VISIO: UN APPARECCHIO SIMILE AL VISORE MA GIA' COSTRUITO E FUNZIONANTE.

Ecco la testimonianza di una non vedente che lo usa sistematicamente.





Vania e "visio" - Enea - Frascati


30 agosto - 3 settembre 1999

Enea - Frascati


30 agosto 1999

Indosso visio e, per la prima volta in vita mia, mi trovo davanti ad una lavagna sulla quale posso tracciare segni e ad averne un riscontro.

Mi rendo conto, con una certa soddisfazione, di poter non soltanto sentire la polvere di gesso sulla lavagna, come avrei fatto di solito, ma anche di poter ritrovare il segno con visio avendone un riscontro molto più sicuro di quello tattile in quanto, quest'ultimo, rischia di portarsi via il segno stesso.

Inizialmente traccio un solo segno obliquo o parallelo, e percepirlo con visio mi sembra abbastanza semplice.

Cancello e fare ciò mi piace quasi di più che tracciare segni. Decido di fare segni: quadrati e rettangoli. Questa volta fatico di più ad averne il riscontro con visio. Mi è difficile percepire soprattutto le linee orizzontali, i lati corti del rettangolo, perchè sono più piccoli.

 

 

Riesco poi a percepire chiaramente quadrati e rettangoli ma soltanto dopo che ho finito di disegnarli. Se cerco infatti, mentre li sto ancora tracciando, di trovarne un'estremità per chiuderla, faccio ancora fatica. Ad un certo momento scrivo il mio nome, niente di male, certo, senonché, quando cerco il riscontro con visio, non capisco nulla, cosa, questa, che vale anche per i tentativi di disegno di case che faccio in seguito.

Accendo e spengo la luce e i segni diventano percepibili o meno, a seconda che la luce, appunto, sia presente o no. Allontanandomi dalla lavagna trovo che i quadrati diventano più piccoli e ciò mi dà il senso della distanza.

Mi sposto a destra oltre la lavagna. Tocco un interruttore e un termostato e poi li guardo con visio.

Esco dalla stanza. Mi fermo sulla porta e guardo dentro la stanza da dove sono uscita. Chiedo se dentro la stanza c’è luce e mi viene risposto di sì, come, del resto, c’è luce anche nel corridoio dove mi trovo.

In realtà chiedo non perché non percepisca la luce ma anzi perché, per la prima volta, la percepisco come qualcosa di così denso e pieno che mi viene da domandarmi se sia proprio lei. È come quando sollevo una scatola e mi rendo conto che è pesante, piena appunto, e che devo assolutamente guardarvi dentro, non solo per vedere che cosa c’è, ma anche per aprirmi uno spazio nel denso.

Provo curiosità ma soprattutto un'emozione contrastante in quanto da un lato vorrei entrare nella stanza ma dall'altro, e questa è la sensazione più forte, so che, entrando, finirebbe l’impressione di pienezza perché, io stessa, bucherei la luce.

 

31 agosto 1999

Indosso visio ed incomincio ad esplorare la stanza in cui mi trovo. Ho la porta d'entrata alle spalle e la mia attenzione è catturata da qualche cosa, due righe verticali, che si trova sulla parete che mi sta di fronte ossia quella opposta alla parete dove si trova la porta. Mi avvicino. Sulla parete effettivamente, c'è una finestra ma, toccandola e rendendomi conto delle sue dimensioni, capisco che le due righe verticali, essendo troppo vicine l'una all'altra, non possono essere i montanti. Pina mi informa che fuori ci sono due alberi abbastanza vicini l'uno all'altro ed io penso, quindi, che le due righe verticali e parallele che io percepisco potrebbero essere proprio loro, gli alberi appunto e che, trovandomi io ad una certa distanza da essi, le due righe nelle quali si traducono appaiono molto più ravvicinate l'una all'altra di quanto gli alberi lo siano nella realtà.

 

 

Riesco poi ad individuare i montanti della finestra e, spostandomi sulla parete di sinistra rispetto alla porta d'entrata, trovo qualche cosa che scopro, toccandolo, essere un mobile-armadio.

Antonio mi porta una candela accesa poiché avevo manifestato il desiderio di percepirne la luce con visio.

Mi siedo quindi al tavolo e cerco di percepire oltre che il calore che effettivamente mi arriva, la luce della fiamma.

Non è facile, un po' perché io muovo impercettibilmente la testa e un po' perché anche la fiamma oscilla.

Alla fine scopriamo che l'unico modo per percepire la luce della fiamma è di farla riflettere su una superficie quale potrebbe essere quella della lavagna.

Nel pomeriggio cerco di individuare le forme presenti sulle pareti del corridoio per poi sceglierne una e da lì, come da un centro, allargarmi verso altre.

Mi fermo, perché, alla sola individuazione della forma e delle dimensioni di un quadro, mi rendo conto di impiegare, ed è soltanto per questo, un tempo troppo lungo e ciò è indice di stanchezza.

1 settembre 1999

Indosso visio ed incomincio ad esplorare la stanza-fata in cui mi trovo.

Scelgo la lavagna come punto di partenza per poi allargarmi a macchia d'olio.

Individuo abbastanza le linee verticali e orizzontali che definiscono i bordi della lavagna appunto, quindi mi sposto a destra e dopo il termostato e l'interruttore della luce, che tocco e poi trovo con visio, mi sposto sulla porta di cui trovo il montante sinistro, prima con visio e poi con le mani.

Percepisco poi, sempre sulla porta, un'altra linea verticale e, toccandola, scopro che si tratta effettivamente di un'asticella rialzata rispetto alla restante superficie della porta stessa.

Mi sposto ancora sulla parete che si trova a destra rispetto a quella della porta e della lavagna. Individuo gli angoli del mobile armadio e alcune venature del legno delle quali mi posso rendere conto soltanto con visio e chiedendo successivamente a chi mi sta vicino, perché a tatto sono difficilmente percepibili.

Sulla parete opposta alla porta ritrovo la finestra con la quale è come se ormai avessi un rapporto confidenziale. La individuo perché mi arriva la luce da fuori e, dopo poco, ritrovo i due alberi e, con un po' di ricerca arrivano anche i montanti.

Trovo poi una linea verticale più corta che è sempre nei pressi della finestra. Incuriosita, muovo la mano e trovo una caraffa di plastica.

Mi sposto sulla parete opposta a quella dell'armadio. C'è un tavolo del quale mi rendo conto perché lo tocco. Guardo con visio. Ci sono linee orizzontali che, toccando, mi rendo conto essere cartelline.

Percepisco poi con visio un oggetto che credo essere il mouse che si trova sempre sul tavolo. In realtà mi viene fatto notare che ciò che io sto guardando non può essere il mouse in quanto secondo la mia inclinazione del collo sto guardando più lontano rispetto a dove sono le mie mani ed il mouse.

Provo allora ad indicare il punto dove percepisco l'oggetto anche se mi rendo conto di faticare ancora a coordinare la mia mano che indica con il mio sguardo anche perché, forse, devo mettere bene a fuoco il senso della distanza degli oggetti.

Dopo un po' trovo comunque ciò che effettivamente stavo guardando: un telecomando.

Nel pomeriggio cerco nuovamente di individuare i quadri sulle pareti. Mi è più facile percepire le linee orizzontali e verticali della figura che quelle dei bordi per non dire poi degli spigoli che quasi non percepisco.

2 settembre 1999

Siamo seduti intorno al tavolo nella stanza di Antonio ed io indosso visio.

Seduto di fronte a me c’è Antonio che parla ed io percepisco due righe verticali ed una, più bassa orizzontale: trattasi delle due linee dei suoi lunghi capelli e più in basso della linea degli occhiali.

Mi volto verso sinistra e verso destra dove trovo rispettivamente Riccardo e mia madre ma nonostante l’uno canti e l’altra mi racconti una favola, faccio molta fatica con visio a percepire le loro bocche che si muovono.

Esploro poi la stanza di Antonio. Percepisco abbastanza distintamente alcune linee verticali ed orizzontali che possono essere i bordi di alcuni oggetti.

Nel pomeriggio torno sui quadri anzi, per la precisione, prima sul cartello dell’estintore e poi sui quadri. Percepisco abbastanza distintamente alcune linee verticali ed orizzontali dei bordi ma faccio fatica a trovare il bordo di congiunzione: lo spigolo.

Su suggerimento di Antonio sposto lo spigolo verso il centro del tappetino e finalmente lo percepisco meglio.

La sua percezione, dello spigolo appunto, non è ancora sicurissima: ogni tanto lo perdo.

Cammino per il corridoio guardando a terra.

Arrivo alle scale in salita che percepisco su visio.

Esco. Faccio la scala esterna in discesa e, a differenza della volta precedente, percepisco nettamente qualche cosa che mi viene detto essere la mia ombra. La stessa cosa avviene dopo aver risalito la scala prima di rientrare.

3 settembre 1999

Siamo nuovamente seduti nella stanza di Antonio ed indosso visio. Mentre parliamo io individuo nuovamente le due linee verticali e quella, più bassa, orizzontale degli occhiali che mi indicano il viso di Antonio, appunto. Nel pomeriggio ripercorro la stanza Fata che ormai conosco; si aggiunge soltanto, dopo il suggerimento di Loredana, una seconda finestra che si trova sulla parete dove c’è anche la prima. La individuo effettivamente anche con visio e mi rendo conto che guardando la parete con la porta della stanza alle spalle, essa si trova a destra. Esco nel corridoio e mi soffermo qualche momento sui quadri dove, come avviene spesso, individuo più facilmente alcune linee verticali ed orizzontali all’interno della figura che non i contorni. Cammino lungo il corridoio e so di dirigermi verso le scale. Nel frattempo guardo a terra e, in seguito, mia madre mi informa che, rispetto a quando non indosso visio, cammino dritta. Nella normalità, infatti, tendo un poco a deviare rispetto ad una linea ideale. Tornando alle scale, nella mia rappresentazione del corridoio esse sono più lontane che nella realtà. Cammino e mentre sto pensando di dover camminare ancora parecchio, su visio ho la percezione chiara delle righe orizzontali che non dubito, perché le ho già viste ed alla percezione si associa subito il ricordo, che quelle sono le scale. Rallento perché non ho ancora idea della distanza alla quale si trovano rispetto a me. È per questo, e non per una mancanza di percezione, che mi scontro con esse prima di salirle. In discesa non percepisco le scale su visio mentre trovo con facilità la ringhiera. Realizzo così che il giorno prima avevo percepito le scale a scendere perché eravamo all’esterno in piena luce solare. Sono comunque molto contenta e, ripensandoci mentre scrivo, anche un po' emozionata, perché per la prima volta ho una associazione chiara, tra la percezione che mi avviene da visio e la sedimentazione della stessa esperienza con visio fatta precedentemente.

Vania

 



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A cura di Armando Guidoni -


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