La storia recente della NBA ci insegna che in una squadra da titolo è necessaria la
presenza di due stelle: tre sarebbero forse troppe e neanche una
sola andrebbe bene per vincere il campionato, non avendo una spalla alla quale
appoggiarsi.
La coppia di giocatori al di sopra delle righe si è manifestata a Chicago
con Jordan e Pippen, l'avevano gli Houston Rockets con Olajuwon e
Drexler, e anche l'anno passato i San Antonio Spurs potevano contare su
Tim Duncan e David Robinson.
Questa stagione ha appena confermato la regola: a vincere il titolo sono stati infatti
proprio quei Los Angeles Lakers che hanno fatto dell'accoppiata Shaquille
O'Neal-Kobe Bryant il loro punto di forza.
Due stelle di indiscussa grandezza, che hanno conseguito il loro obiettivo lavorando
seriamente e mettendo da parte tutti quei disaccordi che avevano caratterizzato il loro
rapporto negli anni precedenti.
Già, perchè sotto Del Harris e Kurt Rambis, i due non andavano esattamente d'accordo.
Entrambi approdarono in California nel 1996: Shaq era già ampiamente il miglior centro
della lega, mentre Kobe era ancora un bambino, uno di quei ragazzi cui era stata affibiata
l'etichetta di "fenomeno" e che si vedeva però chiuso dalla presenza di Eddie
Jones, ai tempi la guardia titolare.
Era inevitabile che in quei pochi minuti di utilizzo, Bryant cercasse di
esprimere tutto il suo talento, tentando molte conclusioni, alcune delle quali
sconsiderate. Puntualmente la stampa e gli addetti ai lavori gli perdonavano alcune sue
scelte, riconducendo tutto al fatto che era impensabile che un diciottenne, seppur fuori
dal comune, sapesse già operare una valida selezione di tiri.
L'anno successivo il minutaggio aumentò ancora, e con esso gli errori gratuiti. Lo
spogliatoio interpretava i troppi tiri di Kobe come un 'giocare per sè stesso', un
egoismo che derivava dalla consapevolezza della propria superiorità.
Anche a Shaquille questo non andava giù, ma in fondo lui era quello che poteva
lamentarsi di meno, essendo il vero uomo franchigia nonchè prima opzione offensiva.
Arrivò poi la stagione del lock-out. Tutto era fermo e proprio come
la maggior parte degli altri giocatori, anche Kobe e Shaq passavano le giornate ad
allenarsi in privato. La tensione però si poteva tagliare con il coltello: a parte le
discussioni sui contratti, quello che più irritava l'ambiente gialloviola era il fatto di
non aver vinto ancora nulla nonostante gli sforzi economici fatti.
Successe dunque che un giorno Bryant e O'Neal si trovarono a doversi marcare, volò una
gomitata nel costato e subito dopo seguirono 3-4 pugni. Non accadde nulla di grave, ma
ormai il danno era fatto.
Anche la stagione ridotta si interruppe prima del previsto : gli Spurs, che avevano una
coppia di lunghi molto affiatata e che conviveva in armonia, passarono il turno
agevolmente ed andarono a vincere poi il titolo.
Come mai allora oggi ci ritroviamo a parlare di quella che potrebbe essere la coppia
dei prossimi dieci anni? Un nome e un cognome: Phil Jackson.
E' forse ripetitivo elogiare ancora l'ex coach di Chicago, ma il merito della
ritrovata, o meglio scoperta, armonia tra Kobe e Shaq è in gran parte
suo.
L'appassionato di Zen ha fatto capire loro che la pacifica convivenza in un gruppo è
la base, se quel gruppo vuole raggiungere un obiettivo. I due presero alla lettera ciò
che era stato detto loro: Kobe invitò Shaq alla sua festa di compleanno, e O'Neal si
presentò regolarmente, dando inizio a quel processo di consolidamento del rapporto
terminato in questa stagione.
Risultato? Una coppia perfettamente complementare, di giocatori
che in campo sono onnipotenti, ma che al contrario di quanto accadeva in precedenza,
mettono a disposizione dell'altro il proprio talento: entrambi hanno migliorato le loro
statistiche negli assist e ad ogni passaggio di Kobe per il suo centro, la folla esulta,
pensa di avere finalmente trovato quello che mancava alla squadra da ben dodici anni
ovvero quel micidiale mix di potenza e agilità, di atletismo e di precisione: in una
parola "The Combo".
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