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STEREOGRAMMA

by David Altini ® © 1994

Note dell'autore

Erano ore che se ne stava seduto in poltrona, con lo sguardo perso nella caleidoscopica fantasia di quei colori, macchie a perdere su un foglio bianco, intrecciate e irrimediabilmente unite dalla loro totale confusione. Osservava attento e scrupoloso ogni contorno, cercando di carpire l'essenza di quella trama infinita e ricorsiva, caotica ed opprimente, apparentemente inutile, ma pi� voleva vincere quell'incredibile commistione di punti colorati e pi� che questi si rifiutavano di rivelargli ci� che in realt� era gi� l� sotto ai suoi occhi, palese ed al tempo stesso in grado di rendere cos� ottusa la sua mente.

Come per un innaturale senso di pudore, infatti, quei piccoli segni colorati continuavano a celargli il loro segreto, rincorrendosi davanti ai suoi occhi, nascondendogli la verit� e arrivando persino a danzare senza posa e senza ragione, mescolandosi tra loro, prima sul foglio e poi dentro ai suoi occhi, generando il caos nella sua mente che non riusciva a seguirli nel loro continuo divenire.

Si ritrovava cos� ad osservare, per un attimo, una traccia di colore, per poi perdersi, subito dopo, nel tratto scuro che gli correva affianco, immaginando quello che potesse trovarvi, solamente spingendovi un poco pi� a fondo lo sguardo. Impaziente e curioso si gettava allora tra quelli che indovinava essere meravigliosi canyon visti dall'alto, impastati del loro rosso cupo, oppure si sporgeva pi� in avanti e vi inventava il mare, profondo ed impenetrabile, posto vicino, chiss� per quale motivo, alla foresta equatoriale di cui, per�, poteva coglierne solamente il verde delle chiome.

Ma tutto questo durava solamente un attimo ed immediatamente tornava ad osservare quella fredda e tecnologica distesa di neo-graffiti di cui non sperava pi� di cogliere l'essenza, se mai un computer avesse potuto preventivamente inserircene una.

Era sconvolto. Come mai una macchina era riuscita a porgli un problema cos� inafferrabile, e perch� lui l'assecondava accettando la sfida e cercando di dare una risposta ad un quesito che essa non aveva il diritto di presentargli? Non erano stati inventati i computer per risolvere i problemi per gli umani? Perch� adesso si erano invertiti i ruoli?

Trasal�. Tutta quella tensione psicologica, che si era inutilmente creato, lo aveva stancato. Si sorprese ad accarezzare il felino suo amico che, sonnacchioso e beato, se ne stava disteso sui suoi pantaloni, incurante di essere lui il gatto, invece del padrone.

Chiss� cosa avrebbe detto se avesse potuto parlargli.

Forse poteva, ma era troppo saggio da non farlo. La parola gli animali l'avevano lasciata all'uomo, in modo che questo, con i suoi inutili discorsi, continuasse felice a farsi del male.

Perch� parlare quando si pu� vivere in pace con s� stessi, stando semplicemente ad ascoltare il mondo che ti scorre accanto e che comunque non puoi fermare? Sicuramente il gatto sapeva tutto questo, ma perch� mai avrebbe dovuto dirlo all'uomo? Valeva veramente qualcosa lasciare la propria tranquillit� per il vano parlare?

Fantasie. Ancora una volta si era perso nei suoi pensieri, animati da una strana angoscia, che lo aveva preso e soggiogato e che si materializzava nel voler vedere quell'immagine stereografica, matematicamente celata da un computer dietro ad una serie casuale di punti colorati e disposti in modo da ricreare la tridimensionalit� del soggetto racchiuso in essa, in maniera da restituire alla mente tutta l'evanescenza della realt�.

C'era da diventare matti al solo pensiero che per visualizzare il concreto, il solido, le tre dimensioni spaziali, occorresse creare un quadro inintelleggibile agli occhi e possibile da vedere solo alla mente, generando, come base del disegno, una sequenza casuale ed aleatoria di punti di colore, la cui intensit� era di volta, in volta decisa da un computer, sulla base del soggetto.

Pazzesco. Si creava la realt� dal caso, dalla fantasia, tramite una fredda equazione risolta da un operatore senz'anima.

Il concreto non era nient'altro che l'immagine dell'astratto e non c'era da stupirsene perch� non avrebbe potuto essere diversamente.Tutto quello che lo circondava non rappresentava forse questo vano tentativo di materializzare ci� che invece non poteva essere costretto nel mondo reale senza perderne l'essenza?

Al pari di quel disegno l'uomo aveva trattato le sue idee, i suoi pensieri, i propri sentimenti, fissandoli sulla carta e impregnandoli di parole, dando loro un prezzo e un valore, di fatto relegandoli a merce di scambio. E che dire dei sogni delle persone? Rimossi dal mondo etereo delle idee essi erano caduti, e con loro chi li aveva fatti, chi vi aveva creduto, chi, purtroppo, non vi era pi� tornato a credere.

E nella confusione della gente, anche lui aveva voluto costruire le proprie utopie, ma adesso guardando in quel quadro aveva finalmente capito che tutti i suoi sforzi erano stati inutili, che questo mondo non era adatto a realizzare le sue aspirazioni, che qualsiasi cosa avesse pensato non sarebbe riuscito mai a materializzarla completamente. Occorreva staccarsi dalla realt� e andare con la mente lontano dal corpo e dalla folla, feroce e barbara, incosciente dell'occasione persa, ormai incapace di spiccare il volo.

Non si poteva racchiudere la bellezza del mare nell'ultima trovata olografica. Non bastava una trasformazione matematica per descrivere un sogno, un pensiero.

La realt� esisteva solo per scontrarsi con l'utopia e con le aspirazioni dell'uomo. Era stato questo, da sempre, il suo compito, ma purtroppo essa era divenuta, pian, piano, persino pi� importante della fantasia, della bellezza insita nell'inconsistenza delle cose, dell'incredibile poesia dei pensieri inutili, cio� di quei sogni irrealizzabili nel concreto, ma liberatori dell'anima nei confronti dello scorrere del tempo.

Perch� non ci aveva mai pensato?

Non bastava infatti convincersi che non esisteva il tempo, che non c'era pi� n� inizio, n� fine, che quello che esisteva non era mai stato creato? Niente case, n� vestiti, niente macchine, n� soldi, niente di reale. Rimaneva solo l'anima dell'individuo e la sua coscienza di esistere svincolato dal rinnegato principio di consequenzialit� tra causa ed effetto, atavicamente definito proprio in base allo scorrere di un tempo assoluto.

Senza pi� biunivocit� tra due eventi, senza n� prima, n� dopo, tutto era possibile. Con la sola mente, potevamo comprendere tutto quello che fino ad allora era rimasto inspiegabile, poich� al di fuori di una logica coerente e razionale, partorita da chi, sicuramente, si era dimostrato incoerente ed irrazionale, in pi� di un' occasione. Quale ragione esisteva ora affinch� una cosa non potesse avvenire semplicemente, senza bisogno di ipotesi e condizioni al contorno, svincolata da tutto il mondo e dipendente solo dalla nostra volont�? Era cos� possibile, anche realizzare s� stessi nella propria pazzia, nel modo atipico che ognuno di noi ha di essere, nell'irrazionalit� di ogni nostra azione, nella nostra personalit�. Ed ecco che adesso, anche lui, poteva finalmente vedere oltre quell'immagine colorata, soltanto spingendo in avanti il suo sguardo. Adesso non guardava pi� con gli occhi, ma con la mente e col cuore, riuscendo a vedere l'immagine di s� stesso che gli si presentava davanti, evanescente e reale al tempo stesso, rappresentante il suo doppio, imbrigliato da quel reale dal quale lui era finalmente riuscito ad evadere. Poteva quasi toccare l'inconsistenza delle certezze che sostenevano quell'immagine, vanto di una tecnologia che nel voler riprodurre un individuo aveva dimenticato la cosa pi� importante, la sua anima.

Le paure che lo avevano afflitto adesso si erano proiettate fuori dalla sua anima, ed apparivano proprie di quell'immagine speculare, sinteticamente ricreata, ma inevitabilmente superficiale ed inutile. La differenza tra lui ed il suo doppio era grande. Lui esisteva, l'altro era una fredda imitazione. Sarebbe bastato il solo distogliere lo sguardo e questo sarebbe sparito.

Finalmente aveva compreso s� stesso e che cosa lo spingesse avanti, quello che muoveva la sua curiosit� e ci� che lo rendeva cos� diverso da tutte le altre creature nel mondo.

Finalmente aveva capito l'idiozia che stava alla base del suo crearsi problemi: l'illusione di saperli risolvere.

D'ora in avanti invece, anche lui, se ne sarebbe stato indifferente a tutto e tutti, somigliando sempre pi� al resto del genere umano.

Felice e soddisfatto, concluse che poteva riposarsi.

Non aveva pi� senso continuare a fissare la grande specchiera della stanza, sistemata dalla parte opposta della parete dove si trovava appeso affinch� lo si potesse facilmente osservare.

Aveva finalmente compreso di esistere, e come ogni uomo, aveva subito cercato di dimenticarsene.

Del resto, se non fosse stato per la preziosa cornice, nessuno avrebbe mai capito che era solamente uno stereogramma. Poteva essere benissimo una finestra su una stanza ove un uomo, meditava accarezzando il suo sonnacchioso gatto.


David Altini



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Note dell'Autore

Questo brano un p� visionario e' nato dalla mia mente malata in un periodo non troppo felice della mia esistenza. E' chiaro quindi che la pazzia che vi si potrebbe intravedere risulta alquanto ingigantita dalle circostanze. E' vero che le persone NORMALI mi fanno paura, ma forse ho qui esagerato. Rimane il fatto che non credo esista niente del genere tra i racconti di fantascienza ed io ho pertanto reso pubblico il testo (che ovviamente non ha vinto il concorso per cui era stato progettato) per rendere giustizia a quella parte di me che mi avrebbe desiderato un p� pi� letterato ed un p� meno ingegnere.

Ne colgo l'occasione adesso, sperando di trovare un pubblico attento tra quello virtualmente pi� numeroso.E' ovvia la preghiera di rispettare i diritti d'autore....i miei!!!

David Altini

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