Dedicato ad Alemàr, con simpatia e stima
Chi mi conosce, sa bene quanto io ami la natura e la montagna. Amo camminare nei boschi, tra le cime rocciose o innevate, da solo o in compagnia. Quando sono in compagnia mi piace condividere l'amicizia, la complicità e il cameratismo, oltre all'ottimo formaggio locale o a qualche buona fetta di salame (il vino no, non mi piace, soprattutto in montagna; in questo non sarei certo un buon alpino…); quando sono da solo, invece, mi beo della compagnia di me stesso, della natura e degli alberi o delle rocce. Più raramente, degli animali; non certo perché non ce ne siano, ma perché ho un pessimo spirito d'osservazione, e se una marmotta o un camoscio non mi finiscono deliberatamente tra le gambe (cosa che è già successa varie volte) non possono certo sperare che sia io a vederli.
Quello che è certo, invece, è che ho un buon udito. E fu proprio il mio buon udito la causa dell'avventura che sto per raccontarvi.
Era pomeriggio inoltrato, e stavo camminando tra le abetaie delle mie montagne. Mi ero preso un pomeriggio tutto per me, allontanandomi dagli altri amici, insieme a cui avevo affittato un appartamento in un residence nel fondovalle per qualche giorno di vacanza.
Stavo camminando da poco meno di un'ora, godendomi il verde delle piante e l'azzurro crepuscolare del cielo, quando alle mie orecchie giunse un suono, anzi una vera e propria musica, rotonda, calda, piena. Era strano, ero convinto di essere l'unica persona lì in quel momento; da quando avevo lasciato l'auto non avevo ancora incontrato nessuno. Si era in piena estate e i paesi della valle erano pieni di villeggianti, ma sapevo che essi riservavano alle passeggiate salutistiche solo le ore della mattinata o del primo pomeriggio, e proprio per questo, data la mia voglia di pace e solitudine di quel momento, avevo invece scelto un'ora un po' più tarda per muovermi, confidando nelle mie buone gambe per essere a casa prima di sera.
Dunque, c'era quella musica gradevolissima, di cui tutta la vallata, foderata di verde cupo dai boschi, risuonava. Non mi era possibile capire di cosa si trattasse; se fossi stato in Austria avrei pensato ad un Waldhorn, un poetico corno dei boschi. Ma qui eravamo in Italia, e poi quel suono non era abbastanza cupo per poter venire da un corno; doveva trattarsi di qualcosa d'altro.
Voi che altro avreste fatto al mio posto? Io mi misi al suo inseguimento. Per prima cosa mi fermai e cercai di capire da che parte esso provenisse; fatica vana, sembrava venire da tutti i luoghi e da nessuno in particolare. Allora continuai a camminare, cercando e sperando di trovare delle tracce più consistenti. E intanto quel suono era come se colorasse ulteriormente il paesaggio, come se aggiungesse una quarta dimensione a quelle di un mondo già bellissimo. Non è che quel giorno fossi triste o di cattivo umore, ma guardarmi intorno e ascoltare quella musica, che era come mi fosse venuta lei a cercare, mi rendeva felice.
Ad un certo punto ebbi l'impressione che la musica provenisse proprio dal profondo del bosco; se continuavo a rimanere sul sentiero, che avevo praticato fino a quel momento, ben difficilmente sarei arrivato a qualcosa. E allora lo abbandonai e mi infilai tra le conifere, che ben presto mi inghiottirono nel loro verde; ora sarebbe stato ben arduo ritrovare la via per tornare indietro, ma la cosa non mi interessava.
Continuavo a camminare tra gli arbusti e i licheni, ma la situazione non sembrava migliorare; il suono ora si affievoliva, ora si intensificava, ora si affevoliva di nuovo. Avevo ormai perso quasi tutte le speranze, quando improvvisamente sbucai in una radura, ed ebbi modo di vederla.
Era una ragazza. Sola, indossava un paio di pantaloni sportivi e di una giacca di pelo, di quelle che sembra siano state fatte scuoiando una pecora e che si vedono spesso addosso ai montanari delle nostre valli. Aveva capelli castani, ricci, piuttosto incolti, che le ricadevano sulle spalle; a occhio e croce, incontrandola in città, la si sarebbe potuta scambiare per una hippy fuori tempo massimo, anche se sicuramente, pur non essendo una ragazzina, era sicuramente troppo giovane per aver potuto vivere da protagonista l'epoca dei figli dei fiori. Soffiava in uno strumento metallico, che luccicava al sole del tramonto, e che non riuscivo ad identificare; l'unica cosa che sapevo, è che aveva un suono molto bello.
Io ero alle sue spalle, coperto dai cespugli, e non sapevo bene cosa fare. Se fossi uscito allo scoperto avrei rischiato di spaventarla, e forse le mie intenzioni sarebbero state equivocate. In effetti avevo troppa voglia di conoscerla, di rivolgerle la parola, ma di certo non potevo interrompere la sua musica, che continuava a percorrere la valle in frasi lunghe e armoniose; per cui aspettai. Sicuramente non sarebbe andata avanti a suonare ancora a lungo - la sera incombeva, e l'aria si stava già rinfrescando - e quando avesse finito, avendo cura di non spaventarla, mi sarei mostrato a lei e mi sarei complimentato con lei per la sua musica. Per intanto, quindi, non avevo altro da fare che bearmi di quella musica, e ora anche di lei, di quella sua bellezza un po' selvaggia così giusta per il posto in cui si trovava. Rimasi nei cespugli alle sue spalle.
Ma in qualche modo, lei mi precedette. Concluse il brano che stava suonando con una lunga nota tenuta; poi abbassò lo strumento, si voltò lentamente e mi sorrise, affabile, come se avesse sempre saputo che io ero lì. Poi lo depose dentro una custodia di legno e si allontanò, entrando nel bosco dalla parte opposta a quella in cui mi trovavo io.
Io ero sconcertato. Non aveva potuto sentirmi arrivare, non mi aveva visto, non aveva provato meraviglia nel vedermi: come era possibile? Abbandonai il mio posto e cercai di raggiungerla.
In breve, fui di nuovo nel bosco, sulle sue tracce. Sentivo i suoi passi che spezzavano i rami, ma non la vedevo; oltre tutto ora stava proprio calando il crepuscolo. Provai a chiamarla: - Ehi! Dove sei? Aspettami, ti voglio parlare! - ma non ottenni risposta.
Il bosco, senza la sua musica, era ora precipitato in quel silenzio un po' inquieto che precede la notte. L'incanto di poco prima si era interrotto, e tutto sembrava più lugubre e solitario.
Continuavo a sentire i suoi passi che si muovevano davanti a me; continuai a correre, ma ormai inciampavo troppo nelle radici affioranti e nei rami, un paio di volte mi trovai disteso per terra.
Dovevo rassegnarmi. Era troppo tardi per continuare a camminare, o per tornare indietro; era quasi buio, avevo smarrito la strada e sapevo che in prossimità del punto in cui mi trovavo c'erano dei precipizi molto pericolosi. La cosa più intelligente che potevo fare, visto che oltre tutto fino a quel momento di intelligenza non è che ne avessi esibita molta, era infagottarmi alla meglio nella mia giacca a vento e aspettare la luce del giorno successivo, quando, con un po' di pazienza, sarei sicuramente riuscito a rimettermi sul giusto cammino. Certo, chi mi aspettava giù in paese si sarebbe preoccupato non vedendomi tornare, ma qualsiasi tentativo di rientro sarebbe stato troppo pericoloso. Avrei fornito scuse e spiegazioni il giorno successivo, speravo solo che non allertassero il Soccorso Alpino.
Certo, comunque, che ero molto stupito dello spettacolo a cui avevo assistito. Quella ragazza doveva sicuramente avere una tenda, un ricovero di qualche genere, non poteva essere arrivata lì a quell'ora dal fondovalle per fare il suo concerto solitario e tornarsene a casa. E poi quella sua musica era così bella, così giusta…
Va bene. Ero lì che mi preparavo a una notte difficile e affamata, addossato a un masso che almeno mi avrebbe protetto le spalle dal vento, quando un fruscio di foglie smosse mi fece sobbalzare. Aguzzai la vista, e mi accorsi che davanti a me, a non più di cinque o sei metri, c'era una piccola volpe che si stava avvicinando. Superato lo spavento, mi rallegrai di quella vicinanza; mi trovavo mio malgrado a fare il naturalista e a studiare le abitudini notturne degli animali silvestri.
Ad un tratto, il piccolo animale mi vide e si voltò verso di me. Mi sarei aspettato che scappasse, ma invece mi squadrò a lungo con i suoi occhietti piccoli, con quella tipica curiosità per l'uomo che ho trovato spesso negli animali selvatici, meno paurosi e diffidenti di quanto comunemente si crede. Non solo non scappò, ma mi avvicinò con passettini cauti. Io stavo fermissimo, cercando di confondermi il più possibile con la pietra; avevo paura che, se si spaventava, avrebbe potuto attaccarmi, e avevo sentito parlare parecchio della rabbia silvestre…
Ma non mi attaccò. Anzi, si fermò a un paio di metri davanti a me, si sedette e mi disse:
- Dormono le cime dei monti, dormono le valli, le balze e le forre; dorme la selva e gli animali che nasconde la nera terra; le fiere dei monti e la stirpe delle api, i pesci nelle profondità del mare agitato. Dormono le stirpi degli uccelli, dalle ali distese. Ma tu, scusa, perché non dormi? E poi, cosa ci fai qua? Non dovresti essere con la tua gente?
- E' per via della musicista - le risposi. - Quella ragazza che era qui un'ora fa, e che ha suonato a lungo proprio per le cime dei monti e le valli. Mi sarebbe piaciuto incontrarla, ma se n'è andata prima che potessi rivolgerle la parola…
- Ah, allora sei proprio tu! - mi rispose la volpetta. - Sapeva che la stavi seguendo nel bosco, poi a un certo punto non ti ha più visto, e così mi ha mandato a cercarti. Vieni, seguimi, ti sta aspettando.
Cominciai a seguirla lungo sentieri oscuri che sembrava conoscere; lei mi saltellava davanti, io cercavo di starle dietro. Avevo paura di inciampare nei rami e nelle pietre, ma in realtà camminare al buio si dimostrò più facile di quanto pensassi. Quando era avanzata troppo, si fermava ad aspettarmi, e poi riprendeva il cammino.
Camminando, mi resi conto che in tutta quella vicenda c'era qualcosa che non andava. Che una volpe parlasse era già abbastanza strano; che conoscesse a memoria Alcmane, poi, rasentava l'assurdo. Per fortuna non aveva recitato i suoi versi in greco antico, a quel punto avrei veramente pensato di essere andato definitivamente fuori di testa.
Circa un quarto d'ora dopo, vidi una leggera luce in lontananza. Avvicinandoci ulteriormente, scoprii che proveniva dalla finestra di una grangia in pietra, una delle tante, spesso abbandonate e diroccate, che costellano le nostre montagne. La volpetta mi disse: - E' li dentro, ti sta aspettando. Ciao! - Mi strizzò l'occhio e si allontanò.
Io mi avvicinai alla capanna, e spinsi la porta di legno, che cigolò sui cardini. All'interno, tuttavia, il suo aspetto dismesso cambiava totalmente; c'era una luce calda e intensa, un bel fuoco nel camino, e, sul tavolo di legno, due scodelle piene di minestra, una grossa forma di pane rustico e vari pezzi di formaggio sembravano aspettare proprio me. E ovviamente c'era anche lei, che sbucò subito da una porta in fondo alla stanza. Era ancora vestita come l'avevo vista, con la giacca di pecora e i pantaloni spessi. Mi guardò con due occhi azzurrissimi, mi sorrise, e mi rivolse la parola in una lingua strana, dal suono antico, che non riuscii ad identificare. Lei stessa, nel suo aspetto così semplice e naturale aveva qualcosa di inattuale; quando l'avevo scorta al tramonto, nella radura del bosco, avevo pensato agli hippy. Ma in realtà la sua inattualità sembrava molto più lunga, molto più altra…
Devo dire che in quel momento mi sentii molto scemo; non solo prima non ero riuscito a seguirla nel suo cammino nel bosco, al punto che lei aveva dovuto ricorrere all'aiuto della volpetta per ritrovarmi; adesso non capivo un accidente di quello che stava dicendo. Ma i suoi occhi, il suo sorriso ampio in mezzo a un paio di labbra spesse e carnose, che sembravano non aver mai conosciuto ombra di trucco o di rossetto, mi facevano capire che in lei non c'era timore. Con un gesto mi invitò a sedermi al tavolo, e anche lei fece lo stesso.
La ringraziai, e cominciai a mangiare voracemente. Quella minestra d'orzo e di erbe era eccezionale, e anche i vari formaggi non erano da meno. Lei, seduta davanti a me, mangiava più lentamente; e di tanto in tanto mi accorgevo che i suoi occhi erano costantemente posati su di me, come il suo sorriso. Le ero profondamente grato per l'attenzione che mi stava prestando. Va bene, la causa del mio smarrimento nel bosco era stata proprio lei, con la sua musica; tuttavia non poteva saperlo, e in ogni caso non gliene volevo, figuriamoci.
Alla fine della cena, a gesti le feci capire che la sua musica mi era piaciuta moltissimo, e che mi sembrava veramente quanto di più giusto e di più adatto ci potesse essere per quei paesaggi e per quelle montagne. Lei mi accenno di sì, e fu contenta del mio apprezzamento; mi sembrava che capisse molto meglio ciò che pensavo, di quello che ero riuscito ad esprimere. Evidentemente, tra noi due il più limitato finivo per essere comunque io!
Si alzò, e si avvicinò alla credenza addossata al muro, su cui era poggiato lo strumento con cui mi aveva incantato, che finalmente riconobbi: si trattava di un sax contralto. Ma lei lo suonava in una maniera così unica e personale, dal rendere del tutto irriconoscibile il suo timbro. Ma fu un altro strumento quello che prese: un flauto traverso. Poi afferrò un lume a petrolio, si avvicinò alla porta della grangia, e mi fece cenno di uscire con lei.
Fuori non faceva freddo; c'era al contrario un'aria ferma e tranquilla, quanto di più placido e sereno avessi mai potuto immaginare. Si sedette su una panca di legno addossata al muro, mise il lume a poca distanza da lei, poggiò le sue bellissime labbra sull'imboccatura dello strumento, chiuse gli occhi e cominciò a suonare. Io mi sedetti su una pietra, di fronte a lei, per poterla guardare e godere della sua vista, che era sublime. Le sue mani lunghe e sottili si muovevano con agilità sulle chiavi; il suo respiro profondo ritmava le frasi, e il suo corpo - in particolare i suoi seni, che indovinavo, sotto la pesante giacca di pecora, molto grandi - si muoveva con esso.
La musica del flauto era adatta alla notte quanto quella del sax lo era per il tramonto. E anche adesso nelle sue note non riconoscevo nulla di già sentito; solo molta morbidezza, molta serenità.
Sentii qualcosa, o qualcuno, che si muoveva intorno a me. Allora per un attimo distolsi gli occhi da lei, mi guardai intorno, e non credetti ai miei occhi.
Al mio fianco c'era la volpetta che mi aveva condotto dalla bella suonatrice, seduta nell'erba e circondata dalla sua lunga coda, che la ascoltava attenta. Ma non c'era solo lei; c'erano anche due marmotte, un'intera famiglia di topi quercini, una femmina di camoscio con il suo cucciolo, tre gatti selvatici, alcune lucertole e persino un paio di serpenti. Alzai lo sguardo, e, pur senza vederlo bene, intuii che i rami più bassi degli alberi di fronte alla capanna erano incurvati dal peso degli uccelli, anche loro giunti in silenzio per ascoltare il canto della notte.
Mi vennero alla mente tutte le leggende, antiche quanto il mondo, di animali e belve incantati o ammansiti dalla musica. Pensai al Flauto Magico di Mozart, ad Orfeo, a tutti gli altri episodi analoghi, e pensai che tutto quello che descrivevano doveva essere vero. In quel momento mi sentii veramente parte del mondo, e ne fui felice. Ma non volli pensare oltre; volli soltanto continuare ad ascoltare, e a guardare la straordinaria bellezza di quella suonatrice, nella luce fioca del lume a petrolio.
Non so se quell'incanto durò molti minuti o molte ore. So solo che ad un certo punto, con una nota lunga, lei si congedò dalla musica, dalla notte e dal popolo di piccoli amici, che ebbi l'impressione la ringraziassero con un lungo applauso silenzioso. Poi essi si allontanarono, ognuno per la sua strada. Anche la volpetta mi fece un mezzo sorriso, come se avesse voluto dirmi: hai visto che roba? E poi si allontanò.
La bella flautista si alzò, e prima di rientrare nella capanna mi invitò a seguirla, tendendomi la mano e sorridendomi. Rientrammo così, in due, tenendoci per mano come ragazzini. Mi condusse nella stanza alle spalle di quella dove avevamo mangiato, e mi indicò un letto rustico, imbottito di paglia. Poi si allontanò.
Io mi spogliai e mi sdraiai; pensavo che lei fosse andata a prepararsi un letto nell'altra stanza. Ma invece poco dopo, miracolo insperato, la vidi rientrare, guardarmi, sorridermi, soffiare sul lume. La stanza piombò in un buio assoluto. Sentii il rumore dei suoi vestiti che cadevano per terra, e poi sentii il suo corpo che si allungava vicino a me, sotto le coperte.
Caldo, morbido, grande. Con un intenso odore di erbe selvatiche. Lo sentii mettersi sopra di me, sentii i suoi grandi seni ondeggiare e offrirsi al mio petto con un solletico sublime. Erano effettivamente molto grandi, come immaginavo. Sentii poi le splendide labbra della bella musicista appoggiarsi alle mie in un breve bacio, sollevarsi un attimo, ricadere sui miei occhi, sulle mie guance, sulla mia fronte, in modo casuale e imprevedibile.
Dovetti allargare molto le gambe per accogliere un ventre piuttosto largo, che si appoggiò al mio pene come se non avesse mai desiderato altro. Lei vi strofinò contro, a lungo, la pancia; e quel movimento, su e giù, che lavorava il mio pene come si fosse trattato di un pezzo di pane, mi stava portando lentamente a un'eccitazione ineffabile. Molto diversa, comunque, da tutte quelle che fino a quel momento le mie amanti mi avevano saputo donare: in tutti quei movimenti, in quegli odori e in quei sapori c'era qualcosa di armonico e di arcaico, esattamente come in lei e nella sua musica.
Mi prese la testa tra le mani, accarezzandomi i capelli. Poi appoggiò ancora le labbra schiuse alle mie, e finalmente ci baciammo, in un bacio grande e profondo. Anche se era buio, la vedevo sorridermi, e sentivo il suo respiro caldo e lungo, come sentivo il suo cuore che batteva straordinariamente lento e profondo, come se fossero il respiro e il cuore della terra. Passai anch'io la mano sui suoi capelli incredibilmente ricci, e dai capelli scesi lungo la schiena, larga e forte; sentivo e vivevo sotto i polpastrelli tutti i suoi muscoli vivi e sensibili.
Scesi ancora, lungo i fianchi e l'addome, fino ad arrivare al magico punto in cui si apre il solco che conduce alle porte dell'infinito. E anche lì scesi lentissimamente, aspettando e ascoltando il suo respiro farsi più concitato ed eccitato, cosa che in effetti successe, ma in misura minima. Solleticai il piccolo buco, vi feci penetrare appena l'unghia, e poi scesi oltre, perdendomi nel bagnato e nel profondo.
Ebbi voglia di darle di più. Allora la rovesciai sulla schiena (facendo uno sforzo considerevole), feci scendere la mia bocca lungo il suo collo, lungo lo sterno e fino ai seni, che baciai. Presi in bocca un capezzolo, stringendo l'altro con le dita, e lo sentii grande, rilevato, profondamente offerto; ebbi come l'impressione che mi trasmettesse forza ed energia.
Scesi oltre, arrivando fino al ventre. E fu l'ora di bere il suo sesso, cosa che feci a lungo, trovando anche qui un gradevole ed acre sapore di selvatico. Lei restava in silenzio; sentivo solo il suo corpo inarcarsi verso l'alto, lo sforzo e la tensione di tutti i suoi muscoli di offrirsi. Accompagnavo il lavoro della mia bocca con quello delle mani.
Durò molto a lungo, finché non sentii il desiderio imperioso di penetrarla. Allora risalii, le entrai dentro profondamente e mi persi in lei. E questa è l'ultima cosa che ricordo di quella straordinaria notte.
Fu la luce del giorno a risvegliarmi, per la precisione un raggio di sole che, entrando da una finestrina dal vetro impolverato, cadeva direttamente sulla mia faccia. Respirai profondamente, lasciando che a poco a poco la vita ritornasse in me; uno alla volta chiamai a raccolta i miei muscoli intorpiditi, ed essi mi risposero.
Ma lo stupore venne poco dopo, quando mi guardai intorno. Tanto per cominciare, ero completamente vestito; poi l'interno della grangia non era affatto ordinato e ben curato come lo ricordavo la sera prima. Anzi, non c'erano neanche i mobili; né il tavolaccio, né tanto meno la credenza su cui erano appoggiati gli strumenti. Il caminetto, in un angolo, c'era, ma le ceneri erano fredde; sembrava non fosse stato acceso da molti anni. C'era anche il letto su cui avevo dormito, ma più che un letto si trattava di una vecchia rete arrugginita, su cui era appoggiato un rozzo pagliericcio.
Uscii fuori. Nulla e nessuno, a parte le consuete montagne; almeno il tempo era bellissimo, c'era un sole splendido nel cielo azzurro. Sulle cime più alte, brillavano vivide macchie di neve. Dalla posizione del sole, doveva essere il primo pomeriggio.
Mi sedetti su una pietra, e cercai di riflettere su quanto era accaduto (…accaduto?). Era evidente che dovevo aver sognato tutto, la musicista silvestre, la volpe parlante, il concerto per gli animali, la nostra straordinaria notte d'amore. Un sogno, per quanto vivido e intenso.
La cosa mi dispiaceva un po', ma d'altro canto mi rassicurava; tutto quello che era accaduto, se fosse accaduto veramente, sarebbe stato veramente pazzesco… e il pazzo probabilmente ero io. Invece: probabilmente la sera prima, sorpreso dal buio, avevo trovato un insperato ricovero in quella grangia mezza diroccata, e mi ero profondamente addormentato. Sì, doveva essere la spiegazione più logica, anche se di questo non avevo nessun ricordo.
All'improvviso mi ricordai dei miei amici: erano quasi ventiquattr'ore che mi ero allontanato dal residence in paese, con ogni probabilità mi stavano cercando disperatamente, e magari avevano anche allertato il Soccorso Alpino. Dovevo ritornare al più presto! Presi il mio zainetto, individuai fortunatamente abbastanza in fretta il cammino per la discesa e mi buttai a rotta di collo verso il paese, anche se per riconquistare il fondo valle mi ci vollero comunque quattro ore buone. Di tanto in tanto mi guardavo intorno, immaginando di vedere una pattuglia del Soccorso Alpino muoversi alla mia ricerca, o il volo di un elicottero.
Ad un tratto vidi davanti a me una piccola volpe. La riconobbi: era proprio lei! Era la mia guida della sera prima. - Ehi, ciao! - la chiamai d'impulso, senza chedermi se ciò avesse o meno un senso. Ma quella si voltò, mi guardò per un attimo e poi sparì veloce nel folto del bosco. Meno male, mi dissi. Ma non ne ero troppo convinto…
Quando arrivai in paese, vidi che tutto era molto tranquillo, come sempre. I villeggianti bighellonavano davanti al bar, le madri andavano a fare la spesa nei pochi negozi tirandosi dietro i pargoli o spingendoli nei carrozzini. Nessuno manifestò sorpresa nel vedermi comparire; e dire che l'ipotesi di cercare un viandante smarrito, pensavo, avrebbe significato un simpatico diversivo, una vivace botta di vita per tutti… Mi sentii un po' deluso.
Ma ancora di più rimasi perplesso quando, raggiunto il residence, entrai trafelato nel nostro appartamento, chiedendo scusa e pronto a dare spiegazioni. Marco era sulla terrazza, immerso nella lettura del Sole 24 Ore; figuriamoci, se quello non si fa la sua pera quotidiana di titoli, azioni, futures e analisi di mercato va in crisi di astinenza…
- Ehi, ciao! Sono qui!
- Ti vedo! - mi disse lui, alzando appena gli occhi dal giornale colorato. - E' andata bene la passeggiata?
- Benissimo - risposi, cominciando a sentire una certa irritazione per la sua indifferenza. - Solo che mi sono perso, e sono riuscito a tornare solo ora. Avete fatto bene a non farmi cercare, non ce n'era merito… - Quest'ultima frase la dissi con un certo accento di sarcasmo.
- E perché mai avremmo dovuto farti cercare? Altre volte le tue passeggiate solitarie sono durate ben più a lungo di due ore!
- Due ore?! - feci io perplesso. Lui guardò l'orologio. - Un'ora e cinquanta minuti, per la precisione.
- Ciao! Già qui? - fece Marina, allegra come sempre, entrando in casa dopo aver fatto la spesa. - Non contavamo di vederti prima che fosse venuto buio! Hai avuto dei problemi?
Guardai anch'io l'orologio, e soprattutto il calendario. Avevano ragione; erano trascorse due ore scarse, ed oggi… era ancora ieri. Provai un attimo di panico, ma cercai di non darlo a vedere. - Scusatemi, vado a riposare. Chiamatemi quando è ora di cena - dissi loro, e andai in camera da letto.
Mi buttai sul letto. Evidentemente avevo liquidato un po' troppo in fretta tutta quella vicenda come un sogno; potevo anche aver sognato la bella musicista, ma la grangia in cui mi ero risvegliato senza essermi addormentato non poteva essere un sogno. E poi, ero partito per la passeggiata verso le quattro del pomeriggio; mi ero risvegliato nella grangia non più tardi delle due dello stesso giorno. O il tempo si era messo ad andare alla rovescia, o c'era sotto qualcosa.
E questo qualcosa non poteva essere che la fata dei boschi, colei che accoglie i viandanti smarriti e restituisce loro la strada, di cui, quand'ero bambino, mia nonna mi raccontava spesso. Chiusi gli occhi, e nel dormiveglia che mi concessi fino all'ora di cena la rividi, con la sua fedele volpetta seduta vicino, che mi sorrideva affettuosamente con aria complice.