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The Best in
the West
di Gabe Giannini
Dire che la corsa per il titolo della Western
Conference sia affare a due è sicuramente riduttivo. Dire che due squadre siano un
gradino sopra le altre, e dunque favorite, è assolutamente lecito e condivisibile.
Capire che le due squadre in questione siano Los Angeles e Portland, non
richiede certo l'arguzia e la sagacia di Sherlock Holmes, tant'è che è perfettamente
inutile specificare di quale dei due team della metropoli californiana si tratti.
Al momento infatti i Lakers hanno il miglior record
ad Ovest (che poi è il migliore della lega), Portland è sotto di due partite, Utah,
Phoenix e San Antonio arrancano come i primi treni a vapore che solcavano le praterie
americane, e di partite di distacco ne hanno circa una decina.
La lotta per il vantaggio del campo nel corso dei
playoffs sembra, e di fatti lo è, affare tra i Blazers e i Lakers, la qual cosa non
stupisce per nulla, soprattutto alla luce dei pronostici di inizio stagione.
Portland era infatti stata la
regina dell'estate: ad una squadra che aveva raggiunto la finale di Conference, togli un
piantagrane, con talento smisurato, ma pur sempre un piantagrane, come Rider,
aggiungi una guardia già membro del Dream Team versione Mondiali di Toronto, come Steve
Smith, un free agent del calibro di Schrempf, e se ancora non vi basta mettete Pippen,
così
tanto per gradire.
La ricetta che avete appena cucinato si chiama
"titolo" o "anello", a seconda dei gusti. In effetti il roster della
squadra dell'Oregon è da titolo, e oltre che ad un quintetto di quelli da 60/65 partite
vinte, ciò che sorprende è la profondità e la robustezza della panchina, piena di
talento come il frigo di un americano è pieno di birra la sera del Superbowl. Stoudmire,
Smith, Pippen, Wallace e Sabonis, questo il quintetto, poi coach Dunleavy può pescare tra
Schrempf, Wells, Anthony, O'Neal, Grant e Augmon.
Chi capisce, anche poco, di basket si è già reso conto della varietà di quintetti che
possono essere schierati in una singola serata.
Infatti la parola che meglio riassume i Blazers è
versatilità. Ogni giocatore può ricoprire più di un ruolo e questo permette a Dunlevy
di gestire la squadra come meglio crede. Quintetto potente, con Grant, Wallace e Sabonis o
O'Neal in front line e Pippen guardia oppure quintetto veloce con Stoudmire, Smith nel
back court, Pippen e Schrempf ali e Wallace centro. Inoltre Anthony e Wells sarebbero
titolari ovunque nella Lega, ma qui sono un back up di lusso per le guardie, così come
Grant e O'Neal nella rotazione
dei lunghi.
Los Angeles
è una squadra molto più tradizionale. Attorno al centro più dominante della lega,
partono in quintetto A.C. Green come ala forte, Rice come ala piccola, oltre che Harper
point guard e Bryant shooting guard. La panchina è di minor qualità rispetto a quella di
Portland, e offre Shaw (si, quello che giocò a Roma) e Fisher come cambi delle guardie e
il duo Fox/Horry come ali. Un cambio vero per Shaq non c'è, poiché Knight o Salley il
campo lo vedono pochino.
Dopo lo scambio che ha portato Rice a Hollywood, in
estate si è puntato alla solidità di Green, ma soprattutto è arrivato Phil Jackson, che
in materia di vittoria potrebbe essere professore ad Harvard. Ben inteso che il talento
non manca, ma la squadra è molto dipendente dalle prestazioni di Shaq, Kobe e Rice.
Non ci sogniamo certo di stabilire chi tra LA e
Portland sia più forte, ma vogliamo semplicemente provare a capire chi tra i due team è
più attrezzato per prevalere a Ovest. Fin a questo punto Lakers e Portland sono state
impressionanti, seppur per ragioni diverse.
Los Angeles ha dimostrato una
continuità mai conosciuta se non hai tempi di Magic e Kareem, inanellando una serie di 16
vittorie consecutive tra dicembre e febbraio, e un'altra serie di vittorie, ancora aperta,
al momento a quota 16. Jackson ha gestito la squadra benissimo, dando quella fiducia e
motivazione che Harris non era stato in grado di assicurare. Poi ha convinto O'Neal, che
sta giocando a livelli da titolo MVP della stagione, ad andare a rimbalzo con continuità,
e a difendere con intensità mai vista in quel di Los Angeles.
Molto
bene anche Kobe, che sembra essersi scrollato di dosso i timori degli
anni passati e stia concludendo la sua metamorfosi verso leader quale deve essere.
Non che non ci siano stati dei problemi: la partenza
dei Lakers è stata un po' stentata, o comunque meno brillante delle attese, con un 8-4
iniziale imputabile sia alla assenza di Kobe che alle difficoltà di apprendimento del
triangolo laterale, nell'insegnamento del quale è stato fondamentale il contributo di
Harper. Più preoccupante il vistoso calo di fine gennaio, con un 3 vinte 6 perse, che ha
visto anche Jackson impotente.
Sembrava di vedere i vecchi Lakers, quelli di Van Exel per intenderci, incostanti e
ingenui all'inverosimile.
Inoltre Rice nella seconda parte della stagione ha faticato non poco,
diminuendo la media punti dai 18.7 dopo tredici gare, a 17.2 di metà stagione per
arrivare agli odierni 16.6, e avendo fortune alterne e prestazioni incostanti da oltre
l'arco dei tre punti.
Si tratta comunque di una stella, ma se Los Angeles vuole arrivare fino in fondo forse
Rice deve dare qualcosina in più. Di squadra L.A. tira con il 45% abbondante, lasciando
agli avversari un misero 40%, e dato ancor più significativo è il computo del saldo tra
perse e recuperate, +2 netto, che unito alle 7 stoppate che Shaq e co. distribuiscono è
sinonimo di ottima difesa.
La poliedricità di Portland è dimostrata dal fatto che ben 5 giocatori
vanno in doppia cifra ogni sera, e Wells ci va molto vicino. Al capitolo assists sono 5 i
giocatori che ne smazzano più di due ad uscita, per un totale di 24 a partita, mentre i
44 rimbalzi sono equamente divisi tra la batteria dei lunghi, in cui capeggiano Sabonis,
Wallace e Pippen.
Dopo un inizio fulminante, 14-3, il giocattolo si è inceppato verso dicembre/gennaio,
dove il record è stato 15-7. La squadra ha dimostrato un po' di discontinuità, anche
all'interno della stessa partita. Un esempio viene da Boston, dopo i Celtics sono stati in
vantaggio gran parte della partita più che per meriti propri per demeriti dei Blazers.
Sono però bastati 5 minuti di basket alla
Portland per mettersi in tasca la vittoria.
Già, basket alla Portland, dove in 5 possono
condurre il contropiede e correre come matti, o giocare molto più tranquillamente a metà
campo ("thinking, not running" è il credo di Dunleavy), essere
mortiferi nell'area colorata o ucciderti con il tiro da fuori.
Nelle 4 partite fino ad ora disputate tra LA e
Portland, il computo è in perfetta parità: due vittorie a testa, una in casa e una in
trasferta. La prima sfida non fa molto testo, dovute alle numerose assenze da ambo le
parti, anche se i Lakers hanno sofferto la mancanza di Bryant, valida alternativa a O'Neal
in attacco, più di quanto Portland abbia patito l'assenza di Wallace e Grant. Sabonis ha
infatti retto benissimo lo scontro con Shaq, e il quintetto più piccolo e agile dei
Blazers ha schiantato LA.
Le altre tre sfide sono state molto equilibrate, dove a fare la differenza sono state
piccole cose.
La prima è la percentuale di tiro
di Portland. Nelle due partite vinte i Blazers hanno tirato con il 55.1% e col 46%, mentre
nelle due sconfitte i Lakers hanno concesso il 40.4% e il 34.2%. Questo indica come la
difesa di LA soprattutto nei pressi del canestro sia vitale per i gialloviola.
Nella partita del 3 dicembre, Wallace, Sabonis e Grant sono stati tenuti complessivamente
a 10 su 29, oltre ad uno strapotere dei Lakers a rimbalzo (57 a 42), mentre il 29
febbraio, i Wallace e Sabonis hanno avuto solo il 13 su 31. Secondariamente sembra
importante la percentuale di tiro libero dei Lakers, e dunque di Shaq. Sempre nel match
del 29 febbraio, partita punto a punto, Shaq ha messo 9 dei 13 liberi avuti, con un ottimo
81.5% di squadra. Nella sconfitta del 6 novembre Shaq ha messo solo 3 degli 11 liberi, e
LA aveva il 50% dalla linea della carità. Ma come insegna il basket, le statistiche non
dicono tutto.
Shaq non ha entusiasmato negli scontri diretti, ma ha comunque dimostrato una superiorità
tutto sommato indiscussa. A parte la partita di novembre Sabonis non ha mai impensierito
il centro da LSU, e Grant e O'Neal (Jermaine) sembrano più attrezzati a scontrarsi contro
Shaq nei playoffs.
Kobe
ha decisamente risposto bene alle sfide con Smith e Stoudmire, con 24 punti a partita ma
soprattutto percentuali di tiro attorno al 55% e con 8 viaggi alla lunetta. Di contro Pippen
e Wallace sono due rebus irrisolvibili per la difesa dei californiani, perché Rice non ha
di certo nella difesa il suo punto di forza, e Wallace è troppo atletico per Green e
altrettanto veloce per O'Neal. Domande e dubbi sorgono su Stoudamire, ma come play possono
giocare sia Pippen che Smith, che dovrebbero supplire le lacune del play di Arizona.
Ai Blazers sembra mancare un "go to guy",
o forse ce ne sono troppi, fatto sta che quando servono due punti sicuri i Lakers danno la
palla a Shaq, o Kobe va uno contro uno, mentre Portland fa più fatica ad individuare un
giocatore da ultimo tiro. Questo nei play-off può costare molto caro.
Il calendario sembra non favorire nessuno, con LA
che deve andare a casa di New York e a Miami prima di affrontare in casa e in fila San
Antonio, Seattle, Sacramento e Minnesota. Portland invece ha una doppia sfida in casa con
Sacramento, e deve viaggiare a Utah, Seattle e San Antonio. Certo avere il vantaggio del
campo a Ovest farà comodo e al momento i Lakers sembrano avere una marcia in più, anche
se verosimilmente tutto di deciderà in una serie di 7 partite verso la fine di maggio.
Solo allora sapremo se prevarrà la duttilità di Portland o la solidità di L.A.
[NotaDelWebamster: solo una brevissima
aggiunta al lungo articolo di Gabe Giannini che inizia oggi la collaborazione su NBA
TODAY. Quando 2 squadre sono così vicine nel rendimento (pur essendo molto diverse
dal punto di vista tecnico e del gioco) un'aspetto fondamentale lo giocano, e lo
giocheranno, le panchine: ed è qui che forse il "Grande Capo Triangolo"
proverà a far pesare tutto il suo carisma e la sua esperienza... ] |