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Voto: 9.0

Gruppo: Mastodon

Album: Remission

Anno: 2002

Genere: Post-Core

Durata: 50:22

Etichetta: Relapse Records

Sito Ufficiale: www.mastodonrocks.com

Tracklist: 1. Crusher Destroyer (2:00)
                2. March Of The Fire Ants (4:26)
                3. Where Strides The Behemoth (2:55)
                4. Workhorse (3:46)
                5. Ol’e Nessie (6:04)
                6. Burning Man (2:47)
                7. Trainwreck (7:04)
                8. Trampled Under Hoof (3:01)
                9. Trilobite (6:29)
                10. Mother Puncher (3:49)
                11. Elephant Man (8:01)

 

 

 

Un cavallo alato fiammeggiante, sofferente e squarciato a metà, che nonostante stia morendo desidera ancora nitrire, sembra esser stato estrapolato da un quadro di Hieronymus Bosch. La bellissima e surreale copertina di Remission rappresenta perfettamente il divincolìo nervoso ed agitato della musica dei Mastodon. Rispetto all'EP di debutto Lifesblood (2001) questo full-lenght presenta, però, una maggiore raffinatezza sonora, il suono della band è stato reso meno compresso e pesante, senza però perdere quel feeling volutamente sporco ed abrasivo che ne sta alla base: quella pesantezza death metal che prima costituiva componente essenziale dei Mastodon è stata alleggerita e trasformata in una maggiore varietà di soluzioni melodiche, talvolta al limite del gothic con quel suo incedere mesto ed apocalittico, imparentato in qualche modo coi Neurosis più malinconici. La traccia d'apertura è affidata all'irrequieta Crusher Destroyer, che parte all'attacco con un riff maligno e deragliante mentre la batteria intreccia partiture dispari e contorte assalendo l'ascoltatore senza la minima intenzione di lasciare tregua. Due minuti di noise, vocals filtrate, un epilettico lavoro dietro le pelli da far invidia anche a grandi nomi, ed un muro sonoro di chitarre distorte, sporche. Niente male come inizio. È la volta poi della malefica March Of The Fire Ants, un blocco di roccia di canzone che inizia proprio come una marcia, per poi sfociare in territori propriamente doom: magnifica l’apertura melodica a metà traccia che perdura per l’intero finale, un ibrido fra accordi classici ed altri di matrice più noise, tipici della band, il tutto supportato dal lavoro di Brann Dailor alla batteria: preciso, chirurgico, non sbaglia un colpo, tra sfuriate di doppia cassa, momenti rilassati ed altri più tecnici, senza dimenticare, però, le mostruose e psicopatiche urla. All'apocalittica ossessività di March Of The Fire Ants è contrapposta Where Strides The Behemoth, la traccia più pesante - a dir poco spaventose chitarre e batteria - dell'intero Remission, un disco caratterizzato da una cura minuziosa per gli innumerevoli e variegatissimi suoni, tre minuti di autentico terremoto! Where Strides The Behemoth, fonde deliziose sonorità thrash ad altre vagamente progressive, che lasciano subito spazio al capolavoro di Remission, cioè la dinamica Workhorse. A seguito di un’intro molto “arpeggioso”, tipico neologismo malmstiano, Troy Sanders urla subito quelle poche parole che fanno da cornice a Ol’e Nessie, poche parole che sono una particolarità dell’album. Ol’e Nessie affascina grazie al crescendo melodico e sinuoso, sempre profondamente intriso di mestizia e rassegnazione, probabilmente uno degli episodi dalle migliori costruzioni armoniche dell'intero disco: lunga, lenta e quasi strumentale Ol'e Nessie punta sulle atmosfere folli e schizoidi tipiche di questo difficilmente classificabile "Relapse sound" tanto in voga negli ultimi anni. All’ascolto di Burning Man, invece, si incrociano sonorità più death-core. Seppur nella brevità o nella eccessiva, ma mai stancante, durata delle loro canzoni, il gruppo dimostra di avere un tasso tecnico elevatissimo. In ogni modo, è tutto il disco ad essere imperdibile, così grondante di contraddizioni, schizofreniche divagazioni e scorribande tra generi apparentemente distanti. Basta prendere un brano dove si toccano quasi i sette minuti come Trainwreck, che mette in piedi una toccante introduzione arpeggiata, seguita poi da un chirurgico assolo che rimette le carte in tavola e confonde ulteriormente le idee. Rallenta il ritmo nella sua parte iniziale per poi accelerarlo drasticamente nella seconda. Tanto per rincarare la dose, la successiva Trampled Under Hoof, con il suo ritmo incessante, conduce inevitabilmente ad un head-banging senza sosta. Ogni singolo brano meriterebbe di essere citato ed analizzato al meglio, perché la carne al fuoco è tanta e sempre di eccellente qualità. Anche Trilobite, proprio come le altre tracce (Trainwreck su tutte), si assesta su di un giusto equilibrio sia la melodia, che gli schizofrenici momenti di puro assalto, mentre con Mother Puncher è facilmente comprensibile il termine “devastante”. A dispetto di fasi strumentali che a volte ricordano certo “root rock” della vecchia America Sudista (la band è originaria di Atlanta, è il caso di ricordarlo), sono forgiate nel fuoco dell’inferno e solo la mitezza della conclusiva e strumentale Elephant Man, la più lunga traccia dell'intero album coi suoi otto minuti (che includono tuttavia una ghost track), riesce a dare pace dopo tanto sferragliare di metallo. Sempre tempi più rilassati, messi insieme ad altri più heavy, impreziositi da un assolo di chitarra finale sognante come non mai. Splendida. Non capita tutti i giorni di ascoltare un disco come Remission: al suo interno c'è il sudore, il sacrificio e la rabbia. E tanta ottima musica.


 

 

[Nekrophiliac]

 

 

 

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