Abruzzo  Mountains  

Racconti

Coelho, l'alpinista e l'uomo.
di Massimliano Dioguardi

Ho appena terminato di leggere un brano di Coelho, uno scrittore, o meglio una persona, che stimo ed apprezzo molto per la sua carica spirituale, mistica o come dicono in molti “alchimistica”.

Un uomo che ha vissuto pienamente le vicissitudini del suo cuore ed ha combattuto, vinto e probabilmente subito sconfitte nelle battaglie del proprio “io” o meglio della propria essenza, parte comune dello spirito del mondo.

Non mi soffermo, sulla spiritualità o sulla globalità della forza che viene emanata dall’insieme degli animi buoni del popolo terrestre, ma alle sue parole.

Come sapete un perno fondamentale della mia vita e della mia essenza sono le montagne, definite da Coelho nel suo brano, "belle. Chiunque arrivi davanti alle montagne, non può fare a meno di pensare alla grandiosità della creazione. Sono prove vive dell'amore di Dio verso gli uomini, ma il destino di queste montagne è solo quello di rendere una testimonianza. Non sono come i fiumi, che si muovono e trasformano il paesaggio.»

Vero, noi uomini siamo come i fiumi, ci muoviamo e trasformiamo quello che abbiamo intorno, anche l’essenza della vita del mondo. Ed alla domanda sulle montagne:

«Ma per quale motivo non essere come loro?»

A me viene spontaneo, come per il nostro autore, rispondere:

«Forse perché il destino delle montagne deve essere terribile, sono obbligate a contemplare per sempre lo stesso paesaggio.»

Non siamo fatti per vivere come montagne, siamo fatti per comprendere e trasformarci a seconda dell’insegnamento che esse ci infondono…

Bisogna contemplare, pazientare, comprendere e come dicevano i santi, perdonare… Perché comprendere vuol dire perdonare….

Molteplici cose vengono infuse negli animi puri ed assetati di amore dalle montagne, ma come per tutto anche in quel mondo esiste l’eterna lotta tra il bene ed il male, la lotta eterna con il proprio spirito e la propria essenza…

Comprendere quello che la brezza sussurra nelle orecchie nelle ore calde su di un crinale a oltre 2000 metri di quota oppure  guardare solamente l’ardore e l’illusione della potenza dell’essere umano nei confronti della natura ? L’eterna lotta dell’uomo sugli elementi, chi mai un giorno vincerà questa gara impossibile ?

Non siamo nati per sconfiggere la natura, semplicemente perché vincendola nel piccolo di una scalata o nel grande di una deforestazione, avremmo comunque perso, perché vincere gli elementi vuol dire distruggere la razza umana.

Chi riesce a comprendere effettivamente l’insegnamento a volte brutale dello spirito della montagna ed a parteciparne per il suo lato positivo, avrà conquistato uno dei valori più forti che l’uomo possa avere mai avuto, la coscienza delle cose.

Nello stesso libro si fa riferimento agli scalatori, agli uomini ed alle montagne…

«Ho pensato di nuovo alle montagne e agli scalatori che avevamo incontrato durante la passeggiata. Erano giovani, indossavano abiti colorati per richiamare l'attenzione qualora si fossero perduti nella neve e conoscevano il sentiero che conduceva alle vette.

Le pareti erano già segnate con chiodi; per salire con sicurezza, loro dovevano semplicemente far passare le corde nei ganci, Era per loro l'avventura di un giorno di festa, ma il lunedì avrebbero ripreso il lavoro, con la sensazione di aver sfidato e vinto la natura.

Ma non era affatto così. I veri avventurieri erano stati coloro che, per primi, avevano tracciato i sentieri. Alcuni non erano arrivati neppure a metà della strada, precipitando nei crepacci. Altri avevano perso le dita, incancrenite dal freddo. Molti non erano tornati mai più. Ma un giorno qualcuno aveva raggiunto la cima di una di quelle montagne

I suoi occhi erano stati i primi a vedere quel paesaggio, e il suo cuore aveva cominciato a battere di gioia. Ora lui, avendo accettato i rischi, onorava tutti coloro che erano morti nella stessa impresa.

Può darsi che, giù a valle, le persone pensassero: 'Non c'è niente lassù, solo un bel paesaggio. Che gusto c'è?'

Ma il primo scalatore sapeva bene che esisteva il piacere: accettare la sfida e andare avanti. Sapere che nessun giorno era uguale all'altro, che ogni mattina portava con sé un particolare miracolo, il proprio momento magico, nel quale i vecchi universi andavano distrutti e si creavano nuove stelle.

Il primo uomo salito su quelle vette dev’essersi posto la stessa domanda, guardando le casette a valle, coi loro comignoli fumanti: 'Il loro giorno sembra sempre uguale: che gusto c'è?'

Adesso le montagne erano state conquistate, gli astronauti avevano esplorato lo spazio, non c'era più alcuna isola neanche la più piccola sulla terra ‑ che non fosse già stata scoperta. Restavano da compiere le grandi avventure dello spirito, ….»

Leggendo attentamente quelle righe si comprende come in realtà, e questa volta in disaccordo con Coelho, ogni alpinista, anche chi ripete vie già aperte, sfida in ogni ascensione, non la Montagna ma la sua essenza, quello che realmente esiste nel suo spirito…

Ogni alpinista sa che non c’è giorno uguale all’altro, e che i miracoli della vita possono accadere in ogni momento, in ogni luogo e con manifestazioni a volte semplicemente banali…

Non c’è dubbio che l’atto dell’arrampicata ci riporti ai primordi, ai primi passi, al momento in cui neonati siamo portati ad arrampicare, manifestazione del nostro animo puro che perdiamo con l’età, presi dalla paura che si fortifica con l’aumentare della perpetrazione del senso del pericolo… l’animo che inizia a far posto alla fisicità dell’essenza umana.

Ogni alpinista puro di cuore non vede nel termine positivo di una ascensione, anche della più difficile, la vittoria contro la montagna, vede in realtà la vittoria di se stesso contro le paure, le incertezze, percepisce un minuscolo aumento della conoscenza delle proprie possibilità, del proprio io…

Sfida perpetuamente il proprio animo, cercando di conoscerlo nel profondo ed aumentando incosciamente la resistenza e la forza della propria psiche nei confronti degli attacchi dei suoi simili nella vita di tutti i giorni, la vita della fisicità, la vita della comunità urbana…

Ogni volta che guarda quei tetti, i piccoli agglomerati urbani che si parano ai propri occhi, dice: “Il loro giorno sembra essere uguale: che gusto c’è ?”

Quanti di quegli esseri hanno mai realmente respirato il mondo ? Quanti uscendo da una via difficile ed impegnativa, protratta per ore all’estremo della propria forza non solo fisica ma soprattutto psicologica,  continuamente bombardati da scariche di adrenalina si sono soffermati ad ascoltare il vento, che soffiando tra gli aeratori del casco, sembra  suonare un’antica melodia druidica ? Quanti hanno passato la corda nel moschettone della sosta di uscita,  svuotati bruscamente dall’adrenalina residua nelle vene, si sono guardati intorno, in silenzio hanno osservato le meraviglie del mondo, per un solo minuscolo attimo hanno realmente percepito e si sono immedesimati nell’occhio della montagna ed hanno visto….

Quanti di quelli che vivono in quelle casette hanno osservato la bellezza del creato, si sono commossi, hanno aperto la bocca ed hanno inspirato, assaporando non l’aria, ma l’essenza della vita ?

Quanti hanno avuto questo dono di vita ?

Quanti potranno mai realmente comprendere l’immensità ed allo stesso tempo l’infinitesima piccolezza della vita ? quanti sapranno riconoscere il valore dell’amore e quanti invece penseranno al valore terreno delle cose ?

Purtroppo anche gli alpinisti coscienti dello spirito del mondo a volte non riescono a seguire il loro lato primordiale, non riuscendo ad udire quello che grida il proprio cuore, che in realtà conosce tutte le cose… 

C’è per chi la montagna è stata scuola di vita, fornitrice di passione, di gioia, di serenità, di rifugio riflessivo, di amore, di morte, di dolore, di fatica e delusione… Turbini di emozioni, formazione del proprio essere. Fortunati i pochi che hanno assimilato, elaborato e fatto esplodere la carica positiva dell’”essere in continua contemplazione”, e come i rigagnoli, i torrenti ed i fiumi, hanno permeato le sue falde, sono scesi tra le sue forre e lungo i valloni,  hanno modificato i paesaggi e portato la vita nelle zone arse dal sole, perdendo lungo la strada buona parte del loro essere ed infine arrivando al mare…

Fortunati perché pur perdendo tanto, hanno acquisito l’essenza della vita riuscendo a trasmetterla alle persone che incrociano le loro strade nella vita terrena….

Credo che ognuno di noi nel proprio cammino, avendo conosciuto un alpinista di “animo” e non di imprese si sia accorto di quanta carica positiva avesse anche solo nel suo sguardo e nella sua gestualità… E in un’analisi del sentiero percorso si fermi a ringraziare quelle mani rudi e quello sguardo penetrante, a volte anche indiscreto, per avergli dato anche solo impercettibilmente una parte della propria vita e dei propri insegnamenti…

Non guardate gli uomini di montagna come esseri arroganti, rudi, insensibili, sono tutt’altro, scavate nella loro corazza, leggete nei palmi delle loro mani e quando ve lo permettono non esitate a frugare nei loro sguardi, scoprirete degli esseri che a volte sembrano superiori, ma che non hanno nessuna intenzione di esserlo, sono solo persone che vedono il mondo con un occhio diverso, pieno di comprensione e di umanità, persone coscienti della propria vita…

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