Forse va di moda parlare di politica. O almeno sembra che si parli in
continuazione di questioni politiche.
A mio parere, più si parla, meno si rischia di fare, e se la
politica è nata qualche millennio fa per curare e difendere la "
cosa pubblica" e quindi ottimizzare il modo di vivere dei cittadini,temo
proprio che si sia perso in gran parte il senso civile del parlare delle
questioni di interesse pubblico, non per tirare l' acqua al mulino di questo
o di quel partito, di questo o di quel personaggio, ma per informare e
mettere in discussione tutto quello che riguarda la gente, le persone che
compongono la società e sono chiamati a rivestire il ruolo fondamentale
di pilastri (reali, non nominali) della vita civile. Ma questo compito
spetta, o meglio dovrebbe spettare alla cultura, a quelle quote insieme
cioè di scienza, abilità, morale che caratterizza un'epoca
storica e le conferisce una sua propria indiscussa e indiscutibile dignità.
La storia va compresa, attraverso l' informazione ma anche attraverso la
riflessione sul pensiero che sta sotto e dietro qualsiasi fatto storico,
la filosofia insomma. Se rinunciamo a cercare di comprendere la storia,
rinunciamo alla possibilità di leggere il nostro presente e a giocare
il nostro ruolo in senso civico con consapevolezza e cognizione di causa.
E come si costruisce la cultura? La risposta appare fin troppo scontata:
la cultura e frutto di tutta l' esperienza e la conoscenza che all' esperienza
è legata. La cultura non è soltanto quella che superficialmente
si considera conseguente a un corso di studi; la cultura è vita
consapevolmente vissuta, pensata, voluta. La cultura è ciò
che noi dobbiamo costruire per lasciare un' eredità significativa
a quelli che verranno dopo di noi, qualcosa che potrà essere discusso
e modificato, ma che servirà a comprendere un tassello della sturia
umana. Un popolo ignorante è un popolo che si pone necessariamente
come suddito, senza la possibilità di comprendere il senso di quanto
gli accade. Un popolo ignorante è un popolo che non sa cercare il
modo per essere parte attiva della sua stessa vicenda, che non ha la capacità
di contrastare il potere di chi può approfittare di una situazione
facilmente strumentalizzabile, se si eccettua la capacità di esercitare
a sua volta una forma di violenza che può essere comprensibile in
termini logici ma non può mai arrivare ad essere giustificabile,
in quanto rappresenta la negazione di quanto è insito nel principio
di dignità dell' essere umano. In natura non siamo, noi , diversi
dagli animali, o meglio dagli altri animali: anche noi, ci piaccia o meno,
abbiamo istinti più o meno nobili, anche noi mangiamo, respiriamo,
ci riproduciamo, e uccidiamo.
Quello che ci differenzia dagli animali è, appunto la cultura,
che ci dà la possibilità di acquisire gli strumenti per affrontare
e modificare la realtà senza ricorrere all' uso distruttivo della
violenza. Certo, la violenza può essere anche molto sottile, può
non avere nulla a che vedere con la forza fisica, può consistere
nella prevaricazione psicologica. Ma chi è capace di pensare e di
riflettere criticamente sulle situazioni e sulle persone del suo mondo,
impara anche a difendersi dai tentativi di annientamento personale. Sa
difendere la sua libertà di pensare e di esprimere le sue idee.
La cultura fa acquisire una consapevolezza che di per sè non
è comoda, dal momento che impedisce di nascondersi dietro albi che
servono ad alleggerire la coscienza demandando agli altri la responsabilità
dei fatti spiacevoli e delle possibili soluzioni da perseguire.
La cultura rende liberi. E la libertà va difesa, salvaguardando
sempre la possibilità di pensare.