LEI

Lei è vicina a me, seduta in macchina.

Lei è molto bella. Ha due occhi marroni di una profondità straordinaria, capelli castani dolcemente ondulati, gambe nude, lunghe ed abbronzate sotto una gonna bianca, che terminano in due sandali dall'aspetto elegante e sportivo nello stesso tempo, e trentasette anni. Di lei mi arriva un profumo delicato, che si fa sentire nell'auto senza insistere troppo.

Le ginocchia ripiegate di lei sono vicinissime alla leva del cambio, e ogni volta che cambio marcia la mia mano è costretta a sfiorarle; ma lei non le sposta.

Lei mi guarda e mi sorride, mi parla di sè e di quello che fa con simpatia e leggerezza. Non fa discorsi troppo personali.

Mi guarda e mi parla. Parla di questioni di lavoro, di quello che ha fatto e di quello che sta per fare, di quello che vorrebbe - ma tenendosi ben lontana da grandi conflitti esistenziali, da rimpianti, da desideri dolorosamente non realizzati. Non mi dà l'impressione di volere qualcosa a tutti i costi, da sé e dalla vita. Le piace sorridere, con quelle sue labbra sottili schiuse su denti bianchissimi, e forse questo sorriso è lo stesso di una persona che desidera ma non esige, che sogna sogni piacevoli ma leggeri e senza intenzione.

Lei è una mia collega di lavoro, a cui ho offerto un passaggio. Mi piace che lei sia li, che io, come altre volte, la stia riportando a casa, che abbia scelto proprio me per farsi acompagnare, oggi che c'è sciopero dei bus. Mi piace sentire la sua voce, la sua risata leggera ogni volta che io, o lei, diciamo qualcosa di divertente.

Lei scende di fronte al suo portone, dopo aver frugato alla ricerca delle chiavi nella sua borsetta-zainetto di pelle, ovviamente a lungo e senza trovarle subito, trovando invece e magari accendini, sigarette, agendine, penne ed altro.

La vedo scendere, chiudere la macchina con sicurezza, allontanarsi con le sue lunghe gambe e il suo passo leggero ed armonioso verso il portone, e poi voltarsi ancora un momento per salutarmi. Mi sorride e mi fa un cenno con la mano.

Mi allontano, e non vorrei. Mi sarebbe piaciuto trascorrere qualche minuto o qualche ora in più con lei, ma non avrei saputo bene come e perché. Sto bene insieme a lei, lo so e anche lei lo sa; mi piace, e in qualche maniera la desidero. Ma non ho ancora capito in quale maniera...

Questa sera esco. Ceno fuori, con un'amica; stiamo bene insieme e ci offriamo piccole complicità intime, eppure non posso fare a meno di continuare a pensare a lei, ai suoi occhi e ai suoi capelli, ai suoi sguardi sorridenti, alla sua voglia di parlare e di ascoltare.

Il giorno dopo, di nuovo al lavoro. Sono seduto alla scrivania, e la vedo ogni tanto passare, veloce, con dei fogli in mano; ogni tanto mi si avvicina, mi chiede delle informazioni o dei consigli, chinandosi a pochi centimetri da me e guardandomi attraverso le lenti dei suoi occhiali dalla montatura sottile, che porta solo quando lavora. Allora la camicetta rossa le si apre, quanto basta perché io possa vedere il reggiseno bianco, che protegge i suoi seni non piccoli, ma non ostentati.

Adesso è sera e io sono a casa. Sto preparandomi quancosa da mangiare, quando suona il telefono.

E' lei. Mi dice che ha bisogno del mio aiuto. Deve finire un lavoro urgente, da consegnare all'indomani, ma non dispone, sul suo computer di casa, del programma che le serve; tuttavia sa che io ce l'ho, e così mi chiede se può venire a casa mia, per lavorare sul mio computer. Non ho problemi a dirle di si.

Poco dopo sento suonare alla porta. Lei mi appare vestita con molta semplicità, ben diversa dall'eleganza studiata che sul lavoro è un obbligo per tutti. Si muove nel calore di questa sera di luglio semplicemente con una t-shirt stampata a colori vivaci, e un paio di pantaloni di tela leggera, sfilacciati alle caviglie. Ai piedi porta gli stessi sandali già visti, e devo dire che l'abbinamento - sandali quasi-eleganti, e abbigliamento, più che studiatamente "casual", davvero casuale - risulta molto piacevole.

Dopo qualche parola di saluto, si siede al mio computer, inserisce il suo dischetto e comincia a lavorare. Le chiedo se desidera qualcosa da bere - sì grazie, una birra, se c'è (c'è) - e poi mi allontano nell'altra stanza, per non disturbarla.

Mi siedo sul divano, e mi metto a leggere un libro. Due ore dopo, sento che lei si alza dalla scrivania, e me la vedo infatti comparire davanti. Mi sorride, si siede vicino a me e mi dice, con un sospiro di soddisfazione, che ha concluso il lavoro, che ne è perfino soddisfatta.

Mi piace guardarla, mentre parliamo del più e del meno, mentre beve un'altra birra che le ho stappato. I suoi occhi senza trucco mi parlano di verità, le sue mani e i suoi piedi, dalle unghie laccate dello stesso colore - un rosa tenue - mi sembrano bellissimi, uniche parti nude, oltre il viso, che il suo abbigliamento semplice e piacevole lascia scoperte.

Mi sto accorgendo che ho voglia di lei. Mi eccita, oltre che la sua bellezza, il suo odore, le tracce del suo profumo diurno unite a una forte impronta di sudore, di cui sembra non accorgersi, o non preoccuparsi. Probabilmente non ha avuto tempo di farsi una doccia prima di uscire di casa, questa sera, e in cuor mio la ringrazio di ciò, ma non glielo dico, per non metterla in imbarazzo.

Tra poco lei si alzerà e dopo avermi ringraziato, e magari dopo avermi dato un bacio - troppo poco tra persone che si vogliono bene, ma già molto tra colleghi di lavoro - se ne andrà a casa, e io resterò di nuovo solo, con lo stesso senso di delusione di ieri. Ma nello stesso tempo non ho voglia di provare a vivere un'avventura con lei. Ho quasi l'impressione che la ricerca di una seduzione, lo spingermi oltre, il cercare un'altra realtà, in qualche modo potrebbero danneggiare questa situazione di contemplazione estetica, questo vedere e sognare attraverso i suoi occhi, la lunghezza delle sue ciglia, la morbidezza, solo intuita, della sua pelle odorosa.

Cosa fare? La mia tristezza sembra già diventare disperazione. Devo fare qualcosa, e allora decido di parlarle. Non so, non credo che non possa capire; è una persona attenta e intelligente, e poi il suo sorriso è troppo bello per lasciare spazio a vergogne e repulsioni.

Ci provo; non la tocco, non voglio cercare di sedurla, non voglio attuare strategie per arrivare a un fine che non mi è chiaro quale sia e se lo voglio. Decido di dirle le cose come stanno, e poi succeda quello che deve succedere.

- Ascolta. Ti prego di non vivere con disagio quanto sto per dirti. Ma il fatto è che... io ho voglia di te.

Lei mi guarda senza sorridere, ma anche senza sorpresa e senza ostilità. Mi sembra invece attenta, come se volesse capire bene non le mie intenzioni, ma il senso delle mie parole. Allora io continuo, incoraggiato.

- Non è che desideri avere un'avventura con te, non è che vorrei portarti a letto così, tanto per farlo. Ho voglia di te, perché sei tu, perché sei bella... e guarda che non mi aspetto niente, non ti sto dicendo queste cose per ottenere qualcosa.

- Cosa vorresti da me? - mi risponde lei, con molta tranquillità, guardandomi negli occhi. Il suo sguardo, e il suono delle sue parole, mi smuovono una straordinaria sensazione di calore.

- Non lo so... - I nostri visi sono vicinissimi, ma io non sento l'impulso di baciarla, né sembra lei intenzionata a farlo; non provo l'istinto di prenderle una mano o di sfiorarla con le mie. Mi lascio parlare

- A me piace guardarti, bevo la tua immagine ogni momento, ogni istante in cui noi siamo insieme, ma non credo di desiderare altro che questo...

Ho paura di deluderla con le mie parole. Non so se lei provi qualcosa e che cosa per me, ma penso che nessuna donna potrebbe essere troppo contenta di suscitare un desiderio puramente contemplativo.

- Aspetta, allora provo a saperlo io... - mi risponde, con voce tranquilla. Si alza dal divano, si avvicina alla lampada alogena e la mette al minimo, facendo cadere la stanza in una dolce penombra. Poi mi dice: - Esci. Rientra quando te lo dico io.

Io obbedisco con piacere. Qualche minuto, poi la sento richiamarmi.

La vedo seduta sulla poltrona, di fronte al divano. Tutto quello che indossa è un sottile collier d'oro. Pantaloni, maglietta, mutandine e reggiseno sono posati su una sedia; i sandali sono appoggiati per terra, vicino alla stessa sedia. Le sue gambe sono ripiegate davanti a lei, e la mano destra è appoggiata ai piedi, che accarezza lievemente.

Mi fa cenno di sedermi davanti a lei. Ora è a due metri da me. Vedo i suoi occhi brillare nella penombra. Vedo i suoi seni; le loro aureole sono piccole e dure. Le gambe ripiegate mi impediscono di vedere altro, ma la sua mano sinistra sembra distrattamente appoggiata proprio sul pube.

Restiamo in silenzio per alcuni minuti, guardandoci negli occhi. Nessuno dei due dice nulla all'altro; nessuno dei due sente il bisogno di dire qualcosa. Mi sembra quasi di sentire il suo respiro, che mi pare di intravedere nel sollevarsi lento dei suoi seni. Faccio correre molte volte il mio sguardo lungo il suo corpo, dai piedi ai seni al viso; mi perdo tra i suoi capelli, le sue gambe, il suo collo. Ma il mio sguardo ricade sempre sui suoi occhi, che, senza malizia né impazienza, sembrano non staccarsi mai dai miei.

Poi mi accorgo che sta succedendo qualcosa. La sua mano sinistra ha cominciato un movimento quasi impercettibile. Si sta accarezzando, e continua a guardarmi. Il movimento diventa progressivamente più sensibile, fino a non poter essere più nascosto; né il movimento, né le sensazioni che esso le provoca. Chiude gli occhi, schiude la bocca, Sento distintamente, nel silenzio della sera inoltrata, il suo respiro farsi più intenso. La sua testa ricade all'indietro, sullo schienale della poltrona; la sua mano destra risale dai piedi, va ai seni che accarezza intensamente, poi ridiscende e affianca l'altra nel lavoro sul pube.

Io sono eccitato ed estasiato, ma non riesco a fare nulla, nemmeno imitare il suo momento di passione autoerotica. Ho l'impressione che lei abbia voglia di me, ma che anche la sua voglia non vada al di là del desiderio di avermi e di vedermi lì, di vedermi altrettanto eccitato quanto lei.

Pochi minuti dopo, si libera in un orgasmo devastante. I suoi capelli sudati e scomposti, appiccicati a ciocche sulla fronte, incorniciano un viso alterato dal piacere, lontanissimo dai sereni sorrisi che ben conosco. Resta, affannata, e apre gli occhi liquidi e mi guarda di nuovo e mi sorride sconvolta, come se mi vedesse per la prima volta solo in quel momento.

- Avvicinati - mi dice. Io lo faccio.

- Senza toccarmi - aggiunge. Devo dire che non ne ho quasi l'intenzione. La sua bellezza, in questo momento, ha qualcosa di sacrale. E poi mi basta il suo odore.

Sporge il viso e mi bacia sulla bocca; un piccolo bacio schioccato a fior di labbra. Poi, a bassa voce e gentilmente, mi invita ad uscire, per rivestirsi.

Rientro poco dopo, portando da bere. Lei è di nuovo vestita; solo i capelli scomposti e sudati, solo il colore acceso del suo viso e dei suoi occhi tradiscono l'estasi di poco prima.

Beviamo in silenzio, guardandoci e sorridendoci. Poi lei si alza, recupera le sue carte e si prepara ad uscire; sulla porta ci diamo un altro bacio, come quello di prima.

- Ciao.

- Ciao, a domani.

Vado a letto felice. Non desidero altro che quello che ho avuto, non so se lo avrò ancora, ma so che d'ora in poi, tra noi ci sarà una complicità come mai prima.

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