KING ARTHUR

Pare che il ciclo arturiano abbia avuto origine nel V secolo, quando un condottiero imperiale conosciuto come Lucius Artorius difese la popolazione locale, i Picti (si dipingevano il corpo di blu), dall'invasione dei Sassoni. Ipotesi affascinante, supportata dallo storico John Mathews (che sull'argomento ha scritto 40 libri) e romanzata da David Franzoni (quasi Oscar per la sceneggiatura dei Il Gladiatore). Clive Owen risulta però legnoso del ruolo del futuro re che da romano si fa inglese, anche perché depredato di scene importanti (non lo vediamo mai parlare con i Picti o prenderne il comando) e anzi impegnato in quisquilie che non giovano all'economia del film. Keira Knightley (Ginevra, qui figlia dello sciamano Merlino) ha forse le peggiori battute degli ultimi 10 anni, e lo sa. Almeno tra i Cavalieri della Tavola Rotonda, macchine da guerra dai confini dell'impero, si distingue il fiero Lancillotto disegnato con coerenza dal promettente Ioan Gruffudd, l'unico attore convincente insieme al nostro Ivano Marescotti, capace di dare carattere al suo vescovo Germanus in una manciata di scene. Il cinema è però lavoro di squadra, e qui è evidente che qualcosa non ha funzionato. Un peccato e uno spreco di energie produttive che fa piangere il cuore. Sulla carta erano buoni gli attori, l'ambientazione, l'idea, il regista (Antoine Fuqua quello di Training Day), lo sceneggiatore e il produttore. Ma, come si dice, sono le strade dell'inferno a essere lastricate di buone intenzioni.

Sasha Carnevali da Ciak

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