A Maya
L'aereo aveva appena cominciato la manovra di atterraggio. Era stato detto di allacciare le cinture, raddrizzare i sedili, chiudere i tavolini, e già sembrava che la macchina si stesse inclinando in avanti, in procinto di lasciare il cielo e le nuvole, e di ritrovare la terra per sé e per coloro che trasportava.
Maya guardava fuori dal finestrino, cercando o sperando di intravvedere, tra le nuvole, i campi coltivati e gli specchi d'acqua lagunari, qualcosa di riconoscibile, ad esempio il campanile di San Marco, o il Canal Grande. Ma non li vide, evidentemente l'atterraggio al Marco Polo non prevedeva il sorvolo della magica città d'acque.
Si sporgeva, e al minimo movimento la sua schiena, le sue cosce si facevano sentire con un dolore leggero; solo a tratti, quando si muoveva bruscamente, bruciante. Ma non era spiacevole: in qualche modo quel dolore le ricordava lui, il suo fidanzato, la notte precedente, la passione, la promessa e l'aspettativa di quello che stava per accadere, per cui stava volando da Roma a Venezia.
Alcuni giorni prima, lui le aveva detto di chiedere al lavoro un periodo di ferie, perché le stava preparando una sorpresa. Lei, felice, gli aveva obbedito; già immaginava un viaggio alle Maldive o in Brasile, già sperava un'ubriacatura di luce e di colori, di calore e di emozioni, insieme a lui… E invece, adesso, si trovava da sola, come da sola era arrivata all'aeroporto di Roma e da sola aveva svolto tutte le operazioni di imbarco, senza sapere dove stava andando e perché. Venezia, certo; e l'idea non le dispiaceva affatto; ma Venezia è un concetto così vago…
La sera prima, lui l'aveva amata con la consueta passione, con la consueta attenzione. Poi aveva aperto la sua valigetta 24ore e ne aveva estratto un biglietto aereo, uno solo. - Eccoti la sorpresa - aveva detto.
Lei aveva preso il biglietto, guardato la destinazione, guardato lui interrogativamente, più per il fatto che il biglietto fosse uno, che per la destinazione. Lui le aveva sorriso, le aveva accarezzato il viso ancora bagnato del suo sperma e l'aveva baciata leggermente.
- Sì, Maya, dovrai partire da sola… ma non sarai sola - le aveva detto. - Non voglio dirti nulla. Tutto dev'essere una sorpresa. E' qualcosa che non ti aspetti, che ti darà piaceri ed emozioni tra più grandi ed intensi di quanto tu riesca a immaginare. Te la senti? Ti va di metterti in gioco?
Maya era un po' disorientata, un po' spiazzata, anche se, forse per il piacere appena trascorso, forse per la fiducia che riponeva nel suo uomo, sapeva che non avrebbe detto no. L'idea di non sapere, del gioco e dell'intrigo già la stava eccitando. Tuttavia non le dispiacque fare per un po', solo un pochino, la parte della renitente.
"Ma… veramente… avrei sperato che ci fossi anche tu… e poi, così, senza sapere cosa mi capiterà…" Mentiva sapendo di mentire. E lui lo sapeva bene. Le sorrise, si sporse verso di lei, le prese la testa, la baciò a lungo e profondamente.
Lei gli chiese di frustarla. Voleva avere un ricordo di lui, che la accompagnasse almeno all'inizio di quell'avventura. E lui lo aveva fatto. Per questo adesso quelle fitte di dolore in qualche misura la rassicuravano, le facevano sentire lui, il suo calore, la sua vicinanza.
L'aereo finalmente prese terra. Ritirata la piccola valigia al nastro trasportatore, Maya si avviò all'uscita, dove sapeva che qualcuno la stava aspettando. Si immaginava l'indifferente fattorino di qualche albergo, che reggeva il cartello col suo nome… e quale fu, invece, la sorpresa, quando vide il cartello col suo nome, ma a reggerlo era una ragazza elegante, che sembrava tutto tranne che l'impiegata di un albergo e che, appena la vide, le sorrise e le tese la mano come se avesse appena visto una sua vecchia amica.
"Maya? Ciao, sono Arianna. Hai fatto buon viaggio?"
"Ciao. Sì, abbastanza. E' moltissimo tempo che non venivo più qui a Venezia…" Si sentiva piuttosto imbarazzata. Voleva avere un'aria disinvolta, come l'aveva la sua interlocutrice, alta poco più di lei, capelli ed occhi corvini, pelle ambrata; indossava un vestito giallo e arancione, lungo, che le lasciava le spalle scoperte, e dei sandali pure arancioni dai tacchi molto alti. Ma non ci riusciva; era in una città che conosceva poco, inviata dal suo fidanzato, non si sa bene per cosa… Chi era, poi, questa bella guida? Cosa ci faceva lì? E cosa ci faceva lei?
"Vieni, dammi la valigia" le disse Arianna, prendendogliela di mano. Lei fece resistenza: "Ma no, è pesante…" Più che altro aveva l'impressione che con quel peso, e con quei tacchi, le caviglie della sua accompagnatrice sarebbero state decisamente in pericolo. Ma Arianna fu più decisa, non se la fece riprendere e, senza mostrare segni di disagio o di fatica, la precedette all'auto parcheggiata nel piazzale, addirittura una Mercedes - probabilmente la macchina dell'albergo, pensò Maya. Arianna mise la valigia nel bagagliaio, poi salì alla guida. Maya le si sedette al fianco, su un sedile di morbida pelle. Arianna mise in moto, e simultaneamente mise in funzione l'autoradio, con un gesto abituale, come probabilmente era solita fare ogni volta che saliva in macchina. Ma poi guardò verso Maya: "Oh, perdonami, sono proprio stupida!" disse. "Non ti ho neanche chiesto se la musica ti dà fastidio…"
"Ma no, figurati!" le rispose lei. "Io non riesco a guidare senza musica!" Arianna le sorrise affabile, di risposta. Dio, che sorriso perfetto, pensò Maya per un attimo.
"Allora, avrai fame…" le chiese Arianna mentre guidava fuori dal parcheggio dell'aeroporto.
"Beh, in effetti.. qualcosa sotto i denti lo metterei!"
"Allora, sai che facciamo? Ti porto a fare uno spuntino in un posto che so io, una trattoria molto carina dalle parti di Pramaggiore. Mangiamo qualcosa, e poi andiamo a Venezia."
In effetti Maya aveva una certa fame; fu quindi molto contenta, un'ora dopo, di poter essere seduta di fronte alla sua guida, sotto un fresco pergolato, e di poter farsi sedurre da alcuni gustosi piatti freddi di salumi e formaggi, da del pane casereccio e da una fresca bottiglia di bianco secco. Arianna continuava a guardarla con affabilità, a sorriderle, a parlarle con scioltezza di argomenti neutri, quelli di cui si potrebbe tranquillamente parlare con il vicino di posto in treno: le chiedeva quando era stata a Venezia l'ultima volta, cosa le era piaciuto, cosa voleva rivedere, se aveva letto qualche bel libro recentemente…
Maya, poco per volta, smise di farsi domande. La situazione poteva essere strana finché voleva, ma in fondo non c'era nessun motivo per stare in tensione. Nessuno le proibiva, peraltro, di essere lei a fare ad Arianna qualche domanda.
"Ma è stato prenotato un albergo?"
"No, il tuo fidanzato ha voluto per te qualcosa di meglio…"
"Cosa?"
"Se vuoi te lo dico. Ma vorrei che fosse una sorpresa…"
Il richiamo al suo fidanzato la rasserenò ulteriormente. Di Arianna si fidava; il suo comportamento era un mélange di una affabile professionalità da hostess e di una piacevole complicità femminile; come quando ebbe parole di lode per gli orecchini di gusto vagamente sudamericano che Maya portava. Disse che l'avrebbe accompagnata da un artigiano orafo, in un campo che nessuno conosceva, bravissimo a modellare gioielli di quel genere. "Ma io non so se posso…" cominciò a dire lei. "Non preoccuparti di questo!" Le fece capire che tutte le spese che avrebbe affrontato in quei giorni, comprese le più voluttuarie, sarebbero state pagate. Per un attimo, ma solo per un attimo, Maya pensò a quanto stava spendendo il suo fidanzato per offrirle quella inusuale vacanza, e questo la fece sentire piacevolmente coccolata.
Un'ora dopo, la loro auto era sulla strada che conduceva verso Venezia. Come già l'ultima volta, svariati anni prima, che era stata da quelle parti, visse con piacevole sorpresa l'attraversamento del lungo ponte sulla laguna. Arrivati al Tronchetto, lasciarono l'auto nel parcheggio multipiano e presero un motoscafo-taxi per raggiungere la loro prossima destinazione. Maya guardava con piacere i palazzi antichi e sempre splendidi che si affacciavano sui canali, l'acqua luccicante, le gondole che ondeggiavano agli attracchi. Arianna, seduta al suo fianco, la lasciò gustare il piacere di quel momento.
Il motoscafo attraccò in un canale secondario, di fronte all'entrata per le barche di un antico palazzo che, pur avendo sicuramente conosciuto tempi migliori, faceva ancora mostra di una nobile bellezza nelle sue bifore e nei cornicioni decorati a stucco. Il taxista scaricò sulla banchina la valigia, salutò e si allontanò sollevando onde sottili che smossero l'acqua tranquilla. Arianna cercò e trovò nella sua borsa la chiave del grosso portone di legno, aprì e poi si fece da parte, per permettere a Maya di passare.
Si trovarono in un ingresso grande, piuttosto oscuro, decorato con mobili antichi. Delle appliques in vetro di Murano producevano una luce fioca, e c'era un deciso odore di umido. "Non preoccuparti" disse subito Arianna, indovinando la perplessità di Maya. "Sopra è molto meglio. Questa parte del palazzo, dato che è a diretto contatto col canale, è rimasta l'ultima a dover essere ancora risanata".
In effetti, già solo salendo lo scalone a forbice che portava al piano superiore, la cosa cambiava. Si trovarono in una grande sala, con divani, poltrone e un grande pianoforte a coda, sulla quale si aprivano alcune porte, e che terminava in una spettacolare vetrata che dava sul canale della Giudecca, inondato dalla luce. Arianna aprì una delle porte, e fece entrare Maya in una stanza ampia, profumata di fiori (su un comò faceva bella mostra di sé una ricca composizione floreale), con mobili antichi ma ben tenuti. C'era anche un letto alla francese, le cui lenzuola si indovinavano fresche e pulite.
"Ecco, Maya, questa sarà la tua casa per i prossimi tre giorni… meglio di un albergo, vero?"
"Sì, devo ammetterlo" rispose Maya. Non voleva farlo troppo vedere, ma la prospettiva di passare alcuni giorni in quella residenza nobiliare, servita in tutto, la entusiasmava.
"Allora eccoti le chiavi. Questa apre la porta della stanza, e questa il portone di sotto, ovviamente non quello sul canale, ma quello pedonale, dall'altra parte dell'ingresso. Quello è il bagno. La cena ti sarà servita alle sette e mezza, qui in camera; questo è il menù, guarda se ti va bene, altrimenti dimmi se vuoi modificare qualcosa… Per intanto, puoi fare quello che vuoi, uscire o restar qui a riposarti… Nel salone, qui fuori, c'è un frigobar, dei libri, delle riviste, un impianto stereo; puoi ascoltare musica, se vuoi; non disturbi nessuno. Noi ci vediamo stasera verso le dieci. Ah, una cosa: come vedi, qui nella stanza non c'è il telefono; non è un caso. E' ovvio che tu sei totalmente libera di fare quello che vuoi; uscire, star qui, partecipare alle attività che ti proporremo fino al momento in cui vorrai… Ti chiederemmo solo una cosa: di concentrarti esclusivamente su di te, su quello che vivrai nei prossimi giorni, a partire da stasera. Questo significa anche rinunciare a usare il telefono, a chiamare chiunque, anche il tuo ragazzo. E' ovvio che non sei costretta a farlo; sta solo a te deciderlo… Pensa che quello che vivrai sarà per te, interamente e soltanto per te.
"D'accordo, ma… immagino che lui lo sappia…"
"Certo, non preoccuparti, lui sa tutto, di questo."
"Ma…" esitò un istante "…io, posso saperlo? Cosa mi aspetta nei prossimi giorni?"
Arianna le sorrise con dolcezza ed anche con accondiscendenza, come se fosse abituata a sentirsi fare quella domanda. "Se vuoi posso dirtelo, anche se di preciso non lo so nemmeno io. Ma lascia che sia una sorpresa; saranno tutte cose belle; di questo non ti devi preoccupare…
"E va bene!" acconsentì Maya. "Lasciamo che sia una sorpresa!"
"Vedrai che lo sarà" le rispose Arianna, appoggiandole una mano sul braccio in segno di saluto. "A stasera, allora. Ciao".
"Ciao".
La porta si chiuse; Maya, finalmente, fu sola. Si sfilò le scarpe, si lasciò cadere sul letto senza nemmeno togliersi il vestito. Dal canale, di sotto, si sentiva di tanto in tanto il suono di una sirena, o lo stridio dei gabbiani. Era tutto molto strano, ma stava bene; non sapeva quello che sarebbe capitato, ma si sentiva protetta, al sicuro. Aveva voglia di dormire, ma prima prese dalla borsa, posata a fianco del letto, il telefonino, lo spense e lo mise nel cassetto del comodino. Poi chiuse gli occhi e si addormentò.
Si svegliò qualche ora dopo; non sarebbe mancato molto alla cena, aveva giusto il tempo di farsi una doccia. Disfò il bagaglio, e appese nell'armadio i vestiti che si era portata. Poi andò in bagno, e quasi non credette ai suoi occhi: non era mai entrata prima in un bagno tanto lussuoso. Spazioso, con ceramiche pregiate, una grande vasca da idromassaggio, una parete interamente rivestita di specchi. Sul bordo della vasca, vari flaconi di essenze da bagno; un accappatoio di cotone bianco morbidissimo, una vestaglia azzurra, di seta; sulla specchiera sopra il lavandino, vari prodotti cosmetici, profumi, creme, smalti, rossetti… Per un attimo pensò che tutta quella roba fosse stata abbandonata dall'ospite precedente; ma poi si rese conto che erano tutti prodotti nuovi, chiusi e sigillati… quindi predisposti appositamente per lei.
Aprì i rubinetti della vasca. Lasciò cadere a terra il vestito, si sfilò le mutandine, si lacciò il reggiseno; si guardò, nuda, nella parete di specchi. Le venne quasi da ridere; possibile che lì, al centro di quella specie di set da film di Hollywood, ci fosse proprio lei? Eppure era così.
Aggiunse all'acqua della vasca dell'essenza da bagno al sandalo, e poi, con sommo piacere, si lasciò sommergere. Respirò profondamente, chiuse gli occhi. Le sue mani toccarono il pannello di comando dell'idromassaggio; tanto per provare lo accese, provò tutte le funzioni. Divertente, ma tutto sommato non ne aveva voglia, preferiva l'acqua ferma e tranquilla. Lo spense, e si lasciò andare per una mezz'ora a quella placida tranquillità.
Uscì dalla vasca e si asciugò con l'accappatoio; poi indossò la vestaglia sulla pelle nuda. Non faceva freddo, stava benissimo.Si profumò, si applicò uno smalto rosa leggero alle unghie delle mani e dei piedi. Mancava ancora una mezz'ora alla cena; uscì dalla stanza ed entrò nel salone del pianoforte. Camminando a piedi nudi sugli spessi tappeti che rivestivano il pavimento, si accostò al frigobar, lo aprì; c'era di tutto, sia alcoolico che analcoolico. Prese la bottiglia del Martini, una elegante coppa di cristallo dalla cristalliera di noce a fianco e si versò un aperitivo. Poi fece un giro di esplorazione nel salone. Le altre porte che vi davano erano tutte chiuse. C'era una grande libreria, piena di libri rilegati; tutti romanzi, classici, libri di poesie. Peccato, pensò Maya, che nei pochi giorni in cui si sarebbe fermata lì non avrebbe avuto il tempo di concluderne nemmeno uno; ma le piaceva l'idea di avere a disposizione una tale riserva di cultura. Si accostò al pianoforte; su di esso c'era una pila di spartiti, abbastanza logorati dall'uso: Bach, Mozart, Beethoven, Chopin, Schumann… ma anche Gottschalk, Scott Joplin, e altri ragtimers; nella maggior parte dei casi, roba di difficoltà proibitiva. Certo che chi frequentava quella casa doveva essere gente di grande cultura… Saggiò qualche nota sulla tastiera, poi si accostò allo stereo. Anche i CD a disposizione erano prevalentemente di musica classica, seppure non esclusivamente: c'era anche qualcosa di rock melodico, cantautori americani… Infilò nel lettore un CD di Leonard Cohen, si sedette sul divano e osservò cosa offriva il portariviste lì a fianco. Riviste geografiche, di moda, d'arte, di arredamento. Nessuna lettura impegnativa, niente attualità o quotidiani. Così come non c'era nemmeno la televisione o una radio; evidentemente non era un caso… Sollevò le gambe da terra e le raccolse davanti a sé, in modo da proteggere i piedi nudi sotto la vestaglia; prese un numero recente del National Geographic, cominciò a sfogliarlo facendosi rapire dalle splendide fotografie.
Verso le sette e mezza, sentì dei rumori di stoviglie, poi vide una porta aprirsi ed apparire una cameriera che spingeva un carrello con dei piatti dal profumo seducente, coperti da coperchi scaldavivande. Maya si alzò, istintivamente controllò che la vestaglia fosse chiusa, e andò ad aprire la porta della camera, di modo che la cameriera potesse passare. "Buonasera, signora" disse. Era una orientale, piccola e giovanissima, con i capelli raccolti dietro la testa. Aveva la classica uniforme bianca e nera delle cameriere dei films. "Buonasera" - rispose Maya. La cameriera apparecchiò rapidamente la piccola tavola della stanza, poi versò una minestra di verdure da una zuppiera d'argento, e del vino rosso in un bicchiere di cristallo. "La signora desidera che la assista, o posso ritirarmi?" chiese la piccola cameriera, sorridendo con la classica gentilezza degli orientali. "Grazie, posso fare da sola" rispose Maya. "Come la signora desidera" disse ancora la cameriera. "Questo è il menù per domani sera. Se le va bene, lo lasci sul carrello. Buon appetito, signora".
Maya mangiò con grande piacere. La minestra era ottima, così come l'arrosto ai funghi che seguiva. Per dessert, una fetta di torta; per fortuna, il cuoco doveva essere italianissimo. Poco dopo che Maya ebbe terminato, tornò la cameriera, sparecchiò la tavola e, dopo aver salutato, spinse via il carrello.
Intanto era calata la sera. Maya prese un libro di poesie di Hoffmanstahl e si andò a sedere su una poltrona di vimini, vicino alla finestra. La luce blu indaco del cielo faceva da sfondo allo specchio della laguna, e alle lampade degli ormeggi e delle barche. Si sforzava di continuare a leggere anche senza accendere la luce elettrica. Era tutto molto rilassante, molto tranquillo… stava bene. Tra poco sarebbe tornata Arianna, la stava aspettando con fiducia e curiosità.
E infatti, un'ora più tardi, sentì bussare alla porta. "Avanti!" disse. La porta si socchiuse, ed affiorò il bel viso di Arianna, che le sorrise e le chiese se poteva entrare. "Prego, vieni!" Arianna entrò, e si mosse verso di lei. Aveva sostituito il vestito giallo e arancione con un completino azzurro, maglietta e pantaloni aderenti, corti al polpaccio, ma continuava a portare gli stessi sandali a tacchi alti. I capelli, che durante il giorno aveva portato sciolti sulle spalle, adesso erano raccolti sulla nuca, e le stavano altrettanto bene. Maya le fece cenno di sedersi davanti a lei, sull'altra poltrona di vimini. Arianna si sedette, leggera, e le sorrise ancora. "Allora, come stai? Hai mangiato bene?" Lei rispose di sì, che era stato tutto molto piacevole, anche quell'oretta di lettura nel silenzio. "Sono contenta che tu sia stata bene. Amo molto la mia città, e sono contenta se piace anche a te". Poi, dopo una breve pausa, si sporse verso di lei: "Allora, sei pronta?" Maya stava per rispondere "a cosa", ma poi, all'ultimo si ricordò che le regole del gioco non prevedevano quel tipo di domanda. Per cui si limitò a fare di sì col capo, sorridendo leggermente.
Arianna si alzò, lei fece lo stesso. "Spogliati, per favore, e stenditi sul letto. Ti faccio un massaggio". Maya non ebbe problemi a togliersi la vestaglia, e a stendersi sul letto di schiena; la stanza era completamente buia, salvo la luce notturna che penetrava dalla finestra, quindi sapeva di non essere troppo visibile; l'idea del massaggio, poi, le piaceva. Temeva solo che forse si sarebbe rilassata troppo e magari addormentata, era già così soft… Sentì Arianna andare in bagno, aprire l'acqua - probabilmente per lavarsi le mani - e poi tornare nella camera, armeggiare con la borsa, prendere qualcosa. Poi avvicinarsi a lei, che teneva il cuscino abbracciato e gli occhi chiusi. La sentì salire sul letto, e sentì il rumore dei sandali che cadevano per terra. Ora le era vicina. Sentì qualcosa di tiepido gocciolarle sulla pelle nuda, e subito dopo le sue mani, che cominciavano a percorrerle la schiena, cercando e trovando con una sapienza che la sorprese tutti i suoi centri nervosi, uno dopo l'altro, a fianco delle vertebre. Le mani di Arianna erano morbidissime, gentilissime. Ogni tanto le sue unghie lunghe la pungevano leggermente, ma anche quella, come sensazione, non era sgradevole. Non era la prima volta che Maya riceveva dei massaggi, ma di solito erano di una piacevolezza di tono diverso; più rudi, più spinti alla rivitalizzazione, allo scioglimento delle tensioni. Il massaggio di Arianna era sereno, riappacificante, quasi materno, nonostante fossero coetanee. Bellissimo. Respirò profondamente ed a lungo; Arianna se ne accorse, le sue mani divennero ancora più attente, ancora più accoglienti. Scesero in basso, percorsero le sue natiche, le cosce (si ricordò delle frustate che aveva ricevuto dal suo fidanzato la notte prima, ma non aveva quasi dubbi che l'oscurità le avrebbe nascoste), arrivarono ai piedi e le massaggiarono anche quelli, pizzicando le piante, tirando e torcendo delicatamente le singole dita. Poi tornarono verso l'alto, le percorsero le sue braccia, le mani, e poi il collo, la nuca, il viso.
Fu in quel momento che a Maya arrivò l'odore inconfondibile del liquido che Arianna continuava a far gocciolare sulla sua pelle. "Ma… ma è…" Arianna sorrise, e sussurrò: "Sì, è proprio quello".
Il cuore di Maya cominciò a battere più forte, come se a quella rivelazione le endorfine avessero deciso di tornare precipitosamente a casa e al loro posto avessero cominciato a galopparle nelle vene ben altri ormoni. Nel buio, immaginò gli uomini, quanti? Non certo meno di due, forse anche quattro o cinque, che si erano masturbati per offrire il loro sperma al suo corpo. Come lo avranno fatto? Tutti insieme, o ognuno per conto suo? E non poteva forse essere stata la stessa Arianna, con quelle stesse mani che ora la stavano delicatamente massaggiando, ad ottenere il loro amore? Magari glielo avrebbe chiesto, ma non adesso. Ora non era il momento.
Arianna la fece girare, continuò il massaggio anche al suo ventre, ai suoi seni, eretti ma non ancora eccitati. Ancora alcuni minuti, poi si chinò leggermente verso il suo orecchio, le sussurrò: "Quando ti senti pronta, Maya, alzati pure. Ti porto di sopra".
Maya non aveva mai provato un'eccitazione così diffusa, così sensuale, così poco genitale. Quando si alzò ebbe l'impressione di volare. Arianna le porse la vestaglia, e poi un paio di pantofole di raso, dai tacchi moderatamente alti. Si inginocchiò davanti a lei, le sollevò i piedi, prima l'uno e poi l'altro, e gliele fece calzare, con estrema gentilezza. Poi, precedendola, aprì la porta e le fece strada nel salone e su per le scale, illuminate da poche lampade discrete.
Al piano superiore. Arianna aprì una porta che immetteva in un vestibolo; ne aprì un'altra, e la fece entrare in una grande stanza in penombra, gradevolmente spoglia, al centro della quale c'erano alcuni grandi cuscini accostati tra loro. Erano molto morbidi. Anche qui odore di fiori secchi. Da qualche parte veniva una musica barocca, un violoncello, un clavicembalo, un flauto, forse. Per un attimo pensò che per fortuna non era Vivaldi, le sarebbe sembrato veramente una caduta di stile che i suoi anfitrioni, chiunque fossero, avessero ceduto alla banale equazione "Venezia uguale Vivaldi". No, doveva essere qualche autore non italiano, meno scontato e più raffinato, Telemann o qualcosa del genere.
Arianna le chiese di togliersi la vestaglia e le pantofole, e di stendersi sui cuscini. Lei lo fece, le consegnò la vestaglia. Poi, dopo che Maya si fu stesa, le sollevò delicatamente la testa per sistemarvi sotto un cuscinetto morbido. Infine raccolse anche le pantofole, e le disse: "A più tardi, Maya. Buon divertimento", ed uscì spegnendo la luce e chiudendo la porta. La stanza precipitò istantaneamente nel buio più assoluto; Maya si sarebbe spaventata, non ci fosse stata quella musica molto bella a tenerle compagnia. Chiuse gli occhi e si concentrò sui suoni.
Ma, pochi minuti dopo, si accorse che qualcuno era vicino a lei. Sentiva dei rumori attutiti, dei movimenti, forse anche dei respiri. C'erano delle persone; non sapeva chi e quante. Non si spaventò; si mise ad attendere; e non ci volle molto per sentire delle mani che iniziarono ad esplorarle nel buio il corpo. Molte mani; forse non tante quante immaginava, ma le sembravano un numero infinito. Alcune più delicate, altre più attente, alcune rudi, altre ancora timide; alcune sicuramente maschili, altre forse femminili. Forse erano sempre le stesse mani che cambiavano momento, percorso e stile, ma lei non poteva saperlo, non voleva, non le interessava. Era bello. Era come se quelle mani modellassero e colorassero i suoni che giungevano alle sue orecchie; come se modellassero e colorassero il suo corpo, rivelandone a lei stessa l'esistenza. Le accarezzavano i seni, si insinuavano nel suo sesso bagnato, tra le cosce; sul viso, in bocca, lungo l'attaccatura dei capelli. Sulle sue mani, sui suoi piedi.
Dopo le carezze vennero i baci. Sentì delle bocche posarsi su di lei, accogliere in sé, calde e umide, le dita delle mani e dei piedi. Sentì il solletico di barbe e capelli sulla sua pelle, il rumore delle lingue che la assaporavano, l'alito caldo ed i respiri forse emozionati di qualcuno che in quel momento si trovava a condividere la sua emozione. E la musica continuava, tranquilla ed estatica. Qualcuno, poi, la baciò anche sulla bocca, penetrandola con una lingua abile e dolce, dal gusto di buono; forse chi la baciava (uomo o donna? Non lo sapeva, non lo capiva, non la interessava) aveva mangiato, poco prima, della frutta.
Durò un tempo forse lunghissimo, di cui non si rendeva conto. Sentiva bocche, carezze, respiri, ma i sospiri, i gemiti, in breve, furono solo i suoi, accolti ed addolciti dalla musica che non cessava. Non molto dopo venne, poi venne ancora, poi ancora. Sentiva il suo corpo ormai sudato e stanco, sentì di aver bisogno di un momento di riposo. "Per favore, basta" chiese sottovoce. Allora sentì qualcuno che la baciò più di una volta sul viso; piccoli baci offerti forse con un sorriso, baci affettuosi, più coccole che erotismo; sentì poi quelle presenze misteriose, quei fantasmi, alzarsi ed allontanarsi. Ancora una volta non vide la luce nel momento in cui la porta venne aperta, evidentemente era buio anche nel vestibolo.
Passò ancora qualche minuto. Poi (la musica continuava) si riaprì la porta, si accese una luce rossa, bassissima, e riapparve Arianna, come al solito gentile e sorridente. Le riportava la vestaglia e le pantofole. "Come va?" le chiese piano, inginocchiandosi vicino a lei. "Meravigliosamente" fu l'unica cosa che Maya fu capace di rispondere.
"Vieni, ti porto di là" disse ancora Arianna. Maya si rialzò, aiutata dalla ragazza, che le tenne aperta la vestaglia di seta, aiutandola ad indossarla sul corpo odoroso di sperma e di sudore. Nessuno dei suoi amanti segreti l'aveva bagnata, né aveva cercato di penetrarla in qualsivoglia modo; evidentemente lo avevano già fatto, tramite le mani coscienziose di Arianna l'avevano bagnata ancora all'inizio della loro vicenda d'amore, e non alla fine come è consueto.
Sorreggendola per un braccio, Arianna accompagnò Maya verso un'altra porta che dava sulla stessa stanza, oltre la quale si percepiva il suono; l'aprì piano, e la fece passare. Maya pensava di trovarvi un buon impianto stereo; invece c'erano tre musicisti in carne ed ossa, due ragazzi e una ragazza, vestiti con l'eleganza che si conviene ai concertisti, che traevano le loro note al centro di una stanza dai soffitti affrescati con scene di caccia - Tintoretto, forse, o Tiepolo? - e dalle pareti rivestite di broccato e rifinite con fregi dorati. Senza interrompersi, i tre la videro entrare, e le sorrisero in segno di saluto; Arianna fece sedere Maya su un divanetto, poi, da una brocca posata su un tavolino finemente intarsiato, le versò un bicchiere abbondante di succo di frutta con ghiaccio, e glielo porse, accompagnandolo poi con un piatto di salatini. Con lo sguardo Maya la ringraziò, poi si appoggiò allo schienale e si lasciò andare alla musica e alla contemplazione. I tre musicisti, oltre ad essere bravissimi, erano veramente molto belli; il clavicembalista era bruno, esile, dai lineamenti molto delicati, e il movimento con cui girava le pagine dello spartito sembrò a Maya colmo di sensualità, una specie di carezza; il flautista, invece, era biondo, dai capelli lunghi, dalle labbra carnose, come si conviene al suo strumento, assieme al quale seguiva ondeggiando il ritmo della musica. La ragazza, bionda anche lei, con un delicato caschetto di capelli corti sotto cui brillavano due occhi azzurrissimi, vestiva un abito anche azzurro, piuttosto corto, di modo che le gambe con cui stringeva il violoncello apparivano quasi completamente nude, in tutta la loro bellezza.
A Maya sembrò per un momento di aver raggiunto il Nirvana. Tutti i suoi sensi erano appagati: la bevanda di frutta; il profumo di sudore, di fiori secchi e di sperma; la musica meravigliosa che l'aveva accompagnata in quei momenti meravigliosi e che ancora le teneva compagnia; la bellezza dei musicisti e, perché no, anche di Arianna, seduta vicino a lei con le gambe piacevolmente accavallate, sempre con il suo completino, la cui blusa si era alzata a scoprirle l'ombelico dove, Arianna lo scopriva adesso, brillava un piccolo piercing; l'aria fresca e tonificante che soffiava dalla finestra aperta, oltre la quale brillavano le luci della laguna.
Terminato quel concerto così esclusivo, i musicisti si alzarono e si inchinarono. Maya ed Arianna applaudirono con entusiasmo; "Bravi!" gridò Maya. Essi le sorrisero, poi, con i loro strumenti, uscirono dalla stanza. A Maya dispiacque, anche se avevano finito le sarebbe piaciuto si fossero fermati a parlare un po' con loro; ma forse la cosa, ci pensò poi, non sarebbe stata troppo opportuna, avrebbe spezzato la magia di quei momenti. Era più bello vederli così, come una specie di apparizione collegata al suo paradiso personale.
Arianna riaccompagnò Maya nella sua stanza. Le chiese se aveva bisogno di qualcosa e se il giorno dopo avesse voluto rimanere da sola, o fare un giro per Venezia assieme a lei. Si dettero appuntamento per le undici; sarebbero uscite insieme, e magari avrebbero pranzato in giro. Maya si lasciò cadere sul letto nello stato in cui si trovava, non volle lavarsi per conservare il più a lungo sulla sua pelle l'odore e gli umori di quella serata straordinaria, e si addormentò subito.
La mattina dopo, la luce del sole, riflessa dall'acqua della laguna, dipingeva mobili arabeschi sul soffitto della stanza di Maya. Li rimirò a lungo, dopo essersi svegliata, respirando l'aria tiepida, ascoltando il suo corpo ancora sensibilizzato dalle carezze e dai baci della sera prima, ascoltando i gridi dei gabbiani e le sirene delle navi. Verso le nove era ancora a letto, quando sentì bussare con discrezione alla porta. "Avanti!" disse. Era la piccola cameriera, che entrò spingendo il carrello della colazione: latte, tè, caffè, burro, vari tipi di marmellate, pane e croissants appena sfornati. Il tutto servito in un servizio di porcellana finissima. "La signora ha dormito bene?" "Sì" rispose lei "benissimo". "Ne sono contenta" rispose la piccola orientale, e Maya ebbe la curiosa impressione che non si trattasse di una frase di cortesia abituale, ma che ne fosse veramente contenta. Senza attendere ordini, ma interpretando alla lettera i desideri di Maya, la cameriera aprì un tavolino da letto, lo posò sulle sue gambe - lei intanto si era tirata a sedere, proteggendosi i seni con il lenzuolo - e lo apparecchiò con tazza, posate e piattini. Le chiese cosa gradiva bere, le versò il tè nella tazza, poi spinse il carrello a fianco del letto di modo che lei potesse servirsi agevolmente, salutò e uscì leggera, chiudendo la porta.
Maya si dedicò ad un'abbondante e piacevole colazione, poi si alzò, si lavò e si vestì. Sapeva che quel giorno lei ed Arianna avrebbero camminato molto per le vie di Venezia, quindi indossò un comodo vestito lungo, con un motivo floreale, che le lasciava le spalle, già piacevolmente abbronzate, nude; e dei sandali bassi. Poi si sedette in sala ad aspettare, leggendo distrattamente una rivista.
Verso le undici, sentì aprirsi il portone al piano terreno, e un attimo dopo entrò Arianna. Le si sedette vicino, le chiese se avesse dormito bene, e se aveva desiderio di fare qualcosa di particolare, di vedere questo o quest'altro monumento storico della città. Maya aveva voglia semplicemente di andare in giro, magari di visitare quella bottega di oreficeria di cui Arianna le aveva parlato il giorno prima. "Va bene, va benissimo anche a me" le disse Arianna.
Trascorsero così la giornata vagando per calli e campi, gustando i più bei scorci della città lagunare, spesso fuori dai circuiti consueti dei turisti, che Arianna conosceva bene e che offriva con piacere alla sua ospite. Visitarono la bottega di oreficeria, e Maya fu entusiasta dalla qualità e dalla bellezza degli oggetti esposti: l'orafo, un giovane simpatico di una trentina d'anni dai capelli lunghi e dall'aria da ex-alternativo che ha messo la testa a posto, le propose e le fece provare numerose sue creazioni, orecchini, collane, bracciali di gusto di volta in volta sudamericano, arabo, celtico. Evidentemente aveva saputo studiare molto bene le gioiellerie di quei popoli e di quei paesi, e le aveva assorbite nella sua arte. Dopo aver provato molti gioielli, sotto lo sguardo e il consiglio attento di Arianna, non potè rinunciare a una parure di orecchini, collana e bracciali di stile precolombiano. Prima ancora che potesse anche solo pensare a chiedere il prezzo, Arianna aveva già dato la sua carta di credito all'artigiano. Entrambi fecero attenzione, mentre si passavano lo scontrino da firmare, di non far vedere a Maya il costo di quegli oggetti - che comunque non era certo due lire. Quando uscirono dal negozio, Maya era felicissima; non tanto e non solo per il regalo ottenuto, quanto soprattutto per il fatto che raramente, in vita sua, si era mai sentita così totalmente accudita, protetta, coccolata. Sapeva bene che era tutto un gioco, e probabilmente anche molto costoso (sebbene non fosse lei a pagare), ma il senso del gioco è dimenticarsi che è un gioco. E, tutto sommato, non le era affatto difficile.
Si fermarono a prendere un aperitivo ai tavolini di un piccolo bar in un campo silenzioso e poco battuto dai turisti; poi presero il traghetto e si spostarono alla Giudecca, dove si fermarono a mangiare in un tranquillo ristorante col dehor. Nel primo pomeriggio tornarono al palazzo. Non avevano camminato poi così a lungo, ma Maya si sentiva già piuttosto stanca; e non le dispiacque, dopo aver salutato Arianna, che le aveva dato appuntamento per le dieci di quella sera, spogliarsi del suo vestito, accostare le tende e lasciarsi cadere sul letto per un piacevole riposo ristoratore.
Quando si era svegliata, Maya aveva fatto un bagno; poi si era fatta servire una cena leggera, e si era nuovamente immersa nella lettura del libro di poesie. Sapeva che anche per quella sera probabilmente le era stato preparato un piacevole programma, ma la cosa, sebbene la eccitasse sottilmente, non le provocava un’attesa nervosa. Quando Arianna bussò delicatamente alla sua porta, la accolse con un sorriso. "Sei pronta per uscire?" le chiese. Maya la guardò un attimo, sorpresa: "No, pensavo che anche stasera saremmo… rimaste in casa…"
Arianna la guardò, sorridendo di rimando con un’ombra di malizia: "No, questa sera c’è in programma di uscire…" Maya le chiese se si doveva vestire elegante, ma Arianna rispose che un paio di jeans e una maglietta sarebbero andati benissimo.
In effetti Maya fu contenta, dopo il pomeriggio di riposo e dopo il bagno si era rilassata molto, non aveva nessuna voglia di vestirsi in modo particolarmente elegante. Ma restò perplessa quando si accorse che Arianna la stava conducendo all’Harry’s Bar, in piazza San Marco, locale celebre per la sua eleganza… e i suoi prezzi. "Non preoccuparti" le disse lei "non credere che Hemingway, per venire qui, si mettesse particolarmente in tiro!"
Si sedettero ad un tavolino non troppo vicino all’orchestra che suonava motivetti ad uso e consumo dei turisti americani, e trascorsero una mezz’ora abbondante guardandosi attorno, scrutando incuriosite e divertite gli altri clienti, le coppiette palesemente in viaggio di nozze, e non solo… Curioso che tra loro si fosse già creata questa particolare complicità.
Quando ormai i turisti cominciavano a diradarsi – Venezia non è certo una città da vita notturna; in genere, stravolti dalle lunghe marce per calli e campi, non si regge mai troppo oltre le ventidue, le ventitre – Arianna si alzò. "E’ meglio che andiamo, tra poco abbiamo un appuntamento…" Maya sapeva che la stava aspettando un’altra esperienza piacevole come quella della notte precedente, e questo la eccitava sottilmente, come la eccitava il non saperne niente, e il non potere, o non volere, fare domande.
Si incamminarono lungo calli intricate e deserte; il silenzio, ormai, era rotto solo dai loro passi, dallo sciabordìo, di tanto in tanto, dell’acqua di un canale; le uniche presenze erano solo i gatti che passando le guardavano curiosi per un attimo. L’aria era piacevole e ferma. Maya prese Arianna sottobraccio e si strinse a lei, non provava freddo ma voleva lo stesso sentirla vicina, sentirne il calore.
Arrivarono in un campo dietro una chiesa, al margine del quale passava un canale. Era strano, in quanto nella maggioranza dei campi veneziani non ci sono canali. Era un luogo suggestivo per la tranquillità, per la mole incombente della chiesa, per la luce strana della luna. Si sedettero su una panchina di pietra, vicino al canale. Arianna guardò l’orologio. "Ci siamo quasi" disse. Poi si sfilò dalla schiena la sua borsa-zainetto, la aprì e ne trasse una mantella di seta nera. La porse a Maya, che senza dire niente la indossò.
"Ti sta bene!" disse. Maya le sorrise, e accennò a qualche passo lungo il canale, atteggiandosi come se si trovasse sulla passerella di un atelier di moda. "Peccato per i jeans e le scarpe da ginnastica, non credo proprio che facciano una bella figura!"
"Oh, quanto a questo non preoccuparti" rispose Arianna. "Non li terrai ancora per molto".
Nel sentire questa frase, Maya provò, adesso sì, una leggera inquietudine. Eccitante, forse.
Arianna frugò ancora nella borsa, e ne estrasse un altro oggetto luccicante, che Maya stentò a riconoscere sulle prime. Ma quando si rese conto di cosa si trattava, le mancò il fiato.
Era un paio di manette. "Vieni, te le devo mettere" disse Arianna.
Maya obbedì, col cuore che cominciava a batterle più forte. Si avvicinò all’amica, seduta alla panchina; le volse la schiena, incrociando i polsi. Sentì il rumore metallico dei ganci che venivano aperti, poi il freddo del metallo sui polsi, le mani di Arianna che le sfioravano le sue mani.
Arianna si alzò, la fece sedere a sua volta sulla panchina, le aggiustò dietro il mantello, perché i polsi ammanettati rimanessero coperti. Maya aveva gli occhi chiusi. Arianna le si accostò, le disse piano in un orecchio: "Adesso arriverà un motoscafo. Verrai fatta salire. Ah, già, dimenticavo…"
Dalla borsa estrasse, stavolta, una benda. La applicò sugli occhi di Maya, che adesso stava respirando a bocca aperta, in maniera concitata, quasi affannosa. Per un attimo sperò che l’avrebbe imbavagliata, le sarebbe piaciuto, ma non ebbe il coraggio di dirglielo.
Ormai Maya era in un mondo tutto suo. Sentì arrivare per l’ultima volta la voce dell’amica: "Adesso ti lascio. Stai tranquilla, tra poco saranno qui". La baciò lievemente su una guancia. Maya la sentì alzarsi, prendere la borsa; e poi sentì i suoi tacchi alti risuonare lungo il lastricato. Le dispiaceva non vederla andare via, le piaceva molto l’eleganza con cui si muoveva; e da sola, in quel campo strano sotto la luce della luna, sarebbe stata sicuramente bellissima, degna dell'arte di qualche grande fotografo…
Non ci volle molto; sentì il rumore di un motoscafo, e poi dei passi intorno a lei. Due persone la presero di sotto le braccia, con delicatezza ma anche con fermezza; la fecero alzare in piedi, le fecero scendere cautamente i gradini che portavano al canale, e poi, trattenendola perché non inciampasse, la fecero salire sul motoscafo, che ondeggiò vistosamente. Perse l’equilibrio, e fu sorretta.
Venne fatta entrare nella cabina, e fatta sedere su uno dei divanetti laterali; sentiva intorno a sé delle persone, ma non capiva quante. Le sembrò solo, a un certo punto, di riconoscere gli odori e i profumi dei suoi misteriosi amanti della notte precedente; ma la cosa non la sorprese più di tanto, era quasi scontato…
Il motoscafo si mosse lentamente, poi poco per volta aumentò la velocità; probabilmente era uscito dal canale, si stava muovendo sullo specchio della laguna… Maya la immaginò con un’intensità inusuale: le luci, la luna che si rispecchiava sull’acqua, il profilo di San Giorgio Maggiore e della Giudecca… L’immagine era così bella che le dette un brivido di piacere, un piacere che si fuse con quello, sottile, spaventato e misterioso, che stava provando – il piacere di non sapere…
Non molto dopo, il motoscafo ancora in movimento, sentì delle mani su di sé. Qualcuno le aveva sfilato il mantello e tolto le manette, qualcun altro le stava slacciando le scarpe, i pantaloni. Le vennero sfilati, e così anche la maglietta e le mutandine; le vennero rimesse le manette. Maya si sollevò un attimo dal sedile per agevolare la manovra. Adesso era completamente nuda, a parte la benda.
Ebbe un brivido di freddo. Per la prima volta sentì la voce di uno dei suoi ospiti, una voce femminile, calda e forse affettuosa, che le sussurrò all’orecchio: "Hai freddo? Vieni, appoggiati a me…"
Maya così fece; la donna era seduta al suo fianco, sul divanetto imbottito. Si strinse al suo fianco, e la sentì piacevolmente formosa e calda, come calda ne era la mano, che la cinse intorno alle spalle, arrivando, quasi casualmente, a vellicarle un seno. Era bello.
Sentì poi il motoscafo perdere velocità, accostarsi ad un attracco, fermarsi. Venne fatta alzare, uscire dalla cabina, salire su un pontile di cui avvertiva le assi umide sotto i piedi nudi. Di nuovo sorretta per le braccia, immobilizzate dalle manette, fu fatta camminare lungo quello che le sembrò un sentiero di ghiaia e di erba, fino a quando non ebbe l’impressione di trovarsi all’interno di un luogo chiuso, ma nello stesso tempo molto umido e freddo.
Camminarono così per diversi minuti. L'odore salmastro della laguna si frammischiava ad un altro odore, di vegetazione. Maya sentiva i passi leggeri di coloro che le erano attorno e le loro voci sussurrate con cui si parlavano, senza intenderne le parole; ogni tanto sentiva una mano vogliosa sporgersi ad accarezzarle un seno, una spalla, il culo, e questo la eccitava terribilmente; quei leggeri toccamenti era come se esaltassero la sua nudità, e, forse, una promessa di altri piaceri. Era un ricadere indietro sulle vicende e gli stati d'animo della sera prima…
Entrarono in un edificio. Sentì che stavano salendo dei gradini, percepì un pavimento liscio e freddo, forse marmo, sotto i suoi piedi. Sentì risuonare il riverbero dei passi dei suoi accompagnatori, le sembrò, dal suono di tacchi alti, che almeno due di loro fossero donne. Si chiese come fossero vestiti; chissà perché, se li immaginava tutti elegantissimi, nobili veneziani discendenti dei dogi, e questo la faceva sentire ancora più nuda, forse più bella, di una bellezza che sopperiva a qualsiasi differenza tra lei e loro… Si rendeva conto che faceva freddo, che era umido, ma lo avvertiva solo a tratti, perché il suo stesso calore la riscaldava.
Si fermarono. Le vennero tolte le manette, ma solo per immobilizzarle le braccia verso l'alto, aperte a V. Poi sentì che lo stesso veniva fatto anche con le caviglie, bloccate in modo da costringerla a tenere le gambe aperte. Ora era veramente loro prigioniera. In un altro contesto sarebbe morta di paura, ma ormai si sentiva parte del gioco, le bastava pensare al bel viso e agli occhi rassicuranti di Arianna per rilassarsi.
Per alcuni minuti non successe nulla, nessuno la toccò, sebbene tutti fossero ancora lì. Sentì poi la zip di qualcosa che veniva aperto, forse una borsa; e poi qualcosa di duro e di freddo le sfiorò un seno, facendola sussultare. Una voce femminile rise divertita. Lei si rilassò, e si protese in avanti, lasciando che i cubetti di ghiaccio sfiorassero il suo corpo, la sua schiena, insinuandosi nel suo sesso, nella sua bocca. Non l'aveva mai fatto prima, non era sgradevole anche se sicuramente c'erano ben altre cose che l'eccitavano di più.
Durò alcuni minuti. Poi si sentì toccare sul collo da qualcosa d'altro, qualcosa di duro e bagnato. Sentì altri oggetti simili toccarla in altri punti del corpo; sfiorarle i seni, il ventre, l'interno delle cosce. Capì in fretta che i suoi ospiti stavano maneggiando dei falli di plastica o di gomma dura, ben lubrificati, che lasciavano delle tracce odorose lungo il suo corpo. Adesso sì, era lei, era bello, era forte. Era quello che voleva, anche se ne avrebbe voluto di più, sempre di più. Il suo respiro cominciò a farsi più affannoso, la sua bocca si schiuse leggermente e uno di quegli oggetti, allora, gliela penetrò all'improvviso, con durezza, fino alla gola. La persona che in quel modo la stava quasi soffocando, le sfiorò la guancia con un bacio leggero; era una donna, forse la stessa che l'aveva tenuta stretta a sé durante il percorso in motoscafo. Iniziò a far andare su e giù quel fallo, e intanto gli altri, più in basso, stavano poco per volta aprendosi altre strade. Lei, nonostante fosse praticamente spaccata, cercò di aprire ulteriormente le gambe, per evitare di farsi male; ma non ce ne fu bisogno, gli oggetti le scivolarono dentro agevolmente, e cominciarono ondate di piacere, che in qualche modo l'altro fallo che le riempiva la bocca la aiutava a mantenere, e che le venne anche stimolato da bocche che si chinarono a leccarle i seni, a morderle i capezzoli.
Non seppe dire quanto durò. Ad un tratto, sentì i falli rilasciarla, e ne soffrì; gemette, il suo corpo si inarcava alla loro ricerca, ma niente, non tornavano. Ebbe freddo. Dovette aspettare un tempo che le sembrò lunghissimo prima di risentirli ancora su di sé, e poi di nuovo dentro. Stavolta la bocca le fu riempita da un bacio lungo e appassionato, questa volta era un uomo, coi baffi.
Ancora per alcune volte venne eccitata e abbandonata. Sembrava che chi aveva la regia della situazione conoscesse alla perfezione il senso del suo piacere, perché riuscivano a portarla alla soglia dell'orgasmo per poi lasciarla lì, senza risoluzione.
Sentì infine che veniva slegata. Fu sorretta, prima che cadesse per terra: tutti i suoi muscoli, tutte le sue energie erano ormai focalizzate sul piacere, solo su quello. Venne accompagnata a stendersi su qualcosa di morbido, probabilmente un materasso; rapidamente, i suoi polsi furono di nuovo immobilizzati dietro la schiena. Ora si trovava, più o meno, nella stessa situazione della sera prima, anche se al buio si era sostituita la benda e aveva le mani legate. Ma non furono più solo baci o carezze; fu una vera e propria tempesta di corpi, corpi nudi che le si accanirono addosso, petti e seni che si offrirono alla sua bocca, mani e poi falli - questa volta veri - che la penetrarono dolcemente e duramente. Era bellissimo, e finalmente fu liberata dal suo orgasmo con grida e tremiti convulsi.
Si rese conto che era giunta all'orgasmo da sola; sentiva che tutti coloro che le erano intorno, uomini e donne, erano eccitatissimi, ma per il momento si trattenevano ancora. Fu massaggiata leggermente e delicatamente. Poi, la solita voce femminile le sussurrò: "Apri la bocca, per favore". Lei lo fece, e all'improvviso, quasi brutalmente le venne applicato un bavaglio, anzi, come si rese subito conto, una specie di museruola... il suo desiderio di poco prima, quando Arianna l'aveva bendata, era stato realizzato. La strana museruola era forata al centro, ed era fatta in modo da costringerla a tenere la bocca e i denti aperti. Era piuttosto scomoda, ma almeno non la soffocava. "Ti dà fastidio?" le chiese la donna. Lei accennò di no con la testa. La donna le disse: "Adesso verrai penetrata in bocca e berrai lo sperma di tutti".
Maya accennò di nuovo di sì, anche se non le era proprio sembrato che fosse stato richiesto il suo consenso. Eppure, anche adesso come da quando aveva cominciato quella strana vacanza, sentì che quello che stava succedendo era esattamente quello che voleva - che forse aveva sempre voluto.
Sentì delle mani femminili tenerle fermo il capo, e poi, dall'alto, attraverso il foro di quel marchinegno che la imbavagliava, un grosso pene le entrò dentro, fino alla gola, andando e venendo in maniera furiosa. Non poteva fare niente, né chiudere la bocca, né scostarla; dovette subire quella penetrazione passivamente. Non è che le dispiacesse, ma avrebbe voluto farsi in qualche modo parte attiva in quel gioco; cercò quindi di accarezzare con la lingua il glande dell'uomo. Non ci volle molto perché un getto di sperma caldo le investisse il fondo della gola, facendola tossire convulsamente. La donna che la teneva ferma la sorresse, carezzandole i capelli sudati, poi appoggiò la bocca alla sua e scese a cercarla con la sua lingua. Maya, affannata, rispose al bacio.
Non le fu lasciato il tempo di riprendere fiato. Immediatamente la sua bocca fu penetrata da un secondo uomo, che preferì restarle dentro, senza muoversi, per un tempo che le sembrò lunghissimo. Sempre con la testa tenuta ferma da mani femminili, Maya aveva l'impressione di soffocare, come prima con il fallo di plastica; ma questo cazzo vivo le portava ulteriore eccitazione. Qualcuno le teneva ferme le mani ed i piedi, qualcun altro le leccava, con gentilezza ed attenzione, il sesso. Pur senza muoversi, anche questo secondo suo ospite venne, inondandole di sperma il fondo della gola. Lei cominciò a tossire, si divincolò, cercò di sputare; la donna che le era vicino, accompagnandola ed accudendola al suo piacere, la fece sollevare, girare sul fianco, e la sorresse per aiutarla a liberarsi la gola.
Quando si fu tranquillizzata, le sussurrò in un orecchio: "Scusa, ma non abbiamo ancora finito". La costrinse gentilmente a sdraiarsi di nuovo supina, e fu la volta di un terzo. Questo fu più gentile dei precedenti, le sue entrate ed uscite furono di breve durata, non le tolse il fiato, anche se quella maschera cominciava a farle dolere la mascella. Le venne, con molta gentilezza, sulla lingua, e a lei piacque assaporarne il gusto.
Fu poi la volta di un quarto, che rinunciò ad una penetrazione vera e propria; dai suoi movimenti, lei capì che le aveva messo in bocca solo il glande, e si masturbava. Bevve il suo sperma come ad una fonte.
Di nuovo la donna che l'aveva tenuta ferma la baciò; intanto una lingua, che le sembrava femminile, continuava ad accarezzarle il sesso senza mai fermarsi. Non ci volle molto perché lei venisse, agitandosi furiosamente, mentre le mani degli altri continuavano a bloccarle i polsi e le caviglie. Le fu tolta la maschera, pur lasciandole la benda sugli occhi; tutti, a turno, la abbracciarono con gratitudine ed amore, e lei rispose agli abbracci con trasporto. Si sentiva felice, come purificata da quello strano rito.
Le vennero di nuovo messe le manette dietro la schiena. Era ancora bendata. Sentì armeggiare intorno a lei, e poi, poco per volta, si accorse che tutti stavano andando via. "Dove andate? Non lasciatemi qua!" gridò, ma nessuno rispose. Non era possibile: era stata abbandonata nuda, legata, bendata, in un posto sconosciuto. Si rendeva perfettamente conto che quel luogo era disabitato, che se avesse gridato, chiamato aiuto, nessuno l'avrebbe sentita; sentiva ancora in bocca il sapore dello sperma dei suoi amanti, ma ora non ne era più gratificata, era un gusto inutile, doloroso. Aveva le gambe libere, avrebbe potuto camminare, ma non conosceva il luogo; avrebbe rischiato di farsi male, di cadere, di morire. Non poteva che restare lì.
Aveva paura. Cominciò a piangere il pianto di un bambino, disperato, dolce, continuo. Si sentiva sola e indifesa come se fosse appena nata, aveva bisogno di qualcuno, ma non c'era nessuno. Si rese conto che nel pianto, con una voce regredita, infantile, stava chiamando Arianna. Ma lei non rispondeva. Allora cominciò a chiamare il suo fidanzato, ma era come se lui l'avesse abbandonata, tradita, venduta. Tremava dal freddo, singhiozzava, le lacrime, sotto la benda, le impastavano gli occhi ed il viso.
Il canto degli uccelli, ad un certo punto, le fece capire che stava venendo giorno. Fu una delle ultime percezioni che ebbe, prima di rannicchiarsi su un fianco, su un suolo freddo e polveroso (il materassino su cui le sembrava di essere stata fatta sdraiare era stato portato via) e cadere in uno strano dormiveglia.
Non seppe quanto tempo aveva dormito, da quanto tempo fosse lì, con le ossa e i muscoli che le dolevano. Sentì delle mani che la accarezzavano e la riportavano indietro dal sonno e dalla paura, ed erano mani conosciute. Le vennero tolte le manette, la benda, e, nella luce azzurrognola del mattino, Maya vide Arianna, inginocchiata vicino a lei, che le sorrideva con tenerezza, forse un po' di preoccupazione. Provò un sollievo enorme, che scacciò tutta la paura e l'angoscia. Si mosse lentamente, cercando di non smuovere i terribili dolori muscolari che provava, dovuti all'immobilità e all'umido; poi non potè fare a meno di abbracciarla, appoggiandole la testa sulla spalla, riprendendo a piangere dolcemente. Arianna la abbracciò a sua volta, tenendola stretta contro il suo petto. Maya aveva un oceano di sensazioni nel cuore, ma tutto quello che riuscì a dirle fu grazie.
Si staccò da Arianna con difficoltà, quasi vergognandosi di essere lì, nuda, infreddolita e scomposta, davanti ad Arianna, come sempre bella ed elegante. Lei aprì la borsa e le porse i suoi vestiti. "Rivestiti, Maya… torniamo a casa".
Maya si alzò in piedi, con Arianna che la sorreggeva. Si infilò i vestiti, le scarpe, si passò una mano sul viso, che doveva essere devastato dal trucco sciolto e dalle lacrime. Poi, sempre sorretta da Arianna, si avviarono verso l'esterno.
Finalmente potè rendersi conto di quale era stato lo scenario della sua passione. Si trovavano all'interno di un antico palazzo diroccato, con porte e finestre sfondate, su un'isola sperduta della laguna. Era un posto spettrale, interamente circondato da una vegetazione selvaggia; Maya, per un attimo, sentì un ritorno di paura mista a sollievo, ed ebbe un brivido. Arianna le sorrise, e la strinse di più a sé. In quella notte avrebbe potuto succederle di tutto, e nessuno lo avrebbe saputo mai… Era stato tutto un gioco, e lei lo sapeva, ma… il confine tra gioco e realtà, è talvolta talmente impalpabile, sottile…
Attraccato a un pontile devastato, c'era un piccolo motoscafo. Vi salirono; Arianna mise in moto, e, con i capelli lunghi mossi dall'aria del mattino, guidò a bassa velocità attraverso la laguna che si stava risvegliando. Guardò Maya, le sorrise. Sei bellissima, le disse. Maya capì. Doveva essere distrutta, con una faccia orribile, ma le emozioni e la paura dovevano aver liberato qualcosa in lei che lei stessa non sapeva.
Le luci dei canali e dei primi vaporetti erano ancora accese; girarono attorno all'arsenale, videro avvicinarsi i campanili di S. Marco e di S. Giorgio, e poi finalmente furono al palazzo.
Arianna accompagnò l'amica nella sua camera., le fece portare la colazione, e poi, mentre lei mangiava, le preparò un bagno caldo e profumato. "Vuoi che ti aiuti a fare il bagno?" le chiese. Maya non volle, preferiva restare da sola. Quando, dopo averla salutata con un bacio sulla guancia, Arianna se ne fu andata, Maya si spogliò, entrò nella vasca e ci rimase a lungo. Aveva già provato quanto la paura potesse essere erotizzante, e quanto il sollievo che la seguiva potesse essere pacificante; ma mai con questa intensità. Si rilassò. Non poteva ancora ridere della sua paura di qualche ora prima, ma adesso le sembrava qualcosa di irreale, di strano, di necessario. Per vivere. Si rese conto che stava per addormentarsi. Uscì dalla vasca, si asciugò, fece appena in tempo a raggiungere il letto, vi si buttò sopra e si addormentò, completamente nuda.
Quando si svegliò, erano le otto di sera. Aveva dormito tutto il giorno; il corpo le doleva ancora, ma in maniera non fastidiosa, come se fosse appena tornata da una palestra. Degli eventi della notte precedente, ora restava solo il ricordo del piacere, in cui si scioglieva anche la paura. Non poteva pensare a quei cazzi che le avevano penetrato brutalmente la bocca, senza sentirsi bagnare. Aveva voglia di accarezzarsi; le gambe aperte, le sue dita avevano appena cominciato a farlo quando sentì bussare; si tirò il lenzuolo fino al collo. Era la piccola cameriera orientale che spingeva il carrello della cena. Dopo aver chiesto se andava tutto bene e se aveva ancora bisogno di qualcosa, disse: "La signorina Arianna mi ha detto di riferirle che passerà a prenderla alle ore ventidue". Poi fece un compito inchino ed uscì.
Alle dieci, puntualissima, Arianna entrò nella camera di Maya. "Come stai?" le chiese. "Benissimo" le rispose Maya sorridendo, ed era vero.
Maya era in vestaglia. Le chiese se doveva vestirsi per uscire quella sera. "No, stasera staremo in casa; resta pure così".
Maya si accorse che Arianna, sotto la gonna blu che indossava, aveva i piedi nudi, senza scarpe. Erano molto belli, soprattutto il sinistro, ornato da una cavigliera e da un anellino al secondo dito. "Hai i piedi nudi" disse. Arianna le rispose solo con un sorriso leggerissimamente imbarazzato, come se Maya l'avesse colta in fallo. Lei ne fu sorpresa, non sapeva bene cosa significasse, ma non chiese altro, ed andò in bagno per truccarsi.
Poco dopo, salirono insieme le scale verso il piano superiore del palazzo. I piedi nudi di Arianna, che si posavano silenziosi e gentili sui gradini di marmo della scala mentre salivano di sopra, avevano qualcosa di sacrale. Maya si accorse che l'amica era tesa, leggermente in ansia, e non ne capiva il perché, ma, fedele al patto, non volle chiederle altro.
Entrarono insieme nella stanza in cui Maya era stata amata la prima sera.
La stanza era avvolta nella penombra. E, al centro della stanza, illuminata da un piccolo riflettore alogeno, c'era una struttura che fece accelerare i battiti del cuore di Maya: un grosso rettangolo verticale di tubi metallici, luccicanti, da cui pendevano, attaccate e delle catenelle, due polsiere di cuoio. In basso, ugualmente incatenate, due cavigliere. Uno strumento per immobilizzare, per offrire torture e piaceri. Probabilmente lo stesso che, nella villa abbandonata, aveva trattenuto il suo corpo; si vedeva bene che era costruito in modo da essere agevolmente smontabile.
E, per la prima volta, Maya vide i suoi amanti. Stavolta non era lei ad essere mascherata, lo erano loro. Seduti su dei divanetti, la stavano aspettando in sette: tre donne, quattro uomini. Le maschere sui loro occhi facevano pensare - era scontato - al Carnevale di Venezia. Gli uomini erano completamente nudi, le donne, invece, indossavano leggeri vestiti da sera, lunghi e neri due di esse, corto ed argentato la terza, che Maya riconobbe per essere la violoncellista del concertino che le era stato dedicato la prima sera, così come gli altri musicisti erano due dei quattro uomini. Gli altri due erano decisamente più maturi, uno aveva baffi e capelli bianchi. Le altre donne erano una sulla trentina, dalle forme abbondanti che modellavano piacevolmente il vestito nero; l'altra, invece, sembrava aver passato i quaranta, ed era la più femminile, la più sensuale di tutte. Il suo vestito le lasciava completamente scoperte le braccia, abbellite da numerosi bracciali, che si accordavano agli orecchini a goccia che portava; sottili rughe agli angoli della bocca denunciavano la sua età e la rendevano ancora più bella. Tutti sorrisero affabili a Maya, e fu la donna matura ad alzarsi, a muoversi verso di lei con sensualità, a baciarla leggermente sulla guancia, a prenderla per mano e ad invitarla a sedersi vicino a loro. Maya riconobbe subito in lei, per il calore che emanava, la voce e l'odore, la donna che la notte prima l'aveva fatta appoggiare a sé per scaldarsi durante il tragitto in motoscafo, e che le aveva tenuto fermo il viso mentre veniva penetrata in bocca.
Sempre tenendole la mano, la donna invitò Maya a guardare quello che stava per succedere.
Maya vide Arianna essere raggiunta dai due uomini maturi. Le si misero uno davanti, l'altro dietro, come seguendo le regole di un rito. Lei, con gli occhi fissi in quelli dell'uomo che le stava davanti, si sbottonò la camicetta e la fece cadere a terra; si slacciò la gonna, e anche questa cadde, lasciandola completamente nuda; non portava mutandine. Il secondo uomo si chinò e raccolse i vestiti, buttandoli in un cesto di vimini. Lei si tolse poi anelli, bracciali, la collana e gli orecchini, e mise tutto in un vassoio che le era porto dal secondo uomo. Si chinò, si tolse la cavigliera, e anche questa seguì la sorte degli altri gioielli. Rimase esclusivamente con il piercing all'ombelico, che Maya aveva intravisto. Si rialzò in piedi, nuda e bellissima - era la prima volta che Maya la vedeva nuda - e, utilizzando un fermacapelli che sempre il secondo uomo le porse, si raccolse i capelli lunghi sopra la testa.
Maya guardava, ed era incantata dall'armonia dei gesti, dalla disponibilità di Arianna e dalla sua bellezza, dalla ritualità di tutto quello che stava accadendo. Ora cominciava a capire.
Arianna fu portata nella struttura metallica; le mani e i piedi vennero fissati alle polsiere e alle cavigliere. Ora era esposta ai loro sguardi come il quadro in una cornice, tesa come una pelliccia di volpe messa ad essiccare da un cacciatore, illuminata - unico oggetto (oggetto?) nella stanza in piena luce - dallo spot che probabilmente la abbagliava, e guardava di fronte a sé, assente rispetto agli altri ma, così sembrava, con una consapevolezza estrema. La sua figa era un fiore tra le gambe aperte, i suoi capezzoli erano eretti; il calore della lampada la faceva visibilmente sudare, e stille di sudore le luccicavano sulla pelle, soprattutto del viso, come piccoli brillanti, come il piercing ombelicale. Il cuore di Maya, emozionato più dalla bellezza che dall'erotismo, non accennava a rallentare.
Si avvicinarono le altre due donne. Si inginocchiarono ai lati del quadro umano, e cominciarono a baciare il corpo di Arianna; baci piccoli, leggeri e delicati, che cominciarono a percorrerle le gambe, i piedi, le cosce, per poi risalire oltre ed arrivare al sesso dischiuso, al ventre, alla schiena, alle spalle, al viso. Arianna continuava a guardare davanti a sé, accoglieva quei baci come un'offerta dovuta, senza tradire emozioni o eccitazioni particolari, neanche quando ai baci seguirono le lingue, e le carezze.
Alla fine si staccarono da lei, lasciandola di nuovo sola. Uno dei ragazzi allora si accostò a Maya - lei quasi non si accorse del suo avvicinarsi, concentrata com'era dalla scena che aveva davanti agli occhi - e le porse, tenendolo come offerto con entrambe le mani, un frustino, sottile, rigido. Maya conosceva bene quel tipo di oggetto, lo aveva provato molte volte sulla sua pelle, compresa la vigilia della sua partenza per Venezia. Ma ora la situazione era molto diversa, era evidente che le si stava proponendo un ruolo completamente nuovo. La signora che le era al fianco, che evidentemente era un po' il maestro di cerimonie di quegli incontri, le disse piano: "Coraggio. Prendilo e vai da lei. Ti sta aspettando."
Maya, esitante, obbedì. Prese il frustino, si alzò e si mosse lentamente verso Arianna. Lei la vide entrare nel cono di luce, con il frustino in mano, e le sorrise lievemente. Il suo respiro, Maya lo vedeva, era molto accelerato, i bei seni si alzavano e si abbassavano. Ma non era paura.
Maya non aveva mai avuto dubbi sulla bellezza di Arianna, ma solo ora si accorgeva di quale ne fosse la forza terribile e dolce. Attraverso le labbra schiuse, gli occhi umidi, la pelle liscia emanava un magnetismo che la avvolgeva. E ancora di più la rendeva bella l'attesa. "Comincia, per favore" le sussurrò, ma la sua richiesta non aveva il tono di una supplica; piuttosto di un'offerta.
Maya non aveva mai fatto una cosa del genere. Passò alle spalle della ragazza, e restò abbagliata anche lei dalla luce, contro la quale la sagoma perfetta del corpo di Arianna si stagliava come un'ombra. Impugnò il frustino, e, esitando, cominciò a colpire, con molta leggerezza. Sapeva che quei colpi erano poco più che una carezza, probabilmente anche piuttosto ridicola, ma non poteva e non riusciva a fare di più. Quello che le veniva chiesto di fare era contro la sua natura. Le piaceva moltissimo essere frustata dal suo fidanzato, ma non aveva mai pensato a sé stessa in quel ruolo… Bisognava provare rabbia, forse, e lei non ne sentiva affatto. Più che tenerezza e affetto per quella nuova amica, in lei non c'era. Ma neanche il suo fidanzato, certo, provava rabbia quando la frustava.
Si accorse che la donna matura le si era avvicinata. Con dolcezza le prese il frustino dalle mani, e le disse: "Non così. Lascia fare a me, guarda come si fa".
La colpì molto più duramente. Arianna sussultò e gemette. A quel colpo ne fece seguire altri, con un ritmo preciso, spietato. Arianna, ora, si agitava, le catenelle che la immobilizzavano tintinnavano, la struttura, flessibile ma solida, si scuoteva senza lasciarla libera.
Maya, per guardare, si era riseduta sul divanetto. Vedeva Arianna scuotersi, gemere; il suo viso, trasfigurato dal dolore che provava, era bellissimo. Il particolare magnetismo che Arianna emanava divenne ancora più forte, la stava quasi atterrando dall'emozione. Cominciava a capire.
La donna si fermò. Tornò verso di lei, ed era visibilmente eccitata. Rimise il frustino nelle mani di Maya. Coraggio, le disse. Maya lo prese, e tornò dietro Arianna. Prese lo slancio e colpì. Arianna gemette. Colpì di nuovo. Cercò di darsi un ritmo, come aveva fatto poco prima la signora matura. Di studiare le risposte del corpo dell'amica. Era come comporre una musica. L'onda di calore ritornò ancora più violenta, divenne eccitazione, la fece bruciare. Maya non sopportò più, su di sé, la vestaglia, e se la fece cadere alle spalle, facendo anche volar via dai piedi le pantofole. Rimase completamente nuda, era l'unica condizione che sentiva perfetta per poter vivere quegli stati d'animo e quelle emozioni nuove. Musica erano anche i gemiti e l'odore di Arianna, sudore e piacere, che diventava sempre più forte. E i suoni che venivano dalla parte oscura della stanza, dove qualcosa stava succedendo.
La donna matura si fece di nuovo avanti. "Brava Maya" le disse "adesso continuo io. Tu vai di là".
Maya uscì dal cono di luce, e, completamente nuda, si avvicinò ai divanetti. Poco per volta, man mano che i suoi occhi si abituavano nuovamente alla penombra, le si mise a fuoco davanti agli occhi un'altra scena.
I tre musicisti avevano cominciato a fare l'amore tra di loro. Uno dei due ragazzi, il flautista, teneva abbracciata la violoncellista, baciandole il viso e il collo. Lei, seduta sul divanetto, aveva aperto le gambe, dopo essersi tirata su il vestitino color argento; il clavicembalista, inginocchiato davanti a lei, la leccava appassionatamente, facendola tremare e gemere. Maya si era seduta tra i due altri uomini, che cominciarono ad accarezzarla con discrezione. L'altra donna, la trentenne, anche lei completamente nuda - e i suoi seni grandi splendevano in tutta la loro morbida bellezza - venne ad accoccolarsi ai suoi pedi, che cominciò a baciare e ad accarezzare lievemente. Così dolcemente stimolata, e con la musica dei gemiti di Arianna, Maya vide i tre musicisti continuare ad amarsi, penetrarsi, baciarsi. La ragazza, in estasi, veniva leccata, baciata, penetrata alternativamente da entrambi; ora ne prendeva uno in bocca, ora veniva accarezzata sui seni dal sesso dell'altro. Né la stupì troppo vedere che anche i due ragazzi si concedevano delle reciproche attenzioni. Fu un crescendo graduale, che arrivò al culmine quando fu presa da entrambi contemporaneamente, una doppia penetrazione che la fece arrivare istantaneamente al'orgasmo, mentre i due ragazzi, lasciando da parte il suo viso sconvolto e la sua bocca urlante, si baciavano appassionatamente, arrivando poi in quasi totale contemporaneità ad esplodere in lei. Ecco perché suonano così bene, intuì Maya.
Ma neanche i suoi uomini la lasciarono sola. Anzi, accompagnavano il piacere e la gioia di quella contemplazione accarezzandola, baciandole i seni, sollecitando delicatamente il suo ventre, il suo sesso bagnato e dischiuso. Non fu strano per lei incontrare la lingua di uno di loro, scendere poi a baciargli il petto, e di qui fino al sesso e poi più oltre, cercando odori, sapori e memorie anche sull'ano dischiuso, mentre la lingua dell'altro era al suo culo che si stava dedicando, un dare e ricevere simultaneo che la stava facendo impazzire. Si sentì ancora, poi, pizzicare i capezzoli, torcerli con forza e dolore, e la scossa elettrica che la percorse fu feroce. Baciando furiosamente uno dei due si abbattè con violenza sul suo cazzo eretto, che le scivolò dentro con facilità; sentì l'altro appoggiarlesi dietro, e, esattamente come era capitato pochi minuti prima per la violoncellista, anche lei si trovò sfondata da una doppia penetrazione, mai successo prima. La donna le si pose davanti, sostenendo i grandi seni con le mani per poterli offrire alla sua bocca; poi la baciò, e lei sentì quel dolce sapore fruttato che già conosceva. E intanto i lamenti di Arianna contrappuntavano la situazione. Fu solo lanciando uno sguardo fuggevole che Maya si rese contoche non erano più lamenti di dolore, ma di piacere: ancora incorniciata nel telaio metallico, la donna matura, ora nuda anche lei, le stava inginocchiata davanti su un cuscino, e le offriva piacere con la sua lingua. Ma fu percezione che durò solo un attimo. Poi Maya precipitò nell'abisso della sua passione, che si concluse solo molto dopo, quando anche i suoi due amanti, nessuno dei quali era il suo fidanzato, le esplosero dentro, ondate e ondate di sperma caldo che lei sentì percorrerla tutta, fin quasi alla gola, fino ad affiorarle come lacrime dagli occhi, e che le rimasero dentro ancora a lungo, finché i due uomini, con delicatezza, si separarono da lei.
Intanto, anche Arianna aveva avuto il suo orgasmo. Era stata slegata, la signora l'aveva fatta stendere sui cuscini e le stava massaggiando delicatamente le caviglie e i polsi. Tutti le si avvicinarono, prendendo ad accarezzarla per addolcire il suo ritorno, e per farle sentire la propria gratitudine. Maya e la violoncellista erano ancora piene di sperma, la signora le fece accovacciare sopra Arianna con le gambe aperte, in modo che i liquidi che da loro colavano fossero raccolti dal corpo dell'amica. Poi, usandoli come un balsamo, continuò a massaggiarla.
Lo strano popolo mascherato dell'amore uscì poi con discrezione. Rimasero solo Maya ed Arianna, che, nella stanza ormai vuota, si guardavano negli occhi. Ancora una volta Maya non seppe dire altro che grazie, e poi abbracciò l'amica, debolissima. La aiutò a rialzarsi, si rivestirono e poi scesero di sotto; stavolta era Maya che sorreggeva Arianna.
Fermati a dormire con me, le chiese Maya. Arianna esitò, poi acconsentì. Sarebbe stato opportuno che si facessero un bagno o una doccia, ma non lo fecero; di comune, silenzioso accordo, si spogliarono nude - Maya fu affascinata ed intenerita dal reticolo di segni rossi che si disegnava sulla schiena di Arianna -, si lasciarono cadere sul letto e, copertesi solo col lenzuolo, si addormentarono, abbracciate, godendo del loro calore e dell'odore dello sperma sui loro corpi.
Quando Maya si risvegliò, il mattino dopo, era sola; Arianna si era allontanata. La cosa le dispiacque un poco. Dopo aver bussato alla porta, entrò la cameriera, spingendo il carrello della colazione; disse a Maya che Arianna sarebbe ripassata alle undici, per accompagnarla in aeroporto.
In aeroporto… è vero. Quei pochi giorni erano passati, anche se a lei sembrava di essere lì, ospite in quel palazzo delicato e delizioso, da mesi. Aveva completamente perduto il senso del tempo. Lo spazio di un sogno; ora avrebbe dovuto riprendere l'aereo, tornare nella sua città, ricominciare a vivere… e le tornò alla mente il suo ragazzo, assente ma presente in tutto quello che le era successo in quei giorni. Prese il telefono cellulare dal cassetto del comodino, dove l'aveva abbandonato fin dal suo arrivo, e mandò un messaggio al fidanzato: "E' STATO SUBLIME!!!".
Alle undici, Arianna passò a prenderla, e lei si fece trovare già pronta, con il bagaglio chiuso. Arianna, gentile come sempre, insistette per portarlo lei fino all'attracco del canale, dove un motoscafo-taxi già le aspettava per condurle direttamente all'aeroporto.
Mentre il motoscafo, uscito dai canali di Venezia, saltava sulle onde della laguna in direzione dell'aeroporto Marco Polo, loro erano sedute sui divanetti della cabina, le tendine chiuse. Maya si accorse che Arianna non la guardava, e teneva la testa voltata dall'altra parte. "Che c'è?" le chiese. Ma Arianna non le rispose. Allora Maya le prese la mano. Arianna gliela strinse forte. Con difficoltà, quasi vergognandosi, si voltò verso di lei. Aveva gli occhi pieni di lacrime. "Non ha senso" disse, quasi per giustificarsi. "Non posso innamorarmi di ogni nostra cliente. Non è professionale".
Maya fu presa da uno stupore imbarazzato. Da un lato, le veniva rivelato quello che aveva sempre saputo, ma che le regole del gioco l'avevano costretta a dimenticare: che tutto quel sogno, per quanto feroce e meraviglioso, non era null'altro che una simulazione, il corrispettivo di un contratto, per cui qualcuno - il suo fidanzato - aveva pagato. E dall'altro scopriva che, nonostante questo, rimaneva spazio per passioni vere e sentimenti veri. Fu presa da una grande tenerezza per Arianna, che nonostante tutta la sua bellezza, la sua sicurezza di sé, la sua professionalità, non poteva astenersi da simili fragilità umane; la attirò a sé, le fece appoggiare il capo sul suo petto e, accarezzandole i capelli, ne raccolse il pianto leggero e senza singhiozzi a cui si lasciò andare. In quel momento si rese conto che, nonostante l'intimità che avevano condiviso, non avevano mai fatto l'amore, anche se era come se lo avessero fatto. Probabilmente ad Arianna non era permesso, per questo aveva esitato a dormire con lei. Era permesso solo agli altri, anonimi artisti e figuranti. Probabilmente pagati per farlo - o, forse, alcuni di loro essi stessi clienti, sia pure in altro senso. Maya non si era innamorata di Arianna, purtuttavia provava per lei un grande affetto, una profonda gratitudine. Fece scorrere la mano lungo la sua schiena, e lei sussultò; Maya si ricordò delle frustate, e ritirò la mano. Ma Arianna disse: "Fallo ancora, ti prego"…
Maya lo fece ancora. E la sentì aggrapparsi a lei più forte e tremare mentre lo faceva. Volle chiederle una cosa; ormai poteva farlo, forse.
"Arianna…"
"Sì?" rispose lei, senza alzare la testa.
"ma… lo fai sempre, questo? Intendo dire, ti fai frustare da ogni cliente che arriva?"
"No, Maya. Anzi, non l'ho mai fatto prima. Non fa parte delle mie prestazioni. L'ho fatto per te, solo per te."
Maya la strinse più forte.
Poco dopo, fatto il check-in, venne il momento di salutarsi. Arianna aveva ricuperato la sua serenità, almeno in apparenza. Maya le chiese di andare a trovarla, se fosse passata da Roma. Ma lei fece segno di no: "Meglio di no, Maya. Meglio così". Poi la abbracciò forte, e fuggì via senza voltarsi, col suo vestito elegante e il suo passo armonioso sui sandali dai tacchi altissimi, accompagnata dagli sguardi ammirati e vogliosi di molti viaggiatori.
Sull'aereo che con violenza si alzava verso il cielo, Maya provò un momento di malinconia. Stava per ricominciare il suo solito vivere. Ma sarebbe stato, ora, un vivere molto diverso. Più forte e più vero. Ripensò a tutto quello che era successo, gli eventi e le sensazioni, le emozioni, i panorami di Venezia, la schiena striata di Arianna dopo il supplizio della sera prima, e seppe che tutto questo non l'avrebbe perduto mai. Tra poco avrebbe rivisto il suo fidanzato. Sperò ardentemente che la portasse a casa, la facesse spogliare nuda, le restituisse subito quello che lei aveva dato ad Arianna, la facesse piangere e gridare. Perché sapeva che in quei pianti e in quei gridi avrebbe rivissuto con una forza immensa tutto quello che c'era stato, e tutto quello che sarebbe venuto, da quel giorno in poi, e per sempre.