Antonio Montanari
Tam Tama di Maggio 2004
Sommario
908. Eppure (9.5)
907. Uno e due (2.5)

Indice del Tam Tama 2004

Tama 908. Eppure
Il medico prescrive il farmaco. Il giudice prescrive un reato. Non si può rovesciare: il dottore vi ordina un reato, il giudice cancella la medicina. Con le parole non si scherza. Eppure succede. Prescrizione è il termine che più ricorre in gravi vicende finite all'esame della nostra Giustizia. Bendata, non guarda in faccia a nessuno, i due piatti della bilancia in equilibrio. Però il suo olfatto funziona. Quando sente odore di politica, capisce al volo: e scatta la prescrizione.
La sentenza su Ustica (81 vittime nel Dc9 precipitato il 27 giugno 1980), pronunciata a Roma il 30 aprile 2004 dalla terza Corte d'Assise, ricorda altri casi che hanno fatto rumore. Di recente, anche per Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi la prescrizione ha somministrato la medicina che guarisce da ogni male, però con la massima ambiguità che lascia dubbi, e non cancella eventuali macchie. Se reato c'è stato, si concludeva, non lo possiamo più giudicare, per cui gli imputati non sono più tali, ed anzi possono invocare la suprema regola della logica: senza discutere le colpe che ci attribuite, come potete sostenere che non siamo innocenti?
Alla lettura della sentenza su Ustica, nell'aula bunker di Rebibbia, parenti ed amici degli imputati (assolti o prescritti) hanno applaudito, con il cattivo gusto televisivo del clamore che non rispetta la memoria dei morti, le cui ombre continuano a girare attorno alla figura solenne della Giustizia bendata, ma non cieca, in cerca non di vendetta ma di un'umana verità che spieghi il perché del loro sacrificio.
I prescritti sono due generali: in fondo sapevano, ed hanno fornito al governo notizie sbagliate. L'accusa aveva citato il primo comma dell'art 289 CP («impedimento» alle indagini). La Corte ha applicato il secondo comma («turbamento») che prevede pena più lieve e tempo di prescrizione più breve, 15 anni contro i 23 già passati.
Non è cambiato il numero dei morti, ma soltanto aumentato il dolore delle famiglie: che non è un dio pagano a cui sacrificare, ma semplice simbolo di quel contratto sociale che ci lega, obbligando a rispettare vivi o defunti con un minimo di decenza. I cronisti giudiziari hanno scritto di lunghi depistaggi. Giorgio Bocca ha detto che è la solita tragicommedia italiana.
Il ministro Giovanardi garantisce: gli imputati erano stati sottoposti ad un linciaggio, finalmente sono stati assolti. Da buon politico sa che talora lo Stato prescrive (ordina) bugie, ma poi prescrive (cancella) i reati.
Antonio Montanari [Ponte n. 18, 9.5.2004]

Tama 907. Uno e due
Enzo Biagi ricorda spesso la storiella di quella madre che ammetteva: «Sì, mia figlia è incinta, ma appena un poco». Siamo il Paese delle proporzioni. Ne abbiamo il senso, e ce ne vantiamo con orgoglio. Leggete un qualsiasi cartello: nei luoghi pubblici non è vietato fumare, ma «severamente proibito». C’era un testo teatrale (di Dario Fo, credo), il cui titolo «Settimo, ruba un po’ meno» rispecchia la mentalità italica.
Mai una regola universale, sempre le eccezioni. In certe regioni il rosso del semaforo decora soltanto gli incroci, non obbliga allo stop. Chi alza la voce, crede di aver sempre ragione, e spesso ci riesce. Chi fa l’occhiolino, arriva dove vuole. Essere sinceri significa venir presi per scemi. Spesso consideriamo furbo chi è soltanto un farabutto, ma usare la parola stonerebbe. Lanciare la prima pietra può essere autolesionismo, potrebbe cadere in testa. Aspettiamo di scagliare la seconda o la terza, per non apparire troppo vanitosi. Mandiamo avanti sempre qualche altro. Ma poi perché dichiararsi onesti: per fare la figura dei fessi?
Abbiamo secoli di proporzioni nel nostro dna. Dicevano gli antenati: «Sia di Franza sia di Spagna, basta che se magna». Siamo stati un popolo di eroi e navigatori (a volte aggiungiamo i santi, tentando di ottenere un condono anche di lassù). Non sempre ci è andata liscia: abbiamo creato un impero sui colli fatali di Roma, ma pure mandato a morire i nostri ragazzi in Russia con le divise adatte per l’Africa.
Gestiamo la cosa pubblica con la stessa allegria di una sfilata di carnevale. Anzi al governo non conoscono quaresime. Siamo l’unico Stato che permette ai Servizi segreti d’inviare comunicati alla stampa per incolpare i giornali d’aver pubblicato le dichiarazioni irresponsabili dei politici sui tre sequestrati in Iraq. Berlusconi s’è tirato immediatamente fuori: troppa gente ha parlato a vanvera. Lui, no, neppure quando garantiva che era questione di ore per la loro liberazione.
Sparito ogni senso del ridicolo, tutto diventa come la scena moscovita in cui lo stesso Cavaliere ha tentato di baciare una bella operaia, scappata inorridita sotto gli occhi gelidi di un Putin alquanto irritato. A Nassiriya aveva saltellato allegro fra i soldati. Come diverte la guerra.
Alla Camera la Lega ha dato una definizione nuova di tortura: il reato scatta solo al secondo caso di violenza o minaccia. Picchiato? Sì, ma soltanto un poco. Appunto: il senso delle proporzioni.
Antonio Montanari [Ponte n. 17, 2.5.2004]


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942, 2004. Revisione grafica, 02.04.2015