Incontro in tram

 

Come tutte le mattine, stavo andando al lavoro. Svogliatamente, come tutte le mattine. E come tutte le mattine, cercavo qualche rara vibrazione di piacere nel guardare le mie compagne di viaggio: le donne, di varia età e aspetto, che come me a quell'ora mattutina viaggiavano sul tram, per andare dalla periferia verso il centro. Verso la scuola, le giovanissime. Verso l'università, le giovani. Verso il lavoro, le meno giovani. Verso il grande mercato centrale, famoso per la sua buona qualità e i suoi bassi prezzi, da cui sarebbero tornate un paio d'ore dopo cariche di sporte odorose d'aglio e di peperoni, le anziane, incaricate sicuramente dalle loro figlie, madri e lavoratrici, di alleviare loro così le incombenze domestiche; compito al quale peraltro si prestavano tutt'altro che malvolentieri, dal momento che al mercato potevano incontrarsi, chiacchierare, gustare le battute di qualche allegro fruttivendolo, e al ritorno avrebbero sicuramente trovato qualche galante pensionato vicino di casa che avrebbe dato loro una mano a trasportare le borse.

Io ero lì, e mi dedicavo, come tutte le mattine, al mio gioco preferito: facendo finta di leggere un libro (su quella linea, e a quell'ora, dovevo essermi sicuramente fatto una sinistra fama di intellettuale) guardavo in tralice le fanciulle presenti. Se, quando fossi salito sul tram ancora semivuoto, ne avessi visto qualcuna particolarmente appetitosa, meglio se con scarpe dai tacchi alti e senza calze in questo caldo inizio di primavera, mi sarei immediatamente seduto vicino a lei. Non le avrei rivolto la parola e non avrei cercato di toccarla - non sono un pappagallo -, ma avrei potuto godere, oltre che della sua vista, del suo calore e del suo odore. E la prospettiva della giornata di lavoro così mi sarebbe sembrata meno triste.

Quel giorno le cose peraltro non mi erano andate piuttosto bene. Nessuna delle donne presenti mi era sembrata tale da meritare la mia attenzione; e pertanto, incredibile ma vero, mi ero realmente assorto nella lettura del mio libro.

Finché, ad un certo punto, mi ero sentito chiamare per nome. Alzai gli occhi, giusto in tempo per naufragare.

Per un attimo mi parve che tutto, intorno, sedili, finestrini, borse della spesa, donne anziane, diventasse azzurro, di un azzurro chiaro e vivo, come quei due occhi che mi guardavano e sorridevano. Per un attimo mi parve di vedere dei sottilissimi raggi di luce che, da tutte le direzioni, convergevano verso di essi, come se essi fossero non la sorgente, ma il fine ultimo, la delicata passione di ogni cosa bella.

- Ciao! Ti ricordi di me? - mi disse. Mi ricordavo, ma solo gli occhi. Non riuscivo a ricordare a chi appartenessero, chi fosse quella ragazza bionda e gentile, dai capelli lunghi e lisci e dai numerosi orecchini che le perforavano molte volte entrambe le orecchie, che mi stava di fronte e mi sorrideva dopo avermi riconosciuto; da non poco tempo non ci vedevamo, almeno di questo ero sicuro.

Certo che mi ricordavo, mentii, e intanto speravo che lei mi desse qualche elemento che mi permettesse di situarla storicamente nella mia vita, e mi evitasse la figuraccia.

Per fortuna, la sua conversazione mi venne immediatamente in aiuto, e la riconobbi. L'avevo conosciuta tanti anni fa, sicuramente più di dieci, ad un corso di lingua tedesca; poi l'avevo reincontrata quando avevo lavorato, tempo dopo, per un piccolo ma famoso imprenditore della mia città, del quale avevo scoperto lei esserne la figlia. Non era stata un'esperienza molto piacevole, ad essere sincero; non certo lei, quanto l'imprenditore, o per meglio dire una sua stretta collaboratrice, una madama che, dopo avermi accolto con ogni onore, mi aveva defenestrato senza tanti complimenti pochi giorni dopo, quando si era resa conto che non le andavo a genio. Ma di questo non avevo certo fatto alcuna colpa a quei meravigliosi occhi azzurri, ci mancherebbe. E raramente ho visto una figlia del padrone, in una piccola azienda, essere trattata come tutti gli altri dipendenti, cioè male, come capitava a lei.

In breve mi tornarono alla mente altri motivi su di lei. Il fatto che suonasse la batteria, cosa inusuale per una ragazza; ma neanche poi tanto, se si rifletteva su quella sua arietta un po' spaurita da "punk-ma-non-posso" che a me, che non sono certo un estremista, ispirava simpatia. Quella volta, poi, quando eravamo andati ad abbuffarci di carne grigliata nella casa di campagna della nostra insegnante di tedesco, assieme agli altri compagni di classe (avevamo viaggiato insieme, sotto una pioggia torrenziale, nella sua Due Cavalli, in compagnia di un'altra sua amica; e poi lungo la strada, da un bar, avevo dovuto telefonare al ragazzo di questa sua amica, per intercettarne la madre che - come infatti era successo - avrebbe risposto lei al telefono, e dire "sono un amico di Marco" (se si chiamava Marco), in quanto tra le due c'era una certa incompatibilità di carattere, e poi interconnettere i due fidanzati via cavo solo dopo aver bypassato la genitrice). E poi l'ultima volta che l'avevo incontrata, nel 1994, mentre si manifestava contro non ricordo più quale bomba mafiosa, e lei mi aveva detto che era diventata mamma. Perfetto, adesso avevo qualcosa da chiederle, per farle vedere che mi ricordavo di lei.

E tuo figlio, come sta?

Veramente, mi rispose, i figli adesso sono due.

Pazzesco. Io, come età, vado per i 40, eppure ogni volta che una mia amica o coetanea mi rivela di avere o di aspettare un figlio, sento sempre dentro di me una botta di incredulità: ma come, di già? mi viene da chiedermi. Quando poi i figli vengono replicati, mi sembra una recidiva… E non mi rendo mai conto che è un fatto normale, che il tempo passa, che non siamo più ragazzini… ma devo dire la verità, una parte di me, di questo stupore si compiace. In fin dei conti, forse siamo ancora dei ragazzini, e forse lo saremo per sempre, alla faccia di tutti quelli che ci vogliono adulti e responsabili, o forse morti. Soprattutto quando questa nostra età, come capitava per la mia amica, si incorniciava in un corpo straordinariamente giovanile, in una luce azzurra che non aveva perso smalto col tempo, che anzi ne aveva acquistato, in una familiarità affettuosa e in un look molto più vicino a quello di una suonatrice di batteria, piuttosto che di una mamma.

Chiacchierammo del più e del meno per cinque o sei fermate; mi chiese di me, di cosa facessi, insomma le solite cose, sempre tenendomi avvolto in quell'incredibile sguardo azzurro del quale non riuscivo a fare a meno. Poi scoprimmo che saremmo scesi alla stessa fermata.

Riconquistato il marciapiede, mi chiese se avevo già fatto colazione. Le risposi di no, pensando che volesse propormi di andare a bagnare il nostro reincontro con caffè e brioche nel primo bar. Invece altre furono le sue parole.

- Senti, se hai tempo, hai voglia di salire da me in ufficio? Possiamo far colazione lì, tanto sono piuttosto in anticipo, gli altri non arriveranno prima di un'ora, o poco meno -.

L'idea, sulle prime, mi lasciò perplesso. Non avevo niente contro la sua idea, ma devo dire che rivedere l'ufficio dal quale ero stato defenestrato, quasi dieci anni fa, non mi faceva molto piacere. E' anche vero, peraltro, che era passato molto tempo da allora, che oggi se qualcuno mi avesse proposto di fare quel tipo di lavoro mi sarei messo a ridere; in fin dei conti era acqua passata, chi se ne frega, muri o scrivanie non mi fanno certo paura… Le dissi sì.

Raggiungemmo in breve l'ufficio, che non era molto dissimile la come lo ricordavo. Nello stanzino vicino ai servizi, una specie di disimpegno, come allora c'era un divanetto malridotto, un tavolino, un frigobar e la macchinetta del caffè espresso. Lei, sorridendo, mi fece entrare e sedere, dopo di che si mise ad armeggiare con la macchinetta del caffè. Poi aprì il frigobar, ne estrasse un vassoio di pasticcini già cominciato e me lo offrì.

Non persi tempo per farle gli auguri, né per stamparle un casto bacio sulla guancia, tra i fili dorati dei suoi capelli e gli altrettanto dorati orecchini a cerchio. Sentii per un attimo l'odore della sua pelle, e mi piacque.

Poco dopo, si sedette vicino a me, mi porse la tazza del caffè fumante, e cominciò a sorseggiare il suo. Nonostante la situazione del tutto imprevista, devo dire che non mi sentivo affatto a disagio; né il silenzio mi imbarazzava. Lei beveva il suo caffè. Mi piaceva la sua aria tranquilla e serena. Non mi stava più guardando, ma credo che fosse perfettamente consapevole del fatto che non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso.

- Sono contento di averti reincontrato - mi disse. - Sai, mi è sempre spiaciuto che la tua esperienza lavorativa qui da noi fosse andata così male…

Non volevo avere spiegazioni, per cui cercai di tagliar corto. Acqua passata, le dissi.

- No, vedi - continuò - è che tu mi eri veramente molto simpatico. Fin da quando studiavamo tedesco…

Devo dire che la cosa non mi coglieva di sorpresa. Che io le fossi simpatico, me n'ero già accorto; ma non sapevo che valore dare a questa simpatia (…amicale? Amicale-intima? Di più?); e comunque la mia proverbiale imbranataggine con le donne non mi aveva permesso di indagare oltre, visto che - in qualche modo - anche lei a me simpatica lo era. Poi, quando in altri tempi l'avevo reincontrata alla manifestazione della bomba mafiosa, mi aveva detto di essere diventata mamma (quindi probabilmente accoppiata con qualcuno in funzione di papà). Vabbé, pazienza, che sarebbe mai la vita senza il rimpianto delle occasioni perdute…

Ma in quel momento non stavo certo facendo queste considerazioni. Per la precisione non stavo facendo nulla, visto che oltre tutto il caffè era finito. Non potevo fare altro che continuare a guardarla. E vedere che aveva appoggiato la tazzina sul tavolino, e che si era ulteriormente accostata a me, sul divanetto.

Fu questione di un attimo (cogli l'attimo, diceva qualcuno…)

Le sue mani, dalle unghie dipinte rosso vivo (proprio come allora) presero le mie, le strinsero forte. Lei si accostò ulteriormente; il suo fianco, ora, era contro il mio e mi regalava il suo calore. I suoi occhi erano di nuovo nei miei. Aiuto, vado a fondo! Fu l'ultima cosa che riuscii a pensare, un attimo prima che…

Che lei mi prendesse delicatamente la testa con entrambe le mani, e mi baciasse, tenendomi fermo (e chi voleva scappare…). Che la sua bocca fosse nella mia. Che io potessi - cosa inattesa, insperata, incredibile - assaporare il sapore della sua lingua, della sua saliva. Che io avessi per un attimo il flash di perdermi in una caverna rossa, accogliente, calda, morbida (…la sua bocca? O qualcos'altro di suo?) che ora era mia, dalla quale non volevo più uscire, perché ora ero a casa.

Le mie mani le esploravano i fianchi, sopra il vestito lungo che la racchiudeva. Erano carezze forse più di tenerezza che di desiderio (…trovo sempre così tenero, che una donna mi desideri…) e con tenerezza arrivarono anche ad esplorare la rotonda morbidezza dei suoi seni. E intanto la mia bocca si era liberata dalla sua, correva lungo i suoi occhi, le sue guance, arrivava al collo (spostando quegli orecchini dorati, così ingombranti, ma così adatti a lei…) e glielo baciava ancora. Non potei fare a meno di leccarle la pelle, avevo voglia del suo sapore, di sentirla in tutti i modi possibili.

Lei si staccò da me per un attimo. Il suo sguardo non mi lasciò libero, ma mi accorsi che le sue mani erano andate dietro la sua schiena. Si stava slacciando il vestito. Le ricadette sul davanti. Reggiseno bianco. Si slacciò anche quello. Ed ecco, per me, i suoi seni, bellissimi, offerti, gentili, pronti al piacere che si aspettavano da me… e che mi riservarono una sorpresa ulteriore. Come le sue orecchie, anche i suoi capezzoli erano perforati da due piccoli anelli. Avrei dovuto aspettarmelo, visti i numerosi fori alle orecchie; evidentemente la sua seconda anima, quella da batterista punk, adorava il piercing… Lei mi sorrise, sorrise della mia sorpresa, che mi emozionava ulteriormente, perché la bellezza dei suoi seni era sublime. Glieli accarezzai, glieli strinsi, strinsi quegli anellini - con circospezione, non volevo farle male - tra pollice ed indice. Lei chiuse gli occhi, si lasciò andare poco per volta in qualcosa che la avvicinava sempre più ad un orgasmo. E a me piaceva condurvela poco per volta, con le mani e con la bocca, in quello stanzino scuro, dall'odore di chiuso, in cui, poco dopo, si liberò, tremando e gridando…

Rinvenne poco per volta tra le mie braccia. Riaprì gli occhi, mi guardò, mi sorrise. Mi appoggiò la testa alla spalla. - Adesso tocca a me…

Si lasciò scivolare dal divanetto al pavimento, coperto da una moquette che non vedeva detersivi o aspirapolveri dai tempi dello Statuto Albertino. Si inginocchiò davanti a me. Le sue mani armeggiarono con la fibbia dei miei pantaloni, la sciolseno, liberarono la mia erezione, che era lì pronta e urlante. Strinsero il mio pene. Vi accostò le labbra, lo baciò, mi sorrise con tenerezza e complicità. E poi lo imboccò delicatamente. Io le presi le mani, gliele strinsi, mi chinai, le baciai la nuca che si muoveva lentamente. Assaporai il gusto della sua lingua che andava alla ricerca delle mie zone più sensibili, che mi accarezzava, che mi faceva volare e volere. Sentivo di nuovo il calore di quella caverna. Avrei voluto rilasciare indietro la testa, chiudere gli occhi, ma non potevo abbandonare i suoi; mi chiamavano, mi volevano, desideravano questo dialogo silenzioso. Non potei fare altro che accarezzarle la nuca, accompagnare i movimenti del suo capo con il mio piacere (…che lei sembrava conoscere e riconoscere perfettamente) e avvicinarmi, poco per volta, all'esplosione…

Che arrivò con un suono dirompente di canne d'organo, un do maggiore che esplose dentro la mia testa e nella sua bocca. Faticai quasi a staccarla da me, a sollevarle la testa, a farle accettare un bacio profondo e bagnato, che le esprimesse tutto il mio amore e la mia gratitudine.

Eravamo ancora in quella posizione, io seduto e lei inginocchiata, che ci baciavamo, quando mi accorsi che nell'appartamento dove era situato l'ufficio stava entrando qualcuno. Una chiave girava nella toppa, dei passi…

La Madama, quella stessa che mi aveva defenestrato, mi apparve davanti all'improvviso. Cavoli, non ricordavo che fosse così brutta! Ci guardò, come se facesse fatica a comprendere l'immagine che si andava componendo sulla sua rètina. Quando cominciò a capire, ad afferrare che la figlia del suo capo era lì, nuda sulla moquette, davanti a un suo ex-collaboratore con i pantaloni abbassati, e stavano facendo, o avevano appena finito di fare, cose brutte e sconvenienti, la sua bocca si aprì atteggiata come in un urlo, si richiuse, poi si riaprì e pronunciò una serie di sillabe scomposte "tu… tu… voi…"

Io sarei voluto sparire sotto al divano per la vergogna. La mia amica, invece, non si scompose oltremodo; si voltò verso di lei sorridendo, e le disse: - Scusa, non pensavo che saresti arrivata così presto, di solito non ti si vede in ufficio prima delle dieci… -

La Madama ritrovò in un istante energie e coraggio: - Brutta troia schifosa! - gridò - come ti permetti di fare queste cose qui in ufficio, di… di… - Qualcosa stava esplodendo in lei: una rabbia trattenuta da chissà quanto tempo verso la figlia del padrone, verso una donna che forse, negli spazi angusti di quel piccolo ufficio, le sembrava di troppo, alla quale doveva concedere troppo…

Ma la mia amica, evidentemente, non aspettava altro. Si alzò, si mosse verso di lei a seni nudi, sempre sorridendo e senza alcuna traccia di aggressività; era bellissimo vederla, così sicura di sé, dolce e fiera nello stesso tempo; una via di mezzo tra una ninfa e una valchiria… Pensavo che avrebbe preso la Madama a schiaffi. Ma fece di meglio.

Si parò davanti a lei, a mezzo metro di distanza. - Tò, ce n'è anche per te - disse. E le sputò in un occhio, con una precisione magistrale, quello che inevitabilmente era il mio sperma, che evidentemente conservava ancora in bocca. - Anche se non lo meriteresti - aggiunse.

La Madama fuggì via gridando verso il bagno, accecata dal bruciore. Io ero allibito ed estasiato da quello che stava succedendo; non avrei mai pensato di poter avere un giorno una simile soddisfazione… Lei tornò da me, che intanto mi stavo rivestendo; rimettendosi il reggiseno, mi baciò ancora, mi accompagnò alla porta e mi disse: - Spero di rivederti.

- Sicuramente - le dissi.

Sicuramente quel giorno in ufficio i miei colleghi si interrogarono parecchio sulla mia aria estatica e sognante, e soprattutto sul perché, ogni tanto, mi mettessi a ridere da solo.

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