Passi gentili
Mi appare all’improvviso, per strada.
Una bella donna. Tra i trenta e i quaranta, molto più quaranta che trenta e forse anche di più, molto più signora che ragazza, ma dall’aria piuttosto simpatica e spigliata, direi. Con delle scarpe dai tacchi altissimi, quel tipo di scarpe che chiude la punta del piede e lascia libero il tallone. Non troppo alta. Una camicetta bianca con il reggiseno che si vede in trasparenza, pantaloni alla caviglia. Capelli biondi ricci, forse tinti. Occhiali da sole. Un bel viso segnato dal tempo..
Ho voglia di godere ancora un po' del suo aspetto. La seguo. La supero. Le passo avanti. Mi fermo, fingendo di essere soprappensiero. Mi giro verso di lei. Si è fermata ad accendersi una sigaretta. Riprende a camminare. Mi supera. Ci guardiamo per un attimo.
Per un attimo, indecisione. Cosa fare? Guardarla allontanarsi, fare finta di niente, lasciare che tutto resti un sogno non vissuto? O provarci? Accostarsi? Dirle qualcosa? E che cosa?
Ma quelle scarpe, quei piedi non più giovani ma pur bellissimi, abbronzati perché si è a fine agosto, e con le loro vene in rilievo, segno del tempo (ma non è detto, conosco ragazze giovani con lo stesso problema, se è un problema, ma a me, sotto un profilo puramente estetico, non dispiace); quel sollevarsi ad ogni passo delle piante e rendersi quindi penetrabili per una frazione di secondo ad uno sguardo, il mio sguardo, curioso ed eccitato, è troppo. Mi avvicino.
- Mi scusi, signora – le dico. Lei si ferma, mi guarda interrogativa dietro ai suoi grandi occhiali scuri. La sua bocca accenna un sorriso di gentilezza; potrei essere uno dei tanti turisti-pellegrini che affollano la città in occasione dell’ostensione della Sindone, bisognoso di informazioni. – Dica – mi fa. E’ bello il suono della sua voce.
- Ecco… mi scusi se mi permetto, ma… - Mi interrompo un attimo. Mi guarda interrogativa. – Ma lei… ecco, lei ha dei piedi splendidi, e queste scarpe le stanno divinamente bene. Mi scusi – le dico arrossendo, almeno credo di arrossire – ma ci tenevo a dirglielo.
I suoi occhiali da sole mi impediscono di capire cosa mi risponde il suo sguardo. Ma la sua bocca si schiude per un attimo sorpresa, poi accenna un sorriso un po’ imbarazzato. – Ehm… grazie, ma…
E’ un momento molto strano. Io imbarazzato, lei perplessa. Se le avessi detto: lei ha un bel seno, un bel culo (…e quest’ultima cosa è vera, quei tacchi alti glelo fanno ondeggiare meravigliosamente) sarebbe stata molestia, lei si sarebbe allontanata, probabilmente, sdegnosa e sdegnata.
Se le avessi detto, supponendo che non portasse gli occhiali da sole, lei ha degli occhi splendidi, la cosa forse le avrebbe fatto piacere, ma l’avrebbe sicuramente archiviata come un tentativo di tacchinaggio.
Ma io le ho detto: lei ha dei piedi splendidi. Le ho detto anche che le sue scarpe le stanno divinamente bene. In assoluto dovrebbe essere una cosa gradita, e del resto scarpe di quel genere, dai tacchi così alti, sono un modo palese di mettersi in evidenza, un esplicito invito, quanto meno, a farsi guardare, se non apprezzare. Almeno di questo dovrebbe essere consapevole. Ma ciò non toglie che sentirsi complimentare i propri piedi, o le proprie scarpe, è qualcosa di assolutamente inusuale.
E non si capisce, poi, perché. Oggi, per una fortuna insperata del nostro tempo, la moda offre e le donne accolgono infiniti modelli di calzatura che mettono meravigliosamente in risalto i loro piedi. Sandali dai tacchi altissimi. Scarpe che lasciano il tallone libero di fluttuare. Altre ancora, fermate solo da un corto puntale, sono delle pure e semplici suole, e sembra debbano sfuggire dai piedi delle loro proprietarie ad ogni passo. Sembra che camminarvi sopra costi uno sforzo bestiale, e proprio per questo sono così seducenti… Non sono le scarpe ad essere belle ed eccitanti. Lo sono i piedi che racchiudono. E quindi, grazie all’intuizione irrazionale di chi disegna queste calzature, che rende i piedi bellissimi ed esposti agli sguardi e, qualche volta alle carezze.
Eppure, nonostante questo, dire che i piedi femminili sono belli, dire che essi possono attrarre l’attenzione e l’eccitazione di un uomo, e forse di una donna, come e meglio e più e più intensamente dei seni, o di altre parti del corpo comunemente ritenute desiderabili, questo è assolutamente inusuale.
- Davvero… - le dico, sorridendole. – E’ già un po’ che la stavo seguendo con lo sguardo; sa, i suoi piedi mi hanno magnetizzato…
- La ringrazio moltissimo – mi dice, gentile in un modo che pare essere sincero. – Ma mi deve scusare, sto andando in ufficio e sono già in ritardo…
- Aspetti! – Le dico. – Voglio rivederla…
- Ma le pare opportuno? Guardi che sono sposata, e ho anche una figlia…
- No, non mi fraintenda. Vorrei solo chiederle di… farsi fare qualche fotografia. Così, per piacere, senza nessun impegno. Foto puramente ritrattistiche (non nudi, mi spiego?), per la strada. Non le sto certo chiedendo di venire a casa mia (anche se mi piacerebbe moltissimo… ma non per quello che pensa. O non solo. Ho una voglia bestiale di coccolarla, signora, di accarezzarle i capelli, di baciarle il collo…)
Lei mi sorride con più decisione, devo stare proprio facendo la figura di un maniaco imbranato e piuttosto originale, magari quasi simpatico; probabilmente proprio quello che sono. Solleva gli occhiali, scopre dei begli occhi marrone chiaro, circondati da qualche piccola, piacevole ruga, mi guarda e mi dice: - Cosa? Ma le sembro così bella? Guardi che non ho più l’età per fare la fotomodella…
- Sì – le dico io con decisione – lei è una persona molto gradevole, non l’avrei notata, altrimenti. Mi piacerebbe. Davvero. E poi non le propongo nulla di male…
Mi accorgo che la mia proposta non la lascia indifferente. A me piace fare foto, accarezzare le donne che mi piacciono con gli obiettivi della mia Canon, e poi vederle felici quando offro loro il frutto del mio estro… (Ho fama di essere un discreto fotografo. Ma il mio segreto è: scatta 100 foto, poi buttane via 80. Sui grandi numeri, qualcosa di buono deve per forza venire fuori…) E poi questa donna mi piace davvero. Mi piace ancora di più ora che mi ha rivelato di essere moglie e madre, probabilmente una buona moglie e una brava madre, e vedere che questo non confligge con la sua voglia di esserci, di piacere, di farsi vedere, cosa che le fa scegliere quelle scarpe provocanti anche solo per andare al lavoro.
- Ascolti – le dico. – A che ora esce dall’ufficio?
- Alle cinque, più o meno.
- Allora la aspetterò alle cinque e mezza in piazza Castello, alle quattro fontane. Io sarò lì con la mia macchina fotografica. Il tempo di farle qualche scatto, e poi ci saluteremo… le prometto di non importunarla ulteriormente.
- Ma come pensa di utilizzare le foto?
- In nessun modo. Le terrò per me, per ricordarmi di lei. Se ne vuole delle copie, gliele farò avere. Ma non è obbligata a dirmi nulla di lei, nemmeno il suo nome…
- Quello glielo posso dire: mi chiamo Margherita. Ma non le prometto niente. Arrivederci. – Si gira, e riprende con decisione il suo cammino verso il lavoro.
Io la guardo allontanarsi, e, allontanandomi a mia volta, ripenso alle sue parole. Non mi ha promesso niente, va bene. Ma allora perché mi ha detto arrivederci? Qualche possibilità, forse, c’è… Raggiungo il mio ufficio. Lavoro poco e male. E alle cinque in punto mollo tutto, corro a casa, prendo la borsa dell’attrezzatura fotografica e mi scatafondo in piazza Castello, timoroso di arrivare in ritardo.
Entro in piazza Castello dal lato della Prefettura. Mi lascio alle spalle i mercanti del tempio, ovvero le bancarelle, tutte bianche, che per essere lì avranno sicuramente pagato fior di milioni di licenza alle astute casse comunali e che vendono gli allucinanti ricordini della sindone, facce in negativo del volto misterioso, e poi, visto che fa buon peso, medaglioni raffiguranti padre Pio e don Bosco, oltre alle moli antonelliane dorate e a qualche gondoletta veneziana con lampadina dentro finita da queste parti per un evidente sfasamento spaziotemporale. Supero lo stand delle prenotazioni, dove con tecnologie d’avanguardia si fa il check-in per decollare verso il sacro lenzuolo, e poi finalmente ci sono.
E pensare che, non appena avevano finito la ristrutturazione della piazza, ero rimasto terribilmente deluso. Mi sembrava troppo vuota. Adesso mi piace, mi piace moltissimo. Mi piace questo grande lastricato di pietra di Luserna, mi piacciono le quattro fontane che si aprono proprio al centro, attorno ad una grande rosa dei venti e all’incrocio virtuale di alcune strade e del cancello di Palazzo Reale, edificio che un restauro sorprendente ha strappato al solito Giallo Torino offrendogli invece un colore bianco-ghiaccio che ha catapultato ipso facto la capitale subalpina in una dimensione da barocco nordico, austro-bavarese o anche oltre, e dato che a me il Nord piace, tutto questo lo gradisco moltissimo, anche se non sono stati pochi quelli che hanno gridato allo scandalo, e hanno alzato il dito contro questa usurpazione dei nostri colori e dei nostri climi.
Mi piacciono i rumori fatti solo da voci e da scrosci d’acqua, visto che le auto non ci sono più. E mi piacciono le quattro fontane, fontane senza vasca la cui acqua ricade direttamente sul lastricato, invito al piacere, in questi giorni caldi, per bambini inglesi e francesi che ci sguazzano felici (quelli italiani no, è come se sentissi le voci di madri autoritarie e iperprotettive: vieni via da lì! Vuoi prenderti una polmonite? anche se ci sono quaranta gradi). E non solo per loro. Ho scoperto che quelle fontane producono uno strano magnetismo sulle coppiette; ne ho viste parecchie dedicarsi a lunghe ed appassionate endoscopie linguali proprio al centro dei quattro getti d’acqua, tranquille e imperturbabili neanche si trovassero nel corridoio di un liceo.
Allora eccomi nella piazza, luce bianca, cielo azzurrissimo, mi dirigo verso le fontane col cuore in fermento, non la vedo, maledizione, forse sono in ritardo, no, sono in orario, forse è in ritardo lei, forse non viene… E invece c’è, eccola lì, seduta su una panchina di legno, mi vede, mi fa un gesto di saluto, si alza, mi viene incontro. Respiro. E’ bella, forse l’ho già detto, ma ho voglia di ripeterlo.
Ci stringiamo la mano in maniera curiosamente formale. – Mi scusi se sono arrivato in ritardo! – le faccio.
- Ma no, figurati! – mi fa lei. Bene, ha spontaneamente e tranquillamente risolto il problema del tu e del lei. Questo mi rilassa. E per fare buone foto bisogna essere rilassati. – Ho almeno un’ora a disposizione, ho detto di avere una lunga riunione di lavoro… Allora, cosa devo fare?
– Vieni, accostati alle fontane.
Lei fa quel che le dico, assecondando il mio desiderio estetico. La faccio mettere in posizione favorevole alla luce declinante, piacevolmente dorata; e, con la dovuta attenzione per evitare che qualche soggetto non desiderato attraversi il campo visivo del mio obiettivo, comincio a cliccare. Qualche scatto, così, per scaldarci. Io mi sto scaldando in fretta, e anche lei. Dopo un comprensibile impaccio iniziale, va progressivamente conquistando una spigliatezza fotografica che proprio non prevedevo né immaginavo.
Mi sorride, o forse sorride alla mia macchina fotografica, o a tutti e due, non lo so bene. E’ bello il suo sorriso, sono belli i suoi occhi con cui mi guarda quasi civettuola, da sopra i suoi occhiali scuri. E’ bella la luce che fa brillare in trasparenza i suoi capelli biondi, forse tinti, e sono belle quelle piccole rughe del suo volto che raccontano una vita vissuta con realtà ed autenticità, proprio come piace a me. Mi piace avvicinarmi a lei con lo zoom, il magico 80-200, provare il sottile piacere di sentire il bip della macchina che mette a fuoco e mi dice complice: sono pronta, puoi scattare; sentire la docilità sensuale con cui il tasto dello scatto scende sotto il mio dito e cattura, momento per momento e istante per istante, quel qualcosa di lei che vorrei non se ne andasse più, quel qualcosa che forse lei stessa non conosce e che non sa di avere, ma che ora le mie foto le renderanno palese e desiderato. Mi piace anche sfuocare lo sfondo, oppure coglierla attraverso la trasparenza liquida di un getto della fontana; vederla distrarsi un attimo e cogliere la sua distrazione, il suo stupore, la sua dolcezza.
Dopo dieci minuti che la sto fotografando, e dopo il primo rullino, mi rendo conto di sapere di lei molte più cose di quante non ne avrei immaginato poco prima. Accarezzo, quasi con affetto, la mia Canon che ancora una volta non mi ha tradito, e mi ha permesso di accarezzare per suo tramite la pelle di una donna amabile. E, intanto, cerco di farmi venire qualche idea su come continuare la nostra seduta fotografica. Ma non devo affaticarmi molto: lo fa lei per me.
In un angolo della piazza, dal lato di Palazzo Reale, sono comparsi due carabinieri a cavallo. Si tratta di una specie in estinzione nella mia città, oggi opportunamente reintrodotta quale accessorio scenografico per la sindone; catturano sguardi e forse anche simpatie da parte dei turisti, soprattutto quelli stranieri che nella parola "carabiniere" non leggono i retrogusti inquietanti per chi invece ha vissuto ben altre stagioni, oggi, purtroppo o per fortuna, lontane memorie. E’ certo che per lei, per Margherita, non ci sono retrogusti inquietanti né lontane memorie, perché, con una affabilità quasi confidenziale e, perché no, infantile, va verso di loro, ticchettando sul lastricato con le sue scarpe sensuali: - Dai, fammi qualche foto con loro, mi piacciono i cavalli!
E infatti si accosta ai cavalli e ai cavalieri, afferra il collo enorme di uno splendido animale tutto nero e, sotto lo sguardo perplesso dell’agente in alta uniforme che lo monta, mi sorride e vuole che la fotografi, cosa che io faccio prontamente. Non solo: lo bacia, lo accarezza, lo mangia di coccole. Evidentemente ha una discreta dimestichezza con i cavalli; lo stesso carabiniere, dopo aver esordito con un "Signora, guardi che non…" è costretto a lasciarla fare, forse anche lui sorpreso ed incantato, o forse deliziato, anche se il ruolo e l’uniforme non gli permettono più di tanto di mostrarlo. E intanto io continuo a scattare.
I due carabinieri dopo un po’ devono allontanarsi con i loro cavalli. Venuto a mancare questo piacevole sfondo, Margherita mi fa cenno sorridendo di seguirla (…alla faccia della modella! Adesso è diventata la regista…) e si riavvicina alle fontane. Io la seguo.
Si rimbocca i pantaloni alle ginocchia, si toglie le scarpe, e tenendole in mano entra nell’acqua battente della fontana, facendo quello che piace tanto fare ai bambini francesi o inglesi: avanza di qualche passo, i suoi piedi che ora, insperabilmente, posso vedere completamente nudi (belle le unghie dipinte di rosso, che risaltano sul grigio della pietra di Luserna bagnata) vivono un palese godimento nella frescura dell’acqua. Poi si volta verso di me, mi sorride, invitandomi tacitamente a scattare ancora. Io cambio freneticamente rullino e ricomincio ad accarezzarla con la mia macchina. Una pellicola d’acqua ora ricopre i suoi piedi rendendoglieli luccicanti e ancora più belli, percorsi come sono da un leggero intrigo di vene sottili. Continuo a scattare, mi avvicino a lei che cambia posizione, si solleva i capelli con le mani, si volta guardandomi in tralice dalle spalle, e poi ha l’idea geniale di accoccolarsi. Gli spruzzi d’acqua le arrivano addosso, la bagnano tutta, lei chiude gli occhi e ride, fa il gesto di bere (ma non beve, l’acqua non è potabile) e le si bagnano anche i capelli, è completamente fradicia, sembra la Megan Gale della pubblicità della summer card, solo un po’ più bassa di lei, un po’ più vecchia di lei, un po’ più vissuta di lei, un po’ più autentica, e per tutto questo infinitamente più bella. Ormai la bambina giocosa ha definitivamente prevalso sulla brava impiegata, moglie e madre quarantenne. E se qualcuno che la conosce la vedesse? penso. Ma mi sembra assurdo farmelo io questo problema, visto che non se lo fa lei.
Svariati minuti e svariati fotogrammi dopo, esce dalla fontana sorridendomi divertita. – Dai, sediamoci cinque minuti! – mi fa. I piedi sempre nudi e sempre con le scarpe in mano, mi precede verso una panchina di legno, ci si lascia cadere sopra come se avesse un disperato bisogno di riprendere fiato, e io al suo fianco sicuramente ne ho più bisogno di lei, emozionato ed eccitato come sono. – Grazie! – mi fa. – Era un’eternità che non mi divertivo così tanto.
- Ne sono felice – le rispondo. – Ma adesso sei fradicia, cosa racconterai a casa?
- Oh, non preoccuparti – mi fa lei, facendo un gesto evasivo con la mano. – Con questo caldo, mi asciugherò in cinque minuti, e poi posso sempre raccontare di essere stata investita dal getto di un’autobotte per il lavaggio delle strade, no? – Alla faccia! penso io. A occhio e croce, si direbbe che nell’autobotte ci sia caduta dentro…
Devo dire che apprezzo molto la sua presenza di spirito; la simpatia che provo per questa donna è sempre più intensa ed appassionata.
La camicetta bagnata, comunque, le aderisce alla pelle in maniera stravolgente, e vedo che il bagnato, o forse qualcosa d’altro, ha reso pazzescamente eretti ed evidenti attraverso il reggiseno i suoi capezzoli. Non riesco a staccarvi gli occhi, e mi beo della loro bellezza eccitata ed indiscreta. Lei segue il mio sguardo, si accorge dello spettacolo che sta dando ai miei occhi e non solo ad essi, e mi dice, ridendo: - Ma guarda un po’ che impertinenti! – . Si china, incrociando le mani a coppa sui seni e rimanendo in questa posizione, piuttosto scomoda ma attraente, in attesa di rilassarsi, o almeno di asciugarsi. Ma non mi rilasso io, che riprendo la macchina e ricomincio a scattarle delle foto; lei sulle prime mi dice per favore no, adesso basta, ma poi ci riprende in fretta gusto, ricomincia a sorridermi, tira su le gambe ed i piedi nudi che io cerco in tutti i modi di far entrare nell’inquadratura, e poi, insperatamente, tira su il busto. I suoi capezzoli sono ancora sull’attenti, lei me li offre e io li raccolgo sulla mia pellicola. Non solo. Dopo essersi guardata intorno (la piazza è sempre piena di gente e di turisti-pellegrini, ma sembra che ognuno sia esclusivamente concentrato su sé stesso) infila le mani dietro la schiena e, con qualche acrobazia, si toglie il reggiseno. Poi allunga le braccia sullo schienale della panchina, ai due lati, protende in avanti i seni e mi sorride con aria di sfida. I seni, ora, non più trattenuti dal reggiseno, rivelano attraverso la camicetta bagnata anche il colore scuro delle aureole, gravitando dolcemente verso il basso. La mia Canon sembra impazzita, e io con lei. Sempre facendo attenzione a non attirare l’attenzione, lei cambia posizione, si rannicchia sulla panchina, si inginocchia, si torce o si protende nella mia direzione, avendo sempre cura che i suoi seni siano in primo piano e che il tessuto della camicetta sia teso e trasparente.
Troppo presto, come sempre accade, la mia pellicola finisce. Mi riavvicino a lei e mi risiedo al suo fianco e riprendo fiato. – Sei straordinaria, davvero! – le dico. – Hai un entusiasmo, una verve, una voglia di far l’amore con l’obiettivo che ho incontrato raramente!
- Beh – mi dice lei – sei anche tu che mi hai tirato fuori tutto questo… Non ne avevo mai avuto occasione prima.
- Non sei mai stata fotografata, prima? Stento a crederci!
- Beh, sì, sai, le solite foto, quando si viaggia, ma niente di speciale…
Si sta rilassando. Chiude gli occhi e lascia che il sole le accarezzi il viso e la camicetta, ora che il reggiseno la protegge di nuovo dall’indiscrezione dei suoi capezzoli. Ma sono io che non mi rilasso, non riesco a farlo, continuo a percorrerle il corpo, dai piedi ancora nudi fino alle sue labbra sottili e sensuali, delicatamente rilevate da un’ombra di rossetto, ai capelli bagnati, con lenti sguardi. Ho l’impressione che lei se ne accorga, perché apre gli occhi, mi guarda, il suo sguardo scende in basso e scorge la mia erezione a stento trattenuta dai pantaloni. Adesso sono io che seguo di concerto il suo sguardo, mi vedo e trasalgo: non pensavo che fosse così evidente! Lei mi sorride, più con comprensione che con malizia. Si reinfila le scarpe, si alza in piedi, prende la borsa e mi tende la mano: - Vieni – mi dice gentilmente, a bassa voce.
Io le do la mia mano, e sento la sua, caldissima, dalle dita magre e sottili ornate da qualche anello, stringermi affettuosamente.
Senza dirmi niente, si incammina verso il porticato che, lungo la Prefettura, dà verso i Giardini Reali. Io mi faccio condurre molto volentieri, ascoltando ancora lo scalpiccio dei suoi passi che battono sul lastricato e guardando ancora i suoi piedi, tonificati dal bagno, che si sollevano ad ogni passo sulle suole rigide delle sue belle scarpe, i pantaloni ancora rimboccati alle ginocchia.
Non mi lascia la mano nemmeno quando percorriamo la discesa tortuosa che porta lungo i Giardini verso corso S. Maurizio, ora costretto a parcheggio per gli autobus pellegrinanti. Passiamo davanti ai prefabbricati delle stazioni di polizia, dei carabinieri, della guardia di finanza (pronta a intervenire contro pericolosi contrabbandieri di crocifissi). Poi lei lascia il marciapiede e, sempre tenendomi per mano, si incammina lateralmente, in un prato lungo i vecchi bastioni.
Io guardo ancora i suoi piedi, ora non più con libidine ma con apprensione. Quei prati abitualmente fioriscono di siringhe, e non vorrei mai che una di esse glieli ferisse. Ma forse, penso, la mia apprensione è fuori luogo; da quando la capitale subalpina è stata costretta a subire l’assalto delle orde dei neopagani assatanati, adoratori del sacro lenzuolo, una adeguata ripulitura ha rimosso le tracce di qualsiasi oggetto indecente o offensivo.
Arriviamo finalmente in uno spiazzo erboso, proprio alle spalle dei posti di guardia prefabbricati delle forze dell’ordine, da cui siamo separati solo da bassi cespugli. – Qui può andar bene – mi fa lei. Poi si accoccola per terra e sempre tenendomi per mano mi costringe a fare altrettanto.
Ora siamo uno di fronte all’altro, attorno a noi non c’è nessuno in vista, ma chiunque potrebbe sopraggiungere da un momento all’altro. Lei accosta il viso al mio, penso che voglia baciarmi, non lo avrei mai sperato, le offro le mie labbra, ma lei sempre sorridendomi mi fa cenno di no. Peccato, mi sarebbe piaciuto. Ma mi appoggia il capo sulla spalla con un gesto affettuoso e intimo, sento il suo profumo, un profumo dolciastro ma non sgradevole misto al gusto del suo sudore, e mi piace. Non capisco, se voleva questo scambio di blande tenerezze era necessario venirsi a nascondere alle spalle di polizia o carabinieri? Boh, forse non vuole farsi vedere. Ma… e prima, allora…?
Ma un attimo dopo succede qualcosa di inatteso e di insperato. La sua mano, quella stessa che teneva la mia, comincia a percorrermi le cosce in una leggera carezza. E’ bellissimo, quel tocco di velluto sui miei pantaloni rimanda alle stelle la mia emozione-erezione, che stava cominciando a perdere colpi. Vorrei guardarla, baciarla, ma lei non vuole, continua a tenermi la testa appoggiata sulla spalla, mi devo accontentare di odorare e di baciare il suo collo abbronzato con gli anelli di Venere e sentire la mia guancia accarezzata dai suoi capelli ancora umidi. E poi la sua mano mi tocca proprio lì, mi sollecita, mi cerca e alla fine, dopo un tempo di attesa che mi è sembrato infinito, me lo tira fuori. Con l’altra mano prende la mia, me la fa infilare sotto la camicetta, me la conduce suoi suoi seni, che sento morbidi, sensibili, eccitati sotto il reggiseno.
Margherita comincia una lunga, delicata carezza. La sua mano dalle unghie dipinte sembra espertissima, sembra che abbia sempre conosciuto il mio corpo. Personalmente non amo venire masturbato, ho l’impressione che le donne abbiano sempre un’idea molto approssimativa di come trattare manualmente il sesso maschile; sono brusche, disattente, spesso mi fanno male… Ma non Margherita, delicatissima, istintivamente sensibilissima al mio desiderio, fa andare su e giù la pelle con una tenerezza infinita, stringe quando è il momento di stringere, allenta quando è il momento di allentare, mi fa desiderare e tremare… Io le accarezzo dolcemente la pelle sotto la camicetta, le tiro su il reggiseno, le accarezzo e le pizzico leggermente i capezzoli di nuovo eretti. Il suo respiro rimane tranquillo, il mio invece diventa sempre più affannoso. Allora cerco di insinuare la mano più in basso, sotto la cintura dei pantaloni, ma lei, con gesto deciso, la sposta di là e la rimette più in alto.
Sento le voci dei carabinieri e dei poliziotti a pochi metri da noi, oltre la bassa siepe, e spero che nulla faccia loro voltare lo sguardo da questa parte. Ma abbiamo fortuna, non succede niente al di là della sua attenzione gentile, del mio piacere che cresce, intrigato dalla situazione…
E che esplode, infine. Ancora una volta sembra che lei intuisca e conosca il comportamento del mio corpo come nessun’altra: accelera il movimento, e quando è il momento abbassa il mio pene e con un gesto saggio e consapevole lo orienta sui suoi piedi, che vengono investiti da due, tre, quattro getti di sperma bianco e denso. Non avrebbe potuto interpretare meglio il mio desiderio, e infatti rialza la testa dalla mia spalla, mi guarda sorridendomi compiaciuta di me e di sé stessa. Le dico grazie a bassa voce. Poi ci rialziamo e ci ricomponiamo. Lasciamo lo spiazzo erboso, riconquistiamo la strada, ripassiamo sotto lo sguardo ignaro di poliziotti e carabinieri scambiandoci sorrisetti complici, lei si sciacqua la mano sotto una fontanella ma lascia persistere le gocce lattiginose sui suoi piedi che li fanno ancora più belli e sensuali. Rientriamo in piazza Castello, e, nella luce del tramonto, siamo costretti a salutarci.
- Grazie, Margherita. Sei stata grande!
- Grazie a te. Allora, quando potrò vedere le foto?
- Trovati qui tra una settimana, alla stessa ora. Spero che siano venute bene!
- Lo saranno sicuramente. A presto, allora!
- Ciao! – Ci salutiamo con un leggero bacio sulle guance, da buoni amici.
Mi allontano, accompagnato dalla mia fedele Canon compagna d’avventure, con un senso di quiete appagata, di soddisfazione bagnata dentro i pantaloni. Margherita, sei straordinaria. Sei la persona più elegante, più splendidamente gentile che io abbia mai conosciuto. Non voglio disturbare la tua storia di buona moglie e brava madre chiedendoti altro o di più rispetto a quello che spontaneamente mi hai dato. Ma spero che questa settimana trascorra in fretta.