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Voto:
10.0
Gruppo: Rammstein
Album:
Rosenrot
Anno: 2005
Genere:
Industrial Metal
Durata:
48:00
Etichetta: Universal Music
Sito
Ufficiale: www.rammstein.com
Tracklist:
1. Benzin (3:45)
2. Mann gegen Mann (3:50)
3. Rosenrot (3:54)
4. Spring (5:24)
5. Wo bist du (3:55)
6. Stirb nicht von mir (4:05)
7. Zerstören (5:28)
8. Hilf mir (5:28)
9. Te quiero puta! (3:55)
10. Feuer und Wasser (5:17)
11. Ein Lied (3:43)
A distanza di soli tredici mesi
ritornano i teutonici angeli industriali: i Rammstein. L’attesa è stata
snervante, un nuovo loro (capo)lavoro è sempre un evento. Il motivo di un così
affrettato ritorno è da ricercarsi nel fatto che gran parte dei brani,
precisamente sei su un totale di un undici, risalivano alle sessioni di
registrazione del lavoro precedente, Reise Reise (2004), dove non avevano
(purtroppo) trovato luogo nella sua scaletta definitiva. È quanto mai opportuno
fare alcune premesse. In primo luogo, i Rammstein, senza ombra di dubbio, sono
uno dei pochissimi gruppi che nell’ultimo decennio possano essere definiti, in
maniera compiuta ed esatta, come “originali”, ed ancora una volta confermano il
loro trademark compositivo con canzoni di indubbio valore. In secondo luogo, il
gruppo si è imposto senza concedersi minimamente alle tentazioni e senza
stravolgere il proprio sound, evolvendolo passo per passo, mantenendo la propria
proverbiale durezza, il suono marziale, l'innata propensione per enfasi,
teatralità e drammaticità, la forte identità germanica e l'eccezionale “sense of
humor” che più nero non si può. In terzo luogo, l'enorme senso estetico del
gruppo è riconfermato, con un’inquietante cover azzurra e bianca, raffigurante
una gelida landa innevata con una nave (la rompighiaccio USS Atka, ritratta
quando si trovava alla McMurdo Station in Antartide il 13 marzo 1960) frenata
dall’immanente ghiaccio, e un booklet superiori alla media, oltre alle varie
photo-session pubblicitarie e agli inarrivabili effetti scenici. Tirando le
somme, non si può andare al di sotto di un certo punteggio. In un'epoca in cui è
di moda cantare in falsetto o spingere la voce a livelli estremi, i Rammstein
sembrano emergere localmente dall’abisso dell’oltretomba; mentre gli attuali
dischi sembrano costituire una mera fonte di incasso e popolarità, i Rammstein
rilasciano brani inediti esclusivamente dal vivo; quando è stato chiesto loro di
avvicinarsi, attraverso un comodo testo in formale inglese, alla massa, i
Rammstein hanno rincasato le dosi, aggirandosi sempre più nei meandri della
criptica costruzione linguistica tedesca; con un intero mondo che si occupa di
quisquiglie e pinzillacchere, i Rammstein disquisiscono di questioni realmente
concernenti la complessa natura umana. La loro condotta “morale” è immutata; la
novità, invece, è nello stile, dotato, comunque, di quelle graffianti
distorsioni e martellanti ritmiche, ma rivolto ad un’equità prossima alle
sonorità elettroniche ed ai risvolti melodici, notevoli in questo “seminuovo”
lavoro. L’ossimoro più evidente sta proprio nella resa sonora di Rosenrot, dove
alle sonorità piene e corpose degli strumenti si contrappone la rigidità del
tedesco, consueto idioma di base dei testi, qui abbandonato in un paio di
occasioni. La vincente formula è riproposta con successo e si presta a poche
eclatanti modifiche (leggi, novità), che tratteggiano Rosenrot come un geniale
capitolo a sé stante nella storia dei Rammstein e che ne esaltano la proposta
musicale primordiale. Non si presta a confronti, è un “crescendo” continuo (come
la maggior parte dei lavori della formazione), che è dotato di vita propria e
rappresenta un nuovo momento di pienezza per la band, che ha definitivamente
abbandonato parte della sua ineguagliabile potenza per affidarsi ad un
songwriting epico e orchestrale, pur contenendo accelerazioni degne di passare
ai posteri. I Rammstein sunteggiano qui una personale visione del mondo:
esiguamente orientati verso un candido e ben delineato futuro, assolutamente
privato di continue sfide, lo vedono, piuttosto, come una catastrofe
inevitabile. La vera difficoltà sta, dunque, nell'attribuire un preciso
aggettivo (oscuro e/o melanconico?) ad un lavoro di tale potenza demagogica. È
trascorso solo un anno e ciò che effettivamente resta altro non è che un album
targato “Rammstein” tra le mani, avvenimento alquanto insolito per la band
tedesca, abituata a lunghe pause – utili a fondere e forgiare le idee di sei
musicisti diversi per estrazione, gusti musicali, idee e progetti – i tra
un’uscita e la successiva, durante le quali la band girava in tour, con tutta la
baracca, i burattini, i petardi e quant’altro. Sorpresa su sorpresa (e quando
mai) il sestetto non intraprenderà alcun tour di supporto all’uscita del nuovo
capitolo discografico. A conti fatti, Rosenrot può sembrare un album semplice
semplice, ma non bisogna lasciarsi ingannare. La (nuova?) marziale fatica dei
Rammstein deve essere assimilata un po’ per volta, al fine di essere apprezzata
nella sua eccellente interezza, in poche parole, il solito grandioso album dei
musicisti della Berlino Est. Ora che Rosenrot è stato pubblicato, c’è da
chiedersi che strada prenderanno in futuro; la più probabile è che inizieranno a
sperimentare “divergenti” sonorità nuove in modo da realizzare album simili ma,
concettualmente, sempre diversi. Inarrivabili.
[Nekrophiliac]
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