Lisa o la cavigliera tintinnante


 

Sono per strada, camminando non so bene verso dove, in una bianca e polverosa mattina d'inizio estate in città.

All'improvviso un leggero tintinnio mi chiama fuori dai miei pensieri, e mi riporta nella realtà che mi circonda; oppure ancora più fuori, volendo.

Alzo lo sguardo. Vedo dall'altra parte della strada una ragazza, o meglio la parte superiore di lei, essendo il resto coperto dalle auto in sosta. Non troppo alta - a occhio e croce uno e sessanta, uno e sessantacinque -, capelli castani, lunghi e lisci, che le cadono sulle spalle con serena normalità, come del tutto normale - né bello, né brutto - è il suo viso. Porta un paio di grossi occhiali rotondi, e si muove a passo spedito, un po' saltellante, con dei libri sotto il braccio. Evidentemente una studentessa; probabilmente sta andando verso il palazzo dell'Università.

Mi colpisce quel tintinnio che ritma i suoi passi. Mi sposto, passando dietro di lei; voglio vedere quale ne sia l'origine, forse più per curiosità che per vero e proprio interesse - non è proprio il tipo di ragazza che, in altri contesti, avrebbe solleticato le mie passioni più o meno erotiche.

Ma mi intriga quella sua aria da brava studentessa che va a fare il suo dovere. Non, insomma, una di quelle tappate di pelle dalla testa ai piedi (…racchiusi peraltro in anfibi pesanti e niente affatto erotici), con anellini ficcati nel naso, nel labbro, nel sopracciglio, con pettinature multicolore scolpite e curriculum quasi sicuramente artistico-teatrale, che incontri nei corridoi o nei dintorni della Facoltà, ma anche ai vernissages delle mostre di pittura, ma anche ai concerti dei centri sociali, ma anche alle conferenze informative della famosa compagnia teatrale americana, ma anche; né una di quelle dell'altro tipo, vestitini firmatini e scarpettine firmatine, trucco giusto, scollature e spacchi giusti, che marciano sicure e indifferenti a tutto, con quell'arietta da "ce l'ho ma non te la do", verso l'esame giusto - Economia Politica o Istituzioni di Diritto Privato - pronte a trovare quanto prima il lavoro giusto, a fare il matrimonio giusto con l'ingegnere o il commercialista giusto e a fare i figli giusti da mandare nelle scuole giuste, eccetera… (giusto).

Questa, invece, è del terzo tipo: una persona talmente ordinaria, quotidiana, senza grilli per la testa, da poter attraversare la banalità da protagonista. Talmente tanto che invece è l'unica che poi finisce per essere osservata, magari lo sarebbe anche senza quella piccola e gradevole bizzarria che scopro immediatamente, non appena sono dietro le sue spalle, e che nell'arco di mezzo secondo mi ha già affascinato.

Ora posso vedere la sua figura intera. Indossa dei pantaloni corti appena sopra le caviglie, e delle scarpe dai tacchi molto alti, che lasciano scoperto solo il tallone, assicurato con una cinghietta. E, alla caviglia sinistra, ecco finalmente la fonte di quel piacevole suono ritmato dal suo passo: una cavigliera formata da una catenella di metallo intrecciato.

Quel suo muoversi, lei così piccolina, su quei tacchi molto alti, fa ulteriormente tenerezza; ed ecco quindi anche la ragione di quel suo procedere a scatti. Non posso fare a meno di seguirla ancora, guardare verso dove si sta muovendo, cercare di gustare la sua immagine il più a lungo possibile.

Arriva alla fermata dell'autobus, si ferma ad aspettarlo. Mi fermo anch'io. L'autobus arriva, quasi vuoto; lei sale. Io salgo. Mi accosto a lei, a circa un metro. Guarda fuori dal finestrino, probabilmente sta ripassando mentalmente qualche lezione. Il mio sguardo continua a percorrere, senza troppa fatica data la dimensione del soggetto, tutto il suo corpo, soffermandosi ora sul suo viso assorto, ora sui suoi piedi di cui uno ornato dalla cavigliera risuonante, ora dai suoi seni, rotondi e ben fatti, che sulle prime non avevo notato.

Ad un certo punto si volta. Mi guarda. Probabilmente ha sentito i miei occhi accarezzarle la pelle; per alcuni secondi - che mi sembrano lunghissimi - i nostri sguardi si incontrano. Io mi sento molto imbarazzato, come colto in flagrante; ma non sposto il mio sguardo, mi sembrerebbe un'ammissione di colpa. Poi, lei gira lentamente la testa e ricomincia a guardare fuori dal finestrino.

I suoi occhi sono castani come i suoi capelli, piuttosto severi, o forse a me sono sembrati tali, sentendomi bersaglio di un muto rimprovero. Ma è una severità che fa sorridere più che spaventare, dato il tipo di personcina.

Non ci sono altri contatti visivi tra noi. Io cerco di fare l'indifferente. Quando il bus arriva in prossimità del palazzo dell'Università, lei scende; io anche, e la seguo ancora. Riecco quel tintinnio che mi intriga, riecco quel suo camminare un po' rigido, un po' sussultorio - non deve essere troppo abituata ai tacchi alti. E' curioso, penso: non mi sono mai sentito attratto dalle ragazze che non sanno muoversi con una certa armonia e grazia dei movimenti, cosa che considero di gran lunga preferibile alle canoniche belle forme, penso. Ma non bisogna mai dire mai, penso.

Entra nel palazzo, cammina fino alla bacheca dove sono affissi gli elenchi degli appelli degli esami di giurisprudenza, che conosco bene anch'io perché anch'io, senza alcuna fretta, studio giurisprudenza, fa scorrere il ditino, cerca un nome, probabilmente il suo nome, sotto la voce "Diritto costituzionale II", e lo trova, così mi sembra, a fianco della scritta "giovedi ore 14,30". Giovedi è oggi. E' evidentemente l'ora che è stata assegnata, a lei e ad altri cinque tapini, per sostenere quell'esame; ma siamo ancora in tarda mattinata. Così posso anche leggere il suo nome: Lisa.

Improvvisamente si volta verso di me. Mi guarda con uno sguardo tra il severo e l'ironico, e mi chiede a bruciapelo: - Lo fai spesso, di seguire le studentesse fin dentro la Facoltà? -

Che fare? Buttarmi o non buttarmi? Far finta di niente, magari far l'offeso per il suo atteggiamento (può essere benissimo un caso che abbiamo fatto la stessa strada e ci troviamo nello stesso posto alla stessa ora) o scoprirmi brutalmente?

Ma la situazione scollega la ragione e l'istinto, facendo cosa buona e giusta. Così è il secondo a rispondere, senza tempo e senza esitazione: - Veramente… seguo solo quelle che indossano cavigliere tintinnanti, Lisa -.

Siamo al dunque. Ora può voltarsi, allontanarsi seccatissima, rispondermi con un sibilante "gira al largo", o un "sei scemo?" (…tipiche frasi che le fanciulle utilizzano per liberarsi degli importunanti da strada, razza tipicamente italiana, sembra. Tempo fa avevo visto in mano a due mie amiche polacche una guida turistica, anch'essa scritta nella lingua papale, che istruiva saggiamente all'uso quotidiano di queste espressioni, debitamente tradotte, dal momento che sembra che la ragazza sola che viaggia in Italia sia comunque costretta a servirsene; la cosa mi aveva fatto rotolare dal ridere, ma ripensandoci ora non c'è poi così tanto da ridere, anzi ora la trovo decisamente odiosa. In fin dei conti, se una ragazza ti piace, che c'è di male a provarci?).

E invece no. E invece lei mi lancia un mezzo sorriso, forse anche piacevolmente sorpresa perché io mi sono già impadronito del suo nome; non solo, alza da terra il piede sinistro, lo scuote leggermente, facendo tintinnare provocatoriamente la cavigliera. E' un momento bellissimo: la sua consapevolezza del tintinnio di quella cavigliera, e forse (sicuramente) dell'erotismo che ne promana, che mi ha attratto a lei, la vivo come un istante di sogno e di desiderio nel quale, finalmente, siamo complici. Poi riprende a guardare la bacheca degli esami, io anche. Mi chiede, stavolta senza ironia: - Devi sostenere anche tu Costituzionale II? -

- Veramente no - le rispondo - sono ancora agli esami fondamentali.

Sono veramente felice di poter avere questo argomento di conversazione; ringrazio il momento di follia di due anni prima, quando avevo deciso di iscrivermi a Giurisprudenza. E il fatto di appartenere alla sua stessa tribù in qualche modo mi dà un po' di più titolo per parlarle, e a lei per ascoltarmi.

- Vabbè - dice Lisa, con (finta) rassegnazione. - Andiamo a prenderci un caffè, tanto prima di oggi pomeriggio non passo.

E così, gioia insperata, eccoci uscire insieme dal palazzo dell'Università e insieme andare al bar all'angolo, stranamente tranquillo per quell'ora. Ci sediamo ad un tavolino lontano dall'ingresso; ordino un caffè per lei, un succo di frutta tropicale per me perché ho una sete bestia, sarà la situazione. Mi piace la sua spigliatezza, il suo atteggiamento ironico nei miei confronti, la severità del suo sguardo, che in fin dei conti non è altro che un gioco scherzoso.

Parliamo, ovviamente, di studi, di esami, di professori e di appelli. Io guardo i suoi occhi, dietro gli occhiali grandi, e vi leggo ora dolcezza, ora stupore, ora riso e tenerezza. Mi piace sempre di più.

- E così, ti piace la mia cavigliera… - mi dice a un tratto, sorridendomi. Sono felice di poter tornare in argomento, e per sua iniziativa, poi.

- Sì, veramente devo proprio dire che mi piace molto. Sai? Il suo tintinnìo, ma fa un non so che…

- E' un regalo di Michele, il mio ragazzo; me l'ha comprata quando siamo stati in Marocco, vendono un sacco di cose di questo genere, all'inizio ti chiedono cifre spropositate, ma se tiri un po' sul prezzo poi te le porti via per due lire…

Ahi! E così c'è di mezzo questo Michele ragazzo… e il fatto che lei me lo abbia detto così subito ha molto il suono di una porta che si chiude. Vabbé, pazienza, non si può avere tutto dalla vita; e poi è già molto, in fin dei conti, essere lì con lei, poter guardare quel suo piedino col tacco alto e la cavigliera esibito consapevolmente davanti ai miei occhi, una gamba accavallata all'altra a poche decine di centimetri da me.

Comunque faccio l'indifferente. Le chiedo del Marocco, se sono bei posti, se si è divertita, e così ho modo di parlarle anch'io dei miei viaggi, di quelli che ho fatto in compagnia e di quelli solitari, di ciò che ho visto e sognato… Ma non voglio allontanarmi troppo dal seminato. E infatti torno a tromba: - Sai una cosa? Tempo fa una mia amica mi ha prestato un bel libro sull'erotismo. E ho letto una cosa molto interessante: che portare una cavigliera ha un preciso significato erotico.

- Ah sì? - chiede lei, con leggero aroma di ironia nella voce: apertura moderata, come previsto dal regolamento. Brava Lisa, avrai almeno quindici anni meno di me ma sai giocare bene. - E cioè?

- E' un segno di sottomissione. Da parte di chi la porta, nei confronti di qualcuno. O meglio, era così una volta, quando non era ancora diventato una moda. Adesso quasi tutte le ragazze si fregiano di cavigliere nella stagione calda. E' molto bello, ma non so quante siano consapevoli del loro significato.

- Beh, io lo sono. Per me è proprio così.

Cazzo! Afferro il bordo del tavolino con entrambe le mani per non rotolarci sotto. Sento una leggera vibrazione bagnata nelle regioni meridionali.

- Ah sì? - le chiedo, simulando spigliata indifferenza, ma non troppo. - E a chi sei sottomessa?

Lei sorride, che bei denti in quella bocca piccola piccola con un'ombra di rossetto: - Ma è ovvio. A Michele.

Prendere tempo. Prendere il succo di frutta e berne un'ampia sorsata. Vorrei che fosse corretto al gin, dodici parti di gin e una di succo di frutta. E' curioso, mi sta parlando di questo Michele che, maledizione, non sono io, ma le sue parole non mi feriscono più. E io sono emozionato, emozionatissimo, bestialissimamente emozionatissimo.

Ho voglia di progredire nel discorso, almeno fin dove lei mi lascerà farlo.

- Strano - dico. - Non hai proprio l'aspetto di una che si fa sottomettere facilmente. Secondo me mi stai pigliando in giro. - Provoco sapendo di provocare.

- Dipende da chi. Sottomettermi è una cosa che scelgo io, in totale libertà. Nessuno mi costringe. Nemmeno lo stesso Michele può costringermi, figuriamoci un altro.

- Ah. E in cosa consiste la tua sottomissione?

- Perché te lo dovrei raccontare?

Bravissima. Bel colpo. Consapevole, e direi anche un poco sadica. Sa perfettamente che io in questo momento sono sui carboni ardenti, e ci gode. Ma sono anche sicuro che queste non saranno le sue ultime parole. A questo gioco possiamo divertirci in due.

Provo ad alzare il tiro e ad andare sul pesante; mi gioco il tutto per tutto, anche se so che questo potrebbe provocare una sua chiusura: - Perché a raccontarlo ci godi, quasi come a farlo.

Lei non mi guarda, sorride leggermente, afferra il mio succo di frutta e ne beve un sorso. Ha incassato bene, e mi sta mandando un segnale di complicità. Mi piace sempre di più.

Rimette il bicchiere sul tavolino, deglutisce, lentamente alza lo sguardo e lo mette nei miei occhi, attraverso i suoi occhiali tondi. Ora è seria, ma sempre serena.

- Però, forse ci hai preso - mi dice, abbassando la voce - in effetti, sottomettermi non significa sottomettermi. In realtà, io non mi sono mai veramente sottomessa.

- Cosa? - chiedo io. Il suo discorso si fa piuttosto criptico.

- Intendo dire che non mi piace farmi umiliare, non chiamo Michele "mio signore e padrone", e soprattutto non mi considero la sua schiava; non usiamo finimenti di cuoio, o altre scemate del genere. So che queste sono cose molto diffuse in un certo tipo di giochi, ma non è il mio genere, il nostro genere.

- Ah! - dico. Sono contento di avere avuto ragione, anche se adesso non ci capisco più niente. - E allora, in cosa consiste la tua sottomissione?

- Semplice. Nel fatto che mi rendo disponibile a farmi far male da lui, a provare dolore; nient'altro che questo. E solo perché il dolore rinforza il mio piacere che segue. Lui adora questa mia disponibilità, e ne facciamo un gioco. Ma è solo un gioco; non c'è spazio per violenze, fisiche o psichiche… C'è solo una ritualità per i nostri incontri e per il nostro amore. Di cui la mia cavigliera fa parte.

- In che senso?

- Nel senso che la indosso solo quando la sera giocheremo, come ti dicevo. In qualche modo il suo suono mi ricorda l'attesa, e mi ricorda lui…

- Allora, stasera…

- Sì.

Per un attimo le brillano gli occhi. E per un attimo provo una punta di gelosia; mi sto rendendo conto che Lisa è veramente e profondamente innamorata del suo Michele, con una disponibilità e una passione fuori dal comune, che probabilmente nasce proprio da una grande fiducia e dal reciproco rispetto. Mi dico: chissà quante persone che si illudono di amarsi avrebbero da imparare molto da questi due…

Lei continua. - Anche l'esame che sosterrò questo pomeriggio fa parte del nostro gioco.

- In che senso?

- Guarda…

Prende la borsa, la apre, tira fuori un foglio di carta pergamenata, arrotolato e fermato con un elastico. Sfila l'elastico, mi porge il foglio. Io lo prendo, lo srotolo, e lo leggo. Mentre leggo, mi accorgo che lei scruta le mie emozioni, sorridendo leggermente; e, per la prima volta, la vedo anche leggerissimamente imbarazzata. Stavolta si è veramente scoperta…

 

Elenco Dei Premi d'Esame

Se prendi 18, dopo cena sarai a lungo accarezzata, baciata, eccitata. Verrai poi lasciata sola, e da sola troverai il tuo piacere.

Se prendi 19 riceverai le stesse attenzioni. Ma ti sarà consentito usare un vibratore.

Se prendi 20 riceverai le stesse attenzioni. Ma utilizzerai due vibratori, uno vaginale, uno anale. Non sarai sola, verrai guardata ma non toccata.

Se prendi 21 dopo cena verrai legata al letto, con le braccia e le gambe aperte. Verrai accarezzata, baciata, eccitata. Verrai portata al piacere con un vibratore, dopo lunga ed estenuante attesa.

Se prendi 22 riceverai le stesse attenzioni. Ma prima avrai il diritto di cenare completamente nuda.

Se prendi 23 riceverai le stesse attenzioni. Ma quando sarai legata verrai bendata. Verrai portata al piacere con le mani e con la lingua.

Se prendi 24 riceverai le stesse attenzioni. Ma verrai legata di schiena, e prima del piacere ti verranno offerte dieci vergate sulle natiche, e cinque sotto la pianta di ogni piede.

Se prendi 25 durante la cena sarai legata nuda alla sedia, e verrai imboccata. Al termine, i tuoi seni saranno accarezzati, stretti e poi schiaffeggiati. Poi verrai slegata, fatta distendere sul letto, accarezzata, baciata, eccitata e penetrata fino al piacere.

Se prendi 26 riceverai le stesse attenzioni. Ma per tutta la durata della cena ti saranno applicati dei morsetti ai seni.

Se prendi 27 dopo la cena verrai fatta stendere sulla tavola, e sul tuo corpo nudo verrà fatta colare la cera calda delle candele. In seguito ti verranno offerte dieci vergate alla pancia e cinque per ciascun seno. Verrai poi fatta distendere sul letto, accarezzata, baciata, eccitata e penetrata fino al piacere.

Se prendi 28 dopo cena verrai fatta stendere sul letto, e legata con le braccia e le gambe aperte. Ti saranno applicati morsetti ai seni, verrai accarezzata, eccitata, baciata e penetrata. Riceverai il mio orgasmo nella tua bocca.

Se prendi 29 ti verrà applicato un dildo anale, e verrai portata a cena fuori. Al ritorno, verrai fatta distendere sul letto, verrai legata, vergata nelle parti del corpo che preferisci, accarezzata, eccitata, baciata e penetrata. Riceverai il mio orgasmo nella tua bocca.

Se prendi 30 al ritorno a casa verrai legata in piedi a una colonna, ti saranno schiaffeggiati i seni, verranno applicati ed essi i morsetti, verrai vergata su tutto il corpo finché non ti basterà; poi verrai slegata, portata a letto, accarezzata, eccitata, baciata, penetrata e sodomizzata.

Se prendi 30 e lode il tuo dolore e il tuo piacere saranno oltre ogni immaginazione.

Michele

 

Sono allibito e incantato. Non avrei mai immaginato tanto.

Lisa guarda intanto la tazza vuota del caffè poggiata sul tavolino, sorridendo piano, le guance leggermente arrossate, non so se d'imbarazzo o d'altro.

Le restituisco la pergamena, la guardo. La immagino, sono costretto ora ad immaginarla nelle situazioni che quella pergamena descrive: che cena nuda assieme a Michele, legata al letto che si divincola sotto le vergate, con i seni stretti da morsetti appassionati, la sua piccola bocca profondamente penetrata da un pene che voglio immaginarmi spropositato e grondante d'amore, la sua pelle segnata dalle gocce di cera calda… E' veramente troppo, è troppo bello. Mi accorgo che sto tremando. Ma non basta, non mi basta ancora, voglio avere altri particolari. E devo dire che se fossimo in un ambiente più riservato, io e lei, la cosa mi ecciterebbe assai di meno; è straordinario parlare di tutto questo in un bar universitario, circondati da studenti che vanno e vengono, e che sicuramente (ma non è detto…) hanno tutt'altro per la testa.

E infatti mi sono accorto che al tavolino a fianco del nostro si sono sedute altre due studentesse, anche loro con i loro bravi libri, di quelle del tipo "giusto", eleganti, gonne al ginocchio che esibiscono gambe e piedi ben fatti, unghie smaltate; fresche di parrucchiere e di estetista, pelle lampadata al punto giusto. Una è bruna, capelli crespi, leggermente in carne; l'altra è invece bionda, capelli lisci, magrissima. Ho voglia di giocare anche con loro, adesso; vediamo se Lisa mi sta dietro…

- Dimmi, Lisa. Le vergate le ricevi in silenzio, o gridi? - Faccio questa domanda ad alta voce, voglio essere sentito dalle due ragazze vicine di tavolo. Le guardo per un attimo, per far capire a Lisa questa mia intenzione. Vediamo come reagisce…

Segue il mio sguardo, capisce, non si scompone. Meraviglioso! Mi risponde anche lei a voce alta, avendo cura di farsi sentire: - In effetti grido e gemo, anche se non fortissimo. Michele non sa mai capire se i miei sono gemiti di dolore o di piacere. E devo dire che, sinceramente, non lo capisco bene nemmeno io…

- E c'è qualche punto del tuo corpo dove gradisci in modo particolare essere vergata?

Vedo Lisa appoggiare il piede sinistro, proprio quello onorato dalla cavigliera tintinnante, sul ginocchio destro. Con estrema naturalezza si sfila la scarpa, la poggia per terra, e mi esibisce in questo modo la pianta rosea del piede. Bel piede piccolo e delicato, porto a pochi centimetri da me… Mi accorgo che le due fanciulle di buona famiglia hanno smesso di parlare, e senza averne troppo l'aria stanno guardando quello che succede vicino a loro.

- Ecco, proprio qui - mi dice, indicandomi la parte anteriore della pianta del piede, vicino alle dita. E scopro adesso che il terzo dito del piede è serrato da un piccolo anello, di foggia orientale. Quel piccolo piede nudo, con anello e cavigliera, è sublime. D'istinto accosto la mano, voglio toccarlo. Ma mi trattengo: fino ad ora il nostro incontro è stato solo verbale, ho il permesso di andare oltre?

Ma il permesso arriva subito. - Tocca, tocca pure - mi dice sorridendo. Io obbedisco senza esitare. Faccio scorrere la mano lungo il bordo della pianta, ne vellico le rugosità, scendo fino alle dita e in particolare mi soffermo proprio sul punto che mi ha indicato lei, dove ama ricevere le vergate. Mi aspettavo che fosse indurito, e invece lo sento morbidissimo; glielo dico.

- E' perché utilizzo abitualmente delle essenze emollienti - mi dice. - Per non far perdere sensibilità alla pelle. Sai, non è raro che io arrivi all'orgasmo proprio tra una vergata e l'altra.

Le due ragazze del tavolino vicino continuano a guardarci. Più che altro, sembra non capiscano bene il senso del nostro discorso. Saranno anche belle ed eleganti, ma mi sa tanto che nella nobile arte dell'erotismo hanno ancora tanto da imparare. Non si rendono nemmeno conto di essere parte del nostro gioco…

Io accosto la mano con cui le sto accarezzando il piede alla mia bocca, la bacio, gliela rimetto sul piede, per trasmetterle in modo simbolico un bacio proprio lì dove lei ama essere vergata. Mi sorride, ritira il piede, lo rimette nella scarpa. Fine dello spettacolo, peccato.

- E avete mai coinvolto altre persone, nei vostri giochi? - le chiedo. Non è che speri molto in un invito a cena per questa sera, ma provare non costa niente… In realtà anche questa mia domanda è a beneficio delle vicine di tavolo.

- Non direttamente. Abbiamo girato ogni tanto dei video, e abbiamo fantasticato sul fatto di spedirli a qualcuno che mi conosce, ma fino ad ora ci è ancora mancato il coraggio… Magari in futuro faremo qualcosa del genere. Chi può dirlo…

- E con altre ragazze? Intendo dire, hai mai pensato di, ehm, sottomettere o farti sottomettere da qualche altra ragazza?

- Certo, pensato molte volte. Ma al momento non mi interessa veramente. Io e Michele ci bastiamo, credimi!

Le due ragazze al tavolo vicino continuano a guardare e ad ascoltare. In effetti è a loro che sto pensando in questo momento, ma non credo che lo abbiano capito.

- Bene, mia cara Lisa. Ti auguro di prendere 30 e lode, e che stasera tu ti possa divertire a lungo. Ti penserò…

- In effetti, la mia media non è mai salita così tanto come da quando abbiamo cominciato a giocare in questo modo. E' un'ottima motivazione! Comunque, anch'io voglio pensarti, e voglio cominciare a farlo fin da subito.

- Cosa intendi dire?

Lisa non mi risponde. Prende nuovamente la borsa, la apre, fruga alla ricerca di qualcosa; poi trova quello che cerca, e me lo porge, avendo cura che le ragazze vicino possano osservare bene.

Si tratta di un piccolo e grazioso oggetto argentato. Un morsetto a molla, la cui forza di chiusura può essere regolata agendo su una vite; le sue ganasce sono foderate di gomma. Da esso pende una catenella, che termina con un piccolo peso; il tutto non peserà meno di un'ottantina di grammi.

-Ecco. Vedi, questo è un morsetto che va applicato al clitoride. Michele mi chiede di mettermelo subito prima di affrontare l'esame, ma ho deciso di fare qualcosa anche per te. Me lo metterò adesso, non me lo toglierò fino a dopo l'esame e ti dedicherò il dolore che proverò…

Sono incantato. Tutto questo è meraviglioso. Le due ragazze perbene adesso cominciano veramente ad essere allibite. Lisa prende la borsa, si alza e, accompagnata dal tintinnio della cavigliera, si allontana verso la toilette del bar. Io rimango seduto a friggere al tavolino.

Lei arriva poco dopo; guardo il cavallo dei suoi pantaloni per vedere se riesco a scorgere la traccia del delizioso oggetto che mi ha mostrato un attimo prima, ma non vedo niente di rilevante; evidentemente lo ha ben nascosto all'interno delle mutandine. Ma è il suo viso, ancora sorridente ma leggermente contratto, e la sua ulteriore cautela nel muoversi, che mi rivelano che ha tenuto fede a quanto mi ha promesso. Sono profondamente emozionato. Non sono nuovo, a dire il vero, a questo tipo di giochi; ma non avrei mai pensato che avrebbe potuto succedere lì, così in fretta, con una ragazza conosciuta per strada un'ora prima.

A sapere quello che sta provando Lisa, comunque, siamo in tre: io e le ragazze del tavolo vicino. La bionda sembra quasi sconvolta; la bruna, invece, guarda Lisa e le sorride con simpatia. Chissà che non le stia venendo qualche buona idea per la sua vita erotica a venire…

- Ti fa male, Lisa?

- Certo, per forza. Me lo sono messo per quello…- mi risponde con un'espressione dolcissima e sofferente. I suoi occhi castani ora sono veramente splendidi.

E' ora di andare; Lisa vuole andare in biblioteca a ripassare per l'esame, e io ho degli impegni per i quali sono già sicuramente in ritardo. Ci alziamo, usciamo dal bar non prima di aver guardato un'ultima volta le nostre vicine di tavolo (la bionda fa finta di niente un po' sdegnosetta, la bruna invece ci fa un leggero cenno di saluto e ci sorride). Sulla porta ci salutiamo con un fuggevole bacio sulle guance. - In bocca al lupo per l'esame - le dico. - Ti auguro il massimo piacere e il massimo dolore per stasera.

Lei sorride, si tocca leggermente il pube con nonchalance: - Quanto a questo, ho già cominciato! - Poi si gira e va verso la biblioteca. La guardo, poi mi allontano anch'io dalla parte opposta.

Spero di reincontrarla.

 

 

 

 

 

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