A Maya
Era arrivato. E lei aveva trovato in lui quel misto di tenerezza, di
dolcezza, di passione cercato a lungo in più e più uomini,
senza mai riuscire a trovarlo.
Quando era in ufficio, quando era sola per strada, o in
motorino andando e venendo per le vie di Roma, non poteva fare a meno di
sentire in qualche modo la sua presenza che la colmava, che la faceva sentire
più vera e più donna, che dava un senso ai suoi sentimenti
e al suo esistere. Ripensava ai suoi occhi, alle sue labbra, alla sua pelle
dall'odore pungente e al suo sesso, quel coso che bastava che lei lo guardasse
intensamente negli occhi, i suoi occhi marrone scuro, per sentirglielo
crescere bestialmente nei pantaloni, e chiamarla per farsi scoprire, accarezzare,
baciare, e rispondeva sempre, attento, continuo.
Non era certo per Maya la prima volta che assaporava la
pelle e la forza di un uomo, con piacere e passione. Ma questa volta c'era
qualcosa d'altro e di meglio. Questa volta c'era lui. Non più solo
il suo corpo, non più solo il suo cazzo. Anche la sua anima. Il
desiderio di lui era attenzione, tenerezza, amore. Ma era anche intrigo,
curiosità, malizia, scherzo, gioco. Lei lo aveva capito subito,
da quando lo aveva appena incontrato, e poi conosciuto poco per volta,
prima come amici, poi amanti, poi fidanzati. Lui era una persona allegra
e brillante, ma non nel senso che sapeva conversare piacevolmente in mezzo
a una festa raffinata con musica soft e bicchiere di wisky in mano tra
fanciulle eleganti che se lo divoravano con gli occhi. No, non era questo.
Quello che lui aveva era la capacità di ridere, di sorridere, di
sdrammatizzare sempre con una battuta intelligente, di farsi piacere senza
esibirsi. Di capire e di sentire. E poi, lo abbiamo già detto, di
scherzare, e di giocare.
Tutte cose che, almeno inizialmente, avevano lasciato
Maya assai perplessa. Ma che poi avevano cominciato a piacerle, perché
erano molto diverse da lei, e lei in qualche modo ne aveva sempre sentito
la mancanza in sé. Ma ora c'era lui, a compensarla, e a ricompensarla
di esistere.
E i suoi giochi strani e divertenti la coinvolgevano ovunque,
per strada come a letto. Si era accorta che a lui piaceva, ad esempio,
farla prigioniera per scherzo quando camminavano per strada. Potevano essere
ad esempio su un lungomare, circondati da altra gente nello struscio della
sera, quando lui, senza dirle niente e senza chedere il suo permesso, le
prendeva delicatamente le mani e gliele costringeva dietro la schiena,
afferrandole poi saldamente entrambi i polsi incrociati con la sua destra,
come se l'avesse fatta prigioniera con un paio di manette. - Sei in mio
potere! - le diceva, e così camminavano per un minuto o due, lei
davanti, lui un passo indietro, e la gente li guardava e pensava a qualche
stupidaggine da innamorati e magari sorrideva. A lei la cosa non dispiaceva,
tanto è vero che, avendo imparato, quando si sentiva prendere una
mano e portarla alla schiena, offriva spontaneamente anche l'altra. E,
quando lui la mollava, quell'indolenzimento ai polsi e il calore della
sua mano che le restava addosso per alcuni minuti ancora era tutt'altro
che spiacevole. Allora, poco dopo, si girava, lo guardava sorridendo, e
aspettava il bacio che subito arrivava, come per ringraziarla, per ricompensarla
(di cosa, poi?)
Una volta erano andati al Brico Center, quel grande supermercato
per il bricolage in periferia dove si trova di tutto, vernici, chiavi inglesi,
attrezzi per il giardinaggio. Lui doveva dare il bianco in casa sua, e
aveva chiesto a Maya di accompagnarlo a far provviste, così, per
rendere la cosa un pochino meno noiosa.
Mentre spingevano tra gli scaffali il carrello già
colmo di bidoni di idropittura, rulli, pennelli e cartavetro, si erano
trovati tra le murate del settore ferramenta. Fu qui che lui ad un tratto
le disse: - Guarda qua, Maya. Vieni!
Aveva scoperto delle catene, di tutte le dimensioni, cromate,
dorate, brunite, avvolte attorno a dei grossi rulli di legno. I clienti
potevano scegliere il tipo di catena più adatto alle loro necessità,
srotolarlo, e tagliarne la lunghezza desiderata mediante un grosso tronchese
messo lì a disposizione. Era bello, quel posto. Tutte quelle catene
così diverse tra loro, accostate le une vicino alle altre, facevano
un colpo d'occhio che a Maya non dispiaceva.
Lui fece scorrere la mano sulle catene luccicanti arrotolate,
guardandole, guardando Maya, guardando di nuovo le catene. Era come se
le accarezzasse, e Maya cominciò a sentire caldo come se quelle
carezze fossero per lei. Poi lui ne srotolò un paio di metri, di
un tipo cromato, non troppo spesso ma neanche sottilissimo, e disse a Maya
di avvicinarsi ancora. Lei lo fece. Lui, con un gesto fulmineo, fece passare
la catena dietro la sua schiena, bloccandole le braccia lungo i fianchi,
e poi arrotolando e stringendo.
- Ahi! Che cazzo fai, scemo! Sei impazzito?! Ci possono
vedere! - gli gridò lei, imbarazzata ma anche divertita: un altro
dei suoi soliti scherzi, dei suoi giochi imprevedibili. In quel momento
nella corsia del Brico Center non c'era nessuno, ma chiunque sarebbe potuto
apparire da un momento all'altro, e quella ben difficilmente la si sarebbe
potuta giustificare come un'intemperanza tra innamorati. Ma lui se ne fregava
altamente di chi poteva vedere o sentire o pensare, cinse Maya di un altro
paio di giri e poi, quando lei fu legata come un salame, la abbracciò
fortissimo con un abbraccio ancora più forte delle catene, le fece
rovesciare la testa all'indietro, la costrinse ad aprire la bocca e la
penetrò con un bacio lungo, appassionato, furioso. Talmente lungo
e appassionato che nessuno dei due si accorse della commessa anziana e
corpulenta che si era materializzata al loro fianco, e che, dopo aver atteso
invano per mezzo minuto che la sua presenza fosse da loro spontaneamente
rilevata, urlò, facendoli saltare per lo spavento: - Insomma, basta!
Se avete voglia di perdere tempo, andatelo a fare a casa vostra!
Lui liberò rapidamente la fidanzata e riarrotolò
la catena sul rullo. Poi, sorridendo e biascicando delle scuse, si allontanarono
di gran carriera mentre la commessa, monumentale, li guardava severa con
le mani appoggiate sui fianchi. Pagarono alla cassa vernici e pennelli
cercando per quanto possibile di mantenere un contegno, e poi, appena fuori,
si buttarono l'una nelle braccia dell'altro, piangendo dal gran ridere.
- Che razza di figura! - si ripetevano. Era bello per loro sentirsi così
complici.
E intanto anche Maya scopriva la sua voglia di giocare.
Stava imparando, poco per volta, a conoscere e a riconoscere i desideri
di lui, e gli piaceva a modo suo controllarlo, farsi seguire, farlo impazzire.
Come la sua predilezione, ad esempio, per i tacchi alti. Si era accorta
che, tanto più si allungavano i tacchi delle sue scarpe, tanto più
lui vibrava, tanto più forte era la sua voglia di prenderla, accarezzarla,
baciarla. E massimamente questo capitava quando i suoi piedi, d'estate,
erano nudi nei sandali dai tacchi alti. A Maya piacevano, ma li trovava
scomodi. Tuttavia, non le pesava, ogni tanto, indossarli, magari sotto
un completino di giacca e pantaloni di cotone rosso fuoco, con le unghie
provocatoriamente smaltate dello stesso rosso, e poi godersi l'eccitazione
di lui, e dopo, in una pizzeria o nell'oscurità di un cinema, appoggiargli
il piede a una coscia, aspettare che la sua mano osasse percorrere le rugosità
della pianta per poi toglierlo con un sorriso sadico, guardare la sua faccia
buffamente contrariata e poi restituirglielo ancora solo per un po', e
continuare finché lui non ce la faceva proprio più; e allora
correre, se si riusciva, fino a casa, e se non si riusciva nel primo posto
a portata di mano, un portone poco frequentato o il camerino di un grande
magazzino, baciarlo sulla bocca toccandolo leggermente e poi più
forte, inginocchiarsi sorridendo, tirarglielo fuori, prenderlo in bocca
tutto, e poi muoversi, lentamente, profondamente, guardandolo negli occhi
fino a far esplodere il suo sapore unico tra le sue labbra, sulla sua lingua,
e poi giù dentro di lei, fin nel profondo di lei.
E poi, ovviamente, giocare anche nel letto. Lui la faceva
stendere prona e le adorava con la lingua e le carezze ogni singolo millimetro
del suo corpo, partiva dalla fronte o dalla nuca e poi scendeva, millimetro
per millimetro, Maya chiudeva gli occhi, sospirava ed apriva le labbra,
lui scendeva ancora, lei sentiva il suo fiato, la sua lingua sensibile
avvicinarsi al fondo della schiena lì dove di più per loro
c'era voglia e desiderio, e poi le sue mani aprirle le natiche e lei divaricava
spontaneamente le gambe e la lingua scendeva ancora lungo il solco, si
appoggiava alle sue zone più intime per un attimo, lei già
stringeva i denti e aveva un brivido ma no, lui le abbandonava, scendeva
ancora e proseguiva verso le ginocchia, le caviglie, i piedi, prendeva
in bocca le piccole dita una per una e poi, afferrandole tra il pollice
e l'indice le torceva, da una parte e poi dall'altra, ma Maya non ce la
faceva più, lo chiamava, allora lui risaliva, le leccava ancora
con tenerezza e amore il piccolo sfintere e per Maya era come se sentisse
il suo stesso odore e sapore attraverso la bocca di lui, la sua forza e
il suo desiderio, allora si girava, lo afferrava, lo abbracciava baciandolo
furiosamente con la lingua e poi allargava le gambe e lui le entrava dentro,
spingeva e la faceva volare. Ed era a quel punto che lei non c'era più,
non capiva più, quasi non si accorgeva di lui che le bloccava i
polsi in alto, sopra la spalliera del letto, con la forte mano sinistra,
sei mia prigioniera diceva, e intanto con il medio della destra la penetrava
nel culo, poi lo sfilava, glielo metteva in bocca, lecca, diceva, lei lo
leccava e lui glielo rimetteva dentro, facendolo ruotare, massaggiandola
con forza nella sua intimità più profonda e dominando il
suo desiderio, e lei si scuoteva, si schiacciava contro il suo dito per
sentirlo di più e più forte, lui le leccava il viso, faceva
colare la sua saliva sugli occhi e sulle labbra di lei, lei si sentiva
bagnata il viso come il suo corpo e delirava che quella saliva fosse sperma,
il suo sperma, il solo pensiero la faceva venire tra brividi e spasmi,
lui la sentiva venire e poi si tirava fuori, pochi appropriati colpi di
mano ed ecco che anche lui esplodeva e le aspergeva di sperma autentico
il viso, le labbra, il mento, gli occhi (a lei bruciava, ma cercava lo
stesso di tenerli aperti perché era troppo bello guardarlo venire)
e talvolta, quando ce n'era tanto, anche i riccioli scuri dei suoi capelli,
e poi lo raccoglieva con le dita e glielo spingeva in bocca, dove lei lo
accoglieva per assaporarlo tra lingua e palato, per ingoiarlo, per farlo
suo, per sentirselo, ancora, scorrere dentro.
Altre volte lui le restava dentro e, sempre tenendole
i polsi bloccati con la mano sinistra, le accostava il viso all'orecchio.
Voglio farti male, le diceva piano, voglio godere del tuo dolore, tu lo
vuoi vero? Maya ci pensava per un momento, o faceva finta di pensarci,
perché se la sua richiesta era un gioco, anche lei voleva giocare
e far finta di non essere convinta, di non volere, come invece voleva con
tutto il suo corpo e il suo desiderio assecondare il piacere di lui. Poi
diceva si, lo voglio, allora lui con la mano libera o le stringeva un capezzolo,
o le schiaffeggiava il viso, non dolorosamente ma in maniera sufficientemente
rumorosa e veemente perché le sue guance si imporporassero, e poi,
un attimo dopo, lui veniva, e le sue ondate di calore la riempivano e le
percorrevano il corpo fino ad estinguersi nel suo cervello, nei suoi occhi,
nella sua bocca. Allora lui le lasciava i polsi, la abbracciava baciandola
teneramente, e lei, beata e rassicurata, trovava tra le braccia di lui
la sua pace.
Capitò una notte che si erano amati con particolare
passione. Lui l'aveva schiaffeggiata, e a lei, come sempre, era piaciuto,
forse per aver condiviso il suo piacere, forse perché in effetti
sentirsi dominata le piaceva comunque, la eccitava comunque, indipendentemente
dal fatto che fosse lui a farlo. E si era addormentata in uno strano torpore,
movimentato da desideri e fantasie.
Sognò di essere in una stanza buia, legata ad un
letto con delle catene, le stesse con cui avevano giocato, qualche settimana
prima, al Brico Center; sognò che degli uomini senza volto la accarezzavano,
la prendevano, le infilavano le loro mani in bocca, nel sesso, nel culo;
sognò che le loro mani, dapprima dolcissime, si facevano sempre
più indiscrete e aggressive, le carezze diventavano schiaffi, le
loro bocche le mordevano le cosce, i seni, le mani e i piedi; e il dolore
nel sogno cresceva, cresceva, ma il piacere degli uomini si confondeva
anche con il suo, diventava un tutt'uno e poi esplodeva in un orgasmo fortissimo.
L'orgasmo ci fu davvero, perché nel sonno la sua
mano si era portata al sesso e con pochi movimenti istintivi aveva trasformato
il sogno, o almeno il piacere del sogno, in realtà. Si svegliò
gemendo, poco per volta riprese contatto con il mondo, lui era al suo fianco
e dormiva, lei tremava, era sudata, era bagnata.
E' vero, pensò. Lui aveva voglia di giocare e fino
a quel momento avevano sempre giocato. Ma forse, adesso, era venuto il
momento di fare sul serio. O, almeno, di giocare sul serio.
Maya abbracciò il suo fidanzato, accarezzandogli
il petto con i riccioli scuri dei suoi capelli; passò una mano leggera
sul suo sesso, ora quieto e addormentato, ma ancora bagnato ed odoroso,
e si sentì felice di essere lì con lui. Con lui avrebbe potuto
giocare ancora, molto, a lungo.
La mattina dopo lui si era alzato mezz'ora prima, si era
fatto una doccia, e aveva apparecchiato la tavola per la colazione, il
pane fresco, la marmellata, il latte, il tè tenuto in caldo con
una candelina scaldavivande. Era sabato, lui sarebbe dovuto ugualmente
andare in ufficio per finire alcuni lavori urgenti che erano rimasti sospesi,
ma lo stesso potevano prendersela comoda.
Poco dopo arrivò Maya, con quella sua bellissima
aria da dopo-sonno e da dopo-amore; i capelli scomposti, il viso rilassato,
un morbido sorriso, la vestaglia celeste chiusa sulla pelle nuda. Raggiunse
il suo uomo, lo abbracciò, lo baciò e poi si sedette per
la colazione.
Era strano. Aveva deciso che gli avrebbe parlato dei suoi
desideri, ma non sapeva bene da dove cominciare. Forse, adesso, non erano
nemmeno più così tanto desideri. In una mattina di mezza
estate come quella, tutto ciò che si può desiderare in una
città come Roma è prendersi per mano e andarsi a godere la
frescura, prima che il giorno salga troppo, a Villa Borghese o in qualche
altro posto del genere; il momento del desiderio e della passione ormai
aveva già avuto il suo tempo. Eppure, eppure... Maya ripensò
al suo sogno. E bastò quello.
- Ascolta, amore... - cominciò a dirgli, prendendogli
una mano. - Sì, Maya, cosa c'è? - Sai, questa notte è stato davvero molto bello… -
Accostò la sedia su cui era seduta a quella di lui, per essergli
ancora più vicino. - Anche per me - rispose lui, baciandola sulla fronte. - ...Ma dimmi. Perché ti piace farmi male, quando
facciamo l'amore? - Lui ebbe un attimo di esitazione. Quell'argomento non era
mai uscito, fino ad allora, dalla dimensione dei loro giochi; non avevano
mai sentito il bisogno di discuterlo. Si sentì preso alla sprovvista. - Ma… guarda che è un gioco, Maya, io non... - Lo so benissimo che è un gioco, non preoccuparti.
Ma perché ti piace giocarlo, o ti piacciono quei giochetti strani,
tipo le catene al Brico Center l'altra settimana? Dai, non ti sto criticando
né dicendoti che li devi smettere, voglio solo saperlo! - Beh… diciamo... che mi piace la tua disponibilità,
ecco.
- Bene, mio caro - disse lei, abbracciandolo, appoggiandogli
il viso sul collo, abbassando la voce - da oggi potrei essere ancora più
disponibile.
- Cosa?! - Ecco... mi piacerebbe che facessi un po' più
sul serio. Ma senza esagerare.
- Davvero? - Lui la guardò incredulo. - In che
senso vorresti che facessi sul serio? - Beh, questo spetta a te deciderlo. Sappi che se lo vuoi,
se mi vuoi, mi puoi avere, come tu vuoi. Per lui fu un'estatica sorpresa. E' vero, amava profondamente
Maya, tra loro c'era una complicità pressoché unica; tuttavia
non pensava che con lei certi suoi desideri, perché in effetti le
sue fantasie di dominazione e di dolore erano reali, avrebbero mai potuto
essere altro che un gioco, leggero e scherzoso. Ma ora le cose potevano
essere diverse. E la cosa più bella è che era stata lei a
proporglielo, con naturalezza e spontaneità, senza nessuna costrizione.
Non c'era dubbio, quella era veramente la sua donna.
La prese, la abbracciò fortissimo, cercò
la strada tra le sue labbra e assaporò a lungo la sua lingua. Lei,
la testa rovesciata all'indietro, gli occhi chiusi, si sentiva eccitata
dalle sue stessa parole almento quanto esse avevano eccitato lui. Era il
mettersi a occhi chiusi nelle sue mani, disponibile a tutto quello che
da parte sua le sarebbe potuto venire, che la estasiava.
Lui si staccò da lei, guardandola innamorato, e
le disse: - Apri la vestaglia, scopriti i seni - . Maya lo fece. I suoi
seni erano già protesi, generosi ed impazienti, come se chiedessero
carezze e baci, che lui non tardò ad offrire. Ma la loro eccitazione,
Maya lo sapeva, era anche perché aspettavano qualcosa d'altro. Che
arrivò subito.
Lui prese la candelina scaldavivande, la cui cera si era
quasi interamente sciolta. La avvicinò ai suoi seni, con cautela,
e poi, tenendole la testa rovesciata all'indietro e continuando a baciarla,
fece colare la cera sulla sua pelle, in particolare sui capezzoli piccoli
e duri. Lei gemette, con la lingua di lui tra i suoi denti, ma non si sottrasse
al bacio né alle stille di cera calda, che si solidificavano istantaneamente
a contatto con la pelle. Poi la bocca di lui lasciò la bocca di
lei, scese lungo il collo e il petto, raggiunse i seni e cominciò
a staccare, con la lingua e con i denti, le croste di cera solidificata.
Per lei quei colpi di lingua erano un sollievo e un piacere, e ancora di
più lo furono quando lui le aprì completamente la vestaglia,
scese ulteriormente arrivando al suo sesso bagnato, le scostò le
gambe e la leccò delicatamente e appassionatamente, fino a farla
venire.
Poi si rialzò, la baciò guardandola con
amore nei suoi occhi umidi e amorosi, e le disse: - Ascolta. Per poter
fare sul serio, abbiamo bisogno degli strumenti adatti.
- In che senso?
- C'è un ottimo sex shop dalle parti di via Nazionale,
si chiama Sexy Dream. Lo gestisce una signora molto simpatica e discreta.
Oggi vai lì e compra un frustino, e magari anche una coppia di morsetti
per i seni. Scegli i tipi che preferisci. Per pagare usa pure il mio bancomat...
Stasera mi farai vedere che cosa hai comprato.
- Va bene. Ma non voglio che sia tu a pagare. Non pensi
che sia più bello che sia io, a comprare gli strumenti per farmi
male? In fin dei conti, l'idea è stata mia...
- Come vuoi - rispose lui, e la baciò teneramente
sulle labbra e sul viso. - Ma guarda che quella roba costa molto cara.
- Non preoccuparti - disse Maya, lo baciò e si
alzò per andare a farsi una doccia. Lui si andò a vestire
per l'ufficio.
Poche ore dopo, Maya stava già andando al sex shop
che gli era stato consigliato. Mentre era sull'autobus, si sentiva molto
tesa, ma anche discretamente intrigata dalla situazione; si guardava intorno,
e si chiedeva se quella madre con la bambina, quel signore anziano o quell'impiegata
trentacinquenne sospettassero lontanamente dove questa brava ragazza, con
indosso un leggero vestito verde corto alle ginocchia e un paio di sandali
bianchi, con un filo di trucco (...giusto per nascondere le occhiaie della
movimentata notte appena trascorsa), una collana di granato e degli orecchini
a cerchio, fosse diretta.
Una frusta e dei morsetti per i seni. Si era già
ripetuta mentalmente molte volte la sua lista della spesa, e ogni volta
che lo faceva sentiva i suoi capezzoli indurirsi, e il suo sesso bagnarsi...
Scesa dal bus, cercò il numero della via; per fortuna il negozio
era dentro un portone, questo le avrebbe permesso di mimetizzarsi, come
se fosse diretta in uno qualsiasi degli altri appartamenti che c'erano
lì, magari in uno studio commercialistico o in un'agenzia immobiliare.
Ma il suo dito toccò il tasto del citofono sotto cui una targhetta
colorata diceva semplicemente "Sexy Dream", senza ulteriori spiegazioni.
Nessuno rispose, ma il portone si aprì automaticamente.
Maya entrò nell'atrio, salì al piano ammezzato del palazzo
e superò cautamente la porta a vetro accostata. E fu come entrare
in un altro mondo.
Dentro c'era una musica tranquilla, e un'atmosfera particolarmente
rilassante, nonostante la moquette rossa. Non c'era nessuno, e Maya tirò
un respiro di sollievo; l'avrebbe imbarazzata alquanto dover incrociare
lo sguardo di qualche altro cliente, metti che si fosse poi trovata davanti
un suo collega di lavoro, o magari il suo capufficio! L'idea la fece ridere
tra sé e sé. L'imbarazzo, pensò, sarebbe stato reciproco.
Non era peraltro la prima volta che entrava in un sex
shop. Le era già capitato in viaggio con gli amici a Parigi o ad
Amsterdam, ai tempi dell'Università, ma la cosa non era stata altro
che una goliardata: ridere e darsi di gomito guardando questo o quel cazzone
finto o la copertina di una videocassetta con una bionda ossigenata riempita
in tutti i buchi possibili, e poi tutti fuori in fretta, nel primo McDonald
a strafarsi di hamburger e patatine. Ché se uno o una di loro avesse
avuto un qualche desiderio, risvegliato da quelle fugaci visioni, si sarebbe
ben guardato dal confessarlo agli altri; decisamente più comodo
ricorrere all'alibi di una risata dissacrante ma nervosamente finta.
Qui, però, la situazione era decisamente diversa.
Innanzi tutto era da sola; poi era lì per fare degli acquisti (e
che acquisti!), e questo in qualche modo la obbligava a crederci, nelle
cose che aveva intorno; sarà stato pure un gioco, ma ormai il tempo
di ridere era finito.
Il sex shop era più grande di quanto non pensasse,
un antico appartamento di molte stanze unite tra loro. Superò la
vasta zona delle videocassette, passò davanti alla vetrina contenente,
appunto, i cazzi finti e vari altri oggetti strani non ben identificati,
e finalmente vide la proprietaria, come le aveva annunciato il suo fidanzato
che evidentemente conosceva bene quel posto (...ma la cosa non la disturbava,
in fin dei conti lui doveva bene aver avuto diritto a una sua vita sessuale
prima di conoscerla).
Era una bella signora bruna, sulla quarantina, i capelli
raccolti sulla nuca, vestita interamente di nero, come si confaceva al
posto. Le venne incontro sorridendole, ed era un sorriso profondamente
gentile ed affabile, che la tranquillizzò. Maya pensava di vederla
stupita davanti ad una giovane cliente in un luogo da lei ritenuto appannaggio
esclusivo di uomini, ma non fu così. Al contrario, fu molto spontanea
e cortese.
- Buon giorno, signorina. In cosa le posso essere utile?
- Ecco, vorrei... Vorrei fare un giro. Avete oggetti di
cuoio, di pelle, catene, cose così? - Certo, si accomodi nella nostra boutique, in fondo al corridoio.
Guardi pure liberamente, se ha bisogno mi chiami, sono a sua disposizione,
per il momento lei è l'unica cliente! Rassicurata dalla gentilezza di quella presenza femminile,
Maya entrò nella stanza che le era stata indicata. Ebbe un attimo
di stupore. Si trovò al centro di un panorama di oggetti dei più
svariati, il cui colore predominante era il nero, o il rosso: scarpe dalla
foggia strana, dai tacchi altissimi; corpetti, busti, catene, finimenti;
biancheria intima, forata nei punti strategici... C'era di tutto, ed aleggiava
uno strano odore di pelle misto a gomma, perché molti di quegli
oggetti erano infatti di gomma. Non era sgradevole, anzi la sua inusualità
in qualche misura contribuiva al generale senso di intrigo.
Maya cominciò a passeggiare lentamente in quella
specie di supermercato della trasgressione, scrutando all'interno delle
vetrine, prendendo in mano le scarpe e saggiandone la consistenza della
pelle, sfogliando i cataloghi colorati in cui affascinanti modelli e modelle
davano vita con i loro corpi gloriosi a quegli oggetti che lì giacevano
senz'anima. Poco per volta, Maya cominciò a pensarli su di sé:
chissà come starei con questi bracciali di pelle, come camminerei
con quelle scarpe dai tacchi a spillo da 15 centimetri, che effetto mi
farebbe indossare questi guanti di gomma ascellari stile Rita Hayworth...
E poi finalmente trovò ciò che cercava.
Era tutto ben ordinato in una grande vetrina, sopra la quale, in lettere
gotiche dorate, era scritto:
Voluptas Doloris Dentro, accuratamente disposte su un panno di velluto
rosso come gioielli, c'erano fruste di tutte le forme e le dimensioni,
palette rotonde, morsetti metallici, a vite, a molla, da cui pendevano
catenelle e pesetti; e poi divaricatori anali o vaginali a becco d'anatra,
che incutevano timore solo a guardarli; per fortuna lui non le aveva dato
ordine di comprare uno di quelli. Il tutto era vagamente inquietante...
e profondamente affascinante. Maya fece scivolare il suo sguardo dall'uno
all'altro di quegli oggetti, ma non sapeva neanche lontanamente orientarsi
sull'acquisto. Si rese conto che aveva bisogno di un consiglio. Allora
si decise a chiamare la proprietaria, seduta alla cassa nel corridoio.
- Signora... Mi scusi, può venire un momento? - Certo signorina, mi dica, di cosa ha bisogno? - Ecco, vorrei comprare una frusta... Ma qui ne vedo un sacco
di tipi diversi, sinceramente non so decidermi. Lei cosa mi consiglia? La signora aprì la vetrina con la chiave, e cominciò
a tirare fuori vare fruste, mettendole nelle mani di Maya. - Ecco, per
prima cosa penso sia giusto che lei ne saggi la consistenza. La scelta
dipende comunque dall'uso che se ne deve fare. Queste fruste più
lunghe devono essere usate con molta cautela, in genere si usano più
che altro per fare scena... Questo - ed estrasse un frustino corto, che
terminava in svariate lingue di pelle morbidissima - è adattissimo
a trattare la schiena, i fianchi o anche i seni; diciamo che, se non si
esagera, equivale ad una carezza un po' energica. Poi ci sono gli scudisci
- e gliene mise in mano uno, piuttosto rigido, terminante in una lingua
di pelle - che servono a segnare zone localizzate del corpo, sono perfetti
per le natiche, in certi casi anche per la schiena se la vittima ha una
buona resistenza, o per le piante dei piedi... Sulle natiche, e solo lì,
vanno utilizzate le palette. Sono molto eccitanti, dopo un po' che si usano
non c'è più dolore, ma solo piacere! Insomma, dipende dai
gusti. A lei cosa le serve? Deve fare un regalo?
- No, veramente... - rispose lei arrossendo e sorridendo
imbarazzata - è per me. Intendo dire, sarò io ad essere frustata...
- Bene, allora cerchiamo cosa può fare al caso
suo - rispose la signora, con la stessa naturalezza che avrebbe avuto se
si fossero trovate in una profumeria e Maya le avesse detto che voleva
un profumo, non da regalare ma per uso personale. - In quale parte del
corpo verrà frustata?
- Mah, veramente... non lo so ancora. Sa, per me è
la prima volta! - Ah, complimenti! - le rispose lei, sorridendole gentile.
- Non si preoccupi, posso capire il suo timore, ma vedrà che se
la cosa la prende bene poi non potrà più farne a meno...
Sapesse quanti clienti vengono qui esitanti nel proporre simili esperimenti
alle loro mogli o fidanzate, e poi magari ritornano insieme entusiasti
per completare il corredo! E se lei è stata disposta a venire personalmente
a cercare gli strumenti adatti, vuol dire che l'idea non le dispiace affatto!
- Infatti è così - rispose Maya. - Ma forse
prima di scegliere devo sentire il mio fidanzato... Le spiace se lo chiamo
un attimo?
- No, faccia pure. Io attendo di là! Maya prese il telefonino e fece il numero dell'ufficio. -
Pronto. Ciao amore. Sì, sono al sex shop. Senti, sono di fronte
alla vetrina delle fruste, ma non so bene quale decidermi a comprare. Ci
sono gatti a nove code, scudisci, frustone lunghissime tipo da cavallo...
Cosa pensi che vada meglio per me? OK. Va bene. Un bacio. Ciao. La signora rientrò. - Allora, cosa le ha consigliato
il suo ragazzo? - Una frusta sottile e corta. - Perfetto. Ecco, questa direi che va proprio bene. Oltre
tutto vedo che lei ha una pelle molto chiara, questo tipo di frustino segna
molto intensamente i punti che colpisce, sono convinta che i segni delle
frustate renderanno il suo corpo ancora più bello e desiderabile.
- E i segni restano a lungo, dopo?
- Dipende dalla sensibilità della pelle, e dall'intensità
delle frustate. Comunque non si preoccupi, un paio di giorni durano di
sicuro!
Veramente la preoccupazione di Maya era di segno opposto,
non le sarebbe piaciuto dover esibire per settimane le tracce rosse dell'amore
del suo fidanzato sul suo corpo. Come avrebbe fatto, ad esempio, ad andare
in piscina? Boh, ci avrebbe pensato poi.
- Ha bisogno di qualcosa d'altro? - Sì, vorrei dei morsetti per i seni - rispose Maya
tranquillamente. Le sue richieste non le sembravano più così
fuori dal mondo, almeno non in quel luogo, e con quella gentile signora
disponibilissima ad accoglierle. - Ne abbiamo di vari tipi diversi. Questi a molla, rivestiti
di gomma, esercitano una pressione forte e continua, sono molto dolorosi,
devo dire; questi altri, a vite, funzionano proprio come le morse dei ferramenta...
in piccolo beninteso. Nel senso che la pressione viene regolata a vite,
e quindi possono essere graduati su una scala continua che va dal piacere
al dolore. Quest'altro tipo, come vede, assomiglia a una forcina per capelli,
e la pressione viene regolata facendo scorrere questo anellino; ma possono
essere applicati solo su capezzoli molto sporgenti. Tutti i morsetti possono
comunque essere appesantiti con pesetti aggiuntivi. Quali preferisce?
- Non so, io non...
- Li vuole provare? Guardi, lì ci sono le cabine
di prova, vada pure e si prenda tutto il tempo che le serve.
Altre parole completamente fuori contesto. Se fosse stata
in una boutique di Via del Corso, Maya avrebbe preso sul braccio i modellini
che la commessa graziosamente le porgeva e si sarebbe diretta nella discrezione
della cabina. Anche qui si diresse verso la discrezione della cabina, reggendo
però non eleganti modellini da sera e nemmeno qualcuno degli elaborati
completi fetish che la circondavano, bensì scintillanti morsetti
metallici. Ma in fin dei conti aveva deciso di giocare, e anche tutto questo
faceva parte del gioco... Ne era assolutamente convinta. Anzi, era stupita
del fatto che tutto fosse così facile, che tutto le stesse così
bene.
Entrò nella cabina, chiuse la tenda, si sedette
sullo sgabello di fronte allo specchio. Si guardò a lungo. Sì,
era proprio lei. Era bella. Si piaceva, e sapeva di piacere. Si sorrise,
poi lo sguardo le cadde sugli oggettini che teneva in mano e sorrise anche
ad essi. Era contenta di essere lì, così aperta e disponibile
a sé stessa e al suo fidanzato.
Portò le mani alla schiena. Cominciò a sbottonare
piano il vestito verde, poi se lo abbassò in vita. Sempre guardandosi
negli occhi, si slacciò anche il reggiseno, e i suoi piccoli seni
affiorarono improvvisi, con i capezzoli già duri e desideranti.
Scoprì di essere eccitata. Scoprì di volerli e di volersi.
E le sue mani cominciarono allora a stringerli, tra il pollice e l'indice,
tirando, lasciando, tirando di nuovo, strofinando, torcendo. I suoi seni
erano molto sensibili, lo erano sempre stati. E la sua mano destra decise
che era giusto accompagnare il loro piacere con un altro piacere più
diretto. Sostò per un attimo tra le sue labbra per inumidirsi, e
poi si insinuò nelle mutandine. Maya appoggiò la testa contro
la parete del camerino, completamente rilasciata, gli occhi semiaperti
perché non voleva rinunciare a guardarsi mentre si dava piacere.
Pensò al suo fidanzato, al suo sogno di quella notte, alle fruste
che aveva appena visto e soppesato, e le venne voglia di venire. Ma doveva
farlo in silenzio, non voleva farsi sentire. E in ogni caso non ancora;
ecco, questo era il momento giusto per provare i morsetti.
Ne prese per primo uno a molla. Guardandosi nello specchio,
lo applicò al seno destro, mentre con la mano sinistra lo sosteneva,
per rendere più sporgente e accogliente il capezzolo. Poi, lentamente,
mollò la presa. Il morsetto si strinse, tirò verso il basso,
le lanciò una fitta di dolore feroce in tutto il corpo, e lei dovette
reprimere un grido. Ma non volle lasciare l'opera a metà, decise
di applicarsi subito anche l'altro morsetto. Poi ebbe un'idea migliore:
ne scelse uno di un altro tipo, quello a vite. Così avrebbe potuto
confrontare direttamente le sensazioni diverse che le venivano da entrambi
nello stesso momento.
Tirò leggermente il capezzolo destro, lo infilò
nel morsetto e poi cominciò a stringere. Il freddo del metallo fu
dapprima una carezza, poi una stretta sempre più intensa, quasi
gradevole, quasi eccitante. Se da un lato c'erano fitte di dolore, che
pure la lasciavano strabiliata per la disponibilità eccitata con
cui le accoglieva - non si sarebbe tolta, in quel momento, quel morsetto
per niente al mondo - dall'altro c'era un leggero, vago, gradevole piacere.
Forse troppo gradevole e troppo vago. Allora strinse ancora, e il piacere
divenne più intenso. Ma non bastava. Strinse ancora, ed ecco che
anche qui cominciarono quelle fitte bestiali. Era quello che voleva: un
dolore appassionato in stereo. Il suo respiro si fece più affannato,
le gambe le tremavano, vedeva nello specchio il suo viso sudato ed arrossato,
e i suoi seni, che erano belli, bellissimi con quei morsetti; li amava,
si amava, amava il suo fidanzato che in quel momento la sapeva lì
dove l'aveva mandata.
Le bastò torcerli appena per venire. E dovette
sforzarsi terribilmente per non urlare, per non farsi sentire dalla proprietaria
del negozio.
Poi se li tolse delicatamente. Aveva deciso; avrebbe preso
il tipo a vite. Erano più controllabili. E poi, pensò, sarebbe
stato terribilmente bello che ad applicarglieli, a stringerli lentamente
portandola con continuità dal piacere al dolore fossero le mani
amorose del suo fidanzato. Il terzo tipo, quello a forcina, non lo provò
nemmeno.
Si rimise il reggiseno, si tirò su il vestito.
Attese ancora qualche secondo prima di uscire, per rilassarsi. La gentile
proprietaria del negozio la attendeva alla cassa.
- Allora, come va? Ha deciso?
- Sì. Prendo questi. Mi scusi se ci ho messo
del tempo... - Ma si figuri! Nessun disturbo. Cosa ne dice, le sono
piaciuti? - Sì, in effetti... rispose lei, sorridendo. - Molto
intensi, devo dire. - Lo so, qualche volta li uso anch'io - rispose lei. -
Ha per caso bisogno anche di qualcosa per essere immobilizzata? Cavigliere,
polsiere, catene?
- Non credo, il mio ragazzo non mi ha detto di comprare
niente del genere...
- Capisco. Del resto - aggiunse, guardandola quasi affettuosamente
- sono sicura che lei sarà una schiava molto disciplinata, non avrà
bisogno di essere immobilizzata.
- Quanto le devo in tutto? - Allora, sono 80.000 la frusta, e 30.000 i morsetti. In
tutto 110.000. Le offro anche, visto che è la prima volta che è
nostra cliente, se permette, questo piccolo omaggio... - Le allungò
una piccola scatola rotonda trasparente, contenente una collana di cinque
palline di plastica bianca, tenute insieme da un cordoncino terminante
ad un capo con un anello. - Questo è uno stimolatore vaginale o
anale. Si inseriscono le palline dentro, ben lubrificate, una per volta,
e l'effetto è... a dir poco eccezionale. Lo provi, mi saprà
dire... Maya fu ben felice di prendere il simpatico oggettino,
che mise insieme agli altri acquisti nella busta anonima che la signora
le porgeva. Poi uscì dal negozio, ansiosa di arrivare a casa.
Nel primo pomeriggio lui telefonò.
- Pronto, Maya? Ciao, amore. Come va, hai fatto i tuoi
acquisti?
- Sì, ho provveduto. Ho fatto tutto; sai, mi hanno
fatto anche un piccolo omaggio...
- Cosa?
- La tipa del sex shop lo ha chiamato stimolatore vaginale
o anale. Sono cinque palline tenute insieme da un cordoncino di plastica
bianca...
- Ah, ho capito cos'è. Bene! Infilatelo subito.
Io sarò lì tra un'ora, lo dovrai tenere fino a quel momento.
- Infilarlo...? Dove, come?
- Di dietro, naturalmente. Te la senti?
- Certo! Vedrai che ce la farò!
- Bene, ci conto. A più tardi, allora. Un bacio.
- Anche a te, amore. Ciao.
Maya rimise giù il telefono, e già sentiva
montare nuovamente il suo calore, la sua eccitazione. Sarebbe riuscita
a fare quello che le era appena stato chiesto? Era convinta di sì.
Tuttavia, tutta quella vicenda, quell'esperienza che lei aveva deciso di
vivere cominciava a sembrarle come un compito da svolgere, un'impresa da
compiere per arrivare a qualcosa che lei stessa non conosceva.
Ma forse sbagliava a pensarla così. Era un gioco
e doveva continuare a viverlo come tale. Questa, in fin dei conti, era
la cosa più importante.
Prese il piccolo rosario di palline bianche ed andò
in camera da letto. Tirò fuori dal comodino il tubetto del lubrificante
con cui lui la ungeva e si ungeva accuratamente prima di sodomizzarla;
unse le sferette, e le fece ruotare tra le dita, perché il lubrificante
si spargesse uniformemente. E' buffo, pensò; nelle loro notti di
passione, non le sembrava poi così strano, così fuori luogo
che lui la voltasse sulla schiena in un modo che non ammetteva repliche,
le facesse alzare il culo, tirasse fuori dal cassetto quella crema e gliela
applicasse, penetrandola poi e facendosi sentire fino in fondo alla sua
anima, andandogliela a cercare per le sue vie più segrete. Ma era
lui, era il suo cazzo, erano, quando erano, le sue dita, la sua lingua.
Una serie di sferette di plastica, al confronto, non erano niente. Ma lei,
in quel momento, lo stesso le desiderava, le voleva vivere e provare...
Si alzò il vestito, si abbassò le mutandine,
si mise prona sul letto, alzando il culo nella stessa posizione che quando
lui le faceva assumere, voleva dire una e una sola cosa: sodomia imminente.
Ma adesso si sarebbe sodomizzata da sola. Per lui e con lui, ovvio; ma
da sola.
Si toccò lo sfintere con le dita della mano destra.
Era vivo e sensibile, le restituì la sensazione della sua unghia
ben curata, e questo la eccitò, come se fosse l'unghia e il dito
di un'altra donna. Bene, potrebbe essere, pensò. E allora si lasciò
andare per un attimo, per due attimi, e poi per un'eternità, ad
un sogno.
Un'altra donna, una donna esperta, perché no? La
commessa del sex shop: era lei, dietro di lei, in quel momento. Nuda, bella
ed abbronzata. Con tutta la forza, la morbidezza e la consapevolezza dei
suoi quaranta e più anni vissuti con intelligenza e determinazione.
Era lei che le stava insegnando a godere di più ed oltre.
Era lei le che appoggiava la prima sferetta allo sfintere,
e Maya per un attimo si tese, si chiuse, ma allora la sferetta andava via,
la lingua di lei la cercava e la trovava per un attimo, la invitava a rilassarsi
e allora lei si rilassava, i suoi muscoli dicevano sì, la sferetta
si ripresentava ed entrava e lei la accoglieva e la succhiava dentro di
sé, in una maniera che aveva nulla a che fare con la sua volontà
e tutto con il suo desiderio, la sua fame di piacere che sentiva ed era
grande.
Maya ora la sentiva dentro. Ad essa ne seguì un'altra,
e poi altre tre, le mani della bruna commessa del sex shop la incoraggiavano
ad accoglierle accarezzandole il ventre, prolungandosi fino ai suoi seni
(e Maya, prona, sentiva anche i seni della donna accarezzarle la schiena,
i suoi capezzoli eretti, spontaneamente eretti mentre svolgeva il suo compito
didattico. O eccitati da lei, lei Maya che la eccitava, lei Maya che si
faceva desiderare da un'altra donna...?) E quando tutto il piccolo rosario
d'amore le fu dentro, Maya non poté fare a meno di stringere, di
allungare una mano, di cercarsi e cercare il suo piacere, che venne e fu
immediato e sconvolgente...
Era ancora sul letto, con le mutandine abbassate e gli
occhi chiusi sulla sua immaginazione, le labbra schiuse e il respiro che
si era appena ricomposto, quando sentì suonare alla porta. Era lui,
appena tornato dall'ufficio.
Si alzò, e nell'alzarsi sentì con nuova
intensità le palline massaggiarla dal di dentro. Le piacque, scoprì
che le piaceva camminare con quelle palline dentro che ad ogni passo le
facevano sentire qualcosa di nuovo. - Arrivo! - disse, con voce quasi spezzata,
riassestandosi mutandine e vestito e dirigendosi verso la porta d'ingresso.
Aprì la porta, convinta di aprirla a lui. Ma invece
si trovò di fronte il signor Angelo, un vicino di casa, un signore
di una sessantina d'anni, sposato e con figli (la figlia più grande
aveva più o meno la stessa età di Maya), con la sua fedele
cassetta degli attrezzi.
- Buon giorno, signorina, ho giusto una mezz'ora libera,
e così ho pensato di venire a dare un'occhiata a quel rubinetto
del bagno che perde, di cui mi diceva l'altro giorno. - Il signor Angelo,
infatti, era conosciuto e apprezzato in tutto il palazzo per la disponibilità
con cui si prestava ad effettuare piccole riparazioni, un hobby da pensionato
a ricompensa del quale qualche bottiglia di buon vino era più che
sufficiente.
Maya non immaginava proprio che fosse lui, e infatti nel
vederselo di fronte trasalì e poi fu presa dalla sgradevole sensazione
di essere nuda, o di essere stata colta sul fatto in qualcosa di sbagliato.
Lui si accorse del suo disagio: - Signorina, sta bene?
- Sì, perché?
- E' tutta rossa, deve avere qualcosa che non va... è
sola in casa? Se occorre, vado a chiamare mia moglie...
- No, no, va tutto bene, non si preoccupi... Prego, venga
pure, il rubinetto che perde è quello della vasca da bagno, mi fa
proprio un piacere ad essere venuto...
Il signor Angelo prese i suoi ferri e cominciò
ad armeggiare con il rubinetto incriminato, conversando del più
e del meno, chiedendo a Maya di lei, raccontandole dei figli, di quando
lui era giovane, eccetera. Maya, seduta sul bordo della vasca, annuiva,
faceva finta di ascoltare e continuava a sentire dentro di sé l'oggettino
amoroso che non smetteva di spedirle stimoli assassini ad ogni suo minimo
movimento, e per lei era una faticaccia bestiale riuscire a fare l'indifferente,
anche perché le piaceva da morire. Ogni tanto avvampava, e allora
il signor Angelo la guardava con sospetto.
Quella tortura continuò per una mezz'ora abbondante,
finché finalmente il signor Angelo, riparato il rubinetto, prese
i suoi ferri e se ne andò. Stringendo la mano a Maya, le disse:
- Ascolti, secondo me lei non sta affatto bene... Mi dia retta, non lavori
troppo, e se ha bisogno di un medico ne parli con mia moglie, conosce uno
specialista che...
Maya non restò sola molto a lungo. Poco dopo, infatti,
sentì suonare alla porta, e questa volta era veramente lui. Entrò,
la abbracciò fortissimo baciandola, e insinuò la mano lungo
il suo culo, per cogliere la novità attraverso la stoffa del vestito.
E infatti sentì l'anello che stava al capo del cordoncino, - Brava!
- disse. - Hai fatto come ti ho detto... Vediamo un po' come ti sta questo
giocattolino! -
Sfilò il vestito dalla testa di Maya, le abbassò
le mutandine e poi la fece voltare, sempre tenendola saldamente con le
mani. Lei, con l'anello che le pendeva tra le gambe, per un attimo provò
una sensazione di ridicolo, ma il calore delle mani di lui che la abbracciavano
da dietro la rassicurò. E ancora di più la rassicurò
la sua lingua, che cominciò a percorrerle la schiena in piccoli,
rapidi guizzi, scendendo sempre di più... Lui si inginocchiò,
la lingua arrivò al suo culo e ne esplorò il solco. Infine
cominciò ad accarezzare il piccolo buco, e Maya, sentendo anche
questo stimolo, si sentiva impazzire.
Le prese le mani, la costrinse ad abbassarsi, la fece
stendere prona sul pavimento. Il contatto con le fresche mattonelle non
era sgradevole, ma ancor più fu piacevole il contrasto fra fresco
e caldo quando lui le si sdraiò sulla schiena, le fece curvare di
fianco la testa e la baciò. Poi afferrò il cordino, lo tirò
lentamente e sfilò prima una pallina, poi un'altra, poi un'altra
ancora... e ogni pallina che usciva, era per Maya un lampo vivo di piacere.
Quando tutto il piccolo rosario fu fuori di lei, si divincolò e
abbracciò il suo amante. Allora lui la baciò ancora, si sbottonò
i pantaloni e tirò fuori il suo sesso, come lei sapeva già
in preda ad un'erezione bestiale. Sorreggendolo con la destra, lui mise
la mano sinistra sulla nuca di lei, la costrinse ad abbassare la testa
e a riceverlo fino in fondo alla gola. Tenendole fermo il capo prese a
muoversi ritmicamente, lei lo sentiva crescere e desiderarla e questo piacere
diventava anche suo. Poi la fece mettere prona, sempre sul pavimento, le
alzò il culo, ve lo appoggiò e la penetrò nello stesso
spazio esercitato e reso accogliente dal lungo esercizio delle palline.
Era il compimento che lei desiderava; e infatti il suo desiderio fu tale
da farla gridare, piangere (lui le penetrò la bocca con due dita),
agitarsi, divincolarsi (ma lui la teneva ferma bloccandole i polsi dietro
la schiena) e alla fine venire, tremando, sudando, ricadendo stremata sul
pavimento. Poco dopo lui la seguì, gridando e stringendole il collo;
lei sentì il suo sperma inondarle le viscere, e lo sentì
colare fuori non appena lui si sfilò, caldo, denso, vischioso. Lui
ne raccolse alcune gocce con due dita e lo portò alla bocca di lei,
che lo accolse sulla lingua e tra le labbra, chiudendo gli occhi. Poi la
baciò con passione.
Rimasero così per alcuni minuti. Poi lui le chiese
di mostrargli i suoi acquisti di quella mattina; lei li prese, glieli fece
vedere quasi esitante (...avrò scelto bene?) ma lui approvò
la sua scelta e il suo buon gusto. la baciò sulla fronte e disse:
- Questa sera ti porto a mangiare fuori. Metti anche queste cose nella
tua borsa, potrebbero servire. E mi raccomando: ti voglio splendida!
E Maya volle essere più che splendida. Trascorse
molto tempo in bagno e in camera, beata, col sottofondo di musica della
radio, lavandosi accuratamente e scegliendo accuratamente il trucco, i
vestiti, i gioielli. Quando si ripresentò a lui, che la aspettava
in soggiorno, fu accolta da un sorriso compiaciuto. Era come se lui, con
quel sorriso, con quello sguardo forte, le dicesse: ti aspettavo così,
non mi aspettavo niente di meno e sono felice di te, sono felice che tu
sia la mia donna. E lei ne era altrettanto felice.
E fu ancora felice, durante la sera, di sentirsi così
fortemente desiderata e desiderabile, non solo da lui e per lui, non solo
da e per tutte le persone di cui incrociavano gli sguardi e le immagini,
uomini o donne che fossero; ma anche da se stessa. Maya si sentiva bella.
Maya era bella, perché si sentiva padrona della sua bellezza e del
suo piacere. Maya vedeva la sua bellezza rispecchiarsi negli occhi degli
altri, e negli specchi del ristorante, che le rinviavano l'immagine di
sé che voleva vedere: vestita di un corto abito rosso molto scollato,
le gambe ben proporzionate che terminavano in un paio di sandali ugualmente
rossi, dai tacchi alti - il massimo che poteva permettersi senza rischiare
di perdere l'equilibrio - che lasciavano i piedi quasi completamente nudi.
Alla caviglia sinistra, una sottile cavigliera d'oro. Alle dita di entrambi
i piedi, dalle unghie rosse come quelle delle mani, il vestito e i sandali,
alcuni piccoli anelli, di foggia orientale, che l'ampia apertura anteriore
lasciava liberi di brillare alle luci del locale. Bracciali ai polsi e
alle braccia, orecchini resi visibili dai capelli trattenuti all'indietro,
labbra altrettanto rosse, agli occhi un ombretto luccicante. Un profumo
di gusto orientale, al sandalo. Ma la bellezza, la sensualità di
Maya nasceva anche e soprattutto da dentro, dal fatto di sentirsi disponibile
e pronta al piacere, a qualsiasi piacere che il suo uomo avesse voluto
proporle, o forse imporle.
Cominciò proprio al ristorante, quando lui le disse
di andare in bagno e di togliersi le mutandine, perché la voleva
nuda sotto il vestito. Lei gli sorrise, arrossì un po', si alzò
e andò in bagno, attraversando ostentatamente il locale sentendosi
addosso gli sguardi di tutti e quando tornò era come lui la voleva.
Gli sorrise con complicità, si sedette e gli disse: - Controlla
se ti ho obbedito, se ne hai coraggio! - Era seduta di traverso rispetto
al tavolo, le gambe accavallate bene in vista, un piede, racchiuso nel
sandalo penzolante, provocatoriamente sporto verso di lui. Lui le lanciò
un'occhiata, come per dirle: raccolgo la sfida. Appoggiò la mano
al suo piede, che lei non ritirò; poi, con lentissimi movimenti
circolari, cominciò ad accarezzarglielo, passando poi alla caviglia,
e risalendo verso il ginocchio, passando oltre, piano sempre più
piano e poi più su, scostare leggermente la gonna, Maya sorrise
e lo lasciò fare (nessuno guardava, almeno in maniera ostentata,
il loro tavolo era un po' discosto dalla sala) e poi finalmente arrivò
a sentirla, a sentire la sua peluria umida e libera, a capire che le aveva
obbedito.
- I signori desiderano qualc... ehm... -
La cameriera, una graziosa ragazza dai capelli bruni e
corti, con un semplice grembiule bianco e nero, era lì, nell'esercizio
delle sue funzioni professionali. Ma ora aveva scoperto la loro ricerca
interiore, e li guardava sorpresa. - Se credete, ripasso tra un po' - aggiunse,
con un mezzo sorriso più complice che malizioso, per niente scandalizzata.
- No, no, non si preoccupi, non ci disturba mica! - disse
lui. - Maya, vuoi ancora qualcosa? Un dolce?
- Perché no. Cosa c'é di buono?- chiese
Maya, rivolta alla cameriera.
- Dunque, abbiamo zuppa inglese, meringata, profiteroles...
- cominciò ad elencare, cercando di fare l'indifferente. E intanto
la mano di lui non si era ritirata, anzi continuava ad accarezzarla lentamente,
non vista da alcuno se non dalla stessa cameriera.
- Allora, cosa ti piacerebbe godere... ehm, mangiare?
- disse lui, entrandole dentro di un paio di centimetri. Lei arrossì,
chiuse gli occhi. La cameriera fece cenno di andarsene.
- Aspetti, non abbiamo ancora ordinato! - fece lui, richiamandola
ai suoi doveri. Poi, continuando a tenere la sua fidanzata sulla corda:
- Forza, Maya. Deciditi ad ordinare qualcosa, non possiamo mica tenere
qua questa ragazza tutta la sera!
- Non so, ci devo pensare...
Lui aumentò lo stimolo. Lei era in procinto di
venire, la cameriera sempre lì a guardarli e ad aspettare, non si
capiva se imbarazzata, irritata o eccitata. Ma sicuramente la sua presenza
eccitava Maya in modo terribile, stava scoprendo in quel momento che esibire
il suo piacere davanti ad estranei era meraviglioso.
- Fate presto, per favore... - disse la cameriera. Sembrava
un'implorazione.
- Come?
- E' che devo passare ancora ad altri tavoli...
- Ti piace la mia ragazza?
- E' carina, in effetti...
- Sai che è senza mutandine?
- Ah... - Un "ah" più di constatazione che di sorpresa.
- Ti piacerebbe fare l'amore con lei?
- Mi dispiace, ma non ho questi gusti...
- Peccato, non sai cosa ti perdi. Sai cosa faremo questa
sera?
Lei guardò interrogativa. Voleva saperlo, ma aveva
paura che la sua curiosità venisse fraintesa per un interesse che
non aveva, o forse che non voleva avere.
- Le scoprirò il culo e glielo frusterò
a lungo...
- Ah. E a lei piace?
- Rispondi, Maya. Ti piace? - disse lui, pizzicandole
leggero il clitoride.
- Si... SI! Mi piace tantissimo! - disse lei, soffocando
un grido mentre veniva.
Cercò di mascherare l'affanno, poi disse: - Prendo
il tiramisu...
- E' l'unico dolce che non abbiamo - disse la cameriera
sorridendo - ma mi sa tanto che è anche l'unico di cui non avete
affatto bisogno!
- Io mi accontento di questo - disse lui, sfilando la
mano di sotto il vestito di Maya e mettendosi in bocca il dito, bagnato
dal suo piacere. Lo leccò ostentatamente, guardando provocatorio
la cameriera. - Mmmmm... che buono!
La cameriera sorrise, e si allontanò per eseguire
l'ordinazione. Maya disse: - Se non ci buttano fuori stasera, non so quando
mai potranno farlo!
- Non preoccuparti - rispose lui. - Le abbiamo dato un
piacevole diversivo, e credo che non le sia affatto dispiaciuto... mi sa
tanto che questa notte farà passare momenti memorabili al suo ragazzo!
- Lo penso anch'io - disse Maya, sorridendo ed appoggiando
una mano su quella del suo fidanzato, ancora bagnata del suo piacere, guardandolo
teneramente negli occhi. Lui si sporse e le dette un veloce bacio a fior
di labbra.
Usciti dal locale, Maya e il suo fidanzato fecero una
breve passeggiata lungo il Tevere. Lei si teneva stretta al braccio di
lui, i suoi passi nei sandali dai tacchi alti risuonavano sul selciato,
la consapevolezza di essere senza mutandine la eccitava come la eccitava
pensare a ciò che sarebbe seguito, la frusta, i morsetti... Aveva
appena avuto un orgasmo, ormai il quarto di quella giornata dopo la colazione,
il sex shop, e il ritorno di lui dall'ufficio; eppure aveva l'impressione,
sapeva e sentiva che le sarebbe bastato un bacio, una carezza, un tocco
leggero in qualsiasi parte del suo corpo - la schiena, il collo, la pianta
di un piede - per farla venire di nuovo. E in fin dei conti anche quella
passeggiata era una piccola piacevole tortura, un ritardare il loro piacere,
tutto quello che da lì a poco ci sarebbe stato per lei e per loro.
E finalmente rientrarono. Appena furono nell'ascensore
e la porta si era chiusa, inaspettatamente lui si buttò a terra,
e cominciò a baciarle delicatamente le dita dei piedi che uscivano
dai sandali. Lei sorrideva, intenerita e quasi commossa. Ai baci seguirono
leggere leccatine, che poi risalirono lungo il dorso fino ad arrivare alle
caviglie ed oltre, lungo le gambe, le ginocchia (lui la fece girare per
leccarle l'incavo dietro le ginocchia, parte che sapeva essere in lei sensibilissima)
e poi più su, le cosce e scostando il vestitino finalmente il culo,
nudo come doveva essere, nudo come era giusto che fosse. Cominciò
a far scorrere una lingua sensibile dentro e fuori dal buchetto caldo ed
odoroso, e Maya, appoggiata allo specchio, si guardava godere. Quasi non
si era accorta che lui aveva allungato un braccio e schiacciato lo stop
dell'ascensore, che ora, bloccatosi tra un piano e l'altro, era diventato
la loro quasi accogliente alcova.
Continuò così per un pezzo, momento dopo
momento e minuto dopo minuto, lei sentiva la lingua di lui esplorarla,
le sue mani risalire fino ai seni, nudi sotto il vestito, poi alla sua
bocca, e poi venire sempre di più e sempre più vicino il
desiderio e il sentimento, finché...
- Ehi! C'è nessuno là dentro? - Era la voce
del signor Angelo, che giungeva dall'esterno.
- Zitto! - disse Maya sotto voce, brutalmente richiamata
alla realtà. - Se ci sente, quello è capace di smontare tutto
il palazzo per tirarci fuori!
- Ci siamo noi, signor Angelo! - gridò lui, ignorando
provocatoriamente l'avvertimento della sua ragazza.
- Oh, poveretti...! Baracca di ascensore, non passa settimana
senza che qualcuno ci resti dentro! Ma non preoccupatevi, mi sono fatto
dare dall'amministratore le chiavi della sala macchine, in cinque minuti
vi tiro fuori!
Maya guardava severamente il suo ragazzo, per quanto tutto
il bagnato che aveva negli occhi le permettesse uno sguardo severo. Lui
invece rideva soffocato. - Dai! - diceva. - Non te la prendere, gli abbiamo
dato un'occasione per sentirsi utile... e in fondo anche per noi è
un'ottima occasione!
- Per cosa?
- Per provare i i tuoi acquisti di oggi, che altro?
A lei venne un brivido. Lo voleva, era tutto il giorno
che ci pensava... ma non avrebbe pensato che sarebbe successo così.
In ascensore! E con il signor Angelo a pochi metri che armeggiava per tirarli
fuori, poi. Ma non disse niente e obbedì, aprendo la sua borsa,
tirando fuori gli oggetti amorosi e porgendoli al suo fidanzato con uno
sguardo più seccato che complice. o preoccupato.
- Dai, appoggiati allo specchio. Voglio che ti guardi
mentre ti frusto, devi vederti in viso mentre soffri per me.
Con una mano le tenne alzato il vestito, con l'altra prese
accuratamente la mira con lo scudiscio. Era arrivato il momento...
Il primo colpo la fece trasalire. Strinse gli occhi, deglutì
ed aspettò il secondo. Che arrivò poco dopo. E poi il terzo.
E poi il quarto. E il quinto. Erano regolari, il suo fidanzato la colpiva
con maestria. Chissà quante volte lo ha già fatto, e con
chi, pensò lei, tra una fitta e l'altra di dolore che non era o
non era più, forse, solo dolore.
L'ascensore ebbe qualche scossone. - Non preoccupatevi,
ragazzi, tra poco sarete fuori! - disse la voce del signor Angelo, dall'alto
della tromba.
- Rispondigli - disse lui.
Lei, nell'affanno e nel dolore, fu costretta a cercare
un tono di voce normale: - Nessun problema, signor Angelo!
Poi, ad un tratto, mancò la luce. Lui rise, e avrebbe
riso anche lei se non si fosse sentita sopraffatta dal culo in fiamme.
Erano nel buio più assoluto, avrebbe voluto urlare il suo dolore
con quanto fiato aveva in corpo ma non poteva. I colpi di frusta non potevano
essere sentiti fuori dall'ascensore, ma i suoi gridi sì. Il buio
le aveva tolto la sua immagine sofferente nello specchio, ma ora per lei
c'era dell'altro.
C'era lui, che forse non c'era, non era più lui.
Era uno sconosciuto, era qualcuno che l'afferrava per
il collo, la schiaffeggiava fortissimo, e nel buio lei non poteva vedere
da quale parte arrivassero gli schiaffi e non poteva proteggersi, era un
uomo senza volto, come quelli del suo sogno. Era qualcuno che le infilava
le dita, le mani ovunque, nel sesso, nel culo, in bocca. Era qualcuno che
la ammoniva feroce in un orecchio di star zitta, che se avesse gridato
l'avrebbe ammazzata, e lei cominciava ad avere paura. Era qualcuno che
afferrandola per i capelli la faceva brutalmente inginocchiare per sfondarle
la gola con un cazzo durissimo ed enorme, costringendole la testa in un
angolo dell'ascensore immobile, e lei sentiva che lui godeva orribilmente
di sentirla soffocare. E in tutto questo, ogni tanto arrivava la voce lontana
del signor Angelo, del tutto ignaro del fatto che in quel momento si stava
consumando un delitto, che un essere senza volto la stava violentando;
raccomandava di stare tranquilli, che tra breve li avrebbe tirati fuori.
E lei sperava che fosse presto, che facesse in fretta, che la salvasse
prima che lui la uccidesse. Era terrorizzata, aveva una paura bestiale.
Tornò la luce, e l'ascensore prese a muoversi lentamente
ma regolarmente. Lei si spaventò nel vedere il suo viso sconvolto
nello specchio, e nel vedere il viso di lui, altrettanto sconvolto ma d'eccitazione.
La sua eccitazione, invece, era finita quando lui aveva cominciato a picchiarla.
Era stato molto, troppo violento. E questo non era nei patti. Forse.
Ma lui era tornato, inaspettatalmente, ad essere amoroso
come sempre. La abbracciò, le rimise in ordine i capelli scomposti,
le assestò il vestito tutto stazzonato. E così si presentarono
alla vista del signor Angelo, che li attendeva fuori dall'ascensore pronto
a ricevere i loro ringraziamenti per averli liberati.
- E' un'indecenza! - aveva esordito, e per un attimo avevano
pensato che si riferisse a loro. - Dobbiamo assolutamente cambiare l'impresa
che fa la manutenzione dell'ascensore. Alla prossima riunione condominiale
mi sentiranno!
- Certo, ha proprio ragione. Grazie, per averci liberati!
Altrimenti saremmo rimasti là dentro chissà per quanto tempo
ancora! - mentì lui, allegramente.
- Ma figuratevi, ragazzi. Santo Cielo, signorina, scusi
se glielo dico, ma lei deve assolutamente farsi vedere! Ha un'aria sconvolta!
- Forse ha ragione, mi farò dare da sua moglie
l'indirizzo di quello specialista. Ancora grazie! Arrivederci!
- Buonanotte, ragazzi!
Maya andò in bagno, e si fece un lungo bagno caldo,
cercando di capire quello che era successo, ma aveva le idee troppo confuse.
Possibile che fosse stato proprio lui, il suo lui, a picchiarla così
selvaggiamente?
Ma poi, l'aveva veramente picchiata così selvaggiamente,
o era stata solo una sua fantasia? Avrebbe dovuto avere il corpo pieno
di lividi e di tumefazioni. E invece, se si eccettuava un leggero arrossamento
alle guance, e un indolenzimento forte ma quasi piacevole al culo, coperto
di non sgradevoli striature rosse (la signora del sex shop aveva avuto
ragione), il suo corpo non rivelava tracce visibili. E così, piena
di dubbi e di incertezze, lo raggiunse a letto. Nuda; non per un fatto
erotico, ma perché anche una leggera camicia da notte avrebbe reso
più difficile tollerare il dolore al sedere.
Lui le baciò la nuca.
- Ma che diavolo ti è saltato in mente? - lei gli
chiese.
- Niente più di quanto tu non abbia voluto o non
avresti potuto sopportare, amore- disse lui. - Ricordi? Sei stata tu a
chiedermelo.
- Va bene, ma non immaginavo che...
- Che sarebbe stato così? Beh, sappi che non hai
ancora visto niente!
- Non sono sicura di voler vedere il resto...
- Va bene, allora questo gioco lo interrompiamo qui, non
c'è problema. - Si voltò dall'altra parte per dormire, e
spense la luce.
In Maya coesistevano varie sensazioni. Da un lato si rendeva
conto che forse avevano (...o forse lei aveva) passato il segno (quale
segno?). Dall'altro, non poteva negare che quel gioco l'aveva intrigata,
almeno fino all'ascensore. Non solo. Anche l'ascensore, ripensandoci retrospettivamente,
era stato qualcosa. Di bello? Non lo sapeva. Ma qualcosa di sicuro. Una
fantasia? Una realtà? Fino a che punto era stato un gioco? E lui,
sarebbe mai stato capace di esprimere "seriamente" quella violenza?
Lui, la sua forza, il suo odore. Lo sentiva lì
vicino. E ne ebbe voglia. Gli passò una mano lungo la schiena, e
la sentì fremere. Non stava dormendo. Lo abbracciò. Lui si
girò, la rivoltò sulla schiena. Piano, mi fa male, furono
le ultime cose che lei riuscì a pensare e a dire, prima che lui
la sciogliesse, cominciando ad amarla piano, lentamente, teneramente, infinitamente.
Trascorsero almeno un paio d'ore di amore dolcissimo.
Lui era sopra di lei, dentro di lei, lo sentiva caldo e tranquillo. Non
era ancora venuto e non sembrava avere fretta di farlo. In quel momento,
era più importante la tenerezza, per entrambi. Sapevano di dover
ristabilire un'intesa, e ci stavano riuscendo.
Lei lo sentì parlare.
- Sai, amore, per me è stato bellissimo...
- Cosa?
- Tutto. Sentirti così disponibile, guardarti così
bella, mandarti al sex shop a comprare la frusta, giocare con la cameriera
del ristorante... - Dentro di lei, lo sentì avere uno spasmo di
piacere, forse voluto, forse incontrollato. La eccitò e la intenerì
allo stesso tempo.
- E l'ascensore?
- Anche quello. Anzi, soprattutto quello.
Le sue parole le giungevano nel buio, lo sentiva accarezzarle
la fronte e i capelli. Era questo l'uomo che l'aveva picchiata selvaggiamente,
forse, qualche ora prima?
- Beh, per me no. Ho avuto paura.
- Ma ora, come ti senti?
In risposta, lei lo abbracciò fortissimo, incrociando
le caviglie dietro la sua schiena. Si ricordò di avere ancora la
cavigliera e gli anellini alle dita dei piedi, e ne fu contenta. In qualche
modo quegli oggettini erano un simbolo del suo possesso su di lei, e lei,
lo stava capendo in quel momento, voleva essere ancora sua. E poi, anche
al buio, a letto, la facevano sentire più bella, più desiderabile.
- Non hai più paura, vero?
- No.
- Anche quello è stato un gioco, amore. Mi sarei
fermato quando volevi, se me l'avessi chiesto.
E' vero. Lei era stata talmente convinta di non essere
nulla se non una vittima passiva nelle mani del suo carnefice, che non
ci aveva nemmeno lontanamente pensato, a dirgli di smetterla.
- Apri la bocca - disse lui.
Lei la aprì. Pensava che lui si sarebbe sfilato
dal suo sesso per penetrarla in bocca, ma non si mosse. Sentì invece
gocciolare, nel buio, alcune gocce della sua saliva. La cosa la eccitò
enormemente. Allora gli prese la testa tra le mani, la avvicinò
alla sua e gli leccò a lungo tutto il viso. Lui rispose nello stesso
modo.
- Come ti senti adesso?
- Benissimo - rispose Maya.
- Te la senti di andare avanti?
- Sì.
- Ne sei sicura, amore?
- Assolutamente sì.
- Allora alzati e vai di là in sala. Resta nuda
e aspettami, arrivo subito.
Maya fece quanto le era stato ordinato; si alzò
dal letto e andò in sala. Si sedette su una poltrona; desiderosa
e desiderante, sentì lui che armeggiava con la sua borsa, in anticamera.
E sgranò gli occhi sorpresa, poco dopo, quando lo vide entrare a
sua volta in sala. In una mano aveva alcuni metri di quelle catene del
Brico Center che ricordava bene. Non riusciva a capire bene quali potessero
essere le sue intenzioni, né se era il caso di preoccuparsi. Ma
era curiosa.
Lui le si avvicinò, le mise le mani ai fianchi.
Lei lo cinse a sua volta, abbracciandogli le spalle; ma il suo non era
un abbraccio, perché con mani ferme e forti la afferrò, sollevandola
da terra e mettendola a sedere sul tavolo. Adesso le sue gambe pendevano
nel vuoto, ed evidentemente era quello che lui voleva.
Lo vide sedersi a terra, di fronte ai suoi piedi. Lo vide
prendere un pezzo di catena, della lunghezza di circa mezzo metro. Lo vide,
poi, e lo sentì avvolgere il pezzo di catena attorno alla caviglia
e al tallone del suo piede sinistro. Lo vide, infine, tirare fuori dalla
tasca della vestaglia che indossava un piccolo lucchetto, e con esso sigillare
definitivamente la catena, che non si sarebbe quindi potuta togliere se
non si fosse prima aperto il lucchetto. Ora la catena, cromata e a maglie
piuttosto fini, formava un monile tutto sommato attraente che ingentiliva
il suo piede sinistro, seguito, di lì a poco, dal destro. Quando
ebbe finito, lui si alzò, le prese il viso, la baciò, le
disse che era bellissima e la fece scendere dal tavolo così come
l'aveva fatta salire, prendendola per i fianchi e deponendola per terra.
Nel momento in cui i suoi piedi toccarono terra, Maya si accorse che quella
particolare decorazione le impediva di poggiare i talloni, costringendola
a camminare costantemente sulle punte. L'effetto era quello di portare
dei tacchi alti, ma i piedi rimanevano completamente nudi e, non appoggiando
su una suola, rendevano il camminare alquanto più difficile.
Lui le sorrise e si sedette in poltrona, guardandola.
- Fai qualche giro intorno alla stanza - le ordinò. Maya, con considerevole
difficoltà, gli obbedì. Non tardò a capire che il
fatto di avere i piedi incatenati, e di muoversi quindi con difficoltà,
lo eccitava moltissimo. Era contenta di vederlo eccitato, ma a lei, da
questo gioco, non veniva molto, e sperò quindi che succedesse presto
qualcosa di nuovo.
Non dovette attendere a lungo.
- Vieni - le disse lui, tirando fuori dalla tasca un pezzo
di corda. La fece girare di spalle di fronte a lui, sempre seduto sulla
poltrona, le fece incrociare i polsi dietro la schiena, glieli legò
rapidamente. Poi si alzò, la abbracciò baciandola leggermente
sulle labbra e sugli occhi. Lei gli sorrise, vide per un attimo gli occhi
caldi ed amorosi di lui e poi, improvvisamente, calò il buio. Perché
lui, senza dirle nulla e improvvisamente, le aveva bendato gli occhi con
un foulard. - Oddio, che fai! - fu tutto quello che lei riuscì a
dire, prima di sentire di nuovo le sue mani e i suoi baci percorrerle ancora
il collo, le spalle, i seni, i fianchi. Era bellissimo. Il buio, in qualche
modo, ingigantiva le sensazioni che da lui le venivano, doveva faticare
per riuscire a reggersi ancora in piedi, e le catene sotto i talloni non
le semplificavano certo la cosa.
Lui la prese per un gomito, e, conducendola delicatamente,
la fece camminare. Verso la cucina, le sembrò. Poi si fermarono.
Lui le sussurrò nell'orecchio: - Sai, stamattina mi sono dimenticato
di dirti di comprare un'altra cosa al sex shop... -
- Cosa? - chiese Maya. Si sentì preoccupata; le
erano venuti in mente quei paurosi divaricatori a becco d'anatra...
- Questo. Sono passato io stesso a comprarlo, uscendo
dall'ufficio, oggi...
La fece inginocchiare, sorreggendola perché non
perdesse l'equilibrio. Si accorse di essere addossata a uno sgabello di
legno, quello stesso sgabello che utilizzava per arrivare, salendoci sopra,
ai ripiani più alti dei mobili della cucina. Ma non c'era solo lo
sgabello. Lui le fece appoggiare il viso a qualcosa che c'era sopra, che
a quanto pare vi era stato fissato sopra, poiché non si muoveva.
Tenendola per i capelli, ma delicatamente, senza strattonarglieli
né tirarli, lui fece in modo di farle esplorare, con la guancia
e con le labbra, quell'oggetto che non poteva vedere e che sembrava quasi
avvitato sullo sgabello. Era di forma allungata, e Maya non ci mise molto
a capire che si trattava di un fallo finto. Odorava di lattice, di quell'odore
strano che lei aveva sentito per la prima volta in vita sua quella mattina,
al sex shop; ed era morbidissimo, quasi piacevole da leccare, da mordicchiare.
Lui la spinse per farglielo prendere meglio in bocca, e lei lo prese. Non
potendo fare affidamento sulla vista, ma solo sul tatto, sul gusto e sull'odorato,
in qualche modo si sentì regredita a uno stadio primale, e la cosa
le piacque. E quando lui, con voce, calda e serena, le disse: - Leccalo
ben bene, e pensa che tra poco lo avrai nel culo - lei sentì un
improvviso tremito di piacere percorrerle la schiena. - Perchè tu
lo vuoi, vero? - aggiunse lui.
Sì, lei lo voleva, era ovvio che lo voleva. Le
piaceva che il suo culo venisse violato, che lui la forzasse con le dita
o col cazzo o con qualsiasi altro oggetto. E sapeva di essere pronta anche
a ricevere quel fallo, sebbene, contro il viso, tra i denti e la lingua,
lo sentiva grosso, grossissimo, spropositatamente enorme. Come avrebbe
fatto a prenderlo dentro? Le avrebbe spaccato le viscere...
- Ma è enorme! Mi sfonderà!
- Certo che ti sfonderà, Maya. Ti farà male,
griderai, forse piangerai per il dolore, e io sarò qui, davanti
a te, per aiutarti a soffrire. Ti schiaffeggerò il viso e i seni,
ti metterò i morsetti ai capezzoli, te li torcerò con forza.
Ti metterò le mani sui fianchi per schiacciarti meglio contro di
esso, dovrai sentirlo squassarti tutta dal di dentro fino in gola. E poi,
alla fine, ti penetrerò in bocca con tutta la mia forza, ti soffocherò
trattenendoti la testa contro il mio cazzo, e alla fine verrò, costringendoti
a bermi tutto. Tu... lo vuoi, tutto questo, vero?
A rigore, avrebbe dovuto essere spaventata o preoccupata.
E invece si scoprì follemente eccitata; quel programma la stava
letterarmente mandando fuori di testa. - Lo vuoi? - ripetè ancora
lui.
Lei rispose sul fiato, forse perché non ne aveva
quasi più, con voce rotta: - Sì, lo voglio. Ti prego, facciamolo
subito. Ti prego, amore, fammi qualcosa, subito, fammi quello che vuoi...
Lui la baciò. - Alzati - le disse, prendendola
per mano. Delicatamente, la fece accoccolare sul fallo, allargandole le
natiche con una mano, orientando il fallo, leggermente flessibile, verso
l'ano con l'altra. Maya aveva le gambe aperte, cominciava a sentire la
pressione dell'oggetto contro e dentro di lei, nessuno dei due, lei o il
fallo, erano stati lubrificati, a parte la sua saliva, le gambe aperte
poggiavano ai lati dello sgabello, riusciva a reggersi approssimativamente
sulle punte dei piedi dato che le catene e i lucchetti le impedivano di
poggiare i talloni a terra, ma c'era lui che la sorreggeva e, nello stesso
tempo, la comprimeva verso il basso, costringendola a prenderlo dentro
di più, sempre di più, e lei stava con le gambe aperte e
bendata, si sentiva oscena in quella posizione e la cosa le piaceva, le
piaceva terribilmente come le piaceva sentire nel buio della benda i baci
e le carezze di lui, che le vellicavano il viso e le labbra.
E il fallo entrava. Entrava sempre di più in lei,
lo sentiva fagocitato dalle sue viscere, le sembrava impossibile, eppure...
Lui le accarezzava il sesso, le infilava una o due dita dentro e lei si
sentiva bagnata e sensibile.
Lui la abbracciò, la ringraziò e poi, inaspettato,
le arrivò uno schiaffo. Non fortissimo, ma improvviso, dal momento
che lei non poteva vederlo. Gemette, con la bocca semiaperta, aspettandone
un altro, che non si fece attendere, più forte del primo. Lui poi
la prese per il mento e la baciò, lei rispose al bacio, e poi arrivarono
altri schiaffi, questa volta ai seni. Ogni schiaffo metteva in forse il
suo precario equilibrio sullo sgabello cazzuto che la perforava, facendoglielo
sentire ancora di più e allora il suo culo si contraeva, come se
fosse felice, come se a sua volta ringraziasse. E anche i suoi seni erano
felici, e i suoi capezzoli erano tesi ed eretti come, le sembrava, non
fossero mai stati. Anche lui se ne accorse. Per un attimo Maya non sentì
più le sue mani amorose, e subito dopo il capezzolo sinistro incontrò
il freddo del morsetto d'acciaio, che la fece sussultare. Era arrivato
il momento che aveva sognato e desiderato al sex shop.
Infatti il capezzolo venne progressivamente stretto dalle
mani esperte e consapevoli di lui, prima che allo stesso piacere fosse
offerto dolcemente anche l'altro, e poi fu un lavoro di coppia, le mani
di lui passavano a stringere, con precisione millimetrica, ora l'uno, ora
l'altro dei suoi seni desideranti, e le sensazioni che questo movimento
le offriva in qualche misura la distraevano dalla scomodità della
posizione in cui era costretta. Perché stava cominciando a sentire
dei dolori alle gambe e ai piedi, dei crampi sempre più forti. Ma
non voleva dirlo, sapeva che avrebbe potuto interrompere in qualsiasi momento
quella specie di gioco, che lui avrebbe rispettato i suoi desideri senza
problemi. Tuttavia non voleva cedere. L'unico modo che aveva per alleviare
la tensione alle gambe era concedersi un po' di più al fallo che
continuava a perforarla, rilassarsi su di esso accogliendolo di più,
arrendendosi totalmente e definitivamente alla sua presenza. E così
fece. Piegò un po' di più le ginocchia, si lasciò
andare, lo sentì ancora di più e sentì anche, sorprendente
e inaspettata, una lacrima rigarle una guancia. Ma non stava piangendo
di paura o di dolore. Si sentiva protetta e sicura. Era una lacrima altra,
qualcosa di non brutto che le urlava dentro e che voleva uscire, e che
forse sarebbe uscito proprio ora, grazie a quel fallo, a quei morsetti
che lui continuava a stringere, buttandola sempre di più in un buco
oscuro e profondo, ma vero e accogliente. Sentiva il suo fiato e anche
la sua lingua che ogni tanto scendeva a vellicarle i capezzoli, gentile.
E poco per volta non ci fu più posto, nella sua mente sconvolta
e sensibile, nemmeno per lui. Poco per volta non lo sentì più, forse non c'era
nemmeno più. Sentiva solo emozioni e sensazioni, piaceri e dolori, sogni e
desideri che le perforavano il cervello, e non solo quello, anche pensieri e
ricordi, sensazioni passate che, come in un sogno catartico, le esplodevano come
fuochi d'artificio dentro. E ascoltava il suo respiro, unico rumore che udiva,
che le sembrava venire e crescere dal profondo della terra. Sentiva gli
schiaffi, non solo, anche scudisciate forti e leggere sui suoi seni, sul suo
ventre, sotto le piante dei suoi piedi che, ora che non la dovevano più
sorreggere, aveva esposto all'indietro. E a quella lacrima poco per volta ne
seguirono delle altre, stava piangendo, ma era un pianto non disperato, non
urlante, non di dolore o d'amarezza, ma in qualche misura sereno, un pianto che
aveva dentro di sé da moltissimo tempo, forse da sempre, e che ora, con amore,
la stava liberando. Era lei, era veramente lei, e ora lo sapeva. Era lei che si
amava, era lei che si riconosceva, era lei che si voleva. Era lei che si
baciava, che avrebbe voluto farlo ancora e per sempre, offrendo la sua lingua ai
suoi seni, al suo sesso, al suo culo adorato e urlante. Era lei che si trovava,
dopo essersi cercata a lungo, che si sentiva, che si era mossa poco per volta,
lungo un cammino sottile e sconosciuto, e ora c'era, con forza e intelligenza,
per sé stessa.
Il velo di Maya era stato squarciato, per sempre.
con tenerezza e stima