia in chi li offre e vede l'altra soffrire. E avevo sempre sognato una ragazza che mi chiedesse di picchiarla, frustarla, farle male in qualche modo, pur sapendo, ovviamente, che di me poteva fidarsi, che avrei sempre saputo quando fermarmi. A volte avevo anche avuto la fortuna di vivere nel concreto questa situazione, ma in quelle occasioni ero caduto vittima di un insuperabile paradosso.
Avevo infatti scoperto che il mélange di tenerezza e di durezza, che avevo ben chiaro nella mia mente a livello di fantasia e che avrebbe dovuto essere il tappeto del nostro piacere, alla prova dei fatti si stemperava interamente e totalmente nel primo aspetto. In sostanza: come diavolo fai a frustare, e far del male, ad essere "cattivo" con una ragazza che, nuda, ti offre la schiena, o i seni, che ti si abbandona totalmente, che affonda il viso in un cuscino per attutire i probabili gridi e ti invita a colpirla, a farla piangere, a non avere paura di farle male perché è proprio questo quello che vuole? C'è n'è abbastanza per buttar via la frusta, abbracciarla, ricolmarla di baci, incominciare ad amarla nel modo più tenero e dolce che conosci, ma che non è certo quello che lei gradisce, in quel momento. Certo, poi ci sono le ragazze che la violenza, almeno a livello "fantastico", sembrano chiederla con le unghie e coi denti: quelle che ti si negano, quelle che si credono di avercela solo loro, quelle che fanno cinquanta programmi con te e poi ne attuano un cinquantunesimo, ovviamente con qualcun altro, le belle e impossibili che ti devastano la vita senza indennizzo… Quelle sì, mi sarebbe piaciuto punirle a dovere. Ma di certo non sarebbero venute a chiedermelo loro.
E volli raccontare subito a Patrizia di questo paradosso, perché, se la sua intenzione era quella di vedermi armato di frusta e ammenniccoli vari per farla soffire e godere, forse aveva sbagliato persona, ci avevo già provato in altri casi ma i risultati erano stati sempre decisamente scadenti, quindi non volevo darle questa delusione. Lei mi ascoltò, guardandomi con i suoi grandi occhi castani leggermente sporgenti, e poi, abbassando la voce, mi prese le mani e mi disse: - Ascolta. Io ho un'amica, che mi ha spesso confessato di essere anche lei attratta da questo tipo di giochi… dal punto di vista attivo, intendo; e di averli anche fatti qualche volta, anche con altre donne. Devo dire che la cosa mi ha sempre intrigato molto, ma non ho mai avuto il coraggio di chiederle di farlo anche con me, anche se… non sono state poche le volte che mi sono masturbata pensandoci… Ma se ci fossi anche tu, sarebbe diverso. Se ti va, possiamo provare a chiederle se ci sta; sai, è anche molto bella, sono convinto che ti piacerebbe moltissimo…
E' ovvio che io acconsentii subito, pienamente e incondizionatamente. Probabilmente la cosa mi sarebbe stata meno bene se Patrizia mi avesse proposto un "master" uomo, l'avrei sentita come una ingerenza nel nostro rapporto; ma con un'altra donna sarebbe stata una storia loro, di cui io peraltro sarei stato felice testimone… Come a molti uomini, anche a me piace da morire vedere delle donne che fanno l'amore tra di loro. Mi sento molto banale in questo, ma è così…
Qualche sera dopo, eravamo seduti tutti e tre al ristorante per un incontro conoscitivo. Avevo atteso con comprensibile eccitazione quella serata, facendomi le fantasie più sfrenate su questa Erica: come sarebbe stata? L'immagine predominante che mi ero costruito di lei era di una donna molto mascolina, corpulenta, dai toni aggressivi ma anche rassicuranti, tutta vestita di nero, sicura di sé e delle sue intenzioni. E invece lì seduta al tavolo con noi c'era una ragazza molto femminile, senz'altro molto consapevole ma anche estremamente dolce e fine nella conversazione, non magrissima ma neanche volumetricamente eccessiva, e mi resi subito conto che il suo non era grasso ma ben proporzionati muscoli, data la sua attività di insegnante di danza e di arti marziali. Capelli neri, lunghi e lisci; un paio di orecchini a cerchio molto grandi, occhi e bocca truccati in stile che si sarebbe potuto dire egiziano, un grosso naso un po' aquilino niente affatto sgradevole, unghie delle mani dipinte di rosso intenso, lo stesso colore del rossetto; l'unica concessione all'iconografia tipica della "mistress" erano un paio di aderentissimi pantaloni di pelle nera, che finivano su scarpe chiuse dai tacchi molto alti, anch'esse nere. Ma per il resto, nessuno avrebbe potuto sapere o immaginare la realtà delle sue passioni.
Patrizia le aveva anticipato le nostre intenzioni, quindi lei era venuta all'incontro già informata. Si conoscevano da qualche anno, e non tardai a rendermi conto che tra loro c'era anche un certo feeling, anche se sicuramente non si era mai concretizzato in nulla (Patrizia mi aveva detto che non aveva mai avuto rapporti con altre donne, ma senza insistere troppo; chissà se c'era da crederle… Comunque, tra loro non coglievo nessuna delle inevitabili e sottili complicità, per le quali mi vanto di essere una specie di radar, tra persone che si sono conosciute in senso biblico). In ogni caso anche la simpatia tra me ed Erica fu immediata. Dopo aver conversato del più e del meno, fu Patrizia ad entrare in argomento, parlandone in maniera molto generica, per non essere compresa dai camerieri e dai vicini di tavolo.
- Io ho molto piacere, Erica, a che sia tu ad offrirmi questo battesimo… - le disse sorridendo - in quanto il nostro Umberto, qui presente, proprio non se la sente di trasformare in realtà le sue fantasie… -
Io non mi sentii per nulla offeso da quelle parole ironiche ma anche molto affettuose. E ancora di più mi fece piacere la risposta di Erica: - Non c'è niente di male in questo. Non sta scritto da nessuna parte che se uno ha delle fantasie, poi debba viverle interamente e in prima persona… Se si vuole è così, ma non ci sono obblighi. E poi - aggiunse, scostando i capelli di Patrizia e accarezzandole il viso con la mano dalle unghie dipinte, in una carezza che espresse straordinariamente bene quel mélange di fermezza e tenerezza di cui io non ero mai stato capace - sono felice di essere io, che tu abbia pensato a me per questo. Non hai idea di quanto l'ho desiderato, ma non l'avrei mai sperato…-
Ci mettemmo d'accordo su come si sarebbe svolto il tutto. Volevamo tutti e tre che fosse qualcosa di speciale, che non ci fosse nulla di approssimativo o di improvvisato. Quindi decidemmo che non l'avremmo fatto nella nostra città, né tanto meno in uno dei nostri appartamenti. Erica disse che conosceva una bellissima locanda persa sulle colline a ridosso del mare, molto solitaria e discreta; se ci fossimo andati nel mezzo della settimana, saremmo stati sicuramente gli unici ospiti. Allora decidemmo che la settimana dopo avremmo preso tre giorni di ferie, e saremmo andati a goderci il meritato riposo e l'altrettanto meritato piacere da quelle parti, lontane non più di un paio d' ore d'auto dalla nostra città. Erica disse di non preoccuparci, avrebbe pensato lei a prenotare e a tutto il resto.
Ci mettemmo anche d'accordo sulle regole. Patrizia avrebbe dovuto obbedire in tutto e per tutto a Erica; era, ovviamente, un patto basato sulla fiducia, nel senso che Patrizia sapeva bene che Erica non le avrebbe chiesto nulla di umiliante o di sporco. Decidemmo, a grandi linee, quello che si sarebbe potuto e voluto fare, e quello che no: sì alla sofferenza fisica - fino al punto in cui Patrizia, pronunciando una parola concordata - "fine" - avrebbe stoppato il tutto. Sì agli strumenti di costrizione fisica. Sì a qualsiasi prestazione sessuale che io o Erica avessimo chiesto a Patrizia. No alle umiliazioni psicologiche, no alla coprofilia o ai rapporti con animali (…in mezzo alla campagna, bisogna dire che il sospetto poteva insorgere…). Io potevo partecipare e intervenire, ma senza mai prevaricare Erica e le sue intenzioni; soprattutto non dovevo interrompere mai i suoi giochi, una volta che erano cominciati.
Approfittando del fatto che ad un certo punto si era assentata per andare in toilette, io e Patrizia prendemmo la decisione che quella breve vacanza gliela avremmo offerta noi. Quando tornò glielo dicemmo; lei ovviamente insistette che non era il caso, ma di fronte a un nostro "almeno questo lascialo decidere a noi, tu decidi tutto il resto!" fu costretta a capitolare.
La settimana dopo, al termine di un viaggio tranquillo condotto dalla guida sicura di Erica, eccoci alla locanda che lei ci ha promesso. In effetti non è solo un posto bello: è splendido! Appoggiato sui colli dell'entroterra, in una posizione panoramica e isolata, sembra di essere in un altro mondo. La presenza del mare, lontano una trentina di chilometri, la si avverte soltanto per via dell'aria asciutta e ricca di iodio. Le camere sono ai piani superiori di una palazzina agricola ristrutturata, arredate con mobili rustici e solidi; al pianterreno della stessa palazzina c'è la sala da pranzo, dove, come aveva assicurato Erica, avremmo conosciuto piaceri sopraffini, almeno pari a quelli che ci avrebbero poi accompagnati nella camera a due letti, di cui uno matrimoniale, che lei si è fatta riservare. I gestori, una coppia di signori di mezza età, molto tranquilli e discreti, dopo averci accolto e dato la stanza ci dicono che si sarebbe mangiato alle otto di sera, e poi spariscono.
Decidiamo di andare al mare, a goderci le ultime ore di sole, per poi tornare in tempo per mangiare. Pur senza averlo esplicitamente concordato, abbiamo dato tutti per scontato che ai nostri giochi avremmo dedicato solo le ore della notte, al massimo quelle del mattino. Passiamo quindi il pomeriggio sugli scogli a crogiolarci al sole, e a rilassarci. E io guardo con piacere la loro pelle. Il corpo di Erica, scolpito dalla musica e dalla palestra, è splendido; ogni singolo muscolo sembra sprizzare energia. Quello di Patrizia, che conosco bene, anch'esso forte ed elegante ma che non smette di ispirarmi dolcezza, tenerezza, desiderio di proteggerla.
Poi, al tramonto del sole, torniamo alla locanda.
Prima di cena, ci facciamo (separatamente) la doccia, ci rilassiamo, e le due ragazze, approfittando di un mobile con grande specchio presente in camera, si dedicano al maquillage. Io, disteso sul letto, faccio finta di niente, ma in realtà sono incantato a vederle, a studiare i loro movimenti consapevoli con cui si rendono più belle l'una per l'altra e per me, parlando di argomenti leggeri, come due caste compagne di collegio e non come due future amanti. Sono entrambe in accappatoio, bianco quello di Patrizia, blu a fiori quello di Erica. La loro pelle, già brunita dal sole e tonificata dalla doccia appena fatta, sembra non chiedere altro che carezze e baci.
Erica si rinfresca anche lo smalto delle unghie delle mani e dei piedi. Poi dice a Patrizia: - Vieni, metto lo smalto anche a te.
Patrizia, da quando la conoscevo, non l'avevo mai vista portare smalto, anche se io adoro le mani e i piedi delle donne dalle unghie colorate; per cui questa proposta, a cui non può sottrarsi, mi rende felice. Secondo i patti preliminari Patrizia avrebbe dovuto infatti obbedire ad Erica, qualsiasi cosa le avesse chiesto, e quindi anche a questo.
Ed è bellissimo vederle sedute una di fronte all'altra, con Erica che tiene in grembo ora le mani, ora i piedi sublimi di Patrizia, e delicatamente le applica lo smalto. In quel momento sembra che la padrona sia Patrizia, ed Erica l'ancella. Io comincio ad essere molto eccitato. Erica legge il mio sguardo, e mi sorride maliziosamente. Io mi accosto a Patrizia, le rovescio la testa indietro e le riempio la bocca con un bacio lungo e intenso, che la lascia senza fiato, facendole scivolare la mano sui seni nudi e caldi sotto l'accappatoio.
Quando Erica finisce, soffia delicatamente sulle unghie dei piedi di Patrizia per asciugarle lo smalto, e poi le dice di mettersi la gonna e la camicetta bianca che si era portata, senza reggiseno. Patrizia obbedisce, i suoi lunghi capelli castani sono splendidi sul bianco di quel vestito; quando però cerca di rimettersi i sandaletti dorati che aveva portato per tutto quel giorno, Erica la ferma. - No, Patrizia, devi restare a piedi nudi. - Ve bene - risponde lei, sorridendo, e si sfila di nuovo i sandali.
Erica invece si mette un paio di pantaloni neri attillati, dei sandali col tacco molto alto, e il top di un bikini pure nero. In questo modo il suo corpo rimane meravigliosamente esibito e proteso. Ovviamente non fa a meno neanche questa volta dei suoi grandi orecchini a cerchio, che ormai ho capito fare parte, come vari altri pezzi di bigiotteria - anelli, bracciali, eccetera - della sua persona.
Scendiamo sotto, io e Erica ai lati, tenendo Patrizia per mano al centro. Guardo i suoi piedi, sotto la gonna lunga, appoggiarsi sulle lastre di pietra di quelle scale antiche, e posso indovinare la sensazione forse piacevole di freddo e di ruvido che sta provando. La tavola è già apparecchiata; ci sediamo, e poco dopo arriva la ragazza portandoci una zuppiera piena di ravioli fumanti, una prova non secondaria dell'esistenza di Dio. Mangiamo con gusto e passione, segue dello spezzatino di cinghiale con verdure, e per finire una fetta di dolce. Beviamo anche del buon vino bianco.
Finito di mangiare, facendoci cullare dal piacevole suono della musica che lo stereo diffonde nell'ambiente, Erica propone di fare un giro fuori prima di andare in camera. Usciamo nell'aria ferma e tranquilla della sera, brillante di stelle e di lucciole; respiriamo a pieni polmoni. Mi accorgo che Patrizia ha qualche difficoltà a camminare, dato che il suolo è cosparso di ghiaino appuntito. Probabilmente la proposta di Erica non è stata aliena a questo fatto: e devo convenire che, nella luce bassa dei lampioncini, guardare Patrizia vestita di bianco che cammina lentamente a piedi nudi, immaginando lo sforzo che questo deve costarle, e forse anche lo stimolo, è molto bello e sensuale.
Ci appoggiamo al parapetto della terrazza, guardando la valle sotto di noi, punteggiata dalle luci dei paesi. E' un momento molto bello, molto romantico; e neanche Erica ne è aliena. Infatti appoggia una mano alla schiena di Patrizia, la trae a sé e, tenendola abbracciata fortemente, le impone un bacio a bocca aperta, la cui intensità e durata fa impallidire quello che ci eravamo dati io e lei poco prima in camera. Le mani di Patrizia chiudono la schiena nuda di Erica e vi indugiano lentamente in lunghe carezze; io le guardo, e, mentre mi eccito, sorrido tra me e me, pensando alle affermazioni di Patrizia di non aver mai avuto rapporti, pur desiderati, con altre donne. Evidentemente l'allieva impara in fretta, mi dico, vedendo la passione e la disinvoltura totali con cui si concede a quel bacio…
Ad un tratto però, delicatamente, Erica impone a Patrizia di staccarsi da lei. - Aspetta… - le dice. Si toglie un foulard che porta al polso, e con quello lega i capelli di Patrizia dietro la testa. Poi si toglie i tre o quattro grossi anelli che porta alla mano destra, e se li mette in tasca.
Quello che succede dopo, è talmente improvviso che sulle prime quasi non me ne rendo conto. Erica afferra Patrizia per i risvolti della camicia con la mano sinistra, e con la destra le dà uno schiaffo in viso, fortissimo. Io sussulto sorpreso, almeno quanto lei, che grida, forse proprio più per la sorpresa che per il dolore; il mio primo moto è, dimentico delle nostre reciproche promesse, di lanciarmi su Erica e di strapparle Patrizia dalle mani. Il secondo di guardarmi intorno, per vedere se qualcuno non abbia visto qualcosa. Ma non c'è nessuno, i due locandieri devono essere in cucina, sul retro.
Erica la schiaffeggia ancora, altrettanto forte, di dritto e di rovescio, strattonandola per la camicia; poi, di nuovo, la abbraccia e riprende a baciarla. Io le guardo, ho il cuore in gola forse più per la sorpresa che per l'emozione; ma mi accorgo che per Patrizia non è cambiato niente, anzi risponde al bacio con rinnovata intensità, le sue mani stringono con passione la schiena nuda dell'amica.
La cosa si ripete ancora un paio di volte: lunghi e languidi baci, e violenti schiaffi. Poi le due amiche si separano definitivamente, Erica stringe forte le mani di Patrizia; le vedo sorridersi, vedo il viso alterato di Patrizia - per gli schiaffi, che le avevano imporporato il viso, o per altro? - e sento il suo affanno, che si confonde con quello di Erica. Vedo, ancora, Patrizia appoggiare la testa sulla spalla di Erica, abbracciandola con abbandono e tenerezza. Poi Erica si stacca, sorridendo le dice e mi dice di aspettare una decina di minuti a salire, lei sarebbe andata a preparare la camera. Mi dice anche di non far sedere Patrizia su una delle panchine del piazzale, anzi di farla camminare ancora.
Io prendo per mano Patrizia, le bacio velocemente la bocca, e poi, come ci è stato ordinato, comincio a camminare lentamente insieme a lei. Voglio chiederle come si sente e se vuole continuare o piuttosto sospendere tutto, ma non so bene che parole usare, mi sembra tutto così assurdo. Lei se ne accorge; mi sorride, e mi dice: - Non dire niente. Non preoccuparti, va tutto bene.
Trascorsi i dieci minuti, risaliamo in camera. Erica ci accoglie con un sorriso; si è tolta il top del bikini, e ora il suo splendido seno è finalmente nudo, come proteso di amore verso di noi. Ha disposto sul letto piccolo una affascinante fila di oggetti che si era portata dalla città in una grossa borsa nera. Ci sono delle cavigliere e delle polsiere di cuoio con fibbie, tre fruste - uno scudiscio piccolo e lungo, molto rigido; una frusta corta, costituita da una serie di strisce di pelle nera, morbidissima; e una simile, ma più lunga; delle corde; due falli neri, uno grande, vibrante, e uno piccolo, ogivale; altri aggeggi il cui uso non mi è chiaro, ma mi piace lasciare per il momento la mia curiosità allo stato latente; morsetti metallici, regolabili a vite, e dei pesetti; varie creme e pomate lubrificanti, emollienti, tonificanti. Erica dà un veloce bacio sulle labbra a me, e uno un po' più appassionato a Patrizia. Poi ci chiede di leccarle i seni, e noi non ce lo facciamo ripetere.
Si siede sul letto, e noi ai suoi fianchi. I suoi bei seni grandi gravitano verso il basso; la abbracciamo in vita, poi - con un reciproco leggero pudore, io e Patrizia, in quanto ci sembra reciprocamente di prenderci qualcosa di troppo altro rispetto a noi due - ci chiniamo a baciarle i seni. Morbidi, caldi, vivi. Lei chiude gli occhi, rovescia la testa all'indietro, il suo respiro si fa più concitato. Io un po' godo il piacere del suo capezzolo sinistro sotto le mie labbra e la mia lingua, un po' guardo Patrizia giocare con le sue labbra e la sua lingua sul capezzolo destro, ed entrambe le cose per me sono bellissime.
Alcuni minuti di respiri dopo, Erica dice: - Va bene così. Vieni, Patrizia, stenditi sul letto a pancia in giù -.
Patrizia obbedisce prontamente. Io mi siedo sul letto vicino alla sua testa, e mentre le accarezzo piano i bei capelli, vedo Erica prendere due grosse cavigliere di cuoio morbido, chiuse da una fibbia; aprirle, richiuderle alle caviglie di Patrizia fissandole l'una all'altra con un moschettone. Adesso i piedi di Patrizia sono assicurati l'uno all'altro, le piante bene in vista.
Poi prende un cuscino, e glielo mette sotto le caviglie, in modo che i piedi rimangano sollevati ed esposti. Quindi si alza, senza fretta, prende un frustino e si riavvicina.
Io appoggio una mano sul capo di Patrizia, in modo da bloccarlo contro il cuscino: intuisco quanto sta per avvenire e devo conciliare il mio amore col mio ruolo di "aiutante". Erica appoggia il frustino corto e rigido contro la pianta del piede sinistro di Patrizia, come per prendere la misura del suo slancio; poi solleva il polso, e con un colpo secco colpisce il piede della ragazza, che, per quanto, penso, abbia intuito quello che le sarebbe successo, ha lo stesso un forte sussulto.
Erica colpisce per cinque volte il piede sinistro, poi per cinque volte il piede destro. Io cerco di tenere fermo il capo e il corpo di Patrizia, i cui sussulti, comunque, sono molto misurati, così come i suoi gemiti. Ha gli occhi chiusi, le labbra semiaperte, ma il suo viso non viene alterato da smorfie di dolore. Da parte sua, annche Erica ha il viso rilassato e sereno, la severità dei suoi gesti corrisponde a una straordinaria tranquillità del suo essere, e non mi sembra strano, poco dopo, ancora col frustino in mano, vederla chinarsi e baciare leggermente le piante di entrambi i piedi. Poi ricomincia a frustarle, stavolta, mi sembra, con maggiore intensità; Patrizia, i piedi legati insieme, cerca di proteggerli l'uno con l'altro, coprendoli. Allora Erica si interrompe di nuovo, scosta i piedi e dice: - Patrizia, per favore, cerca di tenerli fermi, altrimenti non riesco a colpirti bene. Devo andare avanti ancora un po', almeno per dieci minuti ancora - . Lei si sforza di obbedire; io, quasi commosso dalla sua dolce consensualità, riprendo ad accarezzarla, intanto che Erica riprende il suo lavoro.
Quando finalmente Erica conclude, Patrizia è molto affannata, il suo viso arrossato e bagnato di sudore. Erica stacca il moschettone che legava le due cavigliere, ma non gliele toglie; poi prende in fretta un flacone di balsamo profumato, bagna una spugna e gliela passa più volte sulle piante. Il respiro di Patrizia torna a farsi regolare, lei chiude gli occhi e mi sembra sorridere. Erica si avvicina a lei, la solleva dal letto sorridendo e la abbraccia molto teneramente, baciandola sulla fronte. - Sei stata molto brava a resistere - le dice. - Vuoi riposarti un po', o vuoi che andiamo subito avanti?
- Andiamo avanti - risponde Patrizia.
- Va bene. Togliti la maglietta ed accarezzati i seni.
Patrizia, seduta sul letto, fa quello che le è stato chiesto. I suoi seni, più piccoli di quelli di Erica ma ugualmente bellissimi, creano un piacevole eco con i suoi piedi nudi, dalle caviglie ancora cinte dalle cavigliere, e con la gonna bianca che le attribuisce un sapore vagamente verginale. Prende ad accarezzarsi i seni, leggermente, con le dita dalle unghie lunghe. Si sofferma a lungo in particolare sui capezzoli eretti, gli occhi chiusi e le labbra schiuse. Erica prende due polsiere, simili alle cavigliere; Patrizia solleva i polsi e se le fa applicare. Poi Erica le dice di alzarsi e di togliersi anche la gonna e le mutandine. Patrizia obbedisce in silenzio, lentamente ma senza esitare, e rimane completamente nuda davanti a noi. Erica le passa dietro, le riunisce le due polsiere dietro la schiena e le fissa con un moschettone. Patrizia è sublime. Completamente nuda, in piedi, i polsi legati dietro la schiena, gli occhi chiusi e le labbra schiuse, sembra irraggiare bellezza e senso di piacere, non si sa se suo o di noi che la contempliamo. Io sono estasiato; Erica ha probabilmente modalità più interiori di provare gioia, e infatti non sembra manifestarla né manifestare eccitazione, forse anche perché sa e sente che il suo ruolo è un altro, è quello del maestro di cerimonie e di piacere. E se la luce di Patrizia è bianca, pulita, fatta di candore e di disponibilità fiduciosa, quella di Erica è rossa, calda, accogliente, protettiva, e ci sta scaldando entrambi.
Erica prende il piccolo fallo ogivale, lo bagna con una crema lubrificante, poi si avvicina a Patrizia. Glielo passa piano sul viso, esplorandolo lentamente attraverso di esso: la fronte, i capelli, gli occhi e le labbra. La striscia umida che esso lascia brilla alla fioca luce della lampada da comodino. Con esso forza leggermente la bocca di Patrizia, che si schiude, e lei la penetra; vedo nella penombra la lingua di Patrizia che saggia il sapore e la consistenza del piccolo fallo. Poi con esso Erica continua a percorrere il corpo dell'amica, scende lungo il petto passando tra i seni, tocca l'ombelico e, inginocchiatasi, arriva a saggiare il sesso, coperto da rado pelo chiaro, di Patrizia. Lei allarga spontaneamente le gambe, gli occhi di nuovo chiusi; ma Erica va ancora oltre, e arriva alla via più stretta ed amorosa di Patrizia. Lei lo sente, la vedo scuotersi e mormorare: - Piano! - Erica risponde: - Non temere, non ti farò male adesso. Questo è solo per il tuo piacere - . Io mi accosto, afferro Patrizia alla vita mentre Erica la penetra, allargandole le natiche; sento la sua pelle bagnarsi di un leggero strato di sudore, cosa che succede, come so, solo quando è veramente e intensamente eccitata. Quando il piccolo strumento è interamente dentro Patrizia, Erica si rialza, prende delle sottili catene, la cinge in vita con un braccio e le dice: - Vieni, usciamo in terrazza -.
La stanza ha infatti un'ampia terrazza, affacciata sui boschi tranquilli nella notte, che stormiscono piano nella brezza e attraversati di tanto in tanto dal grido di una civetta. Io le seguo, e vedo che Erica aveva preparato una sedia metallica, ed intorno ad essa dei piccoli ceri piuttosto larghi, accesi. La cera colorata si è già in buona parte sciolta, ed ora è trasparente attorno alle fiammelle. Accompagnamo Patrizia alla sedia, lei si siede con cautela - il piccolo fallo ogivale deve farsi sentire ancora di più - passando le mani legate dietro lo schienale ed allargando le gambe in maniera che Erica possa legarle le cavigliere alle gambe della sedia; io passo alle sue spalle, le faccio rovesciare all'indietro la testa e la bacio a lungo. Poi le scosto i capelli all'indietro.
Erica prende i due ceri e comincia a far gocciolare la cera calda sul corpo dell'amica, che si inarca in avanti, probabilmente per evitare che il calore le investa la faccia, ma l'impressione - forse non del tutto fuori luogo - è che in qualche modo abbia ansia di offrirsi alle stille calde che gocciolano sui suoi seni, sull'ombelico, sul sesso, subito solidificandosi, piccoli traumi di calore che si esauriscono in un attimo. Il suo corpo si forza contro lo schienale e contro le gambe della sedia, e posso supporre che questi movimenti le portino anche nuovi stimoli nel suo personale paradiso anale. Ora può scuotersi più liberamente, rispetto a prima sul letto, in quanto le catene le impediscono di sfuggire; io comunque non smetto di baciarle il viso e di accarezzarle i capelli.
Erica prende poi due morsetti, e glieli applica rapidamente ai capezzoli; quindi riprende a far gocciolare la cera. Il corpo di Patrizia è teso e sensibile, e lo è ancora di più pochi minuti dopo, quando le vengono applicati altri due morsetti, alle grandi labbra della vagina.
Proprio in quel momento, mi rendo conto che nel cortile, sotto la terrazza, la proprietaria della locanda è uscita per fare alcuni lavori. Noi siamo pochi metri sopra di lei; dobbiamo solo sperare che non alzi lo sguardo… Erica accosta la bocca all'orecchio di Patrizia, e le sussurra: - Mi raccomando, silenzio. Non vorrai farti sentire, vero? - E nello stesso tempo le torce ferocemente il morsetto fissato al seno sinistro, e subito dopo quello destro. Patrizia sussulta, apre la bocca come per gridare, stringe forte gli occhi, ma tace. Poco dopo, la signora rientra dentro; non si è accorta di niente.
Ma dopo il tormento viene l'estasi. Erica si inginocchia davanti a Patrizia, le appoggia le labbra al sesso, e comincia un attento lavoro di lingua che porta Patrizia all'orgasmo nel giro di pochissimi minuti. Patrizia comincia a tremare, mettendo a dura prova le catenelle che la immobilizzano; i suoi piedi si sollevano da terra, testa rovesciata all'indietro, respiro affannato, occhi ancora aperti ma che non guardano… Un orgasmo gemente se non urlato, per fortuna non c'è più nessuno nei dintorni che possa sentire. E Erica la segue, sbottonandosi i pantaloni e aiutando con le mani il suo piacere, più tranquillo e controllato ma non meno intenso.
Non appena Patrizia si riprende, chiede che le siano tolti i morsetti. - Non ancora - le risponde Erica. - Adesso tocca ad Umberto - Le scioglie le caviglie, ma le lascia le mani legate; mi rendo conto che dopo l'orgasmo i morsetti stanno provocando a Patrizia un dolore crescente; mi chiedo se sia giusto continuare a lasciarglieli, ma mi ricordo poi che lei può interrompere in qualsiasi momento il gioco pronunciando la parola d'ordine.
Erica la fa alzare, le fa allargare le gambe, le sfila piano il fallo anale; io sono davanti a lei, guardo affascinato il suo corpo bellissimo, completamente nudo, macchiato dalla cera raggrumata e reso sofferente dai morsetti che le pendono tra le gambe e dai capezzoli, a cui sono attaccati dei piccoli pesi. Il suo respiro è concitato, le labbra schiuse e gli occhi chiusi, una leggera smorfia di dolore sul viso.
Erica fa rientrare Patrizia in camera, sorreggendola teneramente per un braccio, e, sempre con le mani legate, la fa stendere sul letto supina. Poi mi invita a spogliarmi completamente.
Io lo faccio molto volentieri. Ho un'erezione formidabile, quello che ho visto è stato straordinario, e ancora di più mi eccita pensare che il meglio debba ancora venire. - Sali sulla sua testa, penetrala in bocca - mi dice Erica. Patrizia allarga le labbra, io appoggio il mio pene alla sua lingua che comincia subito i suoi consueti, sapienti movimenti che mi avrebbero portato in frettissima all'orgasmo. - Non così! - dice ancora Erica. - Penetrala in profondità, valle in gola! Toglile il respiro, è quello che vuole! -
E' quello che voglio anch'io, anche se mi sembra troppo, ma lo faccio. Mi appoggio su di lei con tutto il mio peso, comincio a muovermi su e giù rapidamente, quando sono alla massima profondità cerco di trattenermi; esco quel tanto che basta a farle riprendere fiato, e poi mi rituffo in lei. Erica, intanto, di fronte a me le tiene la testa ferma, e mi bacia delicatamente in bocca. Io sono eccitato all'inverosimile, più che per la penetrazione orale di Patrizia o per la bellezza e la tenerezza di Erica che di fronte a me mi bacia, per la situazione nel suo complesso. Dietro di me, anche se non lo posso vedere, c'è il corpo di Patrizia, legato, i seni e le grandi labbra stretti dai morsetti, la cera rappresa che lo macchia e simboleggia la sua magica disponibilità di offrirsi nel dolore. E' bellissimo, e mi basta pensarci per aumentare la velocità dei miei movimenti, per penetrare ancora più intensamente e profondamente la bocca dell'amica. Non ci vuole molto a venire in un orgasmo bagnato e furioso, che le inonda la bocca di sperma facendola tossire e divincolare furiosamente. Mi sfilo in fretta; altrettanto in fretta Erica le toglie i morsetti, le slega i polsi e poi la abbraccia teneramente, massaggiandole i seni e baciandola, tranquillizzando il suo respiro e riportandola alla serenità e alla tranquillità del dopo. Io mi affianco dall'altra parte, accarezzandola e baciandola anch'io; Erica si toglie i pantaloni, manifestandomi per un attimo un culo sontuoso; spegne la luce, si stende all'altro fianco di Patrizia. Ci addormentiamo in breve tutti e tre felici ed appagati. Le ultime parole di Erica, prima del sonno, sono: - Domani mattina sarai frustata. - Va bene - risponde Patrizia, baciandole piano il viso.
Il mattino dopo, quando ci svegliamo, il sole è già alto. Erica è la prima ad alzarsi; dopo essersi fatta la doccia si siede sul letto dal lato di Patrizia, che ancora dorme. Comincia ad accarezzarle piano i capelli scomposti, e poi a baciarla leggermente, sulla nuca. Io vedo, al suo fianco, il viso e il corpo di Patrizia tornare alla vita a poco a poco; vedo le sue labbra prima ancora addormentate, che si schiudono, si voltano verso Erica, cominciano a rispondere ai baci e ai teneri colpi di lingua dell'amica. - Adesso sarai frustata - le dicee Erica, guardandola con estrema dolcezza. Patrizia le risponde con un sorriso sereno.
Erica spinge il corpo di Patrizia, facendola stendere sopra di me, e poi le lega i polsi allo schienale del letto e le caviglie alla base, utilizzando le ormai consuete catenelle e i moschettoni. Io sono sotto di lei, la vedo e la sento, i suoi capelli mi solleticano la pelle e i suoi seni sono contro il mio petto, attendo quello che sta per venire con ansia, e anche lei. Sento già il suo cuore accelerare il ritmo, i suoi capezzoli ergersi. Il mio sesso è perfettamente coincidente al suo, e la mia bocca alla sua; cominciamo a baciarci.
Vedo Erica prendere una frusta, e poi ritornare verso di noi. Poi le scosta i capelli in modo che la parte alta della schiena rimanga libera, e la colpisce.
Patrizia ha un sussulto che si trasmette anche al mio corpo. Così è pure per il secondo colpo, il terzo e il quarto. Il suo alito investe direttamente il mio viso e la mia pelle; i suoi seni e il suo sesso si sfregano contro di me, facendomi gioire; il suo sudore mi bagna; posso vedere da vicinissimo il suo viso alterarsi nel dolore e nel piacere, le lacrime scendere dai suoi occhi. Sollevo il collo oltre la sua nuca, per vedere Erica dove la sta colpendo: sulle cosce, sulla schiena, sotto le piante dei piedi… Ogni tanto si ferma, la guarda, poi all'improvviso riprende. Io entro col pene in Patrizia, lei non appena mi sente comincia a spingersi sopra di me, i suoi movimenti, i suoi sussulti sono ora reazione al dolore ma anche ricerca del piacere che io insieme ad Erica le sto dando, e anche per me il piacere è immenso, devo fare sforzi bestiali per trattenermi, per lasciare che sia lei la prima, prima di traboccarle dentro e di vederla ricadere su di me stremata, anche lei nel suo piacere e nel sorriso tranquillo e soddisfatto di Erica, che prontamente la slega, togliendole le cavigliere e massaggiandole piano i polsi e le caviglie, nonché i segni rossi che ormai affiorano visibilissimi sulle sue cosce e sulla sua schiena, con un balsamo profumato.
Quando ha finito, Patrizia si slega dall'abbraccio con cui la trattengo, e si slancia al collo dell'amica: - Grazie! Grazie…- le dice, quasi singhiozzando. - E' stato bellissimo, sublime!
Dopo una ricca colazione, scendiamo in macchina verso il mare. Ci aspetta una spiaggia di scogli, molto solitaria, dove potremo prendere placidamente il sole per qualche ora.
Come previsto, ci siamo solo noi. Ci rilassiamo a lungo; ogni tanto distolgo lo sguardo dal libro che sto leggendo e guardo gli occhi chiusi al sole di Patrizia, il suo respiro tranquillo, i suoi seni coperti dal top del bikini che ne seguono il ritmo. E guardo i segni rossi che solcano le sue cosce, e che la fanno ancora più bella e sensuale, rimandandomi ai pensieri e ai momenti della notte appena trascorsa. Erica legge anche lei un libro, finché non decide che è il momento di fare un bagno. Si toglie i gioielli e gli occhiali da sole, raggiunge uno scoglio più alto, che sormonta uno specchio d'acqua tranquilla, e si tuffa con eleganza. Poi si allontana verso il largo con ampie bracciate, e percorre più volte la piccola baia davanti a cui si affaccia la scogliera dove siamo seduti. Il suo corpo muscoloso e forte mantiene, alla prova dei fatti, quello che prometteva alla vista.
Poco dopo esce dall'acqua, e per me guardarla è un flash. Splendida: pelle abbronzata, gocciolante, lucida d'acqua; capelli bagnati; il bikini nero sotto cui si indovina nettamente la durezza dei capezzoli. Lei vede il mio sguardo e mi sorride, prima di stendersi al mio fianco per lasciarsi asciugare dal sole. Patrizia, intanto, si è svegliata; si mette a sedere e il suo sguardo accarezza anch'esso il corpo scultoreo dell'amica, precedendo di poco una mano che, quasi timida, forse perché non eravamo più nell'ambiente protetto della locanda, nonostante non ci sia nessuno attorno a noi, comincia a percorrere anch'essa il profilo forte della schiena di Erica. Lei volta il viso nella sua direzione e le sorride ancora. Poi si accosta a lei, e a fior di labbra la bacia sulla bocca.
- Sei bellissima, Patrizia…
Poi prende la sua borsa da spiaggia, la apre e ne tira fuori, a sorpresa, un frustino: di cuoio nero, lungo un mezzo metro, rigido all'impugnatura e flessibile sulla punta, finisce in una lingua piatta, dall'aria non troppo cattiva. Erica sorride a Patriza, Patrizia sorride ad Erica. - Vieni - le dice. La prende per mano. La fa alzare, camminare per qualche passo malfermo sui ciottoli arrotondati dal mare, e poi butta per terra, di fronte a una piccola roccia, un asciugamano arrotolato. - Inginocchiati qui - dice. Patrizia obbedisce, appoggiandosi alla roccia; è carponi, espone magnificamente le gambe e il culo, prontissima a ricevere le vergate che avrebbero ravvivato ancora i segni rossi presenti fin da quella mattina.
Erica va dietro di lei; io invece mi metto davanti, vicino al suo viso. Patrizia è veramente bellissima, già si eccita e l'eccitazione aggiunge bellezza alla sua bellezza. I capelli incorniciano il suo viso, per guardarla devo scostaglieli; glieli scosto e la bacio, proprio nel momento in cui, dopo averla solleticata in prossimità del sesso, coperto dallo slip del bikini, Erica le offre la prima frustata. Lei sussulta e geme. Allora io le afferro i polsi per tenerla ferma; le faccio appoggiare la testa sulla mia spalla, e da sopra la sua guardo Erica, di nuovo raggiante della sublime bellezza che raggiunge in questi momenti, colpire Patrizia in maniera misurata e consapevole.
Intorno a noi, nella spiaggetta nascosta e difficilmente raggiungibile, non c'è nessuno. Tuttavia, devo dire che il fatto di essere in un luogo aperto, esposto agli sguardi di chiunque fosse arrivato via terra o passato dal mare in barca, intriga ulteriormente, la consapevolezza di poter essere scoperti aggiunge eccitazione ad eccitazione… Per questo, mentre tengo ferma la mia compagna, sentendo il suo alito caldo sulla spalla e ascoltando i suoi gemiti che mi eccitano, tengo d'occhio l'accesso della spiaggetta, aspettandomi il poco probabile arrivo di una famigliola con bambini, o magari di una coppia di carabinieri avvertiti da qualche pudibondo osservatore non visto.
E invece, ad un certo punto e all'improvviso, qualcuno appare. Ma è un'altra coppia. Patrizia ed Erica non possono vederli, e quindi continuano l'una a frustare, l'altra a soffrire e godere, come prima. Io non voglio dire né fare niente, men che meno rivelare loro la presenza dei nuovi arrivati.
I due non ci scorgono subito. Si guardano intorno, come cercando il posto più adatto per stendere gli asciugamani. Lei ci vede per prima; resta un attimo interdetta, come non riuscendo a capire bene cosa sta succedendo; poi, senza parlare, richiama l'attenzione del suo compagno toccandogli un braccio e indica nella nostra direzione. Lui, quando vede la scena, fa una faccia allibita e perplessa, ma che si distende immediatamente in un sorriso compiaciuto. Vedo lei cercare di portarlo via tirandolo per il braccio, e vedo lui resisterle, farle cenno di no, e anzi stringerla a sé alla vita mentre si sta visibilmente eccitando. Ma anche lei, dopo un po', sembra prenderci gusto; anzi, quando poco dopo Erica depone lo scudiscio, si inginocchia dietro Patrizia e, scostatole il costume, comincia a leccarle teneramente il sesso, portandola in pochissimo all'orgasmo (e qui io devo tenerla ferma con molta più forza che poco prima), vedo che anche lei è vistosamente eccitata, al punto da aver bisogno di chiedere le labbra al suo compagno e scambiarsi con lui un profondo bacio.
Aiutiamo Patrizia a distendersi, accarezzandola teneramente; io le bagno la fronte con l'acqua, guardando i suoi occhi che guardano senza vedere, le sue labbra gonfie, aperte ed affannate. Poi, finalmente, Erica scorge i due visitatori, sorride loro e dice: - Ciao!
Lui risponde al saluto sorridendo, lei sorride senza dire niente. C'è un attimo di comprensibile imbarazzo, che Erica, intelligente come sempre, sa rompere dicendo: - volete un po' di té freddo? - In effetti ne ha portato una bottiglia, lasciandola al fresco in una pozza d'acqua al riparo dal sole, ma ce ne siamo completamente dimenticati. - Volentieri, grazie! - risponde lui, e si avvicina. La ragazza sembra poco convinta, ma lo segue.
Lui è alto, magro, dai capelli ricci e l'aria simpatica, avrà più o meno una trentina d'anni. La ragazza, più giovane di lui di sette o otto anni, è più piccola, dalle forme rotonde e sode; in particolare i suoi seni sembrano esplodere, duri come il ferro, sotto il top del bikini. I suoi capelli neri sono tagliati a caschetto, e subito sotto si apre lo sguardo di due occhi neri ed intensi.
I due ragazzi si siedono di fronte a noi, e prendono i bicchieri di plastica, colmi di tè fresco, che Erica porge loro. Ringraziano e bevono. - Non pensavamo di incontrare qualcuno, qui - dice lui, - in questa stagione e nei giorni di lavoro non c'è mai nessuno. Comunque, fa piacere vedere qualcuno… - Dopo qualche attimo di silenzio, sorride e mi pare che stia sorridendo di sé stesso, dell'assurdità delle sue parole ovvie e banali in un contesto, dato quello che avevano appena visto, per lo meno strano…
- Anche a noi - risponde Erica sorridendo. Patrizia, intanto, resasi conto delle voci dei nuovi arrivati, è uscita in fretta dal limbo in cui si trovava e si è alzata a sedere, cercando nei limiti del possibile di nascondere i segni rossi che le percorrono trasversalmente le cosce. Poi dice loro, arrossendo imbarazzata: - Avete… avete visto…?
- Sì, e vi chiediamo scusa, ma non ne abbiamo potuto fare a meno. Era molto bello! - risponde lui. - Patrizia si rilassa e gli sorride. Anche la ragazza le sorride, ma appena appena. Ci presentiamo; loro si chiamano Alessandro e Floriana.
Alessandro bagna Floriana di crema solare e a sua volta si fa spalmare da lei. Si parla del più e del meno, ma si vede benissimo che Alessandro ha una voglia matta di tornare in argomento. Infatti poco dopo chiede: - Ma scusatemi… quello che stavate facendo prima, era una punizione, un gioco o che cosa…?
- Un gioco di disciplina - risponde prontamente Erica. - Una cosa che ci piace. Patrizia - dice guardandola con tenerezza - è una ragazza bravissima, non c'è nulla per cui debba essere punita…
- Disciplina, eh? - rispose lui. - Mica male… Anche Floriana, ogni tanto, avrebbe bisogno di un po' di disciplina…
- Davvero? - dice Erica. Si sporge verso Floriana, che fino a quel momento ha parlato pochissimo, limitandosi a masticare vistosamente una gomma, palesemente infastidita dalla piega che sta prendendo la conversazione, e continuando a stare aggrappata al braccio di Alessandro come se fosse un salvagente. Erica allunga la mano sinistra, e con la punta delle dita, dalle unghie ancora smaltate di rosso, le accarezza leggermente il viso. Floriana fa un accenno di scostare il viso, poi resta, guardandola fissa negli occhi.
Ad un tratto, improvvisamente, Erica la afferra brutalmente per i capelli e la strappa dal braccio di Alessandro. Lei grida, per la sorpresa e per il dolore; Erica si alza in piedi, costringendola a fare lo stesso e le dice, in maniera calma ma forte: - Stà a sentire, stronzetta, non permetterti di guardarmi con quell'arietta arrogante di sfida negli occhi, o trovo io il modo di fartela passare. Tanto per cominciare sputa quel cicles che hai in bocca, o te lo faccio ingoiare a ceffoni -.
Floriana sta evidentemente pensando se obbedire o meno; ma la mano forte di Erica le torce i capelli quel tanto che basta per farla gridare ancora, e costringerla a sputare il cicles. Mi aspetto che Alessandro reagisca in qualche modo, ma invece non fa niente; anzi, si limita a guardare la scena con aria divertita.
Sempre tenendola per i capelli (Erica è alta più di Floriana di una buona ventina di centimetri) la fa camminare e la costringe brutalmente a sedersi sulla stessa pietra, appoggiata alla quale poco prima Patrizia era stata frustata. Evidentemente, nella geografia del posto quello è già diventato un luogo topico, e anche la stessa Floriana lo sa… Erica ricupera il frustino, che era rimasto lì sulle pietre, e comincia a muoverglielo addosso, in una carezza foriera d'attesa e di pericolo: sul collo, tra i seni, lungo le gambe… Floriana guarda verso il suo ragazzo con aria implorante, come considerando dovuto e legittimo un gesto o un'azione che interrompa quello che sta succedendo; ma non le viene nulla. Anzi, Alessandro si alza e le va dietro; guardandosi bene dal fermare Erica e la sua azione, bacia la sua ragazza sul collo, mentre la nostra amica continua a stimolarla col frustino, scendendo fino al pube, risalendo, passandoglielo sul collo, sotto il mento, e anche sulla bocca. Ci rendiamo conto che una parte di Floriana, per orgoglio e anche per paura, non ha nessuna voglia di farsi sottomettere e di subire il piacere che pure, è evidente, sta montando; un'altra, invece, desidera follemente lasciarsi andare e dire di sì… In effetti Alessandro ha ragione, Floriana ha un bisogno disperato di disciplina, ed Erica lo ha capito immediatamente.
- Scoprile i seni - ordina Erica ad Alessandro. Lui le scioglie il top del bikini, e come esso le cade in grembo fioriscono improvvisi i suoi seni, bellissimi, e lei sa che lo sono, perché li protende in avanti quasi con orgoglio. La cosa non passa inosservata ad Erica, che le accarezza dolcemente il seno destro: - Ma che belle tettine hai… - Poi afferra all'improvviso il capezzolo tra il pollice e l'indice, glielo torce duramente. Floriana grida.
Quindi comincia a picchiettarle i seni, e in particolare i grossi capezzoli scuri, con il frustino. Floriana tiene gli occhi chiusi e le labbra serrate; forse ora la voglia di scappare comincia a venir meno… Io e Patrizia ci accostiamo ai lati di Floriana, per poter vedere meglio. La nostra curiosità sembra infastidirla, ma Erica, con un gesto, ci invita a restare.
Tuttavia, la piccola Floriana comincia sempre più a percorrere i paesaggi dell'estasi. I suoi occhi sono sempre chiusi, il tremito che le percorre la pelle non è, o non è più, paura o nervosismo. Erica continua il suo lavoro leggero e attento; con il frustino le fa aprire le gambe, fino a quel momento tenute rigorosamente serrate, e lei le apre con una compiacenza che a lei stessa sembra eccessiva. Ma il frustino continua a percorrerla, a scendere lungo il profilo interno delle gambe fino ai piedi, a risalire e poi, finalmente, a farsi strada dentro lo slip del bikini, e ancora i suoi occhi sono chiusi, le sue labbra sono aperte come probabilmente sono aperte le altre labbra, quelle più in basso e il loro bagnato bagna la punta del frustino che poi Erica le porta in bocca, forzandogliela e facendole assaporare il suo stesso sapore misto al sapore del cuoio… Erica è ferma, ma anche molto delicata; i colpetti che offre a Floriana sono più delle carezze che delle frustate. Ma Floriana non resiste, infila rapidamente la sua mano destra sotto lo slip…
Un rapido schiocco di frustino gliela fa ritirare. - Non riprovarci, stronzetta! - le dice Erica. - Non hai il permesso di toccarti. Alessandro, bloccale le mani! - Alessandro le prende le mani, e le stringe i polsi dietro la schiena.
Non ci vuole molto. Ancora pochi minuti, interrotti dallo sciabordio del mare e dal grido di qualche gabbiano - la spiaggia, per fortuna (o purtroppo) continua a rimanere deserta - e poi ecco che il tremito del corpo di Floriana, trattenuto fermamente dal suo fidanzato, si fa più convulso, la sua testa si rovescia all'indietro e dalla sua bocca schiusa emergono gemiti sempre più forti. Alessandro la bacia ancora, le libera le mani e la stringe contro di sé, accarezzandole i seni induriti dal piacere.
- Ti è piaciuto, eh, troietta? Dai, adesso fammi vedere tu cosa sai fare! - Erica la strappa al languore dell'orgasmo afferrandole la testa con la mano destra, allargandole le gambe, sporgendo il bacino verso di lei ed appoggiando una gamba sulla pietra, per equilibrarsi. Con la mano sinistra scosta gli slip quel tanto che basta per mettere in mostra il suo sesso bagnato.
La costringe ad assaporarla. Floriana non sembra molto attiva, forse più per l'orgasmo appena avuto che per senso di ribrezzo o di vergogna. Peraltro è evidente che quella per lei è una prima volta, l'incertezza con cui sporge la linguetta nel cercare i punti sensibili della sua padrona, i suoi occhi chiusi, più per non vedere e quindi non vergognarsi che per assaporare, la dicono lunga sulle sue nulle precedenti esperienze saffiche… Ma Erica è bravissima a guidarla, a farle cercare e trovare i percorsi più utili a donarle piacere. La tiene sempre ferma per i capelli. E non ci vuole molto che anche per lei segua un tremito, che anche il suo corpo trovi lo sfogo di un orgasmo.
Erica le si inginocchia davanti, le sorride con molta dolcezza, e poi, tenendole il capo per le guance, la bacia delicatamente, senza insistere troppo con la lingua, forse per rispettare almeno in questo l'intimità di Floriana. - Sei stata brava, sai? -
Floriana apre gli occhi. Il suo viso è sudato e sconvolto, il trucco sfatto, e tutto questo la rende ancora più bella. Ma ciò che è più bello di tutto sta nel suo sguardo, che ha perduto ogni arroganza e ogni presunzione, e ora risponde ad Erica con affetto e tenerezza.
Vicino a loro c'è anche Alessandro. Anche lui abbraccia Floriana, senza dire niente; la stringe forte, la bacia. Erica li guarda sorridendo.
- Floriana - dice - adesso forse devi fare qualcosa per il tuo ragazzo… - In effetti ci accorgiamo tutti che Alessandro ha una vistosissima erezione, che sporge da sotto il costume. Erica lo fa alzare in piedi, lo fa mettere davanti a Floriana, ancora seduta sulla roccia, e poi gli abbassa gli slip. Il suo pene eretto balza fuori, a pochi centimetri dal viso della sua ragazza..
- Forza, Floriana - dice Erica.
Floriana accosta le labbra, fa sporgere la lingua e comincia a dare qualche colpetto al glande; Erica intanto la accarezza, e con una mano sulla nuca la invita ad accogliere di più in bocca il sesso del suo ragazzo. - Non le è mai piaciuto molto farlo - dice Alessandro. - Bene, da oggi ti prometto che le piacerà! - risponde Erica.
In effetti, il lavoro di Floriana diventa sempre più attento e più appassionato, man mano che l'orgasmo del sul ragazzo si avvicina. La sua bocca percorre l'asta ora più rapidamente, ora più lentamente, ora la estrae per percorrerla tutta con la lingua; aiuta Alessandro anche con la mano, portandolo rapidamente sempre più vicino all'orgasmo. Quando è il momento, Erica le si accosta e le sussurra: - Ricordati che devi bere tutto, fino all'ultima goccia.
E così è. Alessandro chiude gli occhi, trema, il suo pene sussulta e il suo amore denso e caldo ricolma la bocca della sua ragazza, che, diligentemente, fa quanto le ha detto Erica. Poi si sfila, si alza e abbraccia forte Alessandro. Io e Patrizia, che abbiamo assistito a tutto da pochi passi di distanza, non possiamo fare a meno di applaudire e di dire: - Bravi! - Loro ci sorridono imbarazzati.
Per un'ora ci rilassiamo in silenzio sotto il sole, lasciando che il vento e la luce tonifichino la pelle sconvolta nostra e dei nostri amici.
Ormai è ora di pranzo. Erica dice: - Noi pensavamo di andare a mangiare una pizza. Volete venire con noi? -
- Volentieri - dice Alessandro. - Anche se non potremo fermarci troppo a lungo, nel pomeriggio dobbiamo rientrare in città.
- Noi invece ci fermiamo fino a domani. OK, andiamo; conoscete qualche buon posto per mangiare?
- Come no?
Ci rivestiamo rapidamente. Floriana si annoda in vita un pareo multicolore; poi prende dalla sacca due sandaletti in legno e fa per metterli a terra ed infilarseli. Ma Erica è più rapida; glieli toglie dalle mani, e li mette nella sua sacca. - Questi, per ora, li tengo io - le dice; - tu resti a piedi nudi-. Floriana è sorpresa, ma accondiscende con un sorriso.
Così risaliamo il sentiero che porta verso la spiaggia; Floriana, unica tra tutti noi, deve vedersela con i ciottoli che il sole ha reso bollenti, e poi con l'asfalto della strada altrettanto bollente. Ma non protesta, sembra quasi che resistere per lei sia diventata una specie di sfida; i suoi piedini nudi, sotto l'orlo del pareo, fanno tenerezza, e ancora di più la fanno quando camminiamo per le viuzze del paese, verso il ristorante-pizzeria dove lei e il suo ragazzo ci stanno conducendo. Nessuno sembra far caso a lei, in una località di mare non sembra poi così strano camminare a piedi nudi, ma solo noi sappiamo ciò che quei piedi nudi significano. Siamo tutti piuttosto affamati; quando arriviamo in un locale con un bel dehor coperto da un pergolato e possiamo sederci attorno a un tavolo, siamo molto contenti.
Ordiniamo subito cinque belle pizze, e poi cominciamo a mangiare. E' l'ora più calda, ma sotto le frasche del dehor si può gustare placidamente la brezza che di tanto in tanto accarezza i nostri corpi; Floriana ed Alessandro si tengono per mano, di tanto in tanto si scambiano qualche bacetto, abbiamo l'impressione che l'esperienza appena accaduta abbia fatto loro un gran bene. Mi incanta guardare gli occhi ora dolcissimi e bagnati di Floriana, non più duri e quasi strafottenti com'erano prima; non so se e quanto di questa trasfomazione sia dovuto a Erica; certo è che Erica, seduta di fronte a Floriana, non smette di guardarla e di sorriderle. Mi cade per terra il tovagliolo; mi chino a raccoglierlo, e un'occhiata quasi casuale sotto il tavolo mi rivela i piedini nudi di Floriana appoggiati su quelli più grandi e curati di Erica, sorretti dai suoi sandali a tacco alto. E' bello vederli
Dopo il pranzo e i necessari caffè e limoncello, viene l'ora dei congedi. Raggiungiamo il parcheggio del paese, accompagnamo Floriana e Alessandro alla loro auto. Erica scrive il suo numero di telefono del cellulare su un biglietto, e lo consegna a Floriana: - Chiamami quando vuoi - le dice. Lei prende il biglietto, e poi abbraccia Erica e la bacia sulle guance in maniera più che amicale.
Erica apre la sua borsa, e ne estrae il frustino, consegnandolo ad Alessandro: - Tieni, te lo regalo. Fanne buon uso - gli dice. Poi tira fuori i sandali di Floriana, e glieli restituisce. Floriana, anziché metterli a terra e reinfilarseli, le sorride e li mette via nella sua borsa. Resterà ancora a piedi nudi. Un moto di tenerezza percorre i cuori di noi tutti.
Trascorriamo il pomeriggio visitando i piacevoli paesini dell'entroterra, prima di rientrare alla locanda dove ci aspetta la nostra seconda ed ultima notte di questo meraviglioso soggiorno marino. Percorriamo le stradine tortuose e assolate, racchiuse tra il verde brillante delle colline e l'azzurro acceso del cielo, per parcheggiare poi nelle piazze quasi deserte di un gruppo di case di pietra, di cui percorriamo le viuzze tortuose perdendoci, ogni tanto, nella contemplazione di un giardino, di un gruppo di gatti, di un negozietto di prodotti tipici; stiamo benissimo, ci sentiamo bastare a noi stessi e al mondo. Anche se non ne parliamo, l'incontro di poche ore prima ci ha riempito tutti moltissimo. Patrizia è splendida nel suo vestitino bianco; si muove con leggerezza, la pelle abbronzata esplode di lentiggini, il sole fa brillare lampi tra i suoi capelli castani; Erica, vicina e allo stesso tempo imprendibile come sempre, sembra assorbire tutta l'energia e il calore di quei luoghi e di quel paesaggio.
E' già quasi l'imbrunire, Erica guida la sua macchina verso la locanda. Ad un tratto suona il telefonino. Schiacciando un tasto, Erica inserisce il vivavoce dell'auto.
- Erica? Ciao, sono Floriana.
- Ciao Floriana. Come va? Siete rientrati bene?
- Benissimo, per fortuna non c'era molto traffico. Adesso siamo a casa. Sai una cosa? Non mi sono ancora rimessa i sandali, fino ad ora sono sempre rimasta a piedi nudi.
- Bravissima!
- E ne sai un'altra?
- Cosa, Floriana?
- Sono inginocchiata nuda sul divano. Alessandro sta per provare su di me il frustino che ci hai regalato.
- Davvero? - Il tono di voce di Erica cambia; diventa più caldo e, per così dire, intimo. Accosta l'auto in uno spiazzo al margine della strada deserta, spegne il motore e alza il volume del vivavoce.
- Floriana, vuoi raccontarci cosa stai provando?
- Ci provo… Sono molto emozionata, provo timore ma anche… Sono contenta, ecco. Cioè, non è che ci sperassi o che pensassi che questo sarebbe potuto succedere, però… Insomma, sono felice di averti conosciuta, e anche Alessandro è felice.
- Anche noi siamo felici di questo. Dimmi, Floriana, cosa pensi che stia per succederti?
Un attimo di silenzio.
- Di essere frustata, no? Come tu hai fatto stamattina…
- Sei legata?
- No…
- Passami Alessandro, per favore.
Alcuni secondi.
- Pronto, Alessandro? Ciao, sono molto contenta di sentirvi.
- Anch'io, Erica, ciao. Sai, sto per provare il tuo frustino, e abbiamo pensato di fartelo sapere…
- Avete fatto benissimo. Dimmi, hai preparato Floriana?
- Preparato in che senso?
- Intendo dire, l'hai baciata, accarezzata, eccitata?
- Certo che sì…
- Bene, fallo ancora. Non mi sembra ancora prontissima.
Il telefonino viene poggiato da qualche parte; sentiamo distintamente il respiro di Floriana e altri rumori, che anche se non possiamo ben qualificare, ci stanno eccitando terribilmente…
- Erica?
- Sì, Floriana? Cosa ti sta facendo Alessandro?
- Me la sta leccando… E' bellissimo!
- In che posizione sei?
- Sono ancora inginocchiata, rovesciata in avanti sul divano… Tengo il sedere verso l'alto. Alessandro mi tiene le gambe aperte, mi sta slinguando tutta… Oh! Oddio!
- Cosa?
- Niente, avevo paura di star già per venire…
- Ti sta leccando anche il culo?
- Sì…
- Perfetto. Digli di metterti un dito dentro.
- Alessandro, per favore, mettimi un dito dentro. No, non nella fica, nel culo… Ecco, così… No, più profondamente… Ora muovilo un po'… Di più… Oddio…
- Floriana, ti piace?
- E' meraviglioso…
- Chiedigli di muovere il dito più intensamente, fino a farti male.
- Alessandro, più forte… Erica dice che devi farmi male!
All'interno della macchina, il tempo sembra essersi fermato. Prendo la mano di Patrizia, gliela stringo forte, mi accorgo che è sudata. Il mio cuore batte fortissimo. Mi protendo verso di lei, accosto la bocca alla sua, ci baciamo profondamente. Ma di nuovo, la voce di Floriana ci richiama.
- Ahi… Sì,così! Continua!
- Ti sta facendo male, Floriana?
- Sì, adesso sì. E'…
- Com'è?
- …bellissimo… bello!
- Ripassami Alessandro, per favore. Pronto, Alessandro?
- Sì? Scusami, sto tenendo il telefono fermo col mento… ho entrambe le mani impegnate!
- Hai qualcosa per legare Floriana?
- Aspetta che ci penso… Sì, dovrei avere…
- Aspetta! Non dire niente ad alta voce, lei non deve sapere quello che le sta per succedere. Forza, datti da fare! E ripassamela… Pronto, Floriana?
- Sì? - La voce della piccola ragazza è sempre più affannata.
- Raccontaci esattamente quello che sta succedendo.
- Alessandro si è sfilato da me, peccato… Si è allontanato nell'altra stanza, mi sembra che stia cercando qualcosa…
- Ti stai toccando?
- Sì…
- Non devi farlo! Tieni le mani a posto. Tutto quello che sta per succederti deve venire solo da Alessandro.
- Va bene… Ecco, è tornato… Oh, che fai? Diavolo, mi sta bendando gli occhi!
- Bravo Alessandro, ottima idea!
- Erica dice che hai avuto un'ottima idea.
- Grazie! - dice Alessandro, sentiamo la sua voce un po' più lontana venire dall'altoparlante del vivavoce. Poi sentiamo dei rumori.
- Ecco, adesso mi ha riunito i polsi dietro la schiena… me li sta legando! Ho appoggiato il telefono sul divano, posso parlarti ugualmente.
- Perfetto. Ti piace?
- Sì… Adesso mi sta legando anche le caviglie l'una all'altra. Non così stretto, mi fai male!
- Non devi scioglierti, Floriana…
- Non ne ho la minima intenzione, mi piace troppo!
Un altro momento di pausa.
- Adesso che cosa sta succedendo, Floriana?
- Mi sta accarezzando la schiena con il frustino… il collo… di nuovo la schiena… sotto le ascelle… le cosce… il culo… i piedi… Oddio!
- Ripassami Alessandro, per favore.
- Alessandro, prendi il telefono, ti vuole parlare ancora…
- Alessandro, mi senti? Falla tirare su, falle qualcosa ai seni.
- Che cosa, Erica?
- Fatti venire qualche idea… Noi aspettiamo!
Li sentiamo armeggiare. Poi è di nuovo Floriana a parlare.
- Ecco… mi ha fatto tirare su, ora sono appoggiata allo schienale del divano… Sono sempre bendata, sento che sta preparando qualcosa… ecco, mi sta toccando… mi sta accarezzando e baciando i seni…ora mi sta facendo qualcosa, non capisco bene… ecco, sì, forse… mi sta passando una corda attorno ai seni, a ciascun seno… a otto… sento che me li sta stringendo… sempre più forte… oddio, me li stai strangolando! Basta!
- Ti sembra troppo forte, Floriana? Chiedigli di smettere, se non te la senti. Ma credimi, i tuoi seni sono perfetti per questo… Quello che ti sta facendo Alessandro è giusto e bello. Davvero.
- No, no, va bene, lo posso sopportare… Ecco, ora mi sta di nuovo accarezzando i seni, così stretti sono sensibilissimi…
- Ti piace?
- E' meraviglioso… Dio, non ho mai sentito così bene, così tanto… Continua Alessandro, ti prego…
Erica ci guarda un attimo con un sorriso, come compiaciuta per le parole di Floriana. Io e Patrizia siamo abbracciati, e ci baciamo ascoltando la voce della nostra amica dal vivavoce.
- Chiedi a Alessandro di schiaffeggiarti i seni.
- Va bene… Alessandro, per favore, schiaffeggiami i seni… Ah! Ancora! Adesso baciami, presto, ti prego…
Per un po' non sentiamo più niente, salvo alcuni rumori e alcuni sospiri. Poi, riecco la voce di Floriana.
- Eccomi, ci siamo baciati e glielo ho anche succhiato… Cosa devo fare adesso?
- Distenditi sul divano, a pancia in giù. Fammi parlare ancora un attimo con Alessandro… Pronto, Alessandro? Ecco, è il momento. Ora la puoi fustare, è pronta. Comincia a colpirla sulle cosce e sul culo, prima lentamente e poi più forte; cerca di regolare la forza… Devi farle male e farla anche godere. Poi passa alla schiena, alle gambe, ai piedi. Ma non colpirla più di venti volte.
- OK, Erica, adesso vado.
- Ripassamela… Pronto, Floriana? Sei pronta?
- Pronta a cosa?… Ahi!
- A questo, piccola… - rispose Erica sorridendo. - Stai cominciando ad essere frustata. Conta i colpi che stai ricevendo.
- Due… tre… quattro…
La tensione e la passione, tra noi tre chiusi nell'auto ferma in mezzo al verde dei colli, si sarebbero potute tagliare col coltello. Io e Patrizia, immobili e abbracciati, ascoltiamo con ansia e attenzione; ogni piccolo rumore, ogni parola, ogni gemito ci portano sempre più in alto. Erica sembra più che altro attenta ad ascoltare cosa sta succedendo a duecento chilometri di distanza, pronta a intervenire se fosse il caso, decisa e protettiva come sempre, distaccata e appassionata.
- Cinque… sei… sette… otto… nove… Dio che male…
- Continua, continua…
- Diciassette… diciotto… diciannove… venti… … … non continui? Ancora, dai…
- Segue un silenzio. Poi: - Scusate… Ci siamo baciati…
- Ottimo. Fammi parlare ancora con lui… Pronto, Alessandro? Falla sedere e falle aprire le gambe. Poi colpiscila sul sesso, fino a farla venire.
Sentiamo armeggiare. Poi ricominciano i gemiti sussultori di Floriana, sempre più intensi e sempre più gridati, fino a un orgasmo sconvolto, lungo, lunghissimo…
Poi, la voce di Alessandro:
- Pronto… Ecco, Floriana è venuta, l'ho slegata e le ho tolto la benda dagli occhi… adesso la porto a letto. Scusami, ma adesso dobbiamo continuare da soli… Grazie di tutto, davvero.
- Grazie a voi, ragazzi. Siete meravigliosi.
- Ciao, Erica - sentiamo dire da Floriana. - Ti voglio bene. Un bacio. - La comunicazione si interrompe.
Ci guardiamo, come se reemergessimo solo in quel momento dall'estasi. Patrizia è eccitatissima, quasi sofferente. - Per favore - dice - fatemi qualcosa, subito… sto troppo male!
Erica la guarda, è come se cercasse di farsi venire subito un'idea. E l'idea le viene. - Togliti tutto quello che hai addosso, Patrizia. Devi restare nuda.
Patrizia obbedisce prontamente. Si sfila dalla testa il vestito bianco, si slaccia il reggiseno, si toglie i sandali, si sfila dalle gambe gli slip. Ora è completamente nuda, salvo un braccialetto e un paio di begli orecchini. Esserlo non presenta problemi, la temperatura è sopportabile ed è ancora meno probabile che passi qualcuno, a quell'ora e in quella strada, rispetto a quanto lo sarebbe stato quella mattina, in spiaggia…
Usciamo tutti dall'auto. Erica apre il bagagliaio, prende qualcosa, lo mette nella sua borsa. Poi ci avviamo tutti e tre, noi due ai lati, vestiti, Patrizia, che teniamo per mano, in mezzo a noi due, nuda e splendida, per un viottolo al margine della piazzola dove ci siamo fermati, nelle ultime luci della sera.
-Qui può andar bene - dice ad un tratto Erica. Siamo in una piccola radura, circondata da alberi lisci e sottili. - Vieni, Patrizia, appoggiati a quest'albero.
Patrizia obbedisce. Erica le prende i polsi, glieli riunisce alle spalle, attorno al tronco dell'albero; poi tira fuori dalla borsa delle cinghie elastiche, del tipo che si usa per i portapacchi, e con quelle glieli lega strettamente, l'uno all'altro. Mentre fa questo, Patrizia tiene gli occhi chiusi; la sua pelle sembra fremere, sembra che un bacio leggerissimo su un capezzolo o sul suo sesso possa farla venire in mezzo secondo. Erica, poi, prende un foulard, e con quello le benda gli occhi. Entrambi cominciamo allora a percorrere il corpo di Patrizia con piccoli baci, schioccati qua e là in maniera casuale, perché ciascuno di essi sia per lei una sorpresa imprevedibile, ma, per tacita intesa, ci teniamo lontani dalle sue parti più sensibili, dai suoi seni e dal suo sesso. Il suo respiro sembra a noi più forte del rumore delle foglie mosse dal vento.
Poi Erica, dalla sua magica borsa, tira fuori un piccolo vibratore. Lo mette in funzione, ed esso comincia a vibrare silenzioso; lo appoggia per primo alle labbra schiuse della bocca di Patrizia, che ha un sussulto di sorpresa e gira la testa. Poi si rilassa, e lascia che con esso, quasi fosse un rossetto, Erica gliele percorra, prima di farlo scendere lungo il collo, nell'incavo tra i seni e più giù, fino all'ombelico e oltre. Patrizia incurva il corpo, lo spinge in fuori, smaniosa e desiderante; i suoi sospiri si fanno gemiti e piccoli gridi. Fino a quando Erica mi dice: - Adesso tocca a te, Umberto. Forza, prendila, è tua!
Io scopro il mio pene già follemente eretto, mi avvicino a lei, le afferro le gambe e gliele faccio alzare ed aprire. La penetro profondamente, duro e improvviso, lei grida e poi si lascia andare su di me, io tenendola ferma continuo, vado e vengo, Erica si accosta, le appoggia il vibratore ai capezzoli duri facendola ulteriormente sussultare, le accarezza poi i seni, i capelli, io la bacio, lei la bacia, ascoltiamo il suo respiro, il suo odore di sole, i suoi gemiti sempre più intensi, e poi arriva l'orgasmo solido, forte, violento, piange, singhiozza e un attimo dopo la seguo anch'io.
La aiuto a riappoggiare, piano, i piedi per terra, Erica le è subito dietro e la slega, poi le toglie la benda, le guarda gli occhi arrossati e dolenti, tira fuori dalla borsa il suo telo da spiaggia, ve la avvolge perché non abbia freddo e poi la fa sdraiare nell'erba, baciandole piano la fronte ed accarezzandola ancora.
Ci sediamo ai suoi lati, aspettiamo che si riprenda, che il ritmo del suo respiro torni ad essere normale, che esca dal suo paradiso personale per tornare tra noi; poi ci alziamo, la aiutiamo ad alzarsi, sempre avvolta nel telo da spiaggia, e riprendiamo la strada verso l'auto. In auto, mentre Erica guida verso la locanda, Patrizia si riveste. Arrivati alla nostra meta, mangiamo qualcosa e poi ci abbandoniamo al sonno, stanchi ed appagati di quell'incredibile giornata.
Epilogo
Mi svegliai alle prime luci dell'alba che filtrava attraverso le imposte chiuse. Patrizia, dolcissima come sempre, era rannicchiata contro il mio petto, i suoi lunghi capelli mi solleticavano piacevolmente la pelle, e il suo respiro tranquillo si sovrapponeva a quello, appena più distante, di Erica, nel letto piccolo.
Presi a baciarle delicatamente il viso, fino a quando non mi accorsi che rispondeva piano ai baci, chele sue labbra indugiavano a cercare le mie, che anche il suo corpo cominciava a dare segni di risveglio.
Continuammo così per un po', fino a quando, sottovoce, mi disse: - Senti, cosa ne dici se… facciamo qualcosa ad Erica?
- Come, qualcosa? - le chiesi.
- Qualcosa di bello, intendo… - E mi sorrise. Vidi brillare distintamente i suoi occhi e il suo sorriso nella penombra. Capii quello che intendeva.
Ci alzammo silenziosamente, raggiungemmo la grossa borsa nera dove Erica teneva tutti i suoi piacevoli strumenti di piacere, e prendemmo delle corde. Poi ci avvicinammo al letto dove lei stava dormendo.
Giaceva nell'armonia scomposta del sonno, un braccio verso l'alto, leggermente di fianco; il lenzuolo era scivolato di lato, lasciando il suo corpo completamente nudo. I suoi bei seni, stranamente rilassati (stranamente per noi, che li avevamo sempre visti tesi ed eccitati) sembravano chiamare baci o carezze e si muovevano lenti al ritmo del respiro. I capelli neri ricadevano sul viso, e tra essi sporgeva piacevolmentre il suo naso un po' aquilino.
Fu Patrizia a prendere l'iniziativa. Le passò delicatamente la corda attorno al polso del braccio sollevato, e ne legò l'altro capo alla spalliera del letto. Poi fece lo stesso con le caviglie, legandole alla rete, ai piedi del letto. Sentendosi toccare, Erica si mosse, ma non si svegliò.
Quando fummo sicuri che Erica era completamente e saldamente legata, ci inginocchiammo ai lati del letto e cominciammo ad adorare il suo bel corpo di piccoli baci. Volevamo farla svegliare poco per volta, e che il risvegliarsi legata non fosse per lei un trauma. Patrizia si dedicò prevalentemente ai seni; io partii dai piedi, ne baciai le dita delicate, dalle unghie smaltate di rosso, poi risalii poco per volta, lungo i dorsi, le caviglie e poi più su. Non indugiai sul suo sesso, mi mossi più in alto fino ad arrivare ai suoi seni dove ebbi l'opportunità di incrociare la morbida lingua di Patrizia in qualche bacio rubato. Poi arrivammo al viso di Erica, e lo baciammo a lungo, finché finalmente cominciammo a renderci conto che si stava svegliando.
Aprì piano gli occhi, poi ci guardò, ci mise a fuoco, ci sorrise. Un attimo dopo si rese conto di essere legata e trasalì.
- Che diavolo state facendo?! - Gridò. - Slegatemi!
- Mi spiace - rispose Patrizia, gentile e sorridente. - Questo è un ordine al quale non possiamo obbedire. Adesso sarai tu la nostra schiava d'amore -. Poi appoggiò le sue labbra a quelle di Erica, come a soffocare una qualsiasi protesta, e la baciò profondamente e appassionatamente. Mentre faceva questo, io le presi l'altra mano, ancora libera, e le legai anche quella; lei mi lasciò fare, non cercò di reagire.
E poi i nostri baci divennero più intensi ed appassionati, le nostre labbra si appoggiarono sulla sua pelle e sui suoi seni, le nostre lingue cominciarono a segnare il loro cammino cercando ed esplorando i punti del suo corpo più prodighi di piacere. Sentimmo il suo respiro sussultare, il suo corpo cercare torcendosi di sottrarsi; vedemmo i suoi occhi bagnarsi di lacrime, e la sua voce supplicare di slegarla, per favore, ma noi non obbedimmo e la costringemmo a subire il piacere, un piacere che volemmo fosse grande e immenso, che fosse almeno pari a quello che lei aveva donato a noi e alla piccola Floriana che in quel momento, dolorante e beata, dormiva odorosa di sperma appoggiata al suo fidanzato; che ci facesse ricordare e le facesse ricordare ancora e per sempre quei meravigliosi giorni, scanditi da adorabili colpi di frusta e da piccoli, delicati passi a piedi nudi, che avevano insinuato il piacere più grande nei nostri corpi e tra noi e nel piccolo mondo che in quei giorni avevamo attraversato, ce ne avevano fatto scoprire la dimensione e l'immensità, l'intimità e la dolcezza, la pazienza e il desiderio, la tenerezza e l'amore.