Un giocatore che accumula in stagione cifre pari a 5.7 punti, 4.8 rimbalzi, 1.6 assist
non viene esattamente considerato come una pedina fondamentale per una squadra che vuole
vincere a giugno.
Il tipo in questione, però, è in grado di segnare due canestri di incredibile
bellezza (e difficoltà) per aprire l'overtime di una gara 4 per il titolo (dopo peraltro
aver gettato in tribuna il pallone della vittoria a pochi secondi dalla sirena); non
contento, nella decisiva gara 6 va a referto nel quarto periodo con due triple ed un
arresto e tiro morbidissimo, a cui aggiunge una splendida difesa di squadra.
Il personaggio in questione è ovviamente Robert Horry, ala dei Los
Angeles Lakers campioni del mondo, uno dei più enigmatici e discussi esemplari del
pianeta NBA dell'ultimo decennio.
Il talento è a dir poco fuori discussione. Non trovate tutti
i giorni gente di 208 centimetri in grado di interpretare con classe entrambi gli spot
d'ala. In difesa gioca sulle linee di passaggio come pochi e la stoppata
in aiuto dal lato debole è sempre pronta. In contropiede sfrutta tutto il suo atletismo e
le sue schiacciate sono spettacolo puro.
Dall'altra parte del campo è difficile trovare qualcosa che non sappia fare: tratta la
palla e legge il gioco come poche ali piccole ed è dotato di un tiro da fuori
in grado di punire i raddoppi sui compagni più pericolosi.
Paga il fatto di non avere un ruolo ben definito e una buona difesa uno contro uno.
Patisce infatti il gioco fisico delle ali forti (come è successo con Webber nella serie
con i Kings), mentre contro le ali veloci non riesce a contenere il primo passo.
Il vero problema è che in campo possono scendere due Horry diversi nella
stessa partita: a volte pare deconcentrato e totalmente assente dal gioco; poi magari
cinque minuti dopo tira fuori giocate che cambiano l'inerzia della gara.
I detrattori sono molti: sostengono che i suoi numeri non giustificano il ricco
pluriennale firmato due estati fa, che non è riuscito a raggiungere un livello degno del
talento e delle premesse dopo i primi anni nel mondo dei pro.
La carriera in effetti è iniziata con il botto: dopo una buona stagione da rookie
(uscito nel 1992 da Alabama, dove impazzava anche un certo Latrll Sprewell) sono arrivati
i due titoli con gli Houston Rockets (1994-95).
Il secondo è stato segnato da Horry con dei playoffs spettacolari. Nei primi tre turni
ha retto il confronto contro gente come Malone, Barkley e Rodman; il capolavoro è stato
in finale contro i Magic e Horace Grant, dove ha dominato tatticamente la serie con il
tiro da tre punti e gli aiuti su Shaq in difesa.
Non era difficile a questo punto immaginare per Horry un futuro da stella (immediato il
paragone con Scottie Pippen) e uomo franchigia dei Rockets. L'esplosione però non è
arrivata e al suo posto è arrivato lo scambio che lo ha portato a Phoenix. Dopo mezza
stagione di incomprensioni con Danny Ainge l'approdo a Hollywood accanto a Shaquille per
punire i raddoppi come faceva con Hakeem.
I primi due anni in California sono appena sufficienti e i risultati di
squadra non sono arrivati (in entrambi i casi precoce eliminazione contri i Jazz). La
stagione scorsa Robert tocca il punto più basso della carriera nel marasma
tecnico-psicologico dei Lakers e durante i playoffs vede il campo molto poco.
Nel giugno 1999 Phil Jackson è diventato il coach dei Lakers e le cose sono cambiate.
Il talento e la versatilità di Horry si sposano perfettamente con l'attacco ideato da Tex
Winter. Grande capo triangolo inizia a trattarlo esattamente come faceva con Toni Kukoc
(ragazzi simili sia tecnicamente che caratterialmente): lodi poche e ad ogni errore pino
immediato.
Nel sistema di Jackson, peró, si è integrato benissimo. Horry non è uomo da venti
punti a sera, ma è giocatore altruista che regala giocate importanti in attacco e difesa
quando ce n'è bisogno. I risultati si sono visti e nei playoffs (dove ha innalzato tutte
le sue statistiche) ha dato una bella mano a Shaq e Kobe nella conquista del titolo,
assente ormai da troppo tempo da Hollywood.
Non è l'uomo su cui puntare le basi per costruire una formazione da titolo, ma è il
tassello che ogni allenatore vorrebbe avere per completare il mosaico. Una statistica
dimostra più di ogni discorso quale è il suo impatto nei gialloviola. In finale senza di
lui in campo L.A. ha segnato meno punti di Indiana, mentre la sua presenza ha ovviamente
invertito la tendenza.
In tanti vorrebbero una nuova ala alta l'anno prossimo, ma la sua versatilità e
intelligenza nel capire il basket si adattano perfettamente a Shaquille e al sistema dei
Lakers.
I critici rimangono: dicono che non produce abbastanza, che soffre troppo in difesa
contro le ali fisiche (però chi non soffrirebbe contro Webber e Wallace senza raddoppi?).
Horry risponde con tanti colpi di classe quando la partita conta per davvero e
soprattutto con tre anelli di campione NBA. |