Antonio Montanari
Tam Tama di Novembre 2003
Sommario
887. Spettacoli (30.11.2003)
886. Quest’Italia (23.11.2003)
885. Impronte (16.11.2003)
884. Passatelli (9.11.2003)
883. Amicizie (2.11.2003)


Tama 887. Spettacoli
Impressionano certi ricordi legati alla vita di importanti uomini politici scomparsi. Corrado Guerzoni, stretto collaboratore di Aldo Moro, ricostruisce la vicenda conclusasi con l’uccisione del leader democristiano da parte delle brigate rosse il 9 maggio 1978: «La linea della fermezza era stata letteralmente imposta alla dc dai comunisti», come Enrico Berlinguer aveva spiegato di persona ad Eleonora Moro.
Per le dimissioni di Giovanni Leone, 15 giugno 1978, si è sempre pensato che il pci ne fosse stato il motore. Stando a documenti appena presentati, sarebbe stato il segretario Zaccagnini a bruciare Leone negandogli «il diritto» (ha scritto La Stampa) di un’autodifesa dalle accuse (infondate, come poi risulterà) con un’intervista all’Ansa.
Di Tonino Tatò, consigliere di Enrico Berlinguer, è stato pubblicato il volume «Note e appunti riservati» per il segretario del pci. Lo storico Piero Melograni ha osservato che vi mancano notizie «sul grave e strano incidente capitato a Berlinguer in Bulgaria, la sera del 3 ottobre 1973», pochi giorni dopo l’annuncio della «nuova politica del compromesso storico». La sua auto blindata, viaggiando ad alta velocità, si schiantò contro un camion carico di pietre. L’autista morì sul colpo, Berlinguer fu ferito ma si salvò: «Se l’auto non fosse stata fermata da un palo di cemento, sarebbe precipitata in una scarpata. Anche Berlinguer si convinse di essere stato vittima di un attentato».
Bobo Craxi racconta in un libro gli ultimi anni della vita del padre Bettino che si dimostrava «infastidito e deluso» verso l’amico Silvio Berlusconi perché questi «proseguiva l’opera di distruzione dei partiti e difendeva i giudici di Milano. Era furibondo per l’appoggio delle televisioni Mediaset alla canea giustizialista».
Oggi Silvio Berlusconi, i giudici di Milano non li difende più, anzi li attacca liberamente. Il 22 scorso Cesare Previti, ex ministro della Difesa (lo avrebbero voluto alla Giustizia), è stato condannato a cinque anni di carcere per «corruzione semplice», che si assommano agli undici di analoga sentenza, mentre per l’imputato Berlusconi Silvio il processo è stato sospeso dalla legge Schifani. Il presidente Silvio Berlusconi ha spiegato che «giudici autenticamente imparziali» riconosceranno Previti innocente nel successivo grado di giudizio.
Questa è l’Italia «alta» che comanda. Quella «normale» che vede morire i propri figli come a Nassiriya, rammenta altre parole, pronunciate alla cerimonia romana. Silvano Filippa, padre di Andrea un carabiniere di 31 anni, ha definito il funerale «una vergogna»: in prima fila erano stati messi i politici, non i congiunti delle vittime. Soltanto l’Arma ha capito, facendo avanzare i parenti. Il padre di Silvio Olla, incoraggiato da un generale che gli prometteva «un’altra bella cerimonia» in onore del figlio al ritorno a Cagliari, gli ha risposto con lo sguardo gelido: «Già, è vero. Lo spettacolo non è ancora finito». Lo spettacolo deve continuare. Ci siamo abituati.
Antonio Montanari [Ponte n. 43, 30.11.2003]

Tama 886. Quest’Italia
All’indomani della strage di Nassiriya, l’ambasciatore Sergio Romano sul Corriere della Sera ha parlato della situazione irachena, suggerendo agli Usa di adottare la soluzione vietnamita: «uscire il più dignitosamente possibile dalla porta di servizio». Cose ben diverse lo stesso Romano scrisse in un libro del 1995 («Cinquant’anni di storia mondiale», pp. 143-144) spiegando che «fallì» il progetto statunitense «di uscire dal Vietnam senza abbandonare la situazione nella mani dell’avversario». Ritiratisi gli americani, i viet-cong continuarono la guerra occupando Saigon. Il disimpegno di Nixon fu l’unica sconfitta militare nella storia degli Stati Uniti. Altro che uscire dignitosamente «dalla porta di servizio».
Sulla Stampa, Augusto Minzolini è andato in brodo di giuggiole raccontando che questa volta non ci siamo comportati come «l’Italietta di sempre». Ora c’è una «nuova Italia che non demorde, che non scappa». Minzolini ha poi riportato una dichiarazione attribuita da Buttiglione a Berlusconi: «Non siamo più un Paese molle, non siamo più il Paese di Pulcinella».
Se è consentito al presidente del Consiglio di esagerare nelle battute anche nelle occasioni tragiche, i cronisti dovrebbero mantenersi lucidi in momenti in cui la gente non ha voglia di scherzare. Di fronte a quelle vittime fra carabinieri e militari, la memoria suggerisce l’eroismo di tanti connazionali in armi che nell’ultimo conflitto mondiale si votarono al martirio in nome della loro dignità. L’8 settembre fuggì il re. I soldatini andarono a combattere o si nascosero per non collaborare con l’ex alleato e nuovo nemico tedesco. Evidentemente non dice nulla a Minzolini (ed a Berlusconi) il sacrificio di Cefalonia, dove i soldati italiani furono massacrati dai nazisti per aver rifiutato di arrendersi.
Berlusconi ha anche detto che «l’Unità ed i democratici di sinistra che la finanziano, fomentano l’odio nei suoi confronti fino al punto da indurre qualche demente a minacciarlo di morte». Lo ha riferito sul Corriere della Sera il liberale Piero Ostellino per rigettare l’accusa come «sconsiderata», oltre che grave. Ostellino ha difeso il direttore dell’Unità, Furio Colombo: costui fa «informazione e politica liberamente, anche se in modo esplicitamente fazioso, in un Paese libero».
Pietro Petrucci, napoletano, uno dei 19 morti della strage a Nassiriya, partì volontario per non finire nella camorra. Oltre che in Iraq, esportiamo la democrazia anche nella sua terra.
Antonio Montanari [Ponte n. 42, 23.11.2003]

Tama 885. Impronte
Dopo l’assoluzione della Cassazione dall’accusa di essere stato il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, il senatore Giulio Andreotti aveva detto che quegli atti processuali portavano le «impronte digitali della mani e dei piedi» anche di Luciano Violante, ex presidente della Commissione Antimafia. Alla Camera, Violante ha respinto ogni accusa in merito: le eventuali responsabilità di Andreotti erano soltanto politiche per certi rapporti con personaggi siciliani. Il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi si è rivolto a Violante definendolo «carnefice», e dicendo che aveva pronunciato «un discorso ipocrita, falso, indegno». Andreotti in Senato ha accusato Violante: «Anche lui ha cercato di incastrarmi».
L’ex senatore del pds Giovanni Pellegrino, che nel 1993 quando cominciò la vicenda era presidente della Giunta delle immunità, ha raccontato al Corriere della Sera particolari inediti della storia. La dc avrebbe votato all’unanimità la relazione di Violante in Antimafia. Sarebbe esistito un patto tacito fra dc e pds per poi negare in Senato l’autorizzazione a procedere contro Andreotti. Occhetto avrebbe progettato d’attaccare Andreotti se non fosse finito sotto processo, contro il parere di D’Alema che avvertiva nella mossa una ventata culturalmente di destra.
Andreotti scrisse a Pellegrino dichiarandosi a favore dell’autorizzazione a procedere. Pellegrino gli aveva spiegato che negare l’autorizzazione avrebbe significato per Andreotti «la sua fine politica e sociale». L’avvocato di Andreotti in una memoria presentata al Gip di Palermo elogiò per 15 pagine la relazione di Pellegrino. Il quale ora accusa le Procure di Palermo e Perugia di non aver chiesto l’archiviazione.
Il dramma vissuto da Andreotti per dieci anni è passato in secondo piano, sommerso dalle eterne beghe della politica, delle quali lo stesso senatore a vita non è digiuno con l’esperienza maturata in mezzo secolo d’attività parlamentare e governativa. Davanti alla commozione che lo ha preso nel concludere la sua autodifesa il 6 novembre, abbiamo potuto constatare quanto lo abbia provato il doppio iter processuale fra Palermo e Perugia. La sua freddezza ha ceduto il posto ad un sentimento inedito, di rabbia e dolore.
Alla fine l’unico ds ad applaudirlo è stato il riminese Sergio Zavoli. Andreotti è stato abbandonato in mano alla maggioranza. Intanto il deputato Bondi su Violante sentenziava: «Non la passerà liscia».
Antonio Montanari [Ponte n. 41, 16.11.2003]

Tama 884. PassatelliOgnuno per sé, Fellini per tutti. Nella ricorrenza decennale della sua scomparsa, c’è stata una sbornia di commemorazioni, una scorpacciata di ricordi, la fiera delle vanità, il mercatino della saccenteria, la sfilata delle interpretazioni esclusive nello slancio del più esaltato autobiografismo. Al nostro Municipio hanno bussato a decine, reclamando il diritto all’invito per parlare di Federico che, come lo avevano visto loro, non lo aveva mai osservato nessuno. Era una scena per descrivere la quale sarebbero occorsi la genialità dello stesso Fellini e dei suoi sceneggiatori. Loro avrebbero saputo ricavarne un copione dove far esibire le varie sfaccettature dell’umana stupidità che si condensa nei tic narrativi i quali, ripetuti mille volte, chiedono di assurgere alla dignità di Verità Ufficiale.
La vita è anche questa pretesa della gente qualsiasi di innalzare un monumento altrui, ponendo se stessa come base per la statua dell’Illustre Concittadino. Per questo occorre avere la pazienza di ascoltare, registrare e descrivere il fenomeno, senza agitarsi e condannare quanti offrono alla curiosità altrui prima loro stessi che narrano Fellini, e poi la loro aneddotica sul personaggio. L’argomento può diventare scientifico: delineare come il mito influenzi il ricordo, e come le vanità individuali spronino a mettersi a pubblico servizio per raccontare che a Federico Fellini piacevano i passatelli e la marmellata di mele cotogne.
Particolari questi che il nostro assessore alla Cultura, prof. Stefano Pivato, ottimo storico delle mode e dei comportamenti sociali, ha invece deprecato in una lettera aperta a quasi tutti i giornali (al Ponte non è giunta). Peccato: l’occasione era perfetta per racimolare una documentazione esclusiva su quelle ambizioni che venano i comuni comportamenti, non lasciando indenni neppure le penne illustri che, quando evocano figure da loro conosciute, a queste lasciano soltanto poche righe nei loro lunghi testi. Perché prendersela soltanto con i soliti ignoti che pure essi ambiscono a cinque secondi di celebrità? Ha scritto Pietro Citati su Repubblica (1. XI) che Fellini «non era un mitomane. In un periodo in cui tutti si sentono grandi, persino i cuochi, i parrucchieri, i calzolai, gli esperti di psicologia infantile e i critici letterari, sapeva di non essere grande». Citati ha osato affermare che Fellini «detestava» Rimini. Altro che passatelli e mele cotogne, assessore. Lo quereliamo?
Antonio Montanari [Ponte n. 40, 9.11.2003]

Tama 883. AmiciziePlutarco avvertì i lettori all’inizio delle «Vite parallele»: spesso un breve episodio dà un’idea del carattere del personaggio molto meglio che non i grandi fatti come le imprese militari, pane quotidiano degli storici. Seguendone l’ammaestramento, ma per descrivere i tempi contemporanei che fanno da sfondo alle vicende individuali degli interessati, rincorro due personaggi apparsi recentemente sulle cronache italiane. Alla Camera, in Commissione attività produttive, è stata bocciata la candidatura alla guida dell’Ente per l’Energia (Enea) del premio Nobèl per la Fisica prof. Carlo Rubbia, con 12 palle nere ed 11 bianche.
Secondo Massimo Gramellini della Stampa, anche l’ala talebana dell’Ulivo «gli ha votato contro per far fare una figuraccia a Berlusconi». Da un altro versante, quello del Festival di San Remo (ovviamente molto più apprezzato, seguìto e considerato dell’approvvigionamento energetico che ci fa marciare), si staglia l’immagine di Tony Renis, benemerito nelle patrie memorie per una canzonetta («Quando, quando, quando») che lo rese famoso in tempi lontani. Definito uomo della corte del Cavaliere, Renis è stato pure sospettato di amicizia con boss mafiosi americani.
La sua difesa è stata presa da Fabrizio del Noce, direttore di Raiuno, che allo scopo ha citato Frank Sinatra frequentatore di Sam Giancana ma pure dei Kennedy. L’ottimo Del Noce dev’essersi perso qualche puntata, pur avendo soggiornato spesso ed a lungo negli Usa. Appartengo a parte di quella generazione che negli anni Sessanta ammirò il sogno kennedyano della Nuova frontiera, con tutto quello che esso comportava sul piano della politica e della cultura, contrapponendosi al mondo del terrore moscovita. Nessuno ci disse allora che anche il clan dei Kennedy aveva amicizie poco raccomandabili, oltre a Frank Sinatra. Del Noce proponendo l’esempio del mondo canoro americano (dove la mafia regna, governa ed amministra), desidera sgombrare il campo dalle paure verso Tony Renis.
Allo stesso modo sul «Corriere della sera» (25 novembre) il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi ha rassicurato il Paese, spiegando varie cose. Anzitutto, Bertinotti «comunista non è mai stato». Poi, in Berlusconi (allenatosi per il governo con gli amici, a lavoro e preghiera «come in un monastero»), c’è «un elemento di follia visionaria». Infine, il Cavaliere lascia «libertà di pensiero alla signora Veronica» la quale onora Bondi «della sua amicizia».
Antonio Montanari [Ponte n. 39, 2.11.2003]
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852, 2003. Revisione grafica, 02.04.2015