Club privé (osservazioni in margine a "Il compleanno di Manu")
Club privé... strani luoghi, e strane impressioni. La mia esperienza personale è abbastanza limitata, praticamente limitata solo all'evento che la dolce Manu ha adeguatamente descritto. Sì, penso che le sue impressioni siano giuste e condivisibili.
Quanto al fascino/squallore di quei luoghi, s'intende che si tratta di impressioni meramente soggettive. Sicuramente non gioca a favore una cattiva e moralistica pubblicità che da determinate fonti (organi di stampa soprattutto) affiora. Poi, dipende da caso a caso. Qui nella mia città, di luoghi siffatti, fino a un po’ di tempo fa, se ne contavano parecchi; io ne leggevo le pubblicità sui giornali, me ne parlavano una coppia di miei cari conoscenti molto trasgressivi (i titolari del mio sex shop preferito). Ma prima che prendessi la determinazione di metterci piede, un'improvvida azione delle polizia li fece chiudere tutti, in quanto si parlò di sfruttamento della prostituzione. Il titolare di uno di essi (il più bello, a detta dei miei amici, l’unico veramente signorile e di qualità) tentò pure il suicidio.
Già, prostituzione. Il punto è proprio questo; come si fa a "movimentare" un luogo in cui alcune persone, dopo aver pagato un biglietto d’ingresso, si incontrano per una cosa sola, proprio quella cosa lì? E poi, perché le coppie che entrano pagano un biglietto pari a quello di una buona discoteca mentre gli uomini soli pagano una cifra decisamente più esagerata, pari ad una marchetta di moderato lusso? E perché le donne, bontà loro, entrano decisamente gratis? Evidentemente ci deve essere sotto qualcosa.
Ora, non voglio essere io ad emettere giudizi morali su questo "qualcosa". Non penso che la prostituzione sia una professione istituzionalmente "sporca", semmai sporca viene fatta diventare da chi la sfrutta o da chi la pratica perché non ha altre possibilità di sopravvivenza o perché costretta. Non penso che chi presta il suo corpo a un locale di quel genere compia un’azione molto differente da chi lo presta a ore in un ufficio, su un palcoscenico, o in un ambulatorio, sotto il segno di professioni riconosciute e socialmente apprezzate (ricordo quanto fosse penoso e quasi ridicolo il sito Internet, su cui capitai per caso tempo fa, di un'agenzia di fotomodelle-accompagnatrici-spogliarelliste, in cui si sottolineava molte volte che "le nostre professioniste non eccedono determinati limiti, non si prestano a "supplementi" di servizio, non praticano lap-dance erotica, ecc. ecc. ecc. e qualsiasi richiesta in questo senso verrà immediatamente denunciata alle autorità competenti in quanto molestia e istigazione alla prostituzione, ecc.". Terribile se non fosse stato vero, se fosse stato solo un pretesto per pararsi il culo con la polizia di cui sopra. Ancora più terribile se, invece, vero fosse stato. L'ipocrisia del guardare-e-non-toccare elevata a norma e regola).
Il fatto è che tutto questo dà una connotazione molto particolare, forse ingiusta, forse orientata diversamente dai nostri desiderati sogni, a quei luoghi. Penso che qualsiasi uomo (nel senso di maschio) non aborrirebbe una maggiore libertà sessuale, che corrispondesse ad una maggiore disponibilità sessuale da parte delle donne (di QUALSIASI donna); del genere che, camminando per strada, vedi una che ti piace, la prendi, lei non ci pensa nemmeno a dire no, ci si rintana in un portone e lì si fa. Pura utopia. Forse non in luoghi, chessò, come il Brasile, dove molti vanno proprio per questo. Ma quando chiesi ad un amico che ha molto viaggiato, se è vero che in quei posti le donne sono molto più disinibite che da noi, mi rispose: "E’ verissimo. Basta pagare". E ci risiamo...
Ma così non è. Certo, alle donne (alla maggior parte di loro, Deo gratias, e molto in questi ultimi anni si è mosso in questo senso) il sesso piace. Essere desiderate piace. Provocare piace. E allora si creano giochi erotici raffinati e sopraffini, ovunque, per strada, negli uffici o altrove. Sempre, peraltro, all’insegna del "guardare e non toccare", of course. Salvo specifiche eccezioni debitamente autorizzate.
Il club privé, quindi, in virtù del suo essere luogo "particolare", diventa luogo della trasgressione legalizzata. Ovviamente, si fa per dire, in quanto anche la trasgressione è severamente codificata, come ben saprà chi è stato sui siti di quei luoghi e ha avuto modo di informarsi su quanto si può fare e quanto non si deve. Ovviamente la trasgressione ha i suoi canali e ha un costo; la "coppia liberata" ha sicuramente più possibilità di trasgredire del "single sfigato"; la donna single, che non sia una "animatrice professionale", per quanto possa desiderarlo e fantasticarci sopra è ben difficile che avrà mai il coraggio di varcare da sola una di quelle porte. Poi ci sono le coppie con lei "costretta" "consenziente", "convinta", "non capisco ma ti amo e quindi lo faccio", con mille sfumature intermedie.
Orbene, ben vengano comunque i club privè come luogo della prova e dell’esperimento, in primis delle proprie emozioni, come la saggia Manu ci insegna. Ma forse i club privé sono soprattutto i luoghi in cui si possono mettere alla prova le proprie fantasie voyeuristiche o esibizionistiche. Il "libero amore" è un’altra cosa, e non so se sia mai stato libero nella nostra cultura monoteista, mai liberato, appunto, dalle seduzioni (anch’esse perversioni) del peccato e della redenzione. Certo, ci fu la parentesi della cultura hippy, ma che Dio ci scampi e liberi da quelle ammucchiate ridicole con treccine indiane, fascette nei capelli, erba, ciondoli e chitarre… Ipocrisia di un momento che non durò lo spazio di una generazione, in cui l’afflato mistico-ideologico era assai più forte di quello erotico.
Un’ultima osservazione. Temo, e vorrei che non fosse così, che i club privé diventino i ghetti della trasgressione. Certo, musica, anonimato e architetture ricercate seducono, rendono tutto più piacevole e gustoso. Ma sono soprattutto luoghi istituzionali, più o meno tollerati, dove trasgredire (con tutti i se e i ma di cui sopra) è lecito per chi non ha altre possibilità, più vicine alla propria vita quotidiana, di trasgredire in un modo più raffinato che non con la prostituzione di strada. Tuttavia – vorrei essere smentito – ci sono persone o gruppi di persone che non hanno certo bisogno di andare nei club privè per "trasgredire" perché possono tranquillamente fare le stesse cose nelle proprie ville, sulle proprie barche, o altrove. Non pagano nessun biglietto d’ingresso, selezionano gli invitati (e magari ricorrono anche loro all’utile apporto di qualche "animatrice professionale" professionalmente molto motivata - $$$), né temono irruzioni della polizia.
Per me, quell’esperienza fu legata soprattutto a questo: all’incontrare alcune persone consapevoli e simpatiche, con cui avevo avuto piacevoli scambi via Internet per parecchio tempo. Scoprirsi poi, più che complici, amici, con molto forti identità di vedute esistenziali. Giocare insieme, in maniera forse più divertita che disciplinatamente erotica. Tutto sommato, il Morgana, al di là della comprensibile curiosità e dell’emozione di fare qualcosa di "proibito", fu del tutto inessenziale a questo.
Vorrei, infine, raccomandare due libri, in cui si parla di club privé e di situazioni connesse. Il primo, "Viviana" di Lucia e Viviana Ranzati (edizioni Pizzo Nero), ne parla con accenti gloriosi ed esaltati; molto bello, ma ritengo piuttosto difficile che le situazioni romanzesche lì narrate possano effettivamente trovare un luogo.
Il secondo, "Le particelle elementari" di Michel Huellebecq (Bompiani) è uno dei libri più stronzi che siano mai stati pubblicati in tutto il passato secolo (chi mi conosce, sa che "stronzo" per me è il massimo dei complimenti). Alcune vicende sono ambientate proprio in celebri locali privé di Parigi. E qui – temo – le descrizioni sono decisamente più realistiche.