SERGIO ZANON
C.P. 272
33100 UDINE CENTRO.
Udine, 15 Febbraio 2000
A tutti i responsabili della formazione degli allenatori nello sport competitivo.
Con l’auspicio di contarla solidale con l’azione promossa per convincere il CIO a contrastare il doping nello sport attraverso una regolamentazione autenticamente olimpica, prendo la licenza di richiamare la Sua attenzione sul contenuto della lettera aperta allegata alla presente.
Grato per la disponibilità, distintamente La saluto .
Sergio Zanon
LETTERA APERTA AL C.I.O., AL CONI, ALLE FEDERAZIONI SPORTIVE, ALLE NUOVE FACOLTA’ DI SCIENZE MOTORIE.
QUANTA TEORIA E QUANTA PRASSI NELLA FORMAZIONE DEGLI ALLENATORI SPORTIVI ?
Lo sport competitivo, considerato dalla prospettiva degli operatori che ne governano l'attuazione come allenatori, si realizza attraverso interventi che implicano il coinvolgimento del movimento dell’uomo e che, di conseguenza ed inevitabilmente, costituiscono una manifestazione professionale di carattere teorico-pratico, nella quale il fare soverchia di gran lunga il conoscere. Per gli operatori impegnati nella professione di allenatore, in particolare, oltre a rendersi indispensabile l’utilizzazione della denominazione di teoria e prassi, per la definizione del contenuto dell’agire che la caratterizza, si evidenzia anche necessaria
l’inversione dell’ordine delle due locuzioni, cioè l’opportunità di definirla come una prassi- teoria, perché alla prima dovrebbe assegnarsi incontestabilmente il primato sulla seconda.
L’attività motoria, infatti, allo stato delle conoscenze, non consente, dal punto di vista fornito dal paradigma scientifico, che la fissazione di sporadiche, ridotte e per lo più opinabili categorizzazioni esplicative dell’evento.
Si vuole dire, con ciò, che l’attività motoria volontaria non consente una sicura ed esauriente traduzione teorica della fattualità che la contraddistingue.
Così, nel campo dello sport competitivo la prassi che conduce al miglioramento dei risultati nelle competizioni non si piega ad un’interpretazione conoscitiva, indispensabile all’accettazione di ogni teoria posta a fondamento di qualsivoglia insegnamento professionale.
Allo stato delle conoscenze sull’attività motoria volontaria soltanto due concettualizzazioni risultano sufficientemente sicure, quantunque non esaurientemente confermate, per una nozione della sua particolare versione costituente l’allenamento per il conseguimento dei risultati nello sport competitivo:
- La concettualizzazione di specificità;
- La concettualizzazione di ripetitività.
Tuttavia, anche questi due unici modelli del momento conoscitivo della prassi che porta al miglioramento delle prestazioni, ad una più approfondita riflessione dimostrano tutta la loro inadeguatezza a rivestire il ruolo di appropriate strutture mentali, in grado di fissare la conoscenza del fenomeno perchè nell’attività motoria volontaria la specificità e la ripetitività sono sottomesse all’irreversibile e dunque imparagonabile fluire del tempo, che attribuisce loro un indelebile connotato di storicità.
Se, dunque, anche il più limitato e timido tentativo di sistemare teoricamente la prassi dell’allenamento sportivo, alla prova dell’analisi si rivela improponibile, non resta, allora, che accettare lo sport ed in particolare l’allenamento per lo sport competitivo, come un evento quasi esclusivamente costituito dal fare.
Lo sport, perciò , nella sua più ampia accezione, si gestisce, si attua, si manifesta e si realizza, per il ragionamento umano, quasi totalmente come prassi.
Come agire, lo sport ed in particolare l'allenamento per lo sport competitivo, è una prassi che concede soltanto a timidi e soggettivi tentativi il ricordarne ed il progettarne la fattualità e che vive, perciò, quasi esclusivamente della sua immediatezza pratica.
Ricordare o progettare, nell’allenamento sportivo, significa introdurre momenti teorici intrinsecamente opinabili e perciò precari, perché soggetti all’irreversibilità temporale.
Nell’allenamento sportivo, allora ed in particolare nell’ esercizio della professione di allenatore, quale spazio è riservato alla teorizzazione?
Il momento teorico o conoscitivo, nell’allenamento sportivo attuale, può costituirsi soltanto in ambito individuale e dunque non può dar luogo ad una conoscenza rigidamente distribuita erga omnes. E’ una fede soggettiva senza dogmi, costituita dal flusso individuale di una memoria del vissuto e dell'appreso, estremamente mutevole. Il processo dell’allenamento sportivo, nel suo attuarsi, è prassi che si fa teoria, momento memorizzativo e che ritorna immediatamente prassi, nel successivo momento realizzativo, nel gioco dialettico di una successione di momenti teorici e pratici, nel quale questi ultimi hanno il ruolo decisivo.
In sintesi, l’allenamento sportivo, allo stato delle conoscenze, si presenta come un susseguirsi di momenti teorici e di momenti pratici, nel quale lo svolgimento attuativo della disciplina sportiva dì gran lunga soverchia la sua conoscenza regolamentare.
Quali indicazioni dovrebbero ricavarsi dal discorso appena concluso, nella prospettiva di pianificare la formazione istituzionalizzata degli allenatori nello sport competitivo?
Non risultando disponibile una teorizzazione scientifica dell’allenamento, in grado di imporre la propria indiscussa validità erga omnes, la formazione dell’allenatore non può che essere lasciata alla quasi esclusiva evidenza del fare, la cui valutazione o il cui riconoscimento non possono che consistere nella registrazione curriculare dei successi o degli insuccessi ottenuti dai soggetti che si sono affidati alla guida dell’allenatore.
Un momento teorico, immanente erga omnes ad un momento pratico individuale, nella formazione dell’allenatore, per principio non dovrebbe aversi che in circostanze legate all’emergere di interrogativi sullo status olimpico della prassi che conduce al conseguimento dei risultati nelle competizioni della disciplina sportiva oggetto di interesse e precisamente relativi alla sua normalizzazione, come è il caso, attualmente, dell’introduzione della regolamentazione antidoping promossa dal CIO o del ricorso a sofisticate tecnologie.
Quali conseguenze potrebbero aversi, formazione degli allenatori, se la teoria umiliasse la prassi?
Qui di seguito viene riportato il caso emblematico della vicenda professionale di un allenatore in uno sport individuale: l'atletica leggera.
Il nostro allenatore, finiti gli studi secondari superiori con il conseguimento della licenza liceale, si iscrive alla Facoltà di Scienze Motorie e dopo quattro anni ne esce con una laurea che lo riconosce idoneo ad intraprendere la carriera di allenatore nello sport competitivo, che egli inizia in una Società sportiva di atletica leggera.
La sua preparazione si basa su di un ponderoso momento teorico, che gli ha consentito di apprendere conoscenze di anatomia, di fisiologia, di biologia, di psicologia, di pedagogia, di dottrina dell’allenamento, di fisica, ecc. e su di un trascurabile momento pratico, di effettiva conduzione dell’allenamento, che ora appunto il nostro si appresta ad ampliare nella Società sportiva.
Inizia, così, la sua attività come allenatore delle fasce giovanili dei tesserati della Società e si accorge di avere, nella stessa, un collega allenatore che svolge un’analoga attività come impegno del suo tempo libero della professione di bancario. In breve, prende atto che la conduzione dell’allenamento attuata da questo collega, che di anatomia, di fisiologia, di biologia, di psicologia, di pedagogia, di dottrina dell’allenamento, di fisica, si dichiara digiuno, non gli impedisce di far conseguire, ai soggetti che si affidano alle sue cure, risultati analoghi a quelli raggiunti dagli allievi che si affidano alle cure del nostro.
Anzi, constata che in parecchie occasioni i successi registrati dagli allievi del collega risultano di maggior valore di quelli conseguiti dagli allievi del nostro.
Decide, allora, di frequentare un ulteriore corso di specializzazione per allenatori, indetto dalla FIDAL e gestito dalla Scuola dello Sport del CONI che termina, pur continuando l’attività di allenamento nella Società, con un accresciuto bagaglio di nozioni relative all’allenamento per lo sport competitivo ed in particolare per l’atletica leggera, sancito dall’ottenimento del massimo dei voti.
Sicuro di sè, si rituffa a tempo pieno nell’allenamento societario, con un rinnovato entusiasmo ed
un immutato desiderio di conseguire rilevanti successi.
Dopo qualche anno di duro lavoro comincia a contare, tra gli allievi che si sono affidati alle sue cure, alcuni in grado di aspirare alla partecipazione olimpica, cioè ai Giochi Olimpici tanto, egli ritiene, per le loro intrinseche doti naturali, quanto per la correttezza dell’allenamento al quale sono stati sottoposti. Deve, tuttavia, prendere atto, con un certo disappunto, che anche il suo collega bancario può annoverare tra i propri allievi alcuni in grado di aspirare alla partecipazione olimpica, ai quali il nostro non assegna molte probabilità, perchè le metodologie di allenamento adottate dal collega non corrispondono alla dottrina che il nostro ha appreso nei lunghi anni di studio all’Università e durante i corsi di
specializzazione.Tra i due allenatori si instaura una nascosta competitività, che viene decisa dai risultati conseguiti dai rispettivi allievi nelle competizioni e/soprattutto, superamento dei limiti imposti dalla FIDAL per poter accedere ai Giochi Olimpici.
Ma, imprevedibilmente per il nostro, nonostante il massimo impegno profuso da lui stesso e dai propri atleti nell’allenamento, i limiti non vengono raggiunti e la partecipazione alle Olimpiadi non consentita, mentre gli allievi del collega non soltanto superano i limiti, ma ben figurano anche ai Giochi .
Il nostro subisca un rovescio professionale e gli stessi rapporti con i propri allievi cominciano ad incrinarsi.
Egli non riesce a trovare alcuna valida ragione del mancato conseguimento dei limiti da parte dei propri allievi, perchè non ritiene di aver commesso scorrettezze nella conduzione dell’allenamento, nè di essere rimasto vittima della sfortuna, perchè ben più gravi calamità, come ad esempio una malattia di origine tiroidea ed allenamenti inappropriati, hanno afflitto gli allievi del collega.
Il nostro si convince della necessità di frequentare più assiduamente il collega, per carpirgli qualche segreto del suo allenamento, che può aver deciso dei suoi successi. Si sottopone, così, all’umiliazione professionale di dover assumere, come allenatore titolato, le vesti di gregario di un allenatore non titolato, con un progressivo scadimento del suo prestigio tra i propri allievi, che cominciano a manifestare l’intenzione di voler essere allenati dal collega del nostro. Durante questo periodo di praticantato presso il collega, il nostro constata che la metodologia di allenamento adottata dal collega non si discosta di molto da quella che forma la base professionale del nostro, se non in un’accentuata introduzione di periodi di attività quasi nulla, degli atleti, giustificata dal collega bancario con la necessità di sottoporre i propri atleti a cure particolari, perchè affetti da malattie alla tiroide.
In occasione di una cerimonia conviviale indetta per celebrare i fasti olimpici degli atleti del collega allenatore non titolato, quest'ultimo, dopo aver alzato un po’ troppo il gomito dichiara al
nostro che, secondo lui gran parte del merito dei risultati che si stavano festeggiando dovrebbe essere attribuita al dottore che ha in cura gli atleti per malattie alla tiroide. Egli, infatti, confida di aver constatato un netto miglioramento dei risultati nelle competizioni dei suoi allievi, dopo che si erano sottoposti alle terapie prescritte e seguite dal medico, anche in occasione del conseguimento dei minimi risultati indispensabili per accedere ai Giochi Olimpici e della competizione olimpica stessa.
Il nostro resta incredulo e solleva subito l’obiezione dei controlli antidoping che escludono dalle gare coloro che adottano procedure illegali di allenamento. L’allenatore non titolato sostiene che non si tratta di doping, perché i suoi allievi hanno superato i controlli. "Di che cosa si tratta, allora?", chiede il nostro. Il collega risponde che non lo sa, perchè non è un medico. Ha interrogato gli allievi, che gli hanno riferito di aver assunto certe sostanze in determinati periodi, di cui loro non ricordavano nemmeno il nome e di aver constatato, successivamente, dei notevoli miglioramenti nei risultati.
Il nostro è frastornato.
Nei lunghi anni della preparazione universitaria all’esercizio della professione di allenatore, nei corsi di specializzazione ed in tutti i momenti informativi ufficiali della sua carriera di allenatore gli è stato sempre insegnato che le pratiche dopanti nello sport rappresentano delle minacce alla salute degli atleti, che allenatori e medici senza scrupoli adottano per far conseguire ai loro atleti risultati altrimenti irraggiungibili. Mai è stato insegnato al nostro che atleti ottimamente dotati come i propri e perfettamente allenati secondo le conoscenze sull’allenamento acquisite in tanti anni di studio non sarebbero stati in grado di conseguire i minimi risultati richiesti dalla FIDAL per poter accedere ai Giochi olimpici, senza il ricorso alle
E poi, quale senso avrebbe, per il CIO, approntare un elenco dei minimi risultati da conseguire, per poter accedere ai Giochi Olimpici, accanto ad un elenco delle procedure vietate per conseguirli? Evidentemente, per il nostro si presentano due possibilità:
1) Che ciò che gli è stato insegnato come dottrina dell’allenamento, in tanti anni di studio, rappresenti lo stato più avanzato della cultura in questo campo e che i suoi insuccessi nell’applicazione pratica siano dovuti ad errori da lui commessi nel non aver applicato opportunamente la teoria;
2) Che ciò che gli è stato insegnato come dottrina dell’allenamento, in tanti anni di studio, non rispecchi la prassi dell’allenamento e dunque rappresenti un grande inganno.
A favore della prima possibilità il nostro avanza la credibilità del CIO, del CONI e delle Facoltà di Scienze Motorie, con tutto il prestigio che circonda queste istituzioni. Come può essere pensabile un colossale inganno, perpetrato da questi Enti ai danni di coloro che intendono professionalmente operarvi?
A favore della seconda possibilità il nostro matura il tentativo di verificare se le cure prescritte dal medico che segue gli allievi del collega e che tanti benefici hanno comportato, possano avere un analogo effetto sui propri allievi.
Fattosi prescrivere, per i propri atleti analoghe cure, il nostro le applica e , con sua grande sorpresa,
constata che i limiti di accesso ai Giochi Olimpici vengono in breve tempo raggiunti anche dai
propri allievi, assicurando al nostro un immediato riconoscimento della propria competenza
professionale, fino a quel momento appannata, da parte degli atleti.
Il nostro, tuttavia, cade in una crisi profonda, che a mala pena riesce a celare attraverso la soddisfazione per i risultati raggiunti.
Improvviso ed assolutamente imprevisto, in questo nuovo clima di serena euforia di facciata e di profonda crisi vissuta, il fulmine della notizia che uno dei propri atleti è stato squalificato, perchè risultato positivo ad un controllo antidoping, raggiunge il nostro. Successivamente viene convocato dalla Procura antidoping del CONI per discolparsi dall'accusa, rivoltagli dall’atleta squalificato, di averlo indotto ad assumere farmaci proibiti dal CIO perché dannosi alla salute.
Ripresosi un po’ dal colpo, il nostro pensa che forse questa è la volta buona per illustrare al Procuratore il grave inganno che il CIO ha teso a tutti gli allenatori, costringendoli ad appropriarsi, attraverso lunghi anni di preparazione teorica e di cospicue spese, di una dottrina dell’allenamento che non descrive la prassi ed a sottostare ad una regolamentazione che vieta ciò che prima viene richiesto, per rendere ancora più inestricabile la prassi stessa. Ma il Procuratore non comprende o finge di non comprendere la storia raccontata dal nostro ed emette la sentenza di radiazione del nostro dallo sport, costringendolo all’affannosa ricerca di un’altra occupazione, onde sopravvivere e sostenere la propria famiglia.
Il nostro non si arrende e ricorre alla Magistratura ordinaria, denunciando l’Università di Scienze Motorie, il CONI e la FIDAL, per truffa.
Il Magistrato incaricato dell’istruttoria nomina un C.T.U., affinchè gli riferisca se la tesi presentata dal nostro e cioè che l’insegnamento posto alla base della formazione professionale degli allenatori nelle Facoltà di Scienze Motorie, nei corsi di specializzazione del CONI e della FIDAL è incompatibile con la regolamentazione del CIO relativa al conseguimento dei minimi risultati indispensabili per accedere ai Giochi Olimpici, possa avere qualche fondamento.
Il C.T.U. è proprio uno degli insegnanti che il nostro ha avuto alla Facoltà di Scienze Motorie.
In base al rapporto del C.T.U., il Magistrato archivia la denuncia. Il nostro non trova alcuna decente sistemazione lavorativa, perchè è sempre più roso dal crescente convincimento di essere rimasto vittima di un colossale inganno.
A poco, a poco, nel suo animo cresce un incontenibile desiderio di vendetta verso tutti coloro che hanno montato l’inganno ed in primo luogo gli insegnati di teoria dell’allenamento all’Università e nei corsi di specializzazione della FIDAL e della Scuola dello Sport del CONI.
Ridotto in miseria, decide di sopprimersi, ma prima vuole vendicarsi. Sistema tre cariche ai plastico: una alla FIDAL, l'altra al CONI e l’ultima alla Facoltà di Scienze Motorie; armato di fucile automatico si piazza presso la palestra di quest’ultima e preme il telecomando. Abbatte tutti coloro che tentano di fuggire dalle rovine dell’esplosione, riservando l’ultimo colpo per se stesso.
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