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Ci siamo ormai dimenticati delle spesso acrobatiche previsioni pre-season, ci siamo
già dimenticati dei campioni in carica, i San Antonio Spurs, fuori al primo turno.
Quello che conta ora sono le due finali ad est e ovest che designeranno i due team
finalisti per il titolo.
Siamo insomma alle final four, se mi consentite l'espressione tipica
usata a conclusione della march madness di marchio NCAA.
Play Offs belli, bellissimi, più equilibrati nel primo turno che nel secondo turno,
dove l'equilibrio si è visto soprattutto ad est con la serie, al solito drammatica, fra
gli Heat e i Knicks e i Sixers ad imbarazzare oltremisura i Pacers che si trovavano dopo
tre partite sul 3-0 ed hanno finito 4-2 con Iverson in lacrime. Tutte le quattro finaliste
sono state citate a vario titolo come delle possibili pretendenti al titolo, quindi non
possiamo parlare di sorprese.
C'è
il rammarico per l'esclusione dei Campioni in carica, gli Spurs, a causa
del ben noto infortunio a Tim Duncan. Gli Spurs, spesso balbettanti in
regular e con qualche problema interno alla squadra, erano a mio giudizio dotatissimi per
rivincere l'anello e la loro perdita è una perdita grave.
Ad Ovest strada spianata per i dominatori Lakers e Trail Blazers.
I primi hanno beneficiato fondamentalmente di due cose rispetto l'anno scorso: l'arrivo
del plurianellato Phil Jackson, il cui solo carisma, ha dato alla squadra
una dimensione vincente che non aveva, la seconda cosa è anche una conseguenza della
prima e vale a dire la crescita ulteriore di Shaq e Kobe Bryant, la cui
giovane età e ambizione peraltro escludeva altre possibilità. Gli arrivi di A.C. Green,
Ron Harper, l'utilizzo del triangolo in attacco sono al confronto dei dettagli. A volte
val più far vedere alla propria stella (Shaq) la stanza dei trofei (di Phil Jackson) che
ogni alchimia tecnico tattica. Sono i campioni che fanno la differenza decisiva e i Lakers
vinceranno solo se le due star dimostreranno di essere pronte a diventarlo.
I problemi ci sono,
eccome. La panchina non e fornitissima, ci sono dei dubbi sulla freschezza e atleticità
di A.C. Green, la difesa per 48 minuti tirati è da verificare. Ma la questione
fondamentale sono sempre loro due: Kobe e Shaq. Il problema è capire se i due ragazzi
hanno la capacità di prendersi sulle spalle la squadra nei momenti difficili, ad essere
dei "go to guy" nei momenti che contano ad essere insomma dei veri leader.
L'immagine di Michael Jordan e delle sue dimostrazioni pratiche di come
si vincono i titoli, è ancora troppo forte per non indurci a queste riflessioni.
E' un possibile problema che ha anche Portland. Squadra talentuosa e
lunghissima, ma chi vestirà i panni di SuperMan quando mancheranno 2 minuti e la partita
è punto a punto?
Si stanno facendo ancora degli studi in proposito.
Il fatto che entrambe possono avere questi problemi di leadership e almeno
reciprocamente consolatorio. I Trail Blazers mi ricordano i grandissimi Detroit Pistons
vincitori del titolo 1989 e 1990. Stessa quantità di talento, stessa profondità di
panchina, stesso centro che esce a tirare da tre (allora era Bill Laimbeer). Quello che
non vedo nei Blazer è la stessa durezza difensiva e mentale dei Pistons di allora e, per
gradire, la presenza di un certo Isiah Thomas (vedi alla voce leadership).
Ci avviamo quindi ad assistere ad una bella finale di conference, probabilmente
equilibrata, fra due squadre ottime ma non invulnerabili.
Jeff Van Gundy, ex assistente di certo Pat Riley è ancora li che si
gioca un posto per la finale dopo una drammatica serie contro gli Heat conclusa alla
settima. Giù il cappello per questo ometto, vicinissino al taglio l'anno scorso e ora ad
un passo da una nuova finale.
I Knicks hanno sorpreso, per non dire preso in giro, i critici
due volte. L'anno scorso quando raggiunsero la finale senza Patrik Ewing e in formato
"siamo piccoli ma veloci." I critici spiegarono quanto successo (a posteriori),
proprio in virtù dell'assenza del totem, colpevole di rallentare e accentrare
negativamente su di sé il gioco. Peccato che quest'anno se la stanno proprio giocando con
Patrick in mezzo all'area. Come mai?
Beh, il merito è anche di Jeff Van Gundy, che in cambio di trenta e passa minuti a
partita, ha chiesto a Patrick di prendere atto dei nuovi equilibri della squadra e di
adeguarsi. Quindi meno tiri, più lavoro oscuro, più utilità, come si conviene ad un
giocatore di 38 anni. Al resto pensano soprattutto il dinamic duo Latrell Sprewell - Allan
Houston. Pazienza se la point guard è ancora Charlie Ward, che poverino
tanto male non è, se è ancora li a menare le danze malgrado tutte le voci di cessione.
Chiudiamo con gli Indiana Pacers. Anche qui ci troviamo di fronte ad un team, diciamo
così, perfettibile. Innanzitutto i rimbalzi, questi sconosciuti, il grosso problema dei Pacers. Smits, centro titolare,
pur se limitato da infortuni assortiti, è irritante nei suoi 5 rimbalzi a partita per
2.20 di altezza!! Quanto farebbe comodo nell'area pitturata Antonio Davis, ceduto per
avere un giocatore di talento ma che sarà utile alla causa chissà quando. Il resto è di
qualità indubbia, più tecnica che atletica per dirla tutta. Jalen Rose
finalmente fisso nello starting five, ha rotto gli argini, ed è uno dei giocatori più
migliorati della stagione, Reggie Miller è il giocatore con il maggior killer instinct di
tutti quelli ancora in corsa, in panchina un allenatore che vorrebbe ritirarsi anche da
allenatore con un anello marchiato NBA al dito. Insomma ci sarà da divertirsi, come
sempre. |