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Stagione 1999 / 2000


Robert Horry
Il vincente

di Luca Novo


Un giocatore che accumula in stagione cifre pari a 5.7 punti, 4.8 rimbalzi, 1.6 assist non viene esattamente considerato come una pedina fondamentale per una squadra che vuole vincere a giugno.

Il tipo in questione, però, è in grado di segnare due canestri di incredibile bellezza (e difficoltà) per aprire l'overtime di una gara 4 per il titolo (dopo peraltro aver gettato in tribuna il pallone della vittoria a pochi secondi dalla sirena); non contento, nella decisiva gara 6 va a referto nel quarto periodo con due triple ed un arresto e tiro morbidissimo, a cui aggiunge una splendida difesa di squadra.

Il personaggio in questione è ovviamente Robert Horry, ala dei Los Angeles Lakers campioni del mondo, uno dei più enigmatici e discussi esemplari del pianeta NBA dell'ultimo decennio.

Horry subisce uno sfondamento nientemeno che da Jalen Rose...Il talento è a dir poco fuori discussione. Non trovate tutti i giorni gente di 208 centimetri in grado di interpretare con classe entrambi gli spot d'ala. In difesa gioca sulle linee di passaggio come pochi e la stoppata in aiuto dal lato debole è sempre pronta. In contropiede sfrutta tutto il suo atletismo e le sue schiacciate sono spettacolo puro.

Dall'altra parte del campo è difficile trovare qualcosa che non sappia fare: tratta la palla e legge il gioco come poche ali piccole ed è dotato di un tiro da fuori in grado di punire i raddoppi sui compagni più pericolosi.

Paga il fatto di non avere un ruolo ben definito e una buona difesa uno contro uno. Patisce infatti il gioco fisico delle ali forti (come è successo con Webber nella serie con i Kings), mentre contro le ali veloci non riesce a contenere il primo passo.

Il vero problema è che in campo possono scendere due Horry diversi nella stessa partita: a volte pare deconcentrato e totalmente assente dal gioco; poi magari cinque minuti dopo tira fuori giocate che cambiano l'inerzia della gara.

I detrattori sono molti: sostengono che i suoi numeri non giustificano il ricco pluriennale firmato due estati fa, che non è riuscito a raggiungere un livello degno del talento e delle premesse dopo i primi anni nel mondo dei pro.

La carriera in effetti è iniziata con il botto: dopo una buona stagione da rookie (uscito nel 1992 da Alabama, dove impazzava anche un certo Latrll Sprewell) sono arrivati i due titoli con gli Houston Rockets (1994-95).

Il secondo è stato segnato da Horry con dei playoffs spettacolari. Nei primi tre turni ha retto il confronto contro gente come Malone, Barkley e Rodman; il capolavoro è stato in finale contro i Magic e Horace Grant, dove ha dominato tatticamente la serie con il tiro da tre punti e gli aiuti su Shaq in difesa.

Non era difficile a questo punto immaginare per Horry un futuro da stella (immediato il paragone con Scottie Pippen) e uomo franchigia dei Rockets. L'esplosione però non è arrivata e al suo posto è arrivato lo scambio che lo ha portato a Phoenix. Dopo mezza stagione di incomprensioni con Danny Ainge l'approdo a Hollywood accanto a Shaquille per punire i raddoppi come faceva con Hakeem.

Non sempre Horry arriva in tempo, in difesa...I primi due anni in California sono appena sufficienti e i risultati di squadra non sono arrivati (in entrambi i casi precoce eliminazione contri i Jazz). La stagione scorsa Robert tocca il punto più basso della carriera nel marasma tecnico-psicologico dei Lakers e durante i playoffs vede il campo molto poco.

Nel giugno 1999 Phil Jackson è diventato il coach dei Lakers e le cose sono cambiate. Il talento e la versatilità di Horry si sposano perfettamente con l'attacco ideato da Tex Winter. Grande capo triangolo inizia a trattarlo esattamente come faceva con Toni Kukoc (ragazzi simili sia tecnicamente che caratterialmente): lodi poche e ad ogni errore pino immediato.

Nel sistema di Jackson, peró, si è integrato benissimo. Horry non è uomo da venti punti a sera, ma è giocatore altruista che regala giocate importanti in attacco e difesa quando ce n'è bisogno. I risultati si sono visti e nei playoffs (dove ha innalzato tutte le sue statistiche) ha dato una bella mano a Shaq e Kobe nella conquista del titolo, assente ormai da troppo tempo da Hollywood.

Non è l'uomo su cui puntare le basi per costruire una formazione da titolo, ma è il tassello che ogni allenatore vorrebbe avere per completare il mosaico. Una statistica dimostra più di ogni discorso quale è il suo impatto nei gialloviola. In finale senza di lui in campo L.A. ha segnato meno punti di Indiana, mentre la sua presenza ha ovviamente invertito la tendenza.

In tanti vorrebbero una nuova ala alta l'anno prossimo, ma la sua versatilità e intelligenza nel capire il basket si adattano perfettamente a Shaquille e al sistema dei Lakers.

I critici rimangono: dicono che non produce abbastanza, che soffre troppo in difesa contro le ali fisiche (però chi non soffrirebbe contro Webber e Wallace senza raddoppi?).

Horry risponde con tanti colpi di classe quando la partita conta per davvero e soprattutto con tre anelli di campione NBA.


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