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E' l'8 dicembre 1999: a Philadelphia si gioca una delle tante partite di
Regular Season. Ospiti questa volta gli Houston Rockets, fra i quali milita una vecchia
vecchia conoscenza del pubblico dei 76'ers: un certo Charles Barkley. Ed
il destino ha voluto, evidentemente, che il grande Charles dovesse finire la sua carriera
lì dove l'aveva iniziata, nella città dell'amore fraterno, e senza un anello di campione
al dito.E dire che ci era mancato proprio poco. Nella
stagione '92-'93, la migliore della sua grandissima carriera, non solo era stato
proclamato MVP stagionale davanti ad un certo Michael Jordan; ma aveva trascinato i propri
Phoenix Suns ad un passo dal titolo. Gli aveva portati a vincere ben 2 partite di serie
finale a Chicago, ed a tornare nell'Arizona, con la speranza di vincere il titolo in
casa, contro una squadra in evidente debito di ossigeno. Se John Paxson non avesse messo
una bomba decisiva a 3 secondi dal termine di gara 6, oggi staremmo con ogni probabilità
parlando dell'uomo che aveva battuto l'Alieno in una finale NBA.
Invece Charles rimarrà sempre per tutti un grande campione incompiuto, un
eccezionale talento fisico, tecnico, atletico, un giocatore discusso, un personaggio
unico. Le prime immagini di Sir Charles sono giunte in Italia ormai parecchi anni fa col
commento di Dan Peterson e Flavio Tranquillo. Il buon Flavio, già allora attentissimo
conoscitore di ogni aspetto del basket a stelle e strisce, raccontava aneddoti curiosi che
riguardavano un giocatore dall'aspetto fisico e dal ruolo altrettanto strani: chi aveva
mai visto un'ala grande di 195 centimetri fare le cose che faceva quel ragazzo da Auburn?
Una delle tante storielle che giravano sul conto del ragazzo riguardava il suo proverbiale
appetito: alla domanda sul perchè non stesse toccando cibo in un grande party tenuto
presso il suo college, egli rispondeva che, non essendo sicuro che avrebbe trovato da
mangiare, aveva già fatto a casa uno "spuntino": 3 polli arrosto !
Dei tanti soprannomi che gli sono stati affibiati nel corso degli
anni, il più famoso rimane soprattutto "The Round Mound of Rebound", la
montagna rotonda del rimbalzo. In tempi in cui Rodman ancora non era nessuno, Charles dal
basso dei suoi 2 metri molto scarsi vinceva un titolo di miglior rimbalzista NBA, e
impressionava l'America intera per il modo in cui riusciva a presidiare i tabelloni, sia
in difesa, sia soprattutto in attacco. Nella metà campo offensiva, poi, era un rebus
irrisolvibile per i suoi avversari: troppo potente per qualunque ala piccola, troppo
rapido e veloce per le ali grandi, maestro nel gioco spalle a canestro, inarrestabile in
campo aperto. Negli ultimi anni poi era considerevolmente migliorato come tiratore, anche
da 3 punti, mentre le sue doti di passatore e palleggiatore, beh, quelle sono sempre state
abbastanza rivedibili.
Giocatore controverso, egoista, prepotente, dal carattere
facilmente infiammabile, rimarrà comunque nel cuore di tutti i tifosi che hanno amato il
bel gioco, il suo impegno, il suo spirito, la sua grande generosità. |