Lorella
Siamo nel letto, nella penombra, nella tranquillità dei desideri solo parzialmente soddisfatti, della tenerezza e dell’amore. Io e Elena. Lorella, la nostra ragazza, è stesa tra di noi e respira piano, gli occhi chiusi, un leggero sorriso che le aleggia sulle labbra, la sua pelle morbida e fresca che sfiora le nostre.
Amiamo quest’abbandono totale con cui Lorella ci si offre. Amiamo che, quale che sia il modo in cui le chiediamo di offrirsi a noi, lei non sembri nemmeno prendere in considerazione la possibilità di un rifiuto, o anche solo di avere dei dubbi sul fatto di accettare quello che le stiamo per fare. La tranquillità con cui accetta il dolore, a volte anche continuo, anche intenso, che l’amore che le portiamo porta con sé. Il fatto che si accontenti sempre dei momenti in cui decidiamo di coinvolgerla nei nostri giochi, senza mai chiedere di più, senza pretendere un’attenzione e un interesse che non siano quelli che, di volta in volta, vogliamo offrirle. La spontaneità e quasi la felicità con cui si libera, nel caso abbia altri impegni, quando le chiediamo di venire a passare la notte con noi. La grazia gentile con cui, allungandosi in punta di piedi, finito il turno di lavoro nel ristorante, dà un leggero bacio sulle labbra del viso lentigginoso di Elena, e poi sorridendo esce nel mondo, andando a riprendere i fili di quella parte della sua vita che non ha in comune con noi.
Lorella è completamente nuda, come noi, abbandonata nel dormiveglia. Faccio passare la mano tra le sue cosce, e poi più in alto, dove una rada peluria conserva ancora le tracce umide del suo piacere, che non ha consumato. Insinuo un dito nel suo sesso, e poi, con cautela, nella sua cavità più stretta, quella che, come noi sappiamo e come lei sa, sarà il luogo dove si consumerà il gioco doloroso che le offriremo sul far dell’alba.
Lorella è venuta da noi nel tardo pomeriggio del giorno di chiusura del ristorante. Vestita con un semplice vestito nero, che le lasciava scoperte le braccia e le gambe, dalle ginocchia in giù, calzava un paio di sandali arancioni dalla suola molto spessa, evidentemente un piccolo vezzo per compensare la sua modesta altezza – Lorella è alta non più di un metro e mezzo. L’unico tributo a una semplice eleganza erano i numerosi bracciali che avvolgevano le sue braccia nude e un paio di grossi orecchini che le pendevano da sotto i suoi capelli rosseggianti, raccolti sulla nuca in un crocchio piacevolmente approssimativo.
Sapeva già quello che avevo preparato per lei. Gliene avevo parlato qualche giorno prima, in una pausa di lavoro del ristorante, e lei aveva accolto la mia proposta con la consueta curiosità affettuosa. Lorella conosce da molto tempo, da quando è diventata la nostra amante e forse anche prima, la mia passione per i piedi. Ha imparato molto presto ad apprezzare la mia lingua che si insinua tra le sue dita dei piedi, le solletica le piante, sale fino al dorso e la caviglia, mentre la sua titolare, Elena, la bacia. Le ho insegnato a fare lo stesso con i piedi di Elena, e lei ha imparato molto presto. Lo fa con tenerezza e passione, senza nemmeno che sia io, o Elena, a chiederle di farlo. Ma non pensavo che avrebbe accolto la mia idea come se fosse la cosa più ovvia, più scontata del mondo.
La mia idea è molto semplice: costringerla a camminare sulle punte, facendole mettere così in mostra l’arco dei suoi piedi non grandi ma gradevoli, e creando una difficoltà nel suo camminare che sarebbe stata profondamente eccitante per me e per Elena. Per far questo, avevo preparato due attrezzi molto particolari, semplici ed efficaci: ciascuno di essi composto da due catenelle congiunte tra loro, una da chiudere, con un apposito gancetto, attorno alla caviglia; l’altra passante dal dorso alla pianta del piede. Sotto questa catenella sono fissate, in corrispondenza della pianta, delle spine metalliche acuminate, sottratte da un filo spinato in campagna, accuratamente ripulite. Una volta messo in posizione, il ferro avrebbe costretto Lorella a camminare sulla punta dei piedi, per non subire la puntura delle spine metalliche che le avrebbero ferito i talloni e le piante, se avesse cercato di appoggiarle per terra.
Dopo averci baciato, come di consueto Lorella è andata in bagno a farsi una doccia, mentre io ed Elena, come sempre felici di averla con noi, pregustavamo la nostra gioia. Elena indossava una gonna verde e una camicia bianca, senza reggiseno – del resto non ne ha bisogno, i suoi seni sono piccoli e poco rilevati, pur offrendo due capezzoli sempre eretti e durissimi – e due sandali infradito molto semplici, sufficienti a mettere in mostra la bellezza nervosa dei suoi piedi, dalle unghie smaltate di rosso.
Da quando la conosco, da quando siamo diventati amanti abbiamo sempre fatto a gara con le nostre fantasie; prima raccontandocele, poi mettendole in pratica. E anche il gioco di coinvolgere altre donne nel nostro rapporto – sempre, di comune accordo, più giovani di noi che abbiamo entrambi più di quarant’anni; in genere tra i venticinque e i trent’anni, salvo una volta, quando abbiamo abusato della dolce follia di una diciannovenne, figlia di un’amica d’infanzia di Elena – è diventato sempre meno un gioco, sempre più, invece, una passione, un coinvolgimento emotivo senza sconti per nessuno. Ma il massimo lo abbiamo raggiunto con Lorella, della quale nostro malgrado, dopo poche settimane di “gioco” ci siamo scoperti entrambi ferocemente, violentemente innamorati. E il segno di questo innamoramento è diventato sottoporla a supplizi raffinati e dolorosi, quasi sempre escogitati da Elena, e da Lorella sempre Lorellamente accettati.
Tutto è cominciato quando io ed Elena abbiamo cominciato a guardare Lorella con uno strano desiderio, che non riuscivamo nemmeno a confessarci reciprocamente. Lorella lavorava nel ristorante di Elena già da qualche settimana, e si era fatta apprezzare, oltre che per la precisione con cui svolgeva il suo lavoro di cameriera, anche per la cortesia e la gentilezza con cui trattava i clienti. Sapevamo entrambi che cercare di sedurla avrebbe significato approfittare di una posizione dominante, cosa che ci infastidiva parecchio; nonostante questo, non riuscivamo a fare a meno di scoprirci a guardarla con desiderio, nel suo completo di pantaloni e maglietta nera e scarpe da ginnastica con cui serviva ai tavoli. Non sapevamo come fare ad esprimerle i nostri desideri lasciandole la libertà e il diritto di dirci di no, né come fare in modo che questo no non compromettesse i rapporti professionali tra loro due.
Ma le cose si risolsero da sole, o forse ci sfuggirono di mano, una sera, quando gli ultimi clienti avevano ormai lasciato il locale, e anche il cuoco se n’era già andato. Io ed Elena ci eravamo fatti servire la cena ad un tavolo della sala, e per tutto il tempo ci eravamo bevuti la deliziosa immagine di Lorella che ci serviva, ci versava da bere, portava via i piatti sporchi. Tutto questo ci sarebbe servito da materiale per le nostre fantasie, con le quali ci saremmo scatenati a casa, di lì a poco.
Ma non riuscimmo ad arrivare a casa. Vicino alla cucina c’è un piccolo locale, senza finestre, che viene utilizzato come ufficio per la contabilità del ristorante, e i cui unici arredi sono una vecchia scrivania, uno scaffale contenente i libri contabili e un paio di sedie. Fu lì, mentre Lorella, in cucina, finiva di caricare e avviava la lavastoviglie, che io ed Elena, impazienti ed eccitati alla follia, ci prendemmo. Ci abbracciammo, cominciando a baciarci in bocca. Poi la feci sdraiare sulla scrivania, alzandole l’ampia gonna di tweed che amava portare sul lavoro, e mi abbassai i pantaloni.
Fu in quel momento che Lorella entrò, per dire che aveva finito e che sarebbe andata a casa. “Signora Elena, io ho fin…” Le parole le morirono in bocca. Noi ci sentimmo paralizzati come due studentelli colti sul fatto in un’aula scolastica, per un attimo il cuore di entrambi si fermò. Per un attimo avemmo l’impressione che il nostro animo fosse trasparente, e che Lorella potesse leggerci dentro di essere proprio lei la causa della nostra impaziente eccitazione.
Mi aspettavo di sentire un “oh… oddio, scusate”, la porta che si richiudeva e lei che fuggiva, vergognosa e divertita. Invece Lorella non si allontanò. Rimase sulla porta, continuando a guardarci.
A questo punto avremmo potuto essere noi a dirle di andar via. Non lo facemmo. Distolsi lo sguardo da lei, guardai Elena e ricominciai a spingere, le sue gambe appoggiate sulle mie spalle, come se Lorella non ci fosse. Elena riprese subito a lasciarsi andare. A questo punto spettava a Lorella decidere se restare o andarsene.
Lorella restò. Rimase per qualche secondo a guardarci dalla porta, poi si avvicinò, come per vedere meglio. Si accostò alla scrivania, guardando il viso della sua capa, stravolto dal piacere. E poi accadde qualcosa che non ci saremmo mai aspettati: avvicinò la mano alla sua fronte e le scostò i capelli attaccati dal sudore, un gesto di gentilezza e di partecipazione che fece sorridendo teneramente. Elena la guardò, e le sorrise a sua volta.
Durò alcuni minuti, in cui gli unici rumori furono quelli dei nostri movimenti. Poi fu Elena a parlare.
“Lorella… per favore, potresti scoprirti i seni?” Avrebbe potuto chiederlo con secca cortesia, come se le avesse ordinato di apparecchiare i tavoli. Invece la sua voce affannata e roca aveva un tono vagamente supplichevole. Lorella avrebbe potuto rifiutarsi. Invece sorrise leggermente, si sfilò la maglietta e, sempre guardando Elena negli occhi che le sorrideva, si slacciò il reggiseno e se lo tolse. I suoi seni, non grandi ma teneri e prominenti, ci apparvero per la prima volta. Fu in quel momento che capimmo che le nostre fantasie si sarebbero concretizzate, e che Lorella sarebbe diventata la nostra amante, la nostra compagna di giochi. Anche se quella sera non ci fu molto più che questo. Lorella, a seni nudi, tenne stretta la mano inanellata di Elena mentre lei veniva, partecipando al suo orgasmo. Poi Elena, alzatasi in piedi, dopo essersi riassestata la gonna di tweed si accostò a lei, sempre a seni nudi, e la abbracciò tenendola stretta a lungo, molto a lungo, accarezzandole e baciandole i capelli. Le disse grazie piano, poi si staccò da lei, si tolse la maglietta di velluto rimanendo anche lei a seni nudi, si inginocchiò davanti a me e mi prese il sesso in bocca, facendomi venire con movimenti lenti e profondi in pochi minuti. Lorella continuava a guardare.
E questo fu l’inizio. Fin dalla sera successiva cominciammo a coinvolgere Lorella nei nostri giochi in maniera sempre più profonda. Man mano che la nostra complicità cresceva, e che comprendemmo la sua disponibilità, cominciammo ad offrire a Lorella piccoli supplizi d’amore. Dapprima qualche leggera sculacciata, poi giochi sempre più articolati, a volte anche approfittando della particolare situazione del ristorante, che per sua natura offriva una particolare, sensualissima dialettica tra dimensione pubblica e dimensione privata. A volte, a sala piena, Elena sfiorava Lorella e le diceva “Lorella, per favore vieni in ufficio, ti devo schiaffeggiare”. Questo, beninteso, non era minimamente legato a qualche mancanza, perché Lorella era sempre precisissima in quello che faceva, e non doveva essere punita per nulla. Entravano tutte e due nello stanzino-ufficio. Elena chiudeva la porta, poi si sfilava gli anelli dalla mano destra e li metteva sulla scrivania. Lorella, se li aveva, si toglieva gli orecchini pendenti appoggiandoli anch’essi sulla scrivania, poi si raccoglieva i capelli dietro la testa con le mani e aspettava, guardando negli occhi Elena che la guardava. Se indossava una camicetta aperta sul davanti la sbottonava e si sganciava il reggiseno, per esibire alla sua amica e titolare i seni nudi e protesi, che sapeva le piacevano tanto. Poi con la mano sinistra Elena le prendeva il mento e con la destra le dava due schiaffi sul viso, di dritto e di rovescio. A volte anche più di due. Dopo di che Lorella si risistemava i capelli, si rimetteva gli orecchini e tornava a lavorare in sala, come se non fosse successo niente. Allora Elena mi telefonava al lavoro, mi diceva “l’ho schiaffeggiata” e mi descriveva la situazione, eccitandosi ed eccitandomi (spesso si toccava fino a venire). Solo il viso arrossato di Lorella era segno di quello che era successo; ogni tanto un cliente lo notava, le chiedeva se non si sentisse bene, e lei rispondeva con un sorriso “Ho solo un po’ caldo”. A volte, se non c’erano troppi clienti e quindi ci si poteva permettere qualche minuto in più di attesa, Lorella chiedeva di essere baciata, prima di venire schiaffeggiata; cosa che Elena faceva a lungo, succhiandole la lingua e la saliva. Altre volte Elena chiedeva a Lorella, prima che cominciasse a servire, di attaccarsi un morsetto metallico al sesso, o dei morsetti tipo coccodrillo ai seni, sotto il reggiseno imbottito perché non si vedessero, e la guardava dissimulare il dolore mentre serviva in sala. Non glieli metteva lei e non verificava personalmente che Lorella le avesse obbedito; la fiducia faceva parte del gioco. Ti fa male?” le chiedeva piano, mentre si incrociavano nel disimpegno tra la sala e la cucina. “Moltissimo” rispondeva Lorella, sorridendo. Allora Elena la baciava fuggevolmente su una guancia, se non era la stessa Lorella a sfiorare con un bacio la guancia di Elena; in un caso come nell’altro era un modo di dirsi grazie. Poi, la sera mi piaceva passare la lingua sul sesso nudo e depilato di Lorella o sui suoi capezzoli, cercando i segni del morsetto e sentendola gemere e tremare, di dolore o di piacere, mentre Elena ci guardava, seduta sui talloni vicino a noi, toccandosi con entrambe le mani.
Lorella era uscita dal bagno indossando solo la gonna bianca lunga fino ad appena sotto le ginocchia che Elena le aveva preparato. A parte i gioielli, per il resto era completamente nuda; i seni ondeggiavano gradevolmente, e i piedi appoggiavano sul pavimento con leggerezza. L’ho fatta sedere sul divano, e ho preso i ferri. Lei guardava più incuriosita che preoccupata. Prima di applicarlieli, le ho lungamente baciato ed accarezzato entrambi i piedi, cercando di eccitare lei ed Elena che ci guardava. Dopo averglieli applicati, le ho di nuovo baciato i piedi sul dorso.
Quando ho finito, l’ho aiutata ad alzarsi in piedi. Il meccanismo funzionava a dovere, Lorella era costretta a camminare sulle punte dei piedi per evitare di ferirsi, e vederla muoversi così con difficoltà, sorridente e tenera come sempre, era uno spettacolo per noi tremendamente eccitante. Per goderne il più possibile le abbiamo chiesto di servirci la cena, già preparata da Elena, cosa che lei ha fatto con la consueta precisione e professionalità. Quando è stato il momento di andare a letto le ho comunque tolto i ferri, per evitare che durante il sonno si facesse male – o che ci facessimo male noi.
Le prime luci dell’alba già rischiarano la camera da letto, quando mi sveglio dal mio sonno breve ed eccitato. Mi accorgo che anche Elena è sveglia. Mi sporgo al di sopra di Lorella e ci baciamo, a lungo. Intanto io faccio scorrere la mano e accarezzo il fianco di Lorella. Lei si sveglia dolcemente e ci guarda mentre ci baciamo, sorridendo. Io allora le bacio la nuca, mentre Elena si china su di lei e le spinge la lingua in bocca, costringendola ad aprirla. Poco per volta Lorella si lascia svegliare e comincia a rispondere al bacio di Lorella. Io intanto le accarezzo la schiena.
Poco per volta la luce aumenta, e siamo in grado di vederci meglio. Elena continua a baciare Lorella, io faccio scorrere una mano davanti a lei e le accarezzo i seni, poi glieli stringo. Infine Elena scosta il lenzuolo e fa cambiare posizione a Lorella, facendola inginocchiare; poi le mette una mano sul collo e la fa abbassare, fino a poggiare la testa sul letto. Il suo culo, così, è sollevato e offerto. “Tienila ferma”, mi dice. Una mano gliela metto sul collo, con l’altra le blocco i polsi, che lei ha già incrociato, come se si aspettasse che io la immobilizzassi. Elena si è seduta sui talloni dietro Lorella.
Comincia a baciarla e a leccarla, sul sesso e anche più su, tranquillamente e teneramente, senza fretta. Lorella respira più forte e sorride con gli occhi chiusi. Io la blocco e le impedisco di muoversi.
“Lorella, adesso ti farò male”. Queste dichiarazioni programmatiche sono tipiche di Elena. Quando sta per offrire un supplizio, non lo fa mai a sorpresa, non lo ha mai fatto con nessuna delle nostre amanti. Di solito pronuncia queste parole in modo cortese ma fermo, non è mai un “vuoi? Posso?” ma hanno un valore puramente informativo, come un medico che sta per praticare un’incisione. Lorella accenna di si con la testa, per quanto possa fare visto che la tengo immobilizzata; Elena allora le infila il dito indice nell’ano, con l’unica lubrificazione della sua saliva. Lorella sospira. Molto lentamente segue anche il dito medio, poi il pollice. Poi comincia a muovere lentamente le dita. Lorella sospira, per un attimo il suo viso fa una smorfia di dolore. Alla fine, molto lentamente, Elena sfila la mano. Io lascio i polsi e il collo di Lorella che lentamente si muove. Si rialza, si aggiusta i capelli, noi siamo subito di fronte a lei e ci contendiamo la sua bocca per baciarla appassionatamente.
“Adesso posso andare in bagno?” chiede Lorella, appena la nostra foga le lascia il tempo di respirare. “Certo”, risponde Elena. Ma Lorella esita, come se aspettasse qualcosa. Poi, ridendo, mi fa: “ma non dimentichi niente”
“Cosa?” rispondo io.
“I ferri, no? Ai piedi!” risponde ridendo.
“oh, che scemo” faccio io, in realtà incantato, come Elena, di quanto Lorella sia complice consenziente alle nostre fantasie e ai nostri giochi. Lei si siede sul letto, sporgendo i piedi oltre il bordo; io prendo i ferri e glieli applico, non senza prima averle baciato le dita e i dorsi. Lei poi, con la difficoltà a cui gli aggeggi la costringono, si alza e va in bagno. Anch’io vado nell’altro bagno.
Quando ritorno, Lorella ed Elena sono in cucina, e stanno bevendo un tè. Lorella è ancora completamente nuda, a parte i ferri ai piedi; Elena, invece, si è messa la gonna verde, ed è tutto quello che indossa, avendo il busto e i piedi nudi. Sono splendide, vorrei poterle fotografare senza farmi vedere.
Dopo colazione, torniamo nel soggiorno. Elena si siede sul divano e alza le gambe, aprendole e appoggiando i piedi sul piano dello stesso. La gonna si solleva in vita, e sotto non porta niente, il suo sesso si apre, offerto. Lorella la guarda. Io mi avvicino a lei e le chiedo, provocatorio: “Non pensi che stia aspettando qualcosa?”
Lei mi guarda ironica. Sembra che questa mia battuta sia una risposta alla sua di poco fa. Ha capito: si avvicina, si inginocchia davanti al sesso schiuso di Elena, vi accosta il viso. Io mi avvicino e la fermo: “Leccale i piedi, prima”.
Lei obbedisce. Bacia il dorso dei piedi di Elena appoggiati sul piano del divano; lei solleva le dita in modo da permetterle di leccargliele, e Lorella provvede: fa passare la lingua attorno ad ogni dito del piede sinistro, li prende in bocca, li succhia delicatamente. Poi passa all’altro piede. Infine, finalmente, riavvicina il viso alla vulva e comincia a baciare e poi a leccare il sesso della sua titolare.
Io mi siedo al fianco di Elena, lei volge il viso in estasi verso di me e ci baciamo. Con il dorso delle dita della mia mano destra le vellico delicatamente i capezzoli eretti e durissimi. Elena, poco dopo, chiude gli occhi, lasciandosi trascinare in un orgasmo tranquillo, di cui mi accorgo solo per il fatto che all’improvviso mi stringe forte la mano che le tengo. Anche Lorella, inginocchiata davanti a lei, se ne accorge; si stacca, le sorride. Elena si china in avanti, le prende il viso tra le mani, la bacia con delicatezza. Si guardano, si sorridono. Poi la fa alzare in piedi e la trascina su di sé, sul divano. Le accarezza i capelli rosso chiaro, le stringe la testa contro il petto, la bacia. Anch’io accarezzo Lorella, la sua schiena, i suoi seni.
“Lorella” le dice “sai cosa ti aspetta, vero? Sei sicura di volerlo? Se vuoi dire no, puoi ancora farlo”.
“Non preoccuparti, lo voglio”, risponde Lorella, guardando Elena negli occhi, sorridendo, poi baciandola delicatamente sulle labbra.
“Aspetta, non l’hai ancora visto…”
Elena si sporge sul portariviste poggiato a terra sulla sinistra del divano, infila la mano tra le riviste, tira su qualcosa.
E’ un fallo di plastica, di proporzioni immani, con alla base una ventosa. Per il colore e l’aspetto, con tanto di venature, sembrerebbe autentico, non fosse per le dimensioni esagerate. Quando lo vede, Lorella dice “Oddio!”. Ma lo dice sorridendo divertita, come se lo avesse visto chiuso nella sua confezione sullo scaffale di uno sex shop. E invece sa che tra non molto lo avrà dentro di sé. Sarebbe troppo anche per una penetrazione vaginale, ma lei sa, come sappiamo noi, che non è questo che l’aspetta. Quell’arnese terrificante è destinato ad aprirsi un altro cammino.
“Ti faremo molto male, Lorella, lo sai. Non ci sarà lubrificante, se non la mia saliva. Se vuoi dire no, fallo adesso, e non succederà niente”.
Per tutta risposta Lorella prende la testa di Elena e la bacia con forza sulla bocca, a lungo. “Si”, dice quando si stacca.
Elena la bacia ancora. “Cominciamo?”, chiede Lorella.
“Non ancora. Aspettiamo ancora mezz’ora, vogliamo godere ancora di te, e nel frattempo tu pensaci, immagina quello che ti sta per succedere… Voltati, ti lego le mani dietro la schiena”.
Lorella, obbediente, si volta, congiunge i polsi dietro la schiena. Elena glieli lega rapidamente con una striscia di pelle morbida. Quando si volta di nuovo, Lorella, completamente nuda e con le mani legate, ci è totalmente offerta. E’ splendida.
“Ma avrò le mani legate?”
“No”.
“Ma allora mi vuoi schiaffeggiare, prima?” chiede. Sa che le mani legate dietro la schiena, nel linguaggio amoroso che oggi riserviamo a lei in esclusiva, sono un preludio agli schiaffi sul viso, o ai seni, o all’applicazione di morsetti ai capezzoli.
“No. E’ che con le mani legate sei bellissima, non immagini quanto. E vogliamo godere un po’ di te, in attesa del momento… Dunque, adesso sono le sei e mezza” dice, guardando l’orologio digitale sul tavolino del salotto. “Lo faremo alle sette. Nel frattempo tu devi pensare a quello che sta per succederti, devi sentirtelo dentro, desiderarlo o averne paura. O tutte e due le cose”.
Mentre Elena la accarezza e la bacia, io preparo lo strumento, come concordato qualche notte prima con lei, pregustando tra il sonno e la passione questo momento. Prendo uno sgabello alto e stretto, da bar, e lo sistemo in salotto, di fronte al divano. Poi prendo il grosso fallo e lo applico sopra mediante la ventosa. Adesso è pronto, sembra un monumento che attende Lorella, e Lorella lo sa. Mi siedo anch’io sul divano, dall’altra parte, e la accarezzo; quasi con forza distraggo il suo viso dai baci di Elena e la volto verso di me, per baciarla anch’io. Le accarezzo i seni, faccio scendere la mano verso il suo sesso, la sento molto bagnata. La fiducia con cui si abbandona a noi è totale. Forse ci piacerebbe sentirla esitante, percepire un po’ di paura come retrogusto della sua curiosità e del suo desiderio, come è accaduto nel passato con altre nostre amanti. Ma non è il suo caso. Poi si volta ancora verso Elena, riprendono a baciarsi. Solleva le gambe, le ripiega sotto di sé, appoggia i piedi, sempre costretti nei ferri che le impediscono di poggiare i talloni a terra quando cammina. Allora mi chino e glieli bacio, cercando di farlo con tutta la delicatezza e la gratitudine che posso. Faccio scorrere la lingua sotto le piante e lungo le catenelle, poi attorno i talloni. Infine le bacio le dita, impreziosite da uno smalto rosa, appena percepibile.
Le sette, il momento desiderato e atteso, arrivano fin troppo presto. Elena distacca delicatamente da sé Lorella, che le stava vellicando con la punta della lingua i capezzoli molto sensibili e rilevati; poi si alza facendo alzare anche lei. Lorella è in piedi, i ferri fanno il loro lavoro, lei è costretta a tenersi in equilibro sulle punte. Elena le libera i polsi, poi si siede sui talloni dietro di lei, le allarga delicatamente le natiche e vi fa scivolare dentro la lingua, poi un dito. “Rilassati”, le dice. Io mi metto davanti a Lorella, lei si sorregge a me per non perdere l’equilibrio; appoggia la testa sulla mia spalla, io le bacio il collo assaporando la pressione dei suoi seni contro il mio petto. Poi Elena si rialza, la prende per la vita e la conduce verso lo sgabello.
“Sei pronta?”
“Si”.
E’ il momento. La realtà sta per sostituire il sogno dell’attesa. Sarà all’altezza delle nostre aspettative e dei nostri desideri? La sofferenza di Lorella sarà veramente splendida e terribile come desideriamo?
Ci mettiamo ai suoi fianchi. “Appoggia le braccia sulle nostre spalle”, dice Elena. Lorella obbedisce. Poi la solleviamo prendendola per le gambe, gliele facciamo aprire, la spostiamo sopra il fallo e, individuato il punto giusto, ve la facciamo scendere sopra poco per volta.
Lorella ci stringe, ci teniamo appoggiati a lei per sorreggerla e anche per sentirla meglio, nel momento in cui la punta del fallo si appoggia contro di lei la sentiamo irrigidirsi. “Rilassati, o ti farà troppo male” dice Elena. Lei non risponde, accelera il respiro, mi accorgo che d’improvviso sta sudando. Poco per volta la lasciamo andare, è il suo stesso peso che la fa impalare su quel fallo enorme. “Oddio” dice soltanto, accelerando il respiro. Chiude gli occhi, di tanto in tanto li riapre, ci guarda, mi aspetto una supplica a smettere, a toglierla di lì, ma niente del genere. Penso che non abbiamo concordato una parola d’ordine che significhi basta, lei non può dire niente che la liberi da quel supplizio, qualsiasi cosa possa dire non possiamo sapere se sono parole offerte al piacere o una vera richiesta di aiuto, che, so per certo, Elena non ha nessuna intenzione di accogliere. So troppo bene quanto la sua gentilezza e la sua delicatezza riesca ad essere spietata, in certe situazioni. Ha sempre lasciato alle nostre amanti la possibilità di dire no a qualsiasi nostra richiesta. Ma quando dicono sì, è sì. Non si torna indietro. E Lorella meno di tutte le altre.
E, centimetro dopo centimetro, le è dentro. Alla fine arriva a toccare terra con le punte dei piedi – solo le punte, dato che i ferri le bloccano i talloni. Ci guarda, affannata, come si si aspettasse qualcosa da noi. E noi la baciamo, la accarezziamo, la consoliamo in tutti i modi del dolore che noi stessi le stiamo infliggendo. Mi accorgo che Elena è visibilmente commossa, i suoi occhi sono pieni di lacrime. “Sei splendida”, le dice prima di baciarla ancora. “Ti fa molto male?” Lorella accenna di sì con la testa, le mette le mani sui fianchi e la abbraccia.
“Hai qualche desiderio?” dice ancora dolcemente Elena. “Cosa vuoi che ti facciamo adesso?” Le prende entrambi i capezzoli tra il pollice e l’indice delle due mani, sfregandoglieli piano. Ma Lorella non sembra in grado di parlare, suda e trema. Elena la bacia leggermente sulla bocca, poi le mette la mano sul sesso, comincia a toccarla delicatamente. “Sei molto bagnata”. Inizialmente ho dei dubbi sul fatto che Lorella sia pronta ad avere un orgasmo, ma mi sbaglio. La vedo chiudere gli occhi, il suo viso contratto si rilassa, gocce di sudore appaiono sulla sua fronte. Ma accosto a lei, la sorreggo di dietro, le stringo forte per la vita. Non ci vuole molto; con piccoli, sottili gemiti viene. La baciamo sul viso, sulla bocca, ovunque.
“Resisti ancora un po’, adesso ti sfiliamo”, dice Elena. Lei appoggia le braccia sulle nostre spalle, la prendiamo per le gambe, la solleviamo lentamente, il fallo che totalmente e incredibilmente l’aveva penetrata esce dal suo corpo. Lei geme, probabilmente prova una fitta di dolore. Senza appoggiarla a terra la portiamo sul divano, la facciamo sedere. Io mi chino e le libero i piedi, non senza baciarglieli, forse anche per ringraziarla, oltre che per adorarla, per la maniera così totale e incondizionata con cui si è concessa a noi. Lorella finalmente sorride, è la prima volta da quando l’abbiamo infilata sul fallo, è ancora un po’ affannata, e molto sudata. Elena le si siede a fianco, le bacia il viso, anche lei prova una grande gratitudine commossa. Le accarezza i seni, la stringe a sé, poi si alza, si slaccia la gonna e la fa cadere a terra, appoggia le mani sulle spalle di Lorella, la fa distendere sul divano, le sale sopra, appoggia il sesso sulla sua bocca. Vuole un orgasmo, come se esigesse che Lorella la liberasse dalla tensione che fino a questo momento le ha prodotto. Anch’io sono molto eccitato, ma voglio rimandare la mia liberazione. Elena invece si strofina vigorosamente sulla bocca e sulla lingua di Lorella. Io stringo Elena da davanti, la sorreggo, lei si aggrappa a me, il suo viso si contrae, l’orgasmo la scuote, e all’improvviso inizia a piangere con violenti singhiozzi. Scende dal viso di Lorella, la fa rialzare, la abbraccia, Lorella la stringe, le sorride, la ascolta piangere. Potrebbe chiederle perché piangi, forse sarebbe lei ad avere diritto alle lacrime, non Elena. E invece la accarezza consolatoria, come se sentisse, se sapesse che è giusto così. Come se sapesse che sono lacrime di tenerezza, di amore, per lei.
Quando Elena, dopo molti minuti, si calma e rientra nel suo ruolo di amante e di datore di lavoro della piccola Lorella, la guarda, le sorride, le chiede se lo rifarebbe.
“Tutte le volte che vuoi” risponde Lorella, e la bacia.