PARCO NAZIONALE DI PLITVICE
Siamo partiti all'alba e dopo un interessante
e a tratti spettacolare percorso nell'entroterra croato, ricco di paesaggi
desertici, montuosi e in alcuni casi, veramente spettrali, siamo giunti
al parcheggio sud del Parco. Attraversiamo la strada
e inoltrandoci nel bosco, dove è situato l'ingresso, veniamo investiti
da un miscuglio di odori, ora dolciastri, ora aspri, che riconosciamo provenire
da grandi capanni circolari al cui interno viene cucinata carne alla griglia,
pesce, focacce dolci, wurstel con crauti e altre specialità.
Effettuiamo una rapida colazione e poi, davanti ad una piantina del parco,
decidiamo quale percorso seguire, dei tanti indicati, in base alla lunghezza
e al tempo di percorrenza. Il parco è praticamente
diviso in due sezioni, dalla morfologia completamente
differente in quanto nella parte a monte, troviamo piccoli e medi laghetti
dislocati a diverse altezze e collegati tra loro da innumerevoli cascate
e cascatelle, che rendono incredibilmente suggestivo il paesaggio agli
esterrefatti visitatori. Nella parte bassa,
il lago principale che raccoglie le acque defluite dall'alto, si getta
in un canalone profondo che offre l'impetuoso scenario di cascate visibili
percorrendo sentieri ben dislocati e passerelle in legno che offrono scorci
stupendi. Decidiamo di iniziare la nostra
visita partendo dalla zona superiore e usufruendo del trasporto interno,
consistente in una specie di trenino su ruote, ci ritroviamo in 10 minuti
alla partenza di uno dei molti itinerari indicati sulle guide. Scegliamo
quindi un percorso che richiede circa 4 ore e iniziamo a percorrere un
sentiero che dal livello del lago superiore, il quale raccoglie le acque
di molte sorgenti dalle pendici dei monti in cui è incastonato,
degrada lentamente verso il basso alla scoperta delle prime cascatelle.
Il percorso è idilliaco, affrontato com'è su strette passerelle
di legno letteralmente ingoiate dalla natura incontaminata che riesce a
rimanere tale anche sotto il peso di 800.000
visitatori l'anno. Il Parco è posto sotto la protezione
dell'Unesco e all'interno, tutto viene lasciato
al suo corso naturale. Si possono incontrare alberi caduti,
immersi a pelo d'acqua nel loro processo di decomposizione e migliaia di
trote che nuotano nelle cristalline acque degli innumerevoli specchi d'acqua
contornati da felci e rocce di travertino,
il principale artefice dell'incanto di questo luogo.
Queste formazioni calcaree, nel tempo, hanno formato sbarramenti alla discesa
delle acque che, in un gioco sempre mutevole, a causa della perenne evoluzione
della microorografia del territorio, creano cascate racchiuse tra le rocce
rivestite da muschi e licheni di color verde intenso.
La luce del sole che filtra attraverso le folte chiome degli alberi, crea
effetti "flou", per la gioia della mia "reflex", che assurge al ruolo di
protagonista in questa orgia di scorci selvaggi e che mi fanno dimenticare
la presenza, sul sentiero, dei molti visitatori presenti, peraltro sempre
molto educati e silenziosi (italiani a parte, come al solito...).
La lenta discesa lungo il percorso
designato, ci porta alla scoperta delle mille variazioni sul tema "acqua
e roccia", avvolti in un piacevole clima refrigerante, in netto contrasto
con il torrido caldo agostano che sta attanagliando nello stesso momento
i nostri dirimpettai sulla costa adriatica,
a poco meno di 200 chilometri in linea d'aria. Negli
anni seguenti, Monica ed io, abbiamo avuto modo di visitare anche alcuni
dei più famosi Parchi Naturali degli
Stati
Uniti, ma restiamo dell'idea che la magia di Plitvice,
regga ampiamente il confronto con i più blasonati colleghi d'oltreoceano.
Dopo avere superato un dislivello di circa 150 metri, caratterizzato, ormai
si è capito, da una piccola sorpresa ad ogni passo, costituita,
oltre che dalle cascate, anche dai laghetti di varie dimensioni che si
costeggiano nel tragitto, ci siamo ritrovati sulle rive del grande lago
su cui sono affacciate le strutture ricettive per i visitatori.
Siamo saliti su uno dei piccoli battelli che effettuano il trasbordo dei
passeggeri da una riva all'altra (poche centinaia di metri) e ci siamo
ritrovati al punto di partenza, in prossimità dell'unico approdo
balneare autorizzato all'interno dell'area di Plitvice.
Dopo esserci immersi nel calmo abbraccio di questo specchio d'acqua invaso
da orde di bagnanti, ma al contempo, nitidamente limpido e avere degustato
i tanto deliziosi quanto impronunciabili "ratznijci"
(spiedini di carne), ci siamo recati all'ufficio informazioni alla ricerca
di un alloggio per la notte, sempre più decisi a visitare, il giorno
seguente, la parte inferiore del Parco. Purtroppo, a
causa dell'altissima concentrazione di turisti nella zona, le possibilità
di pernottare nelle vicinanze di Plitvice,
si sono rivelate nulle e a malincuore, abbiamo dovuto recedere dai nostri
propositi. Siamo saliti in auto per affrontare le tre
ore abbondanti di viaggio che ci avrebbero riportato a Sabunike,
ma già dopo pochi chilometri, abbiamo iniziato a sentire la nostalgia
per quel luogo incantato che, se è stato risparmiato dalla feroce
guerra appena conclusa, ci vedrà sicuramente molto presto, ancora
suoi innamorati ospiti.
PARCO NAZIONALE DEL FIUME KRKA
Il fiume Krka, nella sua porzione visitabile, è inserito in una deliziosa cornice naturale, essendo adagiato sul fondo di un canyon roccioso, che presenta alle due estremità una serie di cascate e rapide che ne fanno il punto di partenza e arrivo dei numerosi battelli che lo percorrono carichi di turisti. Percorrendo i circa 100 chilometri che ci separano da Sibenik, costeggiando la costa dalmata, siamo giunti al famoso e alquanto ardito ponte sulla Krka, pochi chilometri prima della città e poi, salendo verso l'entroterra, in pochi minuti siamo giunti all'ingresso del Parco, in prossimità delle cascate inferiori del fiume. Dopo una rapida visione di queste ultime, ci siamo imbarcati su un battello, alla volta delle cascate superiori, in quello che è il tragitto ordinario per la visita del Parco. Il fiume si presenta abbastanza largo, con rive dalla vegetazione rada, racchiusa tra l'acqua e le pareti rocciose che si elevano a intervalli, ora dolci, ora aggressive, a restringere il campo di osservazione intorno a noi. Il percorso si snoda per svariati chilometri, caratterizzati dalla presenza di imbarcazioni di ogni tipo, dalle canoe alle barchette a remi, fino a raggiungere il Visovacko jezero, lago simile ad un fiordo, nel quale giace l'isolotto di Visovac, sul quale è stato costruito, nel xv secolo, un convento francescano. Superato l'isolotto, si giunge alla cascata Roski slap, alta 15 metri, che funge da meta di arrivo per il battello. Scendiamo a terra e abbiamo l'opportunità, prima del pranzo in un locale prospicente il fiume, di visitare un mulino ad acqua. Il pranzo a base di trote e la visita al monastero, hanno concluso la nostra visita al Parco del fiume Krka, che ci ha ricondotto al punto di partenza della nostra escursione, sulla sua placida superficie, prima di gettarsi nel mediterraneo con un'ultima serie di cascate, ovviamente non al livello di quelle di Plitvice, ma comunque sempre meritevoli di una visita, qualora ci si trovi nei paraggi di Sibenik.
PARCO NAZIONALE ISOLE KORNATI
Qualche volta, durante il nostro soggiorno a Sabunike, ci siamo recati in un villaggio turistico vicino a Petrcane, sede di attrezzature sportive e base di partenza per alcune escursioni organizzate. Per ovvi motivi, derivanti dal fatto di non essere in possesso di una barca, abbiamo deciso, questa volta in compagnia dei nostri amici, di effettuare l'escursione alle isole Kornati, per mezzo di un piccolo battello che ci ha prelevati sul molo del villaggio alle 7,40 di mattina. Letteralmente immersi in un miscuglio di odori, tra i quali spesso trionfa quello della nafta incombusta e matrignamente cullati dalle vibrazioni di un motore alquanto rumoroso, osserviamo la costa frastagliata e macchiata da piccoli insediamenti isolati alla nostra sinistra. Una volta superate le isole di Uglian e Pasman, ci ritroviamo nel Srednji Kanal, un braccio di mare delimitato appunto dalle suddette isole e dall'isola di Dugi Otok, alla cui estremità, sparpagliate in un area di 35 chilometri in lunghezza e 13 in larghezza, si trova l'arcipelago delle Kornati. Le isole ci accolgono con il loro paesaggio lunare, roccioso e brullo, attorniate da un mare cristallino che muta colore a seconda della profondità, con toni ora blu cupi, ora verde smeraldo, rotti soltanto dai riflessi argentei dei guizzanti pesci che incrociano la rotta della nostra imbarcazione. Notiamo isolotti dalle forme strane, ora piatti e bassi come ceppi di alberi tagliati, ora alti e scoscesi con spettacolari pareti a picco sul mare, che si diverte, nei giorni di burrasca a cesellarne le forme. I pochi cespugli che a fatica, sopravvivono tra le pietre che ricoprono questi isolotti, sono l'unica parvenza di vita vegetale in questo affascinante angolo del mediterraneo. Il nostro battello, dopo essersi soffermato ai piedi di una suggestiva parete di roccia, si dirige verso una piccola baia fornita di pontile per l'attracco di alcune imbarcazioni che stazionano nelle acque quiete, ma allo stesso tempo torbide, a causa dell'evidente traffico di tipo turistico che ivi si svolge. Scendiamo e percorriamo un sentiero che porta verso un laghetto interno, inflazionato dalla presenza di un numero incredibile di gitanti che, come noi, sono stati "scaricati" in quella che dovrebbe essere un'attrazione turistica, ma che si è trasformata in un carnaio stile "Rimini a ferragosto". L'aggravante di fungere da ricettacolo per l'espletamento delle funzioni fisiologiche a cielo aperto dei numerosi turisti, orfani dei servizi igienici sulle rispettive imbarcazioni, unito alla constatazione che, nonostante ciò che ho appena enunciato, il bagno in quelle acque puzzolenti restava l'attività più gettonata, ci ha convinti ad affrettare il nostro ritorno verso il molo in attesa della partenza. Dopo circa un'ora di sosta, veniamo condotti presso un'isoletta su cui è situato un ristorante.Lo standard qualitativo in tema di pulizia dei ristoranti slavi, come abbiamo appurato anche in precedenti occasioni, è quanto meno discutibile, ma non rappresenta un problema per noi, anche se, causa l'eccessiva presenza di comitive ad occupare ogni posto disponibile, siamo costretti a consumare il nostro pasto direttamente sul battello. La temperatura si è alzata, nel frattempo, notevolmente e la brezza che si leva, una volta ripartiti, al passaggio della nostra imbarcazione, risulta essere oltremodo piacevole. Il battello inizia il percorso di ritorno e noi ci soffermiamo ancora ad asservare appoggiati alle balaustre laterali, lo scorrere di piccoli scogli, calette deserte e qualche imbarcazione di lusso, ancorata in prossimità di insenature dalle acque invitanti, nelle quali sono immersi i proprietari con i loro amici. Giungiamo in prossimità del nostro approdo al tramonto e lo spettacolo del sole in procinto di immergersi nell'acqua, allevia la stanchezza che comincia ad affiorare dopo un'intera giornata trascorsa in mare. Il rimpianto maggiore che conserviamo in merito a questa visita, è quello di non essere stati in possesso di una imbarcazione nostra per potere esplorare con cura l'intero arcipelago, che nella sua incontaminata bellezza, risulta essere un piccolo angolo di paradiso a pochi passi da casa.
ISOLA DI PAG
Durante il nostro viaggio di avvicinamento
verso Zadar, scendendo lungo la costa
dalmata, già all'altezza di Jablanac,
abbiamo notato la presenza di una lunga striscia di terra che fende il
mare alla nostra destra. Lunga circa 60 chilometri, l'isola
di Pag, corre parallela alla costa, contribuendo in gran parte alla
formazione del Velebitski canal, una lingua
di mare che si addentra, interrotta solo dal ponte
di Maslenica, fino a Novigrad, formando
un'ampia penisola. L'isola è collegata alla terraferma
da un ponte incastonato nella viva roccia della scogliera a picco sul mare,
attorniato dal più assoluto deserto, nel silenzio di un'atmosfera
irreale, sotto il sole cocente di Agosto. Stranamente, il traffico
è quasi inesistente, su questo tratto di strada che porta a Miletici,
ultimo agglomerato di case prima del ponte. Siamo a non
più di 25 chilometri dall'affollata strada costiera che sopporta
tutto il traffico turistico del turismo yugoslavo, eppure sembra di essere
stati catapultati in un'altra dimensione. Il paesaggio
è brullo, roccioso, praticamente lunare, e anche il mare, in questa
giornata tersa, risulta essere assolutamente piatto e con una colorazione
quasi plumbea. Ci soffermiamo all'imbocco del ponte,
nell'assoluto silenzio, rotto solo dal passaggio di qualche raro automezzo,
ad osservare le rocce bianche che si ergono dal mare.
Un piccolo rudere, forse i resti di un fortino, si specchia sull'acqua,
dall'alto di una lingua di terra alla nostra sinistra. Attraversiamo
il ponte e proseguiamo verso Dinjiska, immersi
in un paesaggio che rimanda a epoche antiche, fatto di donne dalle lunghe
vesti nere e da una coppia di muli col basto carico che scendono da un
sentiero polveroso che si inerpica in mezzo a pietraie e arbusti.
Se non fosse per la presenza della strada asfaltata e per gli automezzi
sgangherati che la percorrono, si potrebbe veramente pensare di essere
ancora agli inizi del '900, in qualche sperduto
paesino della Sardegna.
Attraversiamo una vallata paludosa e giungiamo a Pag,
il centro principale dell'isola, situato in un'insenatura che si allarga
gradatamente fino a formare una baia in cui trovano attracco numerosi pescherecci.
In questo punto dell'isola, lo notiamo dal numero delle abitazioni tipicamente
stagionali, si è avuto un discreto sviluppo turistico, favorito
anche dalla presenza di un facile approdo al mare.
Effettuiamo una passeggiata nella via
principale del paese e ci fermiamo a pranzare in uno dei numerosi piccoli
ristoranti affacciati sul molo. Sorvolando ancora una
volta sullo standard igienico dei ristoranti slavi, dobbiamo riconoscere
che il pesce è ottimo e i prezzi sono contenutissimi.
Gli approdi balneari sono discretamente affollati di bagnanti e quindi,
terminato il pasto, decidiamo di proseguire il viaggio alla ricerca di
un tratto di costa meno frequentato. Dal centro di Pag,
si diramano due strade, in direzione nord,
verso Novalja, una per ogni fianco della dorsale
montuosa che percorre l'isola. Optiamo per il fianco
che volge verso il mare esterno e affrontiamo
una ripida salita verso la sommità del monte, godendo di una stupenda
vista del paese e della baia dall'alto. Una volta scollinato
verso l'altro versante, ci ritroviamo ancora una volta immersi in una natura
assolutamente selvaggia, aspra e incantevole. Proseguiamo
per qualche chilometro e poi imbocchiamo una piccola carraia che conduce
giù verso il mare. Parcheggiata l'auto in uno
spiazzo, percorriamo un centinaio di metri attraverso il bosco che caratterizza
per lunghi tratti la costa e ci ritroviamo in perfetta solitudine a contatto
con l'acqua, sdraiati su una pietraia che si allunga per alcuni chilometri
di fianco a noi. Di fronte, il nitido profilo della vicina
isola
di Maun, distesa sulle limpide acque di un Mediterraneo
irriconoscibile agli occhi dei frequentatori delle spiagge di Rimini.
Il fondale è sabbioso, ma assolutamente nitido, anche a cinque metri
di profondità, con un branco di pesci che più volte si avvicina
al nostro materassino gonfiabile. Non sono spaventati neppure dal
mulinare delle pinne che utilizzo, insieme alla maschera, nel tentativo
di effettuare un po' di snorkeling, purtroppo
improponibile con questo tipo di fondale. Lungo tutto
il litorale, possiamo scorgere solamente un paio di coppie di nudisti,
alla ricerca, come noi, di un luogo tranquillo, lontano dalla folla e dalle
aberranti abitudini dei frequentatori delle spiagge romagnole.
Il tramonto ci regala uno splendido spettacolo dall'alto dell'altura sopra
Pag,
lasciandoci un meraviglioso ricordo di questa escursione nella desolata,
ma proprio per questo affascinante, isola dalmata.
ZADAR
Una cittadina affacciata sul mare come tante, con il piccolo porto, le imbarcazioni, il traffico un poco caotico, tipico degli spazi ristretti, ma con un sorprendente cuore antico al suo interno. La bellezza di Zadar, a mio parere, risiede nel suo caratteristico centro storico, caratterizzato da strette viuzze, piazze raccolte tra anguste pareti e mercatini di bancarelle, vivaci e affollati. Abbiamo visitato Zadar due volte, di giorno e di notte, respirando due atmosfere diverse, estremamente interessanti entrambe. Dal 1988, anno della nostra visita, sono cambiate molte cose: Zadar è stata più volte fatta oggetto di azioni di guerra e nella sua piazza del mercato si è verificata una delle stragi più cruente di tutto il conflitto. Non ho idea di come si presenti la città oggi, ma mi piace ricordarla come era allora, al tempo della nostra visita. Raggiungiamo la piazzetta della chiesa dopo il tramonto e i lampioni illuminano le alte pareti bianche del campanile. Un gruppo di ragazzi si anima in conversazione davanti all'entrata di un locale. Pochi turisti a quest'ora, molti all'interno dei ristoranti. Attraversiamo le piccole stradine che si insinuano nel vecchio quartiere, male illuminato e dall'aria vagamente spettrale, se non fosse per le vetrine illuminate dei negozietti che vi si affacciano. Paesaggio molto dissimile da quello solare del mezzogiorno di qualche giorno prima, quando, tutti assieme, abbiamo percorso lo stesso tragitto tra fiumi di turisti, intenti ad ammirare le splendide geometrie della cattedrale e delle case che le fungono da corollario. Ci si può intrattenere all'interno dei negozietti che si annidano tra le pareti di sasso che delimitano i vicoli, oppure annegarsi nella folla eterogenea che frequenta il mercato all'aperto. Tra una selva di bancarelle, evidentemente non molto regolamentate, possiamo trovare di tutto, dall'oggetto veramente artigianale, alla "bufala" più grossolana. Non amiamo contrattare alla maniera araba, ma ci vediamo costretti a farlo, per acquistare una scacchiera in legno, veramente carina, lavorata a mano, che ancora adesso fa bella mostra di se sul tavolino del nostro salotto. Il contrasto tra il colore blu intenso del cielo, con le bianche pareti della città, di chiara antica influenza veneziana, fornisce un tocco di classe alle molte diapositive che mi ritrovo a scattare. A distanza di molti anni, spesso mi chiedo cosa possa essere rimasto intatto da allora... Il non ancora del tutto smaliziato approccio con i turisti da parte della maggioranza della popolazione, ancora troppo preoccupata di uscire dalla miseria, per pensare ad arricchirsi, probabilmente se n'è andato, assieme alla guerra. Sicuramente è rimasta ancora una certa povertà di strutture, che col tempo, la grande affluenza di turisti, soprattutto austriaci e tedeschi, colmerà. L'arida bellezza di questa costa, se non verrà deturpata da folli speculazioni edilizie, resterà sicuramene fonte di attrazione irresistibile per gli amanti dell'acqua e della roccia, che qui si fondono in maniera sublime, creando un piccolo paradiso a due passi dalle nostre intasatissime coste.