Se l'Italia avrà, finalmente, una legge contro il doping, Zeman ne potrà andare fiero: vi ha contribuito come nessun altro. Governo e forze politiche hanno colto l'importanza e l'urgenza del provvedimento, e vi stanno lavorando con rapidità e accordo inconsueti. La diffusione del fenomeno è particolarmente grave a livello giovanile e amatoriale, dove i controlli e le cautele sono inesistenti. Per "farsi i muscoli" senza faticare troppo i ragazzi sono disposti a ingurgitare qualunque intruglio venga loro offerto. Soltanto facendo del doping un reato penale lo si potrà combattere con concrete possibilità di successo. Lo stesso sport professionistico, come ha dimostrato la riunione del Cio, in assenza di leggi incontra oggettive difficoltà. In alcune occasioni la magistratura ordinaria annullò la squalifica dell'atleta condannando le Federazioni a pagargli miliardi di danni.

Urgenza e preoccupazione non devono però produrre una legge sbagliata. La durezza delle pene appare, per esempio, sproporzionata rispetto a reati socialmente più gravi. Un padre che somministri anabolizzanti al figlio minorenne rischia dieci anni di carcere, se gli fornisse coca o eroina ne prenderebbe al massimo sei. In generale il doping è giudicato più severamente delle droghe pesanti, salvo che per i grandi narcotrafficanti. L'omicidio colposo costa al massimo cinque anni, la metà di quanto tocca ad un dirigente federale che dà l'Epo a un atleta. In proporzione, appartenere a una banda armata, costringere una ragazza a prostituirsi, svaligiare appartamenti, eccetera, sono reati di poco conto.

Un riequilibrio appare necessario. Tanto più che la legge definisce doping tutto ciò che "tende a migliorare la prestazione agonistica", frase utilizzata di recente anche dal Cio per definire il doping.

Scelta generica e, quindi, rischiosa. Pericolosissima quando si passa dai tribunali sportivi alla magistratura ordinaria perché consente a un giudice pignolo di mandare in galera per cinque anni chi abbia aiutato un atleta a recuperare energie e sostanze perdute con flebo, integratori e farmaci del tutto legittimi, che il comune cittadino può assumere senza commettere un reato.

Per chi soffre di forti dolori reumatici è normale farsi fare una iniezione di anti-infiammatori, per un calciatore che ha preso un colpo potrebbe diventare materia da tribunale. Credo che la legge debba indicare quali sostanze sono proibite (magari rifacendosi all'elenco che il Cio deve continuamente aggiornare) e quali limiti quantitativi sono consentiti per quelle permesse. Ma lasciare una così ampia discrezionalità al giudice è assai rischioso.

Qualcuno ha osservato come i giudici incorrano in pene minori rispetto ad altri soggetti e come ciò non sia giusto. Tesi abbastanza accettabile: senza di loro il doping non esisterebbe. Specie a livello di ricerca. Discutibile anche la costituzione di un organismo di controllo dipendente dal ministero della Sanità e del tutto esterno al Coni. Ciò va bene a livello giovanile e amatoriale in modo da coprire bene il territorio. Quando si passa la professionismo l'esperienza tecnica dei medici sportivi diventa essenziale. Sarebbe più logica una commissione mista Sanità-Coni. Così si controllerebbero a vicenda. Perchè i medici sportivi avranno fatto analisi all'acqua di rose, ma i loro colleghi quante pensioni d'invalidità fasulle, quanti finti malati hanno prodotto e producono?

Lascia perplessi la sostanziale non punibilità dell'atleta dopato. E' vero che in Italia non si condanna chi fa uso di droghe, ma un'evidente diversità fra le due posizioni esiste. Il drogato ha un obbiettivo del tutto intimo e personale, il dopato vuol trarne vantaggio a danno di altri. E' lui il centro dell'operazione, quello che ne trae vantaggio. Considerarlo penalmente una vittima sembra improprio. Almeno andrebbe rivisto il reato d'illecito sportivo, inasprendone le pene.

 

(articolo di Giorgio Tosatti, pubblicato sul Corriere della sera domenica 21 febbraio 1999 con il titolo: Doping, la legge)

 

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