U Brian U
Conobbi Brian tre anni fa, quando il mio percorso universitario si volgeva ormai al termine: mi mancavano tre esami e la tesi in epigrafia greca. La mia vita era avvolta dalla nebbia e la mia mente offuscata da mille pensieri e angosce. Uno di questi pensieri penetrava la mia mente come un chiodo che veniva colpito violentemente da un martello: comportarmi da brava ragazza oppure lasciare che il male in me si liberasse. Sapevo che le scelte che stavo compiendo erano sbagliate, perché la mia coscienza cercava di comunicarmelo in tutti i modi, ma ritenevo che fosse più onesto comportarmi seguendo quella che definivo la mia natura o almeno credevo che fosse. Studiavo sì certo, ma con meno impegno degli anni precedenti mi sentivo spinta ad affrontare gli ultimi esami per forza di inerzia. Frequentavo le persone con disinteresse, vivevo il momento senza nemmeno accorgermi che tutto nello stesso tempo mi attraeva e mi annoiava. Mi sentivo trasportata da un vento come una foglia d’autunno. Trovavo energia momentanea in qualche canzone o nell’ entusiasmo che avevo nel vedere una persona nuova e nel baciarla e finirci a letto, ma quando mi trovavo a vivere il rapporto sessuale questa euforia si trasformava in una grigia polvere e la mia anima si sentiva lontana mille miglia da quella situazione. Mi chiedevo dove sarei finita se avessi continuato a cacciare e a non voler provare sentimenti veri verso una persona. Stavo scendendo sempre più in basso, verso l’inferno e ne ero consapevole, ma non facevo nulla per risalire come se fossi convinta che il mio ruolo era stato stabilito da altra entità e io mi comportavo in tale modo come se fossi comandata dalla mente di costui. Avevo certo degli amici,ma in me comunque aleggiava questo senso di disagio continuo. La mia anima, se esisteva davvero o forse le schegge di vetro della mia anima viaggiavano su due binari paralleli: il bene e il male, la moralità e l’immoralità. Stavo perdendo ogni goccia di dignità che potesse scorrere in me, rifiutavo i consigli di chiunque e alternavo stati d’animo in cui mi sentivo un dio a stati in cui sentivo che nemmeno il mio respiro aveva un senso.
Poi l’incontro….
Era un venerdì, ero appena salita sul treno che mi avrebbe
condotto a Udine, per poi andare all’università. Erano le otto del mattino. Non
trovai posto sul vagone sul quale ero salita, quindi decisi di percorre il
treno per trovare un posto tranquillo. Mi sedetti, i posti vicino a me erano
vuoti e lo erano anche quelli sul lato opposto del treno. Mi appisolai come ero
solita fare, anche perché mi addormentavo sempre a notte inoltrata, ma fui
destata dal rumore di passi di qualcuno
che trascinava i piedi come anch’io facevo spesso. Non aprii subito gli occhi,
ma mi venne spontaneo farlo quando ebbi la sensazione che una persona si fosse
seduta sul posto vicino al finestrino sul lato del vagone opposto al mio. Apri
gli occhi e vidi un ragazzo che si stava togliendo il cappotto di pelle. Fui
subito colpita da lui, in quanto vestendomi sempre di nero e non passando certo
inosservata, mi sembrava strano e irreale che vicino a me ci fosse un ragazzo
che aveva il mio stesso modo di vestire. Mi sembrava una strana coincidenza e
nello stesso tempo avevo la presunzione di pensare che quel ragazzo mi avesse notata e che avesse voluto
sedersi proprio lì.
I nostri sguardi si incrociarono timidamente, ma nello stesso
tempo desiderosi di focalizzare la persona che si trovavano ad osservare.
Fotografai l’immagine di quella persona, come non mi era mai successo prima. Ogni particolare rimase impresso nella
mia mente. Brian, questo era il suo nome, anche se lo seppi molto tempo dopo,
lasciò un segno indelebile solo guardandomi. Indossava un paio di jeans neri
attillati, gli anfibi che dall’aspetto sembravano aver fatto molti passi
insieme a lui. Portava i calzini come me: girati in modo che ricoprissero i
lacci degli anfibi. Indossava una semplice maglietta attillata a maniche lunghe
e sopra una maglia a rete senza maniche. Dal suo collo pendeva uno strano
pendaglio dove due mezze lune si incrociavano tenute unite nel centro da una
pietra viola scuro. Portava poi anche una piccola Anke in argento tenuta più
vicina al collo da un cordoncino legato ben stretto. Ma furono davvero queste
le cose che notai per prime? No, ciò che mi colpi realmente fu il suo volto. I
suoi occhi verdi, grandi ma dalla forma allungata e simili a una mezza luna
circondati dolcemente da una sottile linea nera, un naso sottile e appuntito,
sopraccigli scolpiti sottili e lunghi passati anch’essi con la matita nera e le
sue labbra ammorbidite da un rossetto scuro che esprimevano una dolcezza
infinita.
Riuscii a percepire uno strano profumo speziato, poi capi che era
il suo. Portava i capelli rasati ai lati e corti sopra con dei lunghi ciuffi
neri che con la luce del sole sembravano quasi risplendere e che erano
sporgenti e cadenti sulla sua fronte. La sua carnagione era chiarissima e la
barba rasata di fresco, le basette sottilissime a forma di triangolo
leggermente arcuato e allungato. Le sue orecchie erano piccole adornate da
degli orecchini a forma di anello tranne uno sulla parte bassa del lobo Destro
che era pendente e forma di croce le cui estremità erano appuntite.
Spostai il mio sguardo sulle mani. Indossava dei guanti tagliati e cuciti finemente alla base delle
dita . Notai lo smalto nero dato perfettamente sulle unghie ben curate e i tre
anelli: una fedina semplice e non lavorata sul pollice sinistro, un anello con
una pietra nera sul medio, e una anello a forma di serpente sull’indice della
mano destra.
Improvvisamente Brian si
abbassò verso la borsa nera di stoffa che aveva appoggiato sul pavimento e ne estrasse un libro. Sbirciai il titolo e
lessi: “Chimica e alchimia”. Pensai che una persona che si dilettava a leggere
libri di quel tipo doveva essere per forza interessante.
Non ci rivolgemmo la parola per tutto il viaggio, anche se mi
accorsi che ogni tanto Brian alzava lo sguardo da quello che stava leggendo e
lo volgeva verso di me fingendo di guardare verso il mio finestrino come
incantato dal paesaggio che scivolava via con lo scorrere del treno.
Quanto a me il sonno mi era passato del tutto e la mia mente
viaggiava già tra le braccia di Brian come del resto mi accadeva quando
incontravo qualcuno che mi colpiva. In questo caso c’era qualcosa di più: ero
affascinata dai movimenti di Brian, dal suo sfogliare le pagine del libro, dal
suo sguardo, dal suo stesso respiro che riuscivo percepire.
Eravamo già alla stazione di Pordenone, ma Brian non scese e
nemmeno a quelle successive.
Quando vidi il cartello che indicava la stazione di Udine, mi
alzai e mi avviai verso la porta per scendere dal treno. Poco dopo mi accorsi
che anche Brian si stava alzando e che quindi sarebbe sceso come me a Udine. Possibile? Se anche lui scendeva,
questo poteva forse significare che avrei avuto l’occasione di vederlo di
nuovo? Il mio pessimismo mi distolse subito da questo pensiero.
Io presi, come al solito l’autobus con numero uno, Brian
attraversò la strana e scomparve come un angelo nero tra la folla degli
studenti che attendevano i vari autobus…
Arrivai all’università e subito incontrai la mia amica Fra che mi
disse:” Hoi che ti è successo? Ci sei? Sembra che tu abbia lo sguardo perso nel vuoto? Non è che hai visto un
fantasma?”
Esitai un attimo, come se la mia mente fosse bloccata e non
volesse staccarsi da quello che aveva vissuto in treno, ma poi dissi: “Fra,
questa volta l’ho incontrato davvero, sì davvero.”
“ Ma chi ? Chi hai incontrato?”
Io non risposi nemmeno.
Poi mi guardò negli occhi :” Michelle io quello sguardo l’ho già
visto una volta, ho capito un'altra tua folgorazione momentanea per qualche
uomo.”
“Non questa volta …” ribattei a voce bassa .
Raccontai tutti i dettagli e dopo mezz’ora mi rinchiusi in
biblioteca a studiare, ma la mia mente era rimasta sul quel treno…
L’immagine di Brian rimase rinchiusa nella mia anima, non parlai
di lui con nessun altro, né pensai che avrei potuto rincontrarlo.
Mi sbagliavo….
Un giorno come tanti un
gruppo di amiche mi convinse ad andare a mangiare in mensa, io inizialmente non
volevo accettare perché sapevo che la cucina della mensa mi faceva passare
l’appetito, ma alla fine dissi di sì
solo per educazione e gentilezza.
Entrata nel salone centrale mi misi in coda come al solito,
poi dopo aver pagato mi avviai verso un
tavolo libero. Camminavo lentamente anche perché avevo il terrore, come sempre
del resto, di rovesciare qualcosa e di farmi notare più di quanto già la gente
mi notasse per il mio modo di vestire. Ero a metà sala, quando, impossibile ma
reale, mi passò di fianco Brian!!!
Le mie mani ebbero un tremolio, poi strinsi il vassoio più forte
e nello spostarle feci cadere le posate per terra. Appoggiai il vassoio su un
tavolo dove c’era dello spazio e quando mi girai e abbassai per raccogliere le
posate, vidi Brian che le teneva in mano e mi disse, con un tono di voce che
rese fluido e caldo il sangue nelle mie vene: “Non tenere queste, il pavimento
è sudicio, è meglio che tu le vada a cambiare.”
Non riuscii a dire nient’altro che: “Sì, sì, grazie.”
Brian si volto e andò a sedersi in un’altra stanza.
La sua voce mi aveva
avvolto come un a dolce brezza estiva, era calda profonda e sensuale.
Mangiai circa tre forchettate di pasta e il resto lo lasciai nel
piatto, con tanto di disapprovazione delle mie amiche.
Certo non pensavo a mangiare, io ero come in estasi, non riuscivo
a pensare a nient’altro se non al fatto che Brian mi avesse parlato e che fosse
nell’altra stanza. Mi imposi di alzarmi e di andare da lui a parlargli, ma qui
il sangue freddo venne meno e non riuscii nemmeno ad alzarmi dalla sedia. Me ne andai dalla mensa in silenzio e alle
mie amiche non dissi nulla di Brian.
Mi consolava il pensiero che avrei potuto rivederlo ancora, la
consapevolezza che in qualche modo prima o poi sarei riuscita a rivolgergli la
parola.
E invece Brian non lo vidi per un bel pezzo, circa due mesi che
io passai in totale assenza mentale nei confronti di tutti, amici, nemici,
genitori e chiunque avesse un contatto con me. Non ero presente in quello che facevo, non davo
importanza a nulla…
O sì certo facevo la vita
di prima, ma si trattava di un automatismo, come se le mie azioni fossero
guidate dall’abitudine. Continuavo a frequentare persone saltuariamente, ma non
provavo nessuno interesse per queste e
in ognuna cercavo di vedere qualche elemento che mi facesse ricordare Brian.
Poi un giorno a casa mi arrivò un volantino per una festa
dark che si sarebbe tenuta il 24 Aprile
in un discoteca a Tarzo.
Questa era l’occasione per dimenticare un po’ Brian e magari
divertirmi un po’ visto che ormai nella mia mente il concetto di divertirsi era stato eliminato.
Decisi di andare alla festa con Valentina e con Martin, il suo
ragazzo. Avrebbero poi dopo la festa dormito da me. Arrivarono col treno proveniente da Pordenone a Treviso nel primo pomeriggio. Andai a
prenderli e andammo a casa mia a preparare i letti per la notte, visto che loro
due avrebbero dormito in mansarda.
Sistemata la stanza, ci mettemmo a chiacchierare del più e del
meno, bevendo coca cola e fumando sigarette come eravamo soliti fare anche
all’università. Venne sera, cenammo e
poi iniziammo a vestirci a e a truccarci.
Io ero molto indecisa su che cosa avrei indossato, non sapevo se
avrei adottato un abbigliamento maschile ed aggressivo o femminile….
Dopo vari cambiamenti, decisi che mi sarei messa la maglia che
avevo definito ad ali di pipistrello, le calze viola con sopra le calze a rete
un paio di pantaloncini neri, e gli anfibi con i soliti calzini voltati sopra i
lacci. Mi truccai come ero solita fare: fondotinta bianco, addolcito da un po’ di cipria bianca,
ombretto viola sfumato, linea nera sotto gli occhi, e capelli alzati col sapone
di Marsiglia. Decisi di usare il rossetto nero invece che quello blu.
Verso le 22.30 fummo seduti tutti e tre in macchina con al voglia
di passare una serata che ci facesse per un attimo offuscare quelli che erano i
problemi di ogni giorno ossia la noia che rendeva tutto così insignificante.
Decidemmo di prendere l’autostrada e dopo vari giri riuscimmo a trovare il
locale. Parcheggiai la macchina e dissi a Martin e alla Vale di scendere e che
io li avrei seguiti subito dopo aver sistemato lo stereo e messo la borsa nel
baule della macchina. Sistemai il tutto
e quando arrivai alla cassa Martin e Valentina erano già in mezzo alla pista.
Pagai il mio ingresso e mi diressi verso il guardaroba per
depositare il mio mantello.
Il locale sembrava
accogliente, le luci erano soffuse e ogni angolo era circondato da lumini di
varia grandezza. Vi erano dark dappertutto, ma pochi ballavano. La serata
doveva ancora realmente cominciare anche perché erano solo 23.45….
Decisi di andare a sedermi e cercai un divanetto libero, impresa
che mi risultò alquanto difficile visto che molti posti erano occupati dalle
giacche e dai cappotti….
Arrivai in un angolo appartato e mi sedetti, mi accesi una
sigaretta e mi guardai intorno, vidi varie persone che parlavano, poi volsi lo
sguardo verso un angolo circondato da delle colonne e vidi un ragazzo che si
teneva una mano sul volto come se volesse proteggersi da qualcosa o nascondere
qualcosa che aveva sul volto. Non lo vedevo chiaramente a causa del fumo che
c’era come sempre nelle feste, elemento che creava l’atmosfera funerea e tetra
che a tutti piaceva. Non so cosa mi
spinse ad avvicinarmi, mi alzai e man mano che mi muovevo verso di quella
figura mi resi conto che quelle fattezze stavano diventando famigliari. Nel
batter d’un ciglio nella mia mente emerse l’idea che potesse essere Brian.
Possibile?
Quando gli fui vicino non ebbi dubbi: era proprio Brian.
Un timido ciao mi uscì dalla bocca. Brian tolse la mano dal volto
e vidi che il suo labbro sanguinava. Istintivamente presi un fazzoletto e
glielo portai verso la ferita senza dire nulla solo emettendo un sospiro.
Pensai che forse era meglio se lo portavo fuori a prendere un po’ d’aria, lo
presi per mano e lui non oppose resistenza anzi sembrava farsi guidare da me in
mezzo alla folla di gente. Passai davanti al bancone del bar e chiesi un coca
cola con molto ghiaccio, pagai e sempre tenendolo per mano in silenzio, mi diressi
verso l’uscita. Nel corridoio si sentiva un po’ d’aria fresca, Brian si sedette
per terra in un angolo. Con le mani presi un cubetto di ghiaccio dal bicchiere
e mi abbassai verso di lui: aveva una espressione di leggero dolore, tolsi il
fazzoletto e gli appoggia il cubetto di ghiaccio, sorrise leggermente, ma non
disse nulla. Rimasi lì di fronte a lui in questa posizione per circa un minuto.
Il nostro silenzio era interrotto solo dalla musica e dalla gente che si stava
divertendo e che ballava.
“Spero vada un po’ meglio, io sono Michelle”questo fu ciò che
riuscii a dire.
Brian alzò gli occhi :”Mi chiamo Brian, ti ringrazio sei stata
davvero gentile, anche se non capisco il motivo.”
Un motivo? Che razza di scusa avrei trovato fuori per non sembrare stupida?
“Mi sembrava che sentissi male e ho pensato che una boccata
d’aria e un po’ di ghiaccio ti avrebbero fatto bene, non volevo essere
invadente nei tuoi confronti….”
Pensai di aver detto la cosa sbagliata al momento sbagliato, ma
Brian non sembrò preoccuparsene più di tanto, anzi sembrava contento che io
fossi rimasta lì con lui. Passammo una mezz’ora lì, Brian seduto per terra e io
accucciata verso di lui.
Il labbro di Brian aveva smesso di sanguinare, ma non parlammo
dell’accaduto. Gli argomenti furono tutt’altri. Così seppi che Brian aveva 27
anni che era nato a Londra, ma che poi era venuto in Italia perché sua madre
che aveva divorziato dal padre, aveva voluto tornare in Veneto dove era nata.
Notai un’espressione malinconica nel volto di Brian , mentre
queste cose mi venivano dette con un tono di voce molto tranquillo, quasi se si
trattasse della storia di qualcun’altro. Ma poi deviammo da quell’argomento e
parlammo dell’università. Brian era iscritto alla facoltà di chimica e stava
preparando la tesi : una tesi molto complessa che mescolava chimica e alchimia.
Capii il motivo del titolo del libro che leggeva in treno.
Io raccontai come ero
finita all’università di Udine dopo tanta esitazione, dopo non essere riuscita
a passare l’esame per entrare in quella di Venezia e Brian sembrò interessato e
notai che si sentiva a suo agio.
Mi guardava intensamente negli occhi, la cosa non mi spaventava
ma sentivo che il calore della sua voce e quello sguardo mi stavano entrando
fino in fondo all’anima. Gli portai il bicchiere verso la bocca e lui bevette
un paio di sorsi, il resto delle bibita la finii io.
“Senti io mi sento davvero meglio, ti va se andiamo a ballare un
pochino, ma prima passiamo dal bagno che mi sistemo un po’ questa faccia? Eh ti
va?”
Annui semplicemente e questa volta fu lui a prendermi per mano e
a condurmi fra la folla verso il corridoio che portava ai bagni. Entrammo
nell’antibagno che era comune alle
donne e ai maschi e Brian tirò fuori dalla tasca dei suoi pantaloni una matita
e un rossetto rosso e li posò sulla mensola sottostante lo specchio.
Alla luce potei notare che Brian indossava una camicia nera molto
lunga con delle sfumature viola sparse in tutto il tessuto che sembrava essere
seta dalla sensazione di morbidezza che trasmetteva solo alla vista. Pensai che
fosse una camicia stupenda e molto elegante. Il colletto non era abbottonato,
anzi la camicia era aperta fino al terzo bottone. I pantaloni erano in tessuto
e non in jeans e ai lati avevano dei cinturini con un fibbia lavorata che percorrevano
tutta la lunghezza della gamba. Ai piedi aveva degli stivali con borchie
appuntite sparse qua e là.Lo osservai attentamente, mentre con gesti lenti ma
sicuri si rifaceva il trucco. Pensai che era stupendo, che la sua immagine non
sarebbe mai uscita dalla mia mente. Sentivo una strana melodia percorrermi
internamente e sorridevo spontaneamente mentre Brian vedeva la mia immagine
riflessa allo specchio.
Ripose la matita e il
rossetto in tasca e disse: “Sei davvero sensuale vestita così.”
Eh ? Cosa? Che cosa aveva detto?
Queste furono le domande che in una frazione di secondo si
impadronirono della mia mente, ma ebbi la prontezza di rispondere in un tono
che avesse parvenza almeno di una certa tranquillità: “Ti ringrazio, anche tu
sei davvero carino con quella camicia.”
Purtroppo non riuscii a dire nulla di meglio.
Brian mi prese per mano e andammo verso la pista, dove ritrovai i
miei amici che mi guardarono con un’aria interrogativa che trovò risposta da
parte mia solo con un sorriso.
Iniziò una nuova canzone:”Questo è Peter Murphy con Cuts you up,
io la adoro! “ Urlò Brian.
Mi diede uno sguardo e poi portò la mano destra verso la mia come
se volesse chiedermi di ballare la canzone con lui. Non esitai un secondo, la
mia mano sinistra era già avvolta nella sua e iniziammo a ballare. Brian
ballava benissimo con una eleganza e leggiadria mai vista prima, sicuro nei passi, si avvicinò al mio orecchio
con le labbra e mi disse:”Solo se lasci che la musica entri dentro di te e gli
permetti di mostrarti tutto ciò che vuole esprimerti, riuscirai a fonderti con
lei in una danza ineguagliabile.”
Quella frase mi invase, ora ballavamo più affiatati, sembravamo
perfetti come se da tempo ballassimo insieme, come se ci conoscessimo da
sempre, era una magia, ma che dico magia era molto di più.
Passammo tutta la serata insieme , ballando tra le note di tante canzoni e a volte sedendoci per
riposarci un po’: anche Brian aveva la mania di ballare come me finché non ne poteva più dalla stanchezza.
Era bellissimo e le gocce di sudore che gli scendevano dalla
fronte e cadevano sugli zigomi quasi come gocce di rugiada su una ninfea, lo
rendevano ancora più attraente.
Si erano fatte le quattro del mattino e a me sembrava che la
serata fosse appena cominciata e invece dovevamo tornare a casa. Guardai Brian
con un’aria alquanto triste ma in fondo serena per il piacere che mi aveva
trasmesso il passare la serata con lui: “Mi dispiace, ma devo tornare a casa,
spero di rivederti.”
Brian estrasse dal sua tasca un biglietto in cartoncino nero e
senza dire nulla me lo porse tra le mani, poi mi sorrise e, mi guardo
intensamente e se ne andò tra la folla.
Il suo atteggiamento mi lasciò perplessa, ma la curiosità di
vedere che cosa c’era in quel cartoncino, mi distolse dal pensiero che fosse
stato poco carino nel salutarmi e mi avviai all’uscita con Martin e Valentina.
In macchina venni sommersa dalle loro domande, ma io risposi a
tutte vagamente come se di Brian mi importasse ben poco; per la prima volta non
volevo esprimere le intense sensazioni e emozioni di quella sera a nessuno.
Prima di partire, accesa la macchina e intanto che aspettavo che
si riscaldasse il motore, guardai il cartoncino che Brian mi aveva dato. Era
nero con una cornice lavorata in
argento e all’interno una scritta fatta con una stilografica a inchiostro
viola. La scritta diceva: “ Se possiedi questo cartoncino, ora puoi chiamarmi
quando vuoi, a qualsiasi ora, non esitare: 3395351014”. Sotto c’era una strana
sigla che poi scoprii essere la firma di Brian. Sorrisi e con una espressione
di totale soddisfazione misi nel cruscotto il cartoncino. Partimmo, tra le note
di Immersion dei Persephone e le chiacchiere che non mi riguardavano di Martin
e Valentina….
Arrivammo a casa alle cinque, mi avviai verso la mia camera
ancora pervasa da tutto quello che mi era successo e dormii fino all’una di
pomeriggio. La prima cosa che pensai
appena ebbi la sensazione di essere sveglia fu la parola Brian….
Mi alzai da letto e andai a chiamare Martin e Valentina che
dormivano in mansarda. Andammo in cucina dove mia madre, che era uscita, ci aveva lasciato il pranzo da scaldare in
microonde.
Mangiammo in pigiama e poi ognuno andò a vestirsi: fatto ciò
dovetti accompagnarli alla stazione per prendere il treno per tornare a
Pordenone.
Prima di salire in treno Valentina mi chiese: “Chi era il tipo di
ieri sera?”
Risposi solo con un sorriso.
Tornai a casa e prima di scendere dalla macchina , presi il
cartoncino di Brian dal cruscotto. Andai in camera mia e presi il cordless in
mano, feci il numero di Brian e aspettai che rispondesse al Tel, quei secondi
di attesa mi sembrarono infiniti, poi una voce calda, armoniosa e dolce disse:
“Sono Brian chi parla?”
“Ciao Brian sono Michelle ti sto chiamando da casa, volevo sapere
se la ferita andava meglio?” questo dissi, ma era una cosa falsa, non che della
ferita non mi interessasse, ma volevo sentire più di tutto quella sua voce
soave, sensuale, che ti poteva convincere a seguirla ovunque.
Brian mi disse che era molto contento di sentirmi, che aveva un
po’ di sonno, ma che la mia voce era stata un dolce risveglio: fu un modo
gentile per dirmi che l’avevo svegliato ….
Parlammo del più del meno e di come si era svolta la serata.
Brian mi disse che lunedì sarebbe stato a Udine e che avrebbe preso il treno
delle 8.41 a Pordenone: perfetto era lo stesso treno che io prendevo alla mia
stazione alle 7.52!
Gli dissi che quando sarei arrivata a Pordenone avrei messo fuori
la testa per farmi vedere in modo che facessimo il resto del viaggio insieme,
sempre se era d’accordo. Brian mi rassicurò e mi disse con voce ferma e decisa
che mi avrebbe in ogni caso trovata….
Ci salutammo e dopo aver messo giù il Tel iniziai a girare per la
stanza come un libro che non trova la sua collocazione in uno scaffale, alla
fine mi sedetti per terra e pensai: “Sarà dura aspettare fino a lunedì.”
Quei giorni furono interminabili, mi sembrava che il tempo
venisse scandito a ritmi lentissimi; cercai di concentrarmi sullo studio, ma ci
riuscii ben poco. Ricevevo sul cellulare messaggi, ma non mi interessavano: li
leggevo , li cancellavo e ne dimenticavo subito il contenuto.
Brian si era già impossessato della mia anima o era solo
attrazione fisica o magnetismo o cosa?
Finalmente arrivò il Lunedì, al mattino mi svegliai prima del
solito, sicuramente la cosa era dovuta alla tensione e voglia di vedere Brian.
Salii sul treno e mi sedetti, aspettando nervosamente di arrivare
a Pordenone e di vedere tra la folla di gente che riempiva i binari, la figura
di Brian, ma ogni tentativo fu vano….
Tirai un sospiro di rassegnazione e mi rimisi tranquilla a sedere
e chiusi gli occhi, poi una voce, quella voce famigliare disse: “Buongiorno
Michelle…” Apri gli occhi e vidi Brian che stava appoggiando la sua borsa sul
posto vicino al mio. Poi mi guardò intensamente, si avvicinò a me e mi diede un
bacio sfiorandomi la guancia sinistra. In quel momento smisi di respirare.
“Come vedi ti ho trovata.” Non seppi dire altro se non: “Ciao, vedo che la
ferita va meglio.” Brian annuì sorridendo.
Durante il viaggio scoprii che Brian era figlio unico come me, che era uscito da una
storia importante da circa tre anni, ma che ormai aveva cucito le ferite di
quella storia e che si sentiva bene con se stesso anche se avrebbe voluto
innamorarsi di nuovo, perché l’amore era l’unica cosa che gli permetteva di
affogare il male che c’era in lui. Quelle parole mi sembravano famigliari: sembrava che avesse descritto quello che
io stessa sentivo nei miei confronti. Mi disse anche che secondo lui l’amore
non poteva svilupparsi se solo una persona era innamorata e che quindi era
inutile amare chi non ti amava. Ma aggiunse che le sue erano solo ipotesi,
anche perché non era molto esperto di queste cose che le sue idee avevano ben
poco valore. Mi fece capire che le persone vengono unite dal destino e che poi
a volte è il destino stesso a separarle e a volte le persone stesse creano la
rottura del rapporto. Ascoltai ogni sua parola attentamente, e gli dissi che io
sull’amore avevo una gran confusione e che mi sembrava un’equazione di matematica
di cui io non conoscevo le regole per risolverla. Brian sorrise e essendo
abituato alle formule matematiche ribatté dicendo che l’amore per lui era come
un’ iscrizione greca della quale non conosceva la decifrazione. Ridemmo
entrambi. Il viaggio passò velocemente e scesi dal treno, Brian mi disse che mi
avrebbe aspettato fuori dalla mia
università all’una. Accettai senza dire una parola. Ci salutammo e ognuno si
incamminò per la propria strada.
Decisi di non prendere l’autobus, ma di fare la strada a piedi:
avevo bisogno di riflettere. Mi chiesi perché Brian avesse voluto vedermi,
perché non fossi in grado di rifiutare le sue richieste e perché ogni secondo
passato con lui sembrava essere un’iniezione di energia. Il mio solito
pessimismo mi portò a concludere che non lo conoscevo nemmeno e che tutte
queste sensazioni erano fornite dal suo aspetto fisico. Si Brian era bellissimo
ai miei occhi, ma doveva esserci qualcosa di più e ora a distanza di anni ne ho
avuto la conferma. Arrivata all’università, mi diressi direttamente, non
cercando nessuno dei miei amici, verso la biblioteca di filosofia. Sapevo che
era sbagliato escludere i miei amici,
ma in quel momento mi interessava solo riempirmi la mente del pensiero di
Brian, tutto il resto per me era superfluo.
Quando finalmente si fecero le 12.30 uscii dalla biblioteca,
andai in bagno per vedere se la mia faccia era presentabile, non lo era, e
quindi mi diedi a quello che le donne definiscono restauro. Scesi le scale e
uscii, erano le 12.50, e vidi Brian
seduto sul muretto dall’altro lato della strada. Mi fermai un attimo, per
guardarlo da lontano: il sole illuminava il suo viso e i suoi cappelli
risplendevano, poi lui alzò lo sguardo e mi vide e quindi ci venimmo incontro.
“Sei sempre così puntuale?” Gli chiesi. Brian annuì e sorrise e
senza dire altro mi prese per mano e mi condusse in un parte di Udine che io
non conoscevo. Del resto con l’orientamento io ci avevo ben poco a che fare…
Entrammo in un bar, Brian decise di sedersi in un angolo appartato,
dove c’era meno luce e mi chiese che cosa volevo mangiare: qui fui presa dal panico, ero così emozionata
che non riuscivo a farmi venire in mente nulla. Scelsi la cosa più semplice: un
panino prosciutto e mozzarella. Lui mi guardò profondamente come se sapesse
tutto di me:”Sai , nemmeno io ho un buon rapporto col cibo, vado a giorni
alterni, a volte la fame mi sorprende e poi se ne va improvvisamente come un
fantasma….. Mangerò anch’io un panino come te e da bere prendiamo mezzo litro
di acqua.”
In effetti Brian era molto magro, non dico come me, ma quasi.
Mangiammo tranquillamente e
mi sentii davvero a mio agio, Brian fece qualche battuta per allentare
la tensione del pranzo. Decidemmo di dividere a metà il conto e che ogni volta
che saremmo usciti insieme la spesa sarebbe stata divisa per due. Uscimmo dal
locale e Brian mi prese nuovamente per mano: “Vorrei andare a studiare al
castello con te, ti va?”
L’idea di Brian mi sembrò molto carina e poi passare dell’altro
tempo con lui mi avrebbe fatto sicuramente bene: mi dava un senso di
protezione, con Lui sentivo di non dover dimostrare nulla.
Percorremmo velocemente le strade che portavano alla salita del
castello.
“Che sole che c’è oggi, ho pure dimenticato gli occhiali!!!”
Sbuffai, ma Brian sorrise e infilò una mano nella sua borsa e prese degli
occhiali in plastica nera e me li appoggio dolcemente sul naso.
Perché Brian sapeva fare sempre le cose giuste al momento giusto,
senza una richiesta precisa?
Perché era così gentile e adorabile?
Dopo la salita eravamo
stanchi entrambi e ci sedemmo su una
panchina, Brian si guardò intorno si alzò, mi prese per mano e andò versò una
parte del parco del castello abbastanza isolata dove c’era un po’ di ombra. Lì
apri la borsa e tirò fuori un telo viola, molto simile a quelli che si usano
per andare al mare, solo un po’ più grande: ”Io mi distenderei un po’ fino alla
14.30, poi ci mettiamo a studiare.”
Ci distendemmo tutti e due a pancia in giù, io avevo ancora gli
occhiali, Brian me li tolse e disse:”Voglio guardare i tuoi occhi, sono così
belli.” Arrossii e mi sentii il cuore battere più forte. Chiesi a Brian se
voleva una gomma da masticare e lui accettò, ma non mi porse la mano, dischiuse
la bocca: capii che dovevo porgergliela io e quando appoggiai le dita vicino
alle sue labbra, Brian le baciò dolcemente: ”Hai le mani come quelle di un pianista, non mangiarti le unghie, con
dello smalto sarebbero incantevoli”
Tolsi la mano, colta dall’imbarazzo e mi maledii mentalmente per
aver ricominciato a mangiarmi le unghie .
Ora i nostri volti erano alla distanza di circa dieci centimetri
e Brian mi fissava intensamente nel suo silenzio che mi incuriosiva, ma che non
incuteva timore, poi mi disse di chiudere gli occhi, capii che stava per
succedere quello che dalla prima volta che avevo sfiorato le sue labbra col
cubetto di ghiaccio, avevo desiderato: sentii la testa di Brian avvicinarsi
alla mia e una mano avvicinarsi lentamente sulla mia guancia. Quei frammenti di
secondo mi sembrarono interminabili, poi le sue labbra si appoggiarono alle
mie, quasi se chiedessero il permesso di unirsi alle mie. Un istante dopo io e
Brian ci stavamo baciando nella maniera più dolce possibile.
E sì che di persone ne avevo baciate tante, ma con Brian era
tutta un’altra cosa: non c’era impeto in quel bacio, era qualcosa di soave, di
lento, di indescrivibile. Non so quanto durò, ma quando Lui si stacco
leggermente dalle mie labbra, aprii gli occhi e lui con una voce appena
percettibile: “Sapevo che baciarti sarebbe stato meraviglioso, ho sempre saputo
che dietro alle cose negative che mi hai raccontato della tua vita, c’era una
dolcezza infinita dentro di te, bisogna solo toglierle la polvere che gli
eventi le hanno buttato sopra. Stai tranquilla non voglio farti del male” E mi
baciò nuovamente.
Non dimenticai mai il primo bacio di Brian: era il 29 Aprile del
2002.
Non riuscii a dire nulla, ma lui non sembrò dare importanza alla
cosa, dopo il secondo bacio Brian disse che era il momento di mettersi a
studiare e ognuno prese i propri libri. Il senso del dovere di Brian mi colpì e
fu una delle sue qualità che apprezzai di più.
Io sinceramente lo osservai mentre studiavo o meglio cercavo,
visto che mi sentivo come una lattina di coca cola appena agitata, ma vidi che
Brian era molto concentrato su quello che stava leggendo quindi cercai di
studiare anch’io….
Dopo un’ora di lettura Brian prese dalla borsa un pacchetto di
Malboro Rosse e me ne porse una.
Come sapeva che io fumavo? Probabilmente mi aveva osservato in
discoteca.
Gli dissi che io avevo le mie, ma Brian mi accarezzò il volto e
insistette perché ne prendessi una delle sue. Anzi me la appoggiò direttamente
lui sulle labbra. Adoravo le sue mani con quelle dita sottili e lunghe con lo
smalto nero dato a regola d’arte, quasi fosse stato messo da una donna. Ogni
gesto di Brian non era casuale, ma esprimeva naturalezza e sensualità.
Fumammo la sigaretta in silenzio guardandoci negli occhi, ma
senza dire una sola parola, poi ritornammo a studiare.
A me venne sete, allora mi alzai e presi dalla mia borsa la
solita bottiglietta da mezzo litro di acqua, guardai Brian e gliela indicai ma
lui mi rispose che non aveva sete e che comunque avevo avuto un pensiero
gentile. Bevvi due sorsi d’acqua e riposi la bottiglia nella borsa.
Studiammo un’altra ora e mezza circa, poi dissi a Brian che io dovevo prendere il
treno delle 17.15 per tornare a casa, Brian alzò gli occhi verso di me:
“Ti accompagno in stazione, poi io devo
andarci perché questa notte dormo a Udine da un amico che abita nei pressi
della stazione.”
Si alzò, ripose il libro nella borsa e dopo avermi preso per mano
per farmi alzare, ripiegò la coperta e infilò anche quella nella borsa. Poi ci
avviammo verso la scalinata che conduceva all’uscita del castello.
Brian mi tenne per mano
dolcemente e intanto mi parlò del suo
cane Socrate: lo aveva trovato un anno fa nei pressi della stazione di
Pordenone abbandonato a se stesso,
tutto bagnato e infreddolito dalla pioggia. Non aveva ancora capito di che
razza fosse, ma questo a Brian non interessava, si era affezionato subito a lui
e dopo due carezze aveva deciso che quello sarebbe stato il suo cane.
Mi disse che gli faceva molta compagnia e che era molto
intelligente e soprattutto che aveva un rapporto meraviglioso con lui e che a
Socrate confidava tutti i suoi pensieri e che quando questo avveniva lui si
metteva disteso sul letto vicino a lui con un zampa sul suo braccio e con gli
occhi ben attenti a quello che gli diceva quasi se potesse capire le parole.
Brian mi guardo: “Quando verrai a casa mia ti presenterò il mio
Socrate e scommetto che ti innamorerai di lui e che lui farà lo stesso.”
Arrivammo in stazione e Brian mi chiese se gentilmente potevo
dargli il mio numero di cellulare in modo che potesse rintracciarmi più
facilmente: glielo scrissi in un foglietto di carta che strappai da un blocco
che tenevo in borsa.
Brian mi ringraziò e rimase con me finché non arrivò il treno,
prima che io salissi, mi guardò e mi diede un bacio sulle labbra. Quando fui
salita aspettò che il treno fosse partito
e si fosse allontanato dalla stazione.
Nessuno mai dopo avermi accompagnata in stazione era rimasto lì finché il treno non fosse uscito dalla
stazione, la cosa mi sembrò meravigliosa…..
Mi sedetti e cercando un
fazzoletto sentii che in tasca avevo un foglietto, lo presi in mano e vidi che
era un foglietto viola ripiegato, lo aprii e questo fu quello che lessi:
Un bacio qualsiasi è
come un fiore qualsiasi
a cui non si da importanza
né del quale si vuol aver cura
un bacio dolce e leggiero
è il fiore più bello e
profumato
è una rosa bagnata da una
goccia di rugiada
un bacio dolce
è farsi avvolgere dalle tue
labbra
e perdere la cognizione del
tempo
e sapere di aver varcato la
soglia
di una nuova eterea dimensione.
Sulla destra poi c’era la data di oggi e la sigla di Brian…..
Rimasi senza parole, ma avrei voluto salire sopra il tetto del
treno e urlare al mondo che mi sentivo felice, emozionata, che nessuno mai mi
aveva fatto una sorpresa simile, avrei voluto essere ancora lì con Brian,
baciarlo di nuovo ed esprimergli quello che aveva provocato in me quel semplice
foglietto…
Lo tengo ancora oggi in una scatola insieme a tutte le altre
frasi meravigliose che Brian mi scrisse nel corso degli anni. Non chiesi mai a
Brian come era riuscito a infilarmelo nella tasca della giacca.
IL viaggio di ritorno senza le mani di Brian vicine mi sembrò
lunghissimo e noioso, ma alla fine arrivai a casa, cenai e poi decisi di
mettermi in camera mia a riflettere.
Stavo perdendo la testa per Brian questo era poco, ma sicuro,
ogni suo gesto mi sembrava fatto con grazia e sicurezza, la sua voce mi
risuonava nella mente come una canzone che non si riesce a dimenticare, la sua
gentilezza mi faceva sentire importante e di certo non poteva essere solo un
ringraziamento per avergli dato un fazzoletto in discoteca quando si era ferito
il labbro.
Il labbro? Eh già non gli avevo chiesto nemmeno come si era fatto
male ma lo seppi il giorno seguente…
Erano le nove del mattino e io ero sveglia ma rimanevo a
coccolarmi sotto le coperte aspettando che la voglia di alzarmi mi
raggiungesse, sentii la suoneria del mio cellulare e vidi il numero di Brian,
presi il cellulare in mano e risposi con la voce un po’ addormentata e un po’
tremante, vista l’emozione: “Pronto.”
“ Buon giorno dolce Michelle, spero che averti dato il risveglio
non ti abbia infastidito, ma la voglia di sentire la tua voce ha vinto su
quella che è definita educazione….”
Dissi a Brian che non c’erano problemi e che comunque mi sarei
alzata dopo poco, visto che era ora che mi mettessi a studiare. Mi venne in
mente di chiedere a Brian la causa della ferita ed egli mi rispose che aveva
avuto uno screzio o meglio una divergenza di opinioni con un ragazzo che stava
rompendo le scatole ad una ragazza, ma non aggiunse di più e io per educazione
e timore non gli chiesi oltre.
Brian mi chiese se il giorno seguente non avevo lezione e se
avessi voluto andare fino a Pordenone, così mi avrebbe fatto conoscere Socrate.
Accettai, escludendo qualsiasi impegno.
Io Brian ci salutammo, misi giù il Tel e andai a far colazione:
la giornata era iniziata più che bene.
Poi mi misi a studiare, con l’ansia di vedere dove Brian abitava
e come era camera sua…
Finalmente arrivò sera e
con essa aumentava la tensione e la trepidazione per il giorno seguente.
Decisi di andare a letto il prima possibile perché dormendo il
tempo sarebbe passato sicuramente velocemente. Dormendo? Ma chi sarebbe mai
riuscito a dormire? Mi sentivo come un bimbo al primo giorno di scuola, con
l’emozione che mi solleticava mentre mi
rotolavo tra le coperte, con la curiosità che si divertiva a creare in me mille immagini di una strada, casa,
stanze e mobili che non avevo mai conosciuto, con l’aghetto pungente del
desiderio che il mattino giungesse presto.
Credo che quella notte la durata del mio sonno, a conti fatti, fu
circa di quattro ore, ma che importanza aveva? Tanto anche con due ore di sonno
avevo la fortuna che le occhiaie e le borse nella mia faccia non comparivano
mai e poi l’importante era vedere Brian. Il resto? Per me non era certo
rilevante, visto che la mia mente aveva spazio solo per l immagine di Brian.
Mi ero messa perfino tre sveglie: quella del cellulare, quella
che tenevo sul comodino e quella dello stereo che partiva con la canzone
Lagartija Nick dei Bauhaus. Ma quali sveglie? Io ero già in piedi dalle cinque
e mezzo del mattino e continuavo a rovistare nell’armadio. Come vestirsi? E la
madre di Brian sarebbe stata presente? Problema o meglio situazione a cui non
avevo pensato! Vestirsi bene per lei o
in maniera convinta e particolare per
Brian? Alla fine come diceva il caro vecchi Seneca prevalse il giusto mezzo… ma
quale era il giusto mezzo per me? Mi sedetti sul letto, io nella mia vita non
avevo mai avuto il giusto mezzo! Ragionai con calma, si fa per dire, feci un respiro
e uno schema mentale delle cose da indossare: partii come sempre dagli anfibi,
però con la gonna sicuramente erano meglio gli stivaletti. Beh, avevo così già
deciso due cose: gonna e stivaletti. Con la gonna ci volevano di sicuro le
calze, anche perché senza avrei preso un freddo cane: calze viola più calze a
rete nere. Aggiudicato!
Ma il dilemma più grande fu: che cosa mettere come maglia, o
meglio mettere una maglia o una
camicia? Alla fine la soluzione fu maglietta in cotone con le maniche corte più
camicia in seta viola.
E fin qui tutto ok… ma il trucco? Decisi immediatamente che era
meglio andarci piano e conciarsi decentemente e alla fine per le sei e mezza
fui in cucina pronta per fare colazione. Qui la mia mente contorta pian piano
intrufulò un persierino che poi si trasformò in angoscia: se ci fosse stata la
madre di Brian che le avrei detto, a parte i soliti convenevoli del tipo “ Buon
giorno Signora, piacere mi chiamo ecc…”? Nel bel mezzo della mia questione
interna e mentre incomiciavo a percepire che le mie mani sudavano ( le mie mani
sudano sempre quando sono in tensione per qualcosa che non so come andrà a
finire), arrivò mia madre e quindi il problema fu accantonato come una persona
con cui si evita una discussione solo perché arriva qualcuno che non doveva
prender parte al dialogo. Feci colazione parlai come sempre del più e del meno
con mia madre (ancora oggi mi chiedo in che modo vengono misurati i confini del
più e del meno), tanto la questione mi aspettava in treno. Per fortuna il viaggio
durava solo 45 minuti e arrivata non ci
fu più tempo per pensare.
Ero già in piedi ancora prima di vedere il cartello della
stazione, una ultima sistemata o meglio un ultimo controllo grazie allo
specchietto che tenevo sempre in borsa, uno dei regali più riusciti di mio
padre e con passi veloci anche se insicuri andai alla porta del treno.
Il treno non si era ancora fermato, ma passando potei vedere la
figura di Brian, del resto inconfondibile anche tra la folla anche se fosse
stata tutta vestita di nero…
Scesi dal treno e visto
che come al solito non riuscivo mai a salire sul vagone centrale mi ritrovai
a una cinquantina di metri da Brian,
che non so in base a quale sesto e settimo senso si diresse verso di me: quando
fu sicuro di avermi visto, accellerò il passo anzi diciamo che mi corse in
contro. Senza renderme conto eravamo abbracciati, fu un abbraccio lungo,
strano, non uno di quelli fatti per circostanza, ma poi tra me e Brian nulla fu
fatto mai per circostanza. Ci scostammo l’uno dall’altro e sorridemmo entrambi…
Brian mi prese per mano e mi condusse verso l’uscita della
stazione: da lì ci incaminammo verso casa sua…
Dopo una quindicina di minuti giungemmo in una via e di fronte a
me vidi un palazzo molto alto, Brian con un cenno mi indicò che il suo
appartamento era quello in alto al V piano. Brian prese dalla sua borsa, quella
nera che non lasciava mai, un mazzo di chiavi, che erano tenute insieme da un
portachiavi di legno che raffigurva un angelo con il volto coperto dalle mani.
Aprì il portone d’entrata e ci dirigemmo verso l’ascensore. Brian mi fece
entrare per prima, poi si avvicino a me e premette il pulsante col numero 5. Le
porte si chiusero e salimmo velocemente. Brian teneva le chiavi in mano e
appena le porte dell’ascensore si aprirono, mi prese per mano, uscimmo e
svoltammo l’angolo, due secondi dopo ci trovammo davanti a una porta: wow stavo
per entrare in casa di Brian, mi sentivo eccitata, ma anche un po’ tesa.
Brian mi guardò: ” Stai tranquilla, non c’è nessuno, mia madre è
uscita e mio padre…beh sai dov’è…”
Entrammo: subito Socrate venne incontro a Brian che lo acarezzò
dolcemente: “Socrate, questà è Michelle, presentati salutala come si deve.”
Socrate, mi guardò, mi annusò e poi alzo la zampa sinistra e
aspettò che io gli porgessi la mano. Era davvero un bel cane: dal pelo corto e
nero lucido, snello e con due occhioni da far innamorare chiunque. Al collo
aveva una targhetta con il suo nome inciso e il numero di cellulare di Brian.
Dopo le presentazioni Socrate andò nella sua cuccia e si mise a dormire.
Brian mi prese per mano e si diresse verso una porta chiusa in
fondo al corridoio, prese di nuovo il mazzo di chiavi ed usò una chiava viola
per aprire. Entrammo e cretemi quello che vedetti fu straordinario: ero di
fronte alla camera di Brian!
Era la camera dei miei sogni: una camera grande credo più di 4 m
per 4 il pavimento era costituito da una moquette nera, il soffitto era nero
anch’esso e adornato da una miriade di stelline, quelle che di notte si
illuminano grazie alla luce del lampadario. Le pareti erano viola come del
resto la tenda in velluto che adornava la finestra.
Gli armadi erano a muro in legno nero laccato e percorevano tutta
la stanza tranne nella parte di fronte a me dove era situato un letto in ferro
battuto a baldacchino. Ai piedi del letto due candelabri finemente lavorati di
cui mi innamorai subito. Non c’erano poster e fotgrafie di nessun gruppo.
L’unica cosa particolare era un pipistrello appeso al lamparadario che ripeteva
le decorazioni dei candelabri. Certo era una stanza particolare ma
fondamentalmente semplice e spoglia. Ma chissà che cosa era nascosto in quegli
armadi a muro… Vi era inoltre su una parete laterale dove l’armadio finiva uno
specchio dalla fonma indefinita ma prevalentemente ovale. Nella parete opposta
vicino alla finestra un tavolo anch’esso dalla forma particolare era fissato a
una parete, sotto il tavolo una sedia in legno molto scuro con schienale molto
alto e decorato da strane figure.
Brian si accorse del fatto che io stessi scrutando la sua stanza
e così distolsi lo sguardo.
Brain mi disse:” questa è camera mia: è un po’ spoglia ma l’ho
voluta così, le mie cose sono tutte all’interno degli armadi che tengo chiusi a
chiave e che aprò solo alla presenza di chi ritengo opportuno. Ci sediamo sul
letto, ti va?”
Mi sedetti e Brian mi guardò intensamente, poi si sedette anche
lui: “se ti fidi di me, distenditi e chiudi gli occhi non ti farò nulla, te lo
prometto. Chiudi gli occhi e fidati di me.”
Mi distesi sul letto che era molto grande, credo una piazza e
mezza e notai che la trapunta era nera con dei disegni di scheletri e statue
stampati, chiusi gli occhi e aspettai Brian, ma egli si alzò, iniziai a
preoccuparmi, ma poi pensai che in fondo non mi avrebbe fatto nulla di male o
almeno cercai di convincermi di questo, per non darmi della solita incosciente
e idiota. Sentii Brian armeggiare con le chiavi e aprire una porta
dell’armadio, mi preoccupai davvero, avrei voluto aprire gli occhi e ma non lo
feci.
Brian richiuse l’armadio, poi lo sentii venire verso di me, e si
sedette sul letto, mi appoggiò qualcosa sul corpo era qualcosa di leggero,
sentii uno strano profumo, poi Brian mi disse: ” Michelle, ora apri gli occhi.” Lo feci e vidi che sul mio corpo era
stata appoggiata una rosa rosso vivo, sorrisi e dentro di me sospirai come se
per un attimo avessi temuto che mi sarebbe potuto succedere qualsiasi cosa.
Feci per aprire la bocca e ringraziare Brian, ma lui mi disse di
fare silenzio e mi baciò dolcemente.
Dopo il bacio, Brian mi chiese se volevo un po’ di succo alla
fragola.
Succo di fragola? Ma brian conosceva i miei gusti oppure amava le
stesse cose che amavo io? Ora dopo tanti anni so che fin dall’inizio tantissime
cose ci accomunavano, ma in fondo in molte cose eravamo molto diversi…
Brian si alzò e si diresse verso la cucina e tronò con due
bicchieri pieni di succo alla fragola:”tieni, ma un giorno berremo altro e in
altri bicchieri…”
Che frase misteriosa chissà cosa intendeva dire?
Brian si risedette sl letto e lentamente fissandoci profondamente
( io con desiderio di lui ) bevemmo …
Notai che Brian beveva assaporando il succo di frutta come se
stesse bevendo qualcosa di magico che scendesse in maniera sensuale attraverso
la sua gola.
Poi si alzò e mi chiese se mi andava di ascoltare un po’ musica
mentre mi mostrava un libro sui Cimiteri che aveva comprato a Londra. Brian
aprì una delle porte scorrevoli dei
suoi armadi e da lì comparve lo stereo, poi fece scorrere di più la porta e
comparvero dei casetti, ssganciò una chiave che aveva appesa al collo (della
quale non mi ero mai accorta) e aprì il primo cassetto ed ne estrasse un grande
libro che come copertina aveva una statua di un angelo con le mani che
coprivano il volto e le ali spezzate. Poi torno a sedersi vicino a me, il più possibile
vicino come se cercasse il mio contatto fisico e aprì il libro sulla prima foto
einiziò a narrarmi la storia della prima tomba: la sua fu una narrazione
particolare, non si tratto di commenti banali ad un insieme di foto. Il suo
modo di parlare esprimeva passione e diletto per quello che i suoi occhi
vedevano, la sua voce calda e sensuale avvolgeva il raccontoe lo rendeva
affascinante. Ad una prima narrazione di quelle che erano le vicende della
tomba, Brian procedeva col esprimermi le sue impressioni e successivamente mi
chiedeva con modo davvero interessato la mia.
Intanto la nostra chiaccherata era cullata dalle note di un lento
e dolce Cd dei Dead Can Dance…
Brina sapeva organizzare ogni cosa: musica e situazione e io mi
sentivo come una bambina che aveva trovato riparo dalla pioggia della sua anima
sotto un albero che non avrebbe permesso più a nessun fulmine di spaventarla.
Passammo più di un’ora
guardando quel libro, poi Brian mi chiese se avevo voglia di ballare.
Ballare? In camera sua?
Si avvicno all’interruttore della luce, la rese di intensità
minore, poi si avvcinò alla finestra e chiuse il balcone e tirò la tenda di
velluto, prese dall’armadio un conetto di incenso e un Cd. Poi posò l’incenso
su un piattino di metallo sopra il tavolo e lo accese.
Inserì il cd nello stereo, scelse Xavier come canzone, poi si
avvicinò lentamente verso di me, mi guardò come se aspettasse un mio consenso,
prese le mie mani e le portò lentamente vicino al suo collo aspettanto che io
le appoggiassi con decisione intorno ad esso, poi fece scivolare le sue
lentamente sui miei fianchi e iniziò a ballare lentamente, guardandomi negli
occhi. Le sue labbra erano vicinissime alle mie…
Ballare con Brian era sempre una emozione, in quanto per lui
danzare era una espressione della sensualità di una persona, e di certo Brian
sapeva essere sensuale: era sensuale nello sguardo, nei movimenti, nella voce,
nei gesti delle sue mani, perfino nel suo respiro.
Ballare con lui significava, cancellare l’ambiente intorno a noi
evolare in un posto senza confini.
Il profumo di quell’incenso aveva inebriato la mia mente, mi
sentivo cullare dalla presenza sinuosa dell’aria introno a me.
Quando la canzone fu sul finire, Brian mi strinse più forte e mi
baciò nuovamente: ogni suo bacio era per me un sorso d’acqua per l’aridità
della mia anima.
Brian poi avvcinò le sue labbra e mi sussurrò all’orecchio:
“Voglio che tu sia mia, voglio essere per te l’aria che respiri, mi piaci e sento che puoi rendermi felice,
ti prego non dirmi di no.
Mi scostai leggermente da Brian e gli dissi, con voce tremante
cercando di mantenere lo sguardo fermo e concentrato sul suo volto: “Ti ho
desiderato fin dal giorno in cui ti vidi sul treno. Tu lo sai, di storie ne ho
avute tante e ho buttato via la mia vita per lungo tempo, ora, spero di essere
all’altezza, voglio dedicarla a te.”
Brian, sorrise, ma non lo fece solo con la bocca: i suoi occhi
esprimevano gioia, al sua anima stava esultanto, potei percepire le sue
sensazioni dall’intensità del suo abbraccio.
Era il 30 Aprile 2002, data di inizio di una nuova storia con
unragazzo meraviglioso, storia che si rivelò quella mia vita.
Mi sentivo felice come non mai, ma avevo bisogno di una ulteriore
conferma da parte di Brian, così gli chiesi: “Posso considerarmi la tua ragazza?”
Brian mi abbracciò nuovamente:” Oh Michelle tu per me sei molto
di più e più staremo insieme più la mia anima si leverà da terra, saremo due
pipistrelli che voleranno ai confini della luna…”
Erano già le 11.45.
Brian riportò la luce alla intensità normale, e andò a riaprire
il balcone, poi mi prese per mano,mi fece sedere sul suo letto e mi diede un
libricino in mano poi mi disse:”io preparo il pranzo, tu aspettami qui e se ti
va dai un’occhiata a questo libro, se ti piace puoi tenerlo”, poi si voltò
verso l’uscità: “Socrate, vienei a fare compagnia a Michelle, itanto che io
reparo il pranzo.”
Socrate arrivo immediatamente e Brian si diresse verso la cucina.
Non osai dire nulla e guardai la copertina di quel libro: Angela
Carter, la camera di Sangue. Lo aprii e iniziai a leggere….
Si trattava di un insieme di favole note scritte dall’autrice in
chiave particolare (ripeto le parole che erano scritte dietro al libro) : “In
questi intrecci dissacranti e in queste atmosfere fra lo stralunato e lo
scabroso vibra un conturbante umorismo ma soprattutto s’impone, con immagini
rapacemente licenziose, un erotismo sadico-sarcastico che svela e dileggia le
simbologie sessuali sommerse nella tradizione favolistica”.
Sentivo intanto Brian trafficare, il mio naso iniziava a
percepire il profumo di ciò che Brian stava cucinando.
Socrate mi guardò con aria interrogativa e poi si leccò i
baffettini neri del muso.
Il primo racconto si ispirava alla favola di Barbablu: sembrava
interessante.
Dopo circa una ventina di minuti, Brian arivò con un vassoio nero
e lo posò sul tavolo: “Siediti, io arrivo subito, prendo un’altra sedia e il
mio vassoio.”
Mi alzai e andai a sedermi: il vassoio era cosparso di petali di
rosa, al centro c’era un piatto bianco con delle decorazioni di rose sul bordo
al cui interno Brian aveva messo due scoloppine di carne impanante con la
farina decorate con delle foglioline di prezzemolo, a lato c’erano delle patate
fatte al forno, le posate erano avvolte in una salviettina di carta con delle
rose stampate, sul lato destro del vassoio c’era un bicchiere blu con
dell’acqua.
Brian tornò con il suo vassoio, lo posò e ritornò di corsa in
cucina, dopo poco fu di nuovo da me con un caraffa di acqua un cestino con del
pane, e una ciotola per Socate.
Appena si sedette gli dissi: “Tu mi vizi, ma a tutti prepari il
pranzo così, con il vassoio ricoperto da petali di rosa?”
Brian sorrise e rispose: “Adoro le rose e visto che adoro anche
te ho pensato di associare le due cose.”
Inizammo a mangire, stranamente non ero tesa, anche perché Brian
procedeva lentamente quanto me.
“Le scaloppine le ho fatte io ora, mentre le patate le ha fatte
mia madre questa mattina presto, le ho scaldate nel microonde. Spero tutto ti
piaccia?” Brian sembrava desideroso di una mia conferma.
Gli dissi che tutto era buono e lo pensavo davvero, Brian era
davvero speciale, aveva fantasia in ogni cosa, perfino in cucina e ne ebbi
prova tutte le volte che mangiai con
lui.
Finimmo di mangiare, mi alzai per portare il vassoio in cucina,
anche se Brian voleva che rimanessi seduta.
Sistemammo i piatti in lavastoviglie e poi Brian mi abbracciò
dolcemente: “Spero che tu abbia gradito davvero il pranzo, ora ti vorrei
portare in un posto carino, però andiamo in macchina, verrà anche Socrate con
noi.
Chiesi a Brian se potevo andare un attimo in bagno, lui mi prese
dolcemente per mano e mi accompagnò fino alla porta.
Uscita dal bagno vidi Brian con un guinzaglio rosso in mano e una
telo da mare, mi guardò come per rassicurarsi che io stessi benne e mi riprese
per mano conducendomi verso l’uscita. Socrate era dietro di noi.
Prendemmo di nuovo l’ascensore, usciti scendemmo delle scale che
portavano ai garages, arrivati alla porta di quello di Brian, egli disse
guardando Socrate: “ aspettatemi qui, io tiro fuori la macchina e poi partiamo,
hai capito Socrate?”
Socrate alzò la zampa come se avesse davvero compresò il
messaggio di Brian e si spostò addirittura un po in là come se fosse cosciente
che Brian aveva bisogno di spazio per uscire.
La macchina di Brian era una volto nera 480 Turbo.
Fece salire Socrate dietro e poi tirò giù il sedele per far
sedere me.
Brian salì in macchina, mi disse di posizionarmi il sedile
come meglio ritenevo indicandomi la
manopola, poi accese lo stereo, capii subito che era una cassetta dei Bauhaus.
La macchian di Brian era davvero tenuta bene: era pulita con
tutte le cassette riposte nel vano apposito, appeso allo specchietto
retrovisore c’era un piccolo pipistrello, sulla tavola che copriva il
portabagagli c’era un poster di quelli in stoffa dei Bauhaus.
Il viaggio non durò molto: circa una quindicina di minuti durante
i quali io e Brian parlammo della sua tesi di laurea. Mi disse che voleva
assolutamente che io fossi presente che per lui condividere quel momento con me
era importante. Giungemmo in un parcheggio, Brian fermò la macchina, si voltò
verso di me: “Principessa siamo arrivati, ora proseguiamo a piedi, qui c’ è una
stradina che porta al luogo nel quale vengo per riflettere e comporre le mie
poesie, ma anche per far correre Socrate.”
Socrate abbaiò come se volesse scendere.
Scendemmo dalla macchina , Brian mi prese per mano e Socrate
aspettò il permesso prima di correre
verso la stradina.
Iniziammo a camminare: quanto ero bello Brian, oggi indossava dei
fusò e degli stivalettia punta, era un po’ meno truccato del solito (una
leggera linea di eyeliner e un po’ di fondotinta bianco). Mentre camminavamo
percepivo il suo profumo e la mia fantansia mi portava in altri luoghi
(indescrivibili)….
La stradina portava a un parco pieno di alberi e panchine, al
centro del quale vi era un laghetto con delle anatre…
Ci avvicinammo al bordo del lago sotto a dei salici piangenti,
Brian stese il telo e mi chiese se mi andava di distendermi: ci stendemmo e Lui
mi prese dolcemente fra le sue braccia, potevo percepire il battito del suo
cuore, ogni tanto mi passava le mani sui capelli sussurrandomi:”Michelle ho
bisogno di stare con te, ho bisogno di una persona come te, con le tutte le sue
paure e le sue insicurezze, hai degli occhi stupendi, promettimi che proverai
ad amarmi.”
Mi voltai verso di lui, sentento che le lacrime mi stavano per scendere dagli occhi: “Brian io ho
paura di non saperti amare ho paura di non essere all’altezza, tu sei così,
così, sei tutto quello che una donna può desiderare” Mi scese una lacrima e
prima che rigasse le guance Brian la prese con le sue labbra. Poi le sue labbra
sfirando il mio viso scsero fino alle mie e mi sentii avvolgere da una
sensazione meravigliosa. Brian baciava con dolcezza estrema senza forzare, i
suoi baci univano passione e rispetto.
Baciare era una cosa che piaceva ad entrambi, ci sfioravamo
dolcemente il naso la fronte, un bacio non era concentrato solo sulla bocca,
per noi tutto il volto era da baciare…
Mentre eravamo trasportati da queste sensazioni arrivò Socrate
che si mi se a mugolare davanti a noi seduto in attesa che gli prestassimo
attenzione.