Piero Ciampi, poeta che non capiva questa vita

Te lo faccio vedere chi sono io

 

Piero Ciampi sembrava che fosse sempre spettinato. Come la sua vita, verrebbe da dire, spettinata anch’essa dal vento della poesia. Perché lui era innanzi tutto un poeta e assieme al vino e ai ricordi, questa era l’unica cosa veramente importante. A volte, quando in osteria qualcuno non credeva a quello che raccontava, Ciampi mostrava orgogliosamente il suo spiegazzato passaporto dove c’era scritto: professione “poeta”. E lui era UN poeta, non IL poeta. Un uomo che è anche poeta, vale a dire un uomo arresosi alla poesia, che non capisce questa vita, e che non ha nessun’altra possibilità tranne la poesia. Che in alternativa c’è la morte a vent’anni, e la sepoltura a settanta.

 

La poetica di Ciampi è anche quella terribile del daimon che distrugge per crescere, ghianda che ha bisogno di questo terreno accidentato per diventare quercia frondosa di poesia. Il suo corpo non è santificato dalla Musa ma posseduto dal Demone, che per avere spazio e poter sbocciare ne divora la vita, usando tutte le armi, anche le più mortali: l’oblìo della passione,  il veleno del vino.

Con immagini quotidiane, Ciampi canta le sconfitte e l’amore: quello che è dolore che s’infligge all’altro, sommandosi alla fine al proprio. C’è un io scarnificato, nudo, nei suoi versi; la poesia raschia il corpo che la ospita, mostrandone pornograficamente le sconfitte e i dolori, le passioni e i vizi. E lui è immediatamente sincero: “Ma loro non sanno che uccido le formiche, che do pedate ai cani, che ho tante tentazioni” scriverà in  “Conphiteor”, il 45 giri con il quale debutta nel 1960. Ciampi si porta appresso la sua ombra che chiede asilo, indifferentemente: nelle braccia di una donna come nella possessione del vino.

 

La voce ubriaca di Piero Ciampi si fa beffe dei fini dicitori, rovesciando la propria anima come un bicchiere di vino sulla tovaglia bianca dell’ esistenza. Quando non è sarcastica, è triste e vibra di poesia; è una voce calda, roca, sporca, è quella di un uomo magro, sferzante, a volte innamorato, travolto dalle emozioni, dal dolore. E il mare che bisogna attraversare, per approdare al porto delle illusioni tanto sognato, è nero di vino, da percorrere senza amici e senza amore. Di se stesso, Ciampi diceva che era un artista, un melanconico; che  stava dalla parte dei disperati, non sopportava i prepotenti e non aveva più illusioni. In un’intervista al Radiocorriere del ‘73 ad una giornalista che gli chiede perché sembra avercela con tutti, lui risponde  così: “Io sono livornese, comunista e anarchico. Le basta?”.

 

Le prime canzoni di Ciampi, quelle firmate con lo pseudonimo Litaliano (nome che lo accompagnò durante il suo periodo francese e l’esordio discografico), sono arrangiate da Gian Piero Reverberi in uno stile che risente fortemente dei suoni dell’epoca: non sono compiute, toccandone la musica solo la superficie. Siamo negli anni sessanta e in qualche modo c’entrano la Francia, Kerouac e i viaggi.

Ciampi ama viaggiare, e tra un lavoro e l’altro vagabonda senza meta: è frequentemente a Livorno, sua città natale, da dove parte per andare sempre “a Roma”; in realtà s’infila spesso alla stazione, prende un treno e va da tutt’altra parte. Lo trovano completamente ubriaco sulla Kungliga Torget di Stoccolma; Reverberi, una volta, riceve una cartolina con scritto “Abbracci, Piero”. E’ una veduta di Tokyo.

 

Per tutti gli anni ’60, nonostante il sostegno d’estimatori di successo, i suoi rapporti con l’industria discografica, pieni di fughe e impossibili impegni, continuano in modo difficoltoso. Gino Paoli, suo grande ammiratore, lo porta alla Rca, gli procura un contratto e un ottimo anticipo in denaro. Ciampi intasca, si scola il tutto, non produce un solo pezzo e fa rescindere l’accordo. Rifiuta di scrivere per Ornella Vanoni e scriverà per una giovanissima Nada, che è tuttora una sua grande interprete, ma anche per Giorgia Moll (quella del carosello della Pasta del Capitano).

All’inizio degli anni ‘70 inizia la collaborazione con Gianni Marchetti e Ciampi sembra darsi una regolata, sopratutto dal punto di vista discografico. Quest’incontro è fondamentale: quella che sarà un’intesa artistica ed umana incantata tra i due, porterà alla massima espressione la poesia di Ciampi.

Gli arrangiamenti di Marchetti, intimamente connessi ai versi, inseguono e hanno la stessa voce delle parole del canto, con la delicatezza della brezza d’estate: caldi suoni d’archi, chitarre acustiche, melodie soffuse dal sapore francese, pianoforti jazz, andamenti a colonna sonora. Le musiche pedinano le parole e le emozioni del testo, fino al punto di negare la melodia, pur di arrivare all’essenza.

 

La bellezza dell’opera artistica di Ciampi è in questa passione per un oggetto pericoloso, fuori dal recinto: la poesia, appunto. Quella che diventa carne e alito pesante di vino e passione. Alcune sue canzoni sono semplicemente letture, con sottofondo musicale, delle sue poesie: lontane mille anni dalla facile canzonetta richiesta dall’industria. Come in “Dario di Livorno”, dove all’inizio  Ciampi legge dei versi e si sente il rumore dei fogli di carta che, ubriaco, sta ancora sistemando con lo stesso gesto di un reading di poesia. Lui sembra più interessato ai pittori, agli scrittori, ai poeti, che alle “canzoni”. Conoscerà  Cèline, e sarà amico di  Luigi Tenco,  Leonard Cohen, Carmelo Bene, Alfonso Gatto, Mario Schifano.

E il suo essere poeta vero è quello che tuttora, ad oltre vent’anni dalla sua morte, fa la differenza tra lui e la canzone italiana. “Che cosa c’entra un tipo come lei con la canzone italiana?” gli chiede Lia Agostini in un’intervista. “Che cosa c’entra con me la canzone italiana, semmai” risponde Piero Litaliano.

 

Col tempo aumenta sempre di più il suo alcolismo, la sua inaffidabilità e la sua conflittualità con il mondo musicale italiano, che, d’altro canto, contraccambia con distacco e diffidenza. I suoi concerti sono ormai una scommessa; in uno special televisivo dal titolo “Piero Ciampi, no!” del 1976, mandato in onda in orario impossibile, appare visibilmente ubriaco; e la sua ultima apparizione al Premio Tenco la dice lunga. Parte la base preregistrata, ma Ciampi non compare sul palco: è ancora nel camerino a bere. Alla fine entra sul palco barcollando, suscitando qualche fischio. Per lui è un invito a nozze che scatena la sua risposta violenta: ”Taci tu, parla quando te lo dico io: io rischio, te no”, dirà a chi lo fischia. La sua carriera passa obbligatoriamente attraverso il vino. E diventa furiosamente inesistente.

 

Lui è ubriaco di poesia, d’amore e di vino fino a perdere la lucidità necessaria per sopravvivere, non la compassione: “Che cosa crede di avere in più degli altri?”, gli chiedono in un’intervista. “Niente, è questo il mio equilibrio, la mia politica. Cercare di non offendere gli altri avendo qualcosa in più dell’uomo più povero di questa terra. La poesia è la sola cosa che ho” risponde Ciampi.

 

Travolto dall’alcol, negli ultimi anni della  sua vita Ciampi è ormai fuori: nel 1976 smette di incidere dischi: vive in una casa senza luce, acqua e telefono; è senza amici, lavoro o progetti. La sua credibilità è definitivamente annegata nel vino e nelle osterie. Il vaffanculo alla vita di Ciampi passa per l’ autodistruzione e la schiavitù dell’alcolismo: e non c’è niente d’eroico nel vomito dell’ubriaco, ancorché poeta: solo sconfitta.

 “La morte mi fa ridere, la vita no” scriveva Ciampi. E il 19 gennaio 1980, a neanche 46 anni, la morte, stupida com’è, si vendicò truffandolo con un cancro alla gola, lui che si era preparato tutta la vita ad una morte per cirrosi epatica. Piero Ciampi, calandosi sugli occhi la celata di Chisciotte, indeciso fra realtà e visione, dissennatezza e senno, ci aveva testardamente provato ad abbattere  giganti a vento e nuvole. Eccome, se ci aveva provato.

 

Aldo Migliorisi ([email protected])

Hosted by www.Geocities.ws

1