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A fine novembre, dopo un mese di campionato, una squadra conduce la
classifica NBA, e non si tratta né di Portland, né di San Antonio, né di Los Angeles.
Anche se forse non tutti ancora se ne sono accorti, i giovani Kings hanno la migliore
percentuale di vittorie: niente male per una franchigia in cui, solo 2 anni fa, chi
arrivava generalmente lasciava intendere di essere solo di passaggio, quasi in Purgatorio,
in attesa di approdare finalmente in una squadra in cui poter vincere (vero Webber?).  Certo, il calendario probabilmente gli ha
aiutati, ma una vittoria di prestigio è già arrivata, quella contro Utah, una specie di
vendetta dopo l'eliminazione dai playoff dello scorso anno
I Kings sembrano il
prototipo della squadra fatta apposta per mettere in difficoltà i Jazz: sono giovani,
atletici e soprattutto veloci, molto veloci: giocano forse il basket più rapido
dell'intera lega. D'altra parte, con un playmaker come Williams e un'ala come Webber, non
giocare in velocità sarebbe un delitto
Ma, a detta di molti, il vero salto di qualità, l'ingrediente
che mancava lo scorso anno potrebbe arrivare dalla posizione di guardia: al posto
dell'atletico ma inesperto Tariq Abdul-Wahad è arrivato infatti in estate Nick Anderson,
un veterano di mille battaglie, un giocatore che nel corso della sua carriera ha giocato
una finale NBA, nonché uno dei pochi giocatori in grado di impensierire seriamente Sua
Maestà Michael Jordan, specie in attacco
Ma c'è dell'altro. Molti non sanno, ad
esempio, che uno dei suoi migliori amici si chiama Jason Williams, il giovane e
talentuosissimo playmaker dei Kings. Nick è sempre stato un suo grande sponsor ed
estimatore: il ragazzo, secondo lui, aveva solo bisogno di una possibilità, pur avendo la
fama di essere un carattere difficile
Oggi, Jason sostiene: "Nick mi ha aiutato
perfino di più nella mia vita che non nel mio modo di giocare. Mi ha insegnato a trattare
il basket come un lavoro, ad avere cura di me stesso, ed a stare concentrato
"
Quando fu scelto al numero 7 nel draft del 1998, Anderson disse:
"Non sono stupito. Gli ho visto fare cose che pochissimi in questa lega sanno fare.
E' un nuovo Jason Kidd, però col tiro da fuori". Non si era sbagliato. Williams ha
il talento di inventare il passaggio come Kidd, rispetto al quale è meno solido
fisicamente (e a rimbalzo la differenza si vede tutta) ma più fantasioso nel gioco, e
più concreto nel tiro da fuori.
Ma forse il segreto meglio riposto dei Kings, nonchè uno dei
motivi fondamentali del loro successo, è la consistenza della loro panchina: Jon Barry, Darrick Martin, Scot Pollard, Lawrence Funderburke, Peja
Stojakovic, Tyrone Corbin e Tony Delk costituiscono uno dei migliori reparti di riserve di
tutta la lega; magari non il migliore a livello di qualità (Portland ha troppo più
talento), ma senz'altro uno dei più forti per profondità ed intensità. Spesso le
seconde linee si sono rivelate decisive per le sorti della squadra: contro Houston hanno
realizzato 68 dei 128 punti totali, partendo da una situazione di -9 ad inizio dell'ultimo
quarto per andare poi a vincere di 20! Le cifre, d'altra parte, sono eloquenti: i primi 5
giocatori menzionati hanno tutti una media punti compresa fra 9 e 6 punti, e una buona
media di minuti giocati. Possono dare tiro da fuori (Stojakovic), pericolosità interna
(Fundeburke), atletismo a rimbalzo (Pollard) e un po' di ossigeno alle guardie titolari
(Barry).
Dove possono arrivare questi Kings? Alla fin fine, andranno fin
dove li porterà il loro miglior giocatore, quel Chris Webber che sembra aver trovato
finalmente la sua dimensione in quel di Sacramento; è lui il miglior realizzatore e
rimbalzista della squadra, è lui che deve dimostrare di esserci nei momenti che contano,
cosa che non ha fatto negli ultimi playoff, quando contro Utah ha subito Malone
oltremisura... |